Il Governo ha annunciato la realizzazione di nuovi CPR sul territorio nazionale, tra cui una struttura anche in Calabria. La notizia, confermata dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi durante il question time alla Camera, rappresenta un passaggio politico rilevante perché segna il ritorno del tema dei rimpatri al centro del dibattito pubblico italiano.
Per anni il sistema migratorio italiano si è caratterizzato per una forte sproporzione tra ingressi irregolari, dinieghi delle domande di protezione e reale capacità dello Stato di eseguire i rimpatri. In questo contesto, i CPR sono rimasti spesso strutture insufficienti, numericamente limitate e incapaci di incidere realmente sulla gestione dell’immigrazione irregolare.
Le dichiarazioni del Ministro sembrano invece indicare un cambio di approccio. Il Governo non parla più dei CPR come misura temporanea o emergenziale, ma come elemento strutturale della politica migratoria nazionale. La linea politica appare chiara: senza una concreta possibilità di eseguire i rimpatri, qualsiasi sistema di controllo dell’immigrazione rischia di perdere credibilità.
Ed è proprio su questo punto che il tema dei CPR si collega direttamente al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Nel dibattito pubblico italiano, il rimpatrio viene spesso rappresentato esclusivamente come misura repressiva o punitiva. In realtà, all’interno del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il rimpatrio assume una funzione completamente diversa: esso rappresenta la conseguenza naturale del mancato percorso di integrazione.
Il punto centrale non è “punire” lo straniero, ma verificare se il percorso migratorio abbia prodotto una reale integrazione nella società ospitante. Se l’integrazione costituisce il presupposto della permanenza stabile, allora il suo fallimento non può che comportare il venir meno delle ragioni che giustificano tale permanenza.
In questa prospettiva, il CPR non viene concepito come luogo simbolico di repressione, ma come strumento operativo finale di un sistema migratorio che distingue tra integrazione riuscita e integrazione fallita.
L’integrazione, infatti, non può essere ridotta a una presenza materiale sul territorio nazionale. Richiede lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, assenza di pericolosità sociale e adesione ai principi fondamentali della comunità ospitante. Quando questi elementi mancano stabilmente, lo Stato si trova inevitabilmente davanti a un fallimento del processo integrativo.
Ed è proprio qui che interviene il concetto di ReImmigrazione: non come espulsione indiscriminata, ma come ritorno nel Paese di origine conseguente all’assenza di integrazione sostanziale.
Per questo motivo i CPR acquistano senso soltanto se inseriti all’interno di una strategia migratoria coerente. Se il sistema premia esclusivamente l’ingresso e la permanenza, senza mai affrontare il tema dell’effettiva integrazione, allora il rimpatrio appare inevitabilmente come misura arbitraria o meramente securitaria. Se invece il soggiorno viene collegato a un percorso reale di integrazione, il rimpatrio diventa la conseguenza fisiologica del mancato raggiungimento di tale obiettivo.
Il problema che l’Europa sta affrontando oggi nasce anche dall’aver spesso confuso l’integrazione con la semplice regolarizzazione amministrativa. In molte realtà europee si è ritenuto che il trascorrere del tempo fosse sufficiente a produrre integrazione sociale. Ma gli eventi degli ultimi anni stanno mostrando che la permanenza sul territorio non coincide automaticamente con l’integrazione culturale, civica e sociale.
In questo scenario, il rafforzamento dei CPR rappresenta il tentativo dello Stato di recuperare capacità operativa sul terreno dei rimpatri. Naturalmente il tema resta giuridicamente delicato e continuerà a sollevare questioni relative alle garanzie individuali, alla durata del trattenimento e alla tutela dei diritti fondamentali.
L’auspicio è che il Governo sviluppi il tema dei CPR non in una prospettiva meramente emergenziale o repressiva, ma all’interno di una più ampia strategia fondata sul principio “Integrazione o ReImmigrazione”. Solo in questo modo il rimpatrio può cessare di essere percepito come una misura punitiva e diventare invece la naturale conseguenza del fallimento del percorso di integrazione.
La vera sfida, infatti, non sarà soltanto costruire nuovi CPR. La vera sfida sarà definire con chiarezza che cosa significhi integrazione sostanziale e avere la capacità politica di trarre le conseguenze quando quel percorso non si realizza.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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