Quando si discute di immigrazione, il dibattito pubblico tende quasi sempre a concentrarsi sulle conseguenze del fenomeno, mentre molto più raramente si interroga sulle sue cause profonde. Le discussioni si sviluppano generalmente attorno a categorie politiche e ideologiche: accoglienza contro chiusura, multiculturalismo contro identità nazionale, inclusione contro remigrazione. Eppure, se si vuole comprendere davvero perché milioni di persone continuino a cercare di raggiungere l’Europa, occorre abbandonare per un momento gli slogan e osservare la realtà economica.
Le persone non emigrano principalmente per motivi ideologici. Emigrano perché esistono differenze enormi nelle condizioni di vita tra i Paesi di origine e quelli di destinazione. In questo senso, gli stipendi e il livello di protezione sociale spiegano i flussi migratori molto meglio di qualsiasi teoria politica.
Il caso del Marocco, una delle principali comunità straniere presenti in Italia, appare particolarmente significativo. Secondo i dati della Banca Mondiale e delle principali rilevazioni internazionali sul mercato del lavoro, il salario medio netto mensile marocchino oscilla generalmente tra i 400 e i 500 euro, mentre in Italia il salario medio netto supera i 1.700 euro mensili. Ciò significa che, a parità di occupazione, un lavoratore può realisticamente incrementare il proprio reddito di tre o quattro volte semplicemente trasferendosi da una sponda all’altra del Mediterraneo.
Tuttavia, il differenziale salariale rappresenta soltanto una parte della questione. Accanto alla prospettiva di un reddito più elevato esiste infatti un secondo elemento di attrazione, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: il welfare. Un cittadino che vive e lavora in Italia non accede soltanto a uno stipendio superiore, ma entra anche all’interno di un sistema caratterizzato da sanità pubblica universale, istruzione gratuita, assegni familiari, ammortizzatori sociali, tutela previdenziale e protezioni giuridiche che risultano largamente assenti o significativamente più limitate in molte aree dell’Africa e del Medio Oriente.
Per comprendere la portata di questo divario è sufficiente osservare alcuni dati macroeconomici. Il prodotto interno lordo pro capite italiano supera i 38.000 dollari annui, mentre quello marocchino si colloca attorno ai 4.000 dollari. Analogamente, la spesa sanitaria pro capite italiana risulta di diverse volte superiore rispetto a quella sostenuta dal Marocco. Tali differenze non riguardano soltanto il reddito disponibile, ma incidono direttamente sulla qualità della vita, sulle prospettive familiari e sulle opportunità offerte alle generazioni future.
Alla luce di questi dati, appare difficile sostenere che i flussi migratori possano essere completamente arrestati attraverso misure esclusivamente repressive o attraverso il semplice rafforzamento dei controlli alle frontiere. Finché continueranno a esistere differenze così marcate tra le condizioni economiche e sociali dei Paesi di origine e quelle dei Paesi europei, la pressione migratoria continuerà inevitabilmente a manifestarsi. Si tratta di una dinamica economica prima ancora che politica.
Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto irrealistico sostenere che l’Europa possa accogliere senza limiti chiunque desideri trasferirsi sul suo territorio. Le capacità di assorbimento delle società europee non sono infinite. Il mercato del lavoro, il sistema scolastico, il patrimonio abitativo, le infrastrutture sanitarie e le risorse pubbliche presentano limiti oggettivi che nessuna società può ignorare.
È proprio qui che emerge il limite delle due principali narrazioni ideologiche che dominano il dibattito contemporaneo. L’idea dell’accoglienza indiscriminata tende a sottovalutare i limiti strutturali delle società ospitanti. L’idea della remigrazione totale tende invece a sottovalutare le cause economiche che alimentano i flussi migratori e che continueranno a produrre movimenti di popolazione indipendentemente dagli orientamenti politici dei singoli governi.
Il vero problema del XXI secolo non consiste quindi nello scegliere tra apertura assoluta e chiusura assoluta. Entrambe le posizioni finiscono per ignorare una parte della realtà. La questione centrale consiste piuttosto nell’individuare criteri sostenibili di gestione dei flussi migratori, capaci di conciliare le esigenze economiche delle società europee con la necessità di preservarne la coesione sociale.
In questa prospettiva, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si propone di superare la contrapposizione ideologica tra accoglienza e remigrazione. Se è vero che i flussi migratori non possono essere eliminati per decreto, è altrettanto vero che la permanenza stabile all’interno di una comunità politica non può prescindere dall’integrazione. L’obiettivo non può essere quello di accogliere tutti né quello di espellere tutti, ma quello di costruire un sistema nel quale la partecipazione alla vita economica, la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole e l’adesione ai principi fondamentali della convivenza civile costituiscano il presupposto della permanenza.
Gli stipendi spiegano l’immigrazione meglio dell’ideologia perché consentono di comprendere le ragioni concrete che spingono milioni di persone a partire. L’integrazione spiega invece quale dovrebbe essere il criterio attraverso il quale una società decide chi può diventare parte stabile della propria comunità. Per questa ragione il futuro del dibattito migratorio dovrebbe essere costruito meno sugli slogan e più sui dati. E i dati mostrano con chiarezza che, finché esisteranno profonde differenze economiche e sociali tra le due sponde del Mediterraneo, i flussi migratori continueranno a rappresentare una delle grandi questioni del nostro tempo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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