L’articolo pubblicato da Prima Stampa con il titolo “Immigrazione a Roma: costi, benefici e impatto sulla città” (link: https://www.primastampa.it/2026/06/06/immigrazione-a-roma-costi-benefici-e-impatto-sulla-citta/ )affronta il fenomeno migratorio attraverso una chiave di lettura che negli ultimi decenni è diventata quasi dominante nel dibattito pubblico europeo: quella economica. L’attenzione viene concentrata sui costi sostenuti dalla collettività, sui benefici prodotti dalla presenza degli stranieri, sul contributo al mercato del lavoro, sugli effetti per il sistema previdenziale e sull’impatto sui servizi pubblici.
Si tratta di un approccio certamente legittimo. Nessuno può negare che l’immigrazione produca effetti economici e che tali effetti meritino di essere analizzati. Tuttavia, proprio la centralità attribuita al dato economico rischia di determinare un errore di prospettiva che accompagna da anni gran parte del dibattito sull’immigrazione.
L’immigrazione viene infatti osservata come se fosse prevalentemente un fenomeno economico, mentre in realtà costituisce prima di tutto un fenomeno sociale, giuridico e politico.
Quando uno straniero entra nel territorio di uno Stato non entra semplicemente nel mercato del lavoro. Non diventa automaticamente un contribuente, un consumatore o una risorsa produttiva. Entra in una comunità organizzata, soggetta a regole, valori, tradizioni, modelli di convivenza e principi giuridici che definiscono l’identità stessa di quella collettività.
Per questa ragione la domanda fondamentale non può essere limitata a stabilire se l’immigrazione produca un saldo economico positivo o negativo.
Anche qualora si dimostrasse che l’immigrazione genera benefici superiori ai costi, rimarrebbe infatti irrisolta una questione che appare decisiva: tale immigrazione sta producendo integrazione?
La differenza tra i due approcci è molto più profonda di quanto possa apparire.
La prospettiva economicista tende a valutare lo straniero in funzione della sua utilità. L’attenzione si concentra sul lavoro svolto, sulle imposte versate, sui contributi previdenziali pagati e sulla partecipazione al sistema produttivo.
La prospettiva dell’integrazione, invece, pone una domanda diversa. Non chiede soltanto quale sia il contributo economico dello straniero, ma cerca di comprendere se egli stia effettivamente sviluppando un rapporto stabile con la comunità nella quale vive.
Si tratta di una distinzione che trova oggi un riscontro significativo anche nella giurisprudenza.
I recenti decreti emessi nel 2026 dal Tribunale di Bologna e dal Tribunale di Firenze in materia di protezione complementare mostrano chiaramente come i giudici non considerino sufficiente il mero inserimento lavorativo. In tali decisioni il lavoro rappresenta certamente un elemento importante, ma non costituisce il parametro esclusivo della valutazione.
I Tribunali attribuiscono rilievo alla conoscenza della lingua italiana, alla formazione professionale, alla continuità occupazionale, all’autonomia economica, alla stabilità abitativa, alle relazioni sociali sviluppate sul territorio e, più in generale, alla capacità del soggetto di costruire una vita privata effettiva all’interno della comunità nazionale.
L’elemento decisivo non è quindi l’utilità economica dello straniero, bensì il livello di integrazione raggiunto.
Questa impostazione merita particolare attenzione perché consente di comprendere uno dei principali limiti delle attuali politiche migratorie occidentali.
Da anni il dibattito si sviluppa attorno a due poli apparentemente contrapposti. Da un lato si discute di ingressi, quote, corridoi umanitari, visti e procedure di asilo. Dall’altro si discute di espulsioni, rimpatri, controlli alle frontiere e misure di contrasto all’immigrazione irregolare.
Molto più raramente viene affrontato il tema della permanenza.
Eppure è proprio la permanenza a rappresentare il vero nodo della questione migratoria.
Quali condizioni devono essere soddisfatte affinché uno straniero possa diventare parte integrante della comunità nazionale?
Quali elementi consentono di distinguere una semplice presenza sul territorio da un’effettiva integrazione?
Quale rapporto deve esistere tra diritti riconosciuti e doveri assunti?
Si tratta di interrogativi che non trovano risposta all’interno di una logica puramente economica.
La circostanza che uno straniero lavori o produca ricchezza non risolve automaticamente il problema dell’integrazione. La storia europea degli ultimi decenni dimostra come possano esistere fenomeni di marginalizzazione, radicalizzazione o isolamento sociale anche in presenza di inserimento lavorativo.
L’errore consiste dunque nel confondere l’integrazione con l’occupazione.
Il lavoro può costituire uno strumento di integrazione, ma non coincide con l’integrazione.
L’integrazione presuppone un processo più complesso che coinvolge la lingua, la cultura civica, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita collettiva e la costruzione di relazioni stabili all’interno della comunità ospitante.
Per questo motivo il dibattito sull’immigrazione dovrebbe progressivamente abbandonare una visione esclusivamente economicista e interrogarsi sulla capacità del sistema di trasformare l’ingresso in integrazione.
La vera questione non è stabilire se l’immigrazione costi o renda.
La vera questione è comprendere se essa produca comunità oppure semplice presenza.
Ed è probabilmente da questa distinzione che dipenderà il futuro delle politiche migratorie europee nei prossimi anni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

Protezione complementare e nuovo Patto UE: a Bologna un corso di formazione nel giorno dell’entrata in vigore dei regolamenti europei
Il 12 giugno 2026 si è svolto a Bologna, presso la Sala Consiliare “Rosario Angelo Livatino” del Quartiere Borgo Panigale-Reno, il corso di formazione giuridica dedicato a “La predisposizione della domanda di protezione complementare”, accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna con il riconoscimento di due crediti formativi.L’iniziativa ha assunto un significato particolare poiché…
Remigrazione e Riconquista: perché manca la parola più importante, integrazione
La manifestazione nazionale per la Remigrazione convocata a Roma rappresenta un fatto politico rilevante. Per la prima volta, infatti, una parte del mondo associativo e militante italiano porta apertamente nello spazio pubblico il tema della remigrazione come risposta alla crisi delle politiche migratorie. Occorre riconoscere un dato di realtà: il problema esiste. Dopo decenni di…
- La Corte Suprema italiana afirma que la integración debe contar en las decisiones de expulsión
- “Immigrazione a Roma: costi, benefici e impatto sulla città”: una prospettiva incompleta?
- Protezione complementare e nuovo Patto UE: a Bologna un corso di formazione nel giorno dell’entrata in vigore dei regolamenti europei
- Remigrazione e Riconquista: perché manca la parola più importante, integrazione
- Der italienische Kassationsgerichtshof sagt: Integration muss bei Abschiebungen berücksichtigt werden



Lascia un commento