L’articolo de Il Fatto Quotidiano (consultabile qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/21/remigrazione-modello-spagnolo-immigrazione-lavoro-oggi/8361860/) richiama il cosiddetto “modello spagnolo” come possibile riferimento nel dibattito sulla remigrazione.
Ma il punto va detto senza giri di parole.
La Spagna non ha costruito un modello.
Ha fatto una sanatoria.
E la sanatoria, per definizione, non è una politica strutturale. È un intervento straordinario che regolarizza situazioni esistenti senza incidere sui criteri di fondo del sistema.
Il problema, però, non è solo questo.
Il problema è come si regolarizza.
La sanatoria spagnola – come altre esperienze analoghe – interviene sulla presenza, ma non richiede un vero accertamento dell’integrazione. Non verifica in modo strutturato elementi essenziali come la stabilità lavorativa reale, la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole in un percorso continuativo.
Regolarizza.
Ma non seleziona.
Ed è qui che il sistema perde coerenza giuridica.
Perché se la permanenza sul territorio viene riconosciuta senza un collegamento a parametri oggettivi di integrazione, il diritto di soggiorno diventa, di fatto, sganciato da qualsiasi funzione ordinamentale.
Si passa da un sistema fondato su requisiti a un sistema fondato sulla presenza.
Questo approccio produce un effetto immediato: risolve situazioni individuali nel breve periodo.
Ma ne produce uno strutturale, molto più rilevante: invia il messaggio che l’integrazione non è necessaria per rimanere.
Ed è questo il punto che nel dibattito viene sistematicamente evitato.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la regolarizzazione non è esclusa, ma è subordinata a criteri chiari e verificabili. Non basta essere presenti. Occorre dimostrare un percorso: lavoro reale, inserimento sociale, rispetto delle regole.
Senza questo passaggio, ogni sanatoria diventa un fattore di ulteriore disallineamento del sistema.
Il confronto con la Spagna, quindi, è utile.
Ma solo per chiarire cosa non funziona.
Perché regolarizzare senza chiedere integrazione non è una soluzione.
È, al contrario, la conferma di un modello che ha rinunciato a governare il fenomeno e si limita, periodicamente, a prenderne atto.

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