Leggendo l’articolo de Il Foglio (“Geografia del Decreto Flussi: in alcune città va meglio che in altre”) disponibile al seguente link:
https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/04/20/news/geografia-del-decreto-flussi-in-alcune-citta-va-meglio-che-in-altre–277269
emerge una chiave di lettura interessante ma, ancora una volta, parziale: il funzionamento del Decreto Flussi varierebbe in base al territorio. In alcune città il sistema “funziona meglio”, in altre peggio.
È un’osservazione corretta sul piano empirico. Ma non coglie il punto decisivo.
Le differenze territoriali non sono la causa del problema. Sono il sintomo.
Quando un sistema amministrativo produce risultati profondamente diversi a seconda della provincia, della questura o della rete locale di intermediari, significa che non esiste un modello uniforme e governato. Significa che il sistema non è strutturato per funzionare in modo coerente, ma è lasciato all’adattamento locale.
In altre parole, non è il territorio che funziona meglio o peggio. È il sistema che non funziona in modo uniforme.
Il Decreto Flussi dovrebbe essere uno strumento di programmazione nazionale, fondato su criteri oggettivi e verificabili. Invece, ciò che emerge – e che l’articolo descrive indirettamente – è una frammentazione operativa: filiere locali più o meno efficienti, reti di intermediazione più o meno strutturate, capacità amministrative disomogenee.
Questo produce una conseguenza evidente: l’accesso al canale legale non dipende dalla reale domanda di lavoro, ma dalla posizione geografica e dalla rete di accesso al sistema.
Ma anche questa analisi, se ci si ferma qui, resta incompleta.
Il vero problema è a monte.
Il Decreto Flussi continua a fondarsi su un presupposto fragile: l’esistenza di un rapporto di lavoro genuino prima dell’ingresso. Tuttavia, come emerge nella prassi quotidiana, questo rapporto è spesso solo formale. E quando la base è debole, tutto il sistema diventa vulnerabile alle distorsioni locali.
È per questo che alcune aree “funzionano meglio”: non perché il sistema sia più efficiente, ma perché esistono meccanismi locali più rodati di accesso alla procedura, spesso intermediati e talvolta opachi.
Il rischio è evidente. La programmazione dei flussi non risponde più al fabbisogno economico nazionale, ma alla capacità di attivare canali locali di ingresso.
Anche qui, l’esperienza professionale è illuminante. Una quota significativa delle persone entrate tramite Decreto Flussi non riesce a consolidare il rapporto di lavoro e, nel tempo, si ritrova in una posizione amministrativa fragile, che sfocia in percorsi alternativi come la protezione complementare.
Questo dato dimostra che la vera frattura non è tra territori più o meno efficienti. È tra ingresso formale e realtà sostanziale del percorso migratorio.
La cosiddetta “geografia del Decreto Flussi” non è quindi una mappa dell’efficienza amministrativa. È la rappresentazione di un sistema che non è in grado di garantire uniformità, né controllo, né coerenza tra ingresso e integrazione.
Se il funzionamento cambia da città a città, significa che manca un criterio centrale di verifica e gestione.
E senza un criterio centrale, il sistema non governa i flussi: li distribuisce in modo diseguale.
Il punto, ancora una volta, è strutturale.
Finché il Decreto Flussi continuerà a basarsi su presupposti dichiarativi e su controlli deboli, ogni territorio svilupperà le proprie modalità operative. Alcune più efficienti, altre più lente, altre ancora più opache.
Ma il risultato non cambia.
Un sistema che funziona in modo diverso a seconda del luogo non è un sistema efficiente. È un sistema non governato.
E un sistema non governato, per definizione, non può essere lo strumento attraverso cui uno Stato regola l’immigrazione.

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