Il grave episodio avvenuto a Modena, dove un’auto ha travolto alcuni pedoni nel centro cittadino, ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione che l’Europa affronta da decenni senza essere mai riuscita a risolvere fino in fondo: il rapporto tra multiculturalismo, integrazione e seconde generazioni.
Secondo le prime ricostruzioni giornalistiche, l’autore sarebbe una persona appartenente alla seconda generazione con doppia cittadinanza. È proprio questo elemento a rendere il caso particolarmente significativo. Non si tratta infatti di un episodio collegato all’immigrazione irregolare o alla mancanza di documenti. Il nodo riguarda invece il modello culturale e sociale che negli ultimi trent’anni è stato progressivamente costruito in gran parte dell’Europa.
Per lungo tempo il multiculturalismo europeo si è fondato sull’idea che la semplice coesistenza di identità differenti all’interno dello stesso spazio pubblico fosse sufficiente a produrre integrazione. Si è spesso ritenuto che la cittadinanza, l’accesso ai diritti e la permanenza stabile sul territorio coincidessero automaticamente con la costruzione di una reale appartenenza sociale e culturale.
La realtà si è però dimostrata molto più complessa.
La cittadinanza è uno status giuridico. L’integrazione è un processo sostanziale che coinvolge lingua, cultura, rispetto delle regole, partecipazione sociale, stabilità personale e adesione ai principi fondamentali della convivenza civile. Le due dimensioni non coincidono necessariamente.
Il caso di Modena mostra come le seconde generazioni rappresentino oggi uno dei punti più delicati della crisi del multiculturalismo europeo. Proprio coloro che avrebbero dovuto incarnare il successo definitivo del modello di integrazione si trovano spesso sospesi tra identità differenti, marginalità sociali, crisi culturali e difficoltà di appartenenza che il semplice riconoscimento formale della cittadinanza non riesce da solo a risolvere.
Negli ultimi anni il dibattito politico si è progressivamente radicalizzato tra due visioni opposte e speculari. Da una parte il multiculturalismo senza limiti, fondato sull’idea che ogni differenza possa convivere automaticamente senza bisogno di integrazione sostanziale. Dall’altra forme sempre più radicali di remigrazione, che riducono ogni problema sociale a una questione esclusivamente etnica o identitaria.
È proprio in questo spazio che si inserisce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Un paradigma che non nasce per negare l’integrazione, ma al contrario per renderla concreta, verificabile e reciproca. L’integrazione non può essere soltanto una dichiarazione simbolica o burocratica. Deve diventare un percorso reale basato sul lavoro, sulla conoscenza della lingua, sul rispetto delle regole e sulla effettiva adesione ai valori della società ospitante.
Il fatto di cronaca di Modena non deve essere utilizzato per alimentare generalizzazioni collettive o tensioni sociali. Ma ignorare le implicazioni profonde che emergono da vicende di questo tipo significherebbe continuare a rimuovere un problema che ormai attraversa l’intera Europa.
La vera domanda che oggi si pone non riguarda soltanto l’immigrazione. Riguarda il modello di società che l’Europa intende costruire nei prossimi decenni.
Perché la convivenza formale, da sola, non equivale necessariamente a integrazione reale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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