Leggendo l’articolo di Avvenire (“È una lotteria amministrativa a decidere quali lavoratori stranieri saranno regolarizzati”) disponibile al seguente link:
https://www.avvenire.it/attualita/e-una-lotteria-amministrativa-a-decidere-quali-lavoratori-stranieri-saranno-regolarizzati_107395
emerge una rappresentazione del Decreto Flussi come sistema caotico, dominato da casualità e da dinamiche quasi aleatorie. Una “lotteria amministrativa”, appunto.
La definizione è efficace sul piano comunicativo, ma giuridicamente fuorviante.
Non siamo di fronte a una lotteria. Siamo di fronte a un sistema che produce casualità perché costruito su presupposti non verificabili.
Il Decreto Flussi si fonda sull’idea che il rapporto di lavoro esista prima dell’ingresso e sia genuino. Ma nella prassi amministrativa questo rapporto è, nella maggior parte dei casi, solo dichiarato. Il controllo è formale, non sostanziale. E quando la base del sistema è una dichiarazione non verificata, l’esito non può che essere imprevedibile.
Quella che l’articolo definisce “lotteria” è, in realtà, l’effetto inevitabile di un modello che non governa il fenomeno, ma lo subisce.
Vi è poi un ulteriore equivoco che merita di essere chiarito. Il pezzo di Avvenire utilizza implicitamente il Decreto Flussi come se fosse uno strumento di regolarizzazione. Ma non lo è. Il Decreto Flussi nasce per consentire l’ingresso dall’estero, non per sanare situazioni già esistenti.
Quando il sistema viene percepito – e utilizzato – come canale di regolarizzazione, significa che ha già perso la propria funzione originaria.
Ed è esattamente ciò che accade nella realtà operativa.
Nella mia esperienza professionale, una quota largamente maggioritaria delle persone che successivamente presentano una domanda di protezione complementare è entrata in Italia proprio attraverso il Decreto Flussi. E nel corso del tempo emerge che il rapporto di lavoro alla base dell’ingresso non era genuino o non si è mai concretamente realizzato.
Questo dato cambia completamente la prospettiva.
Il problema non è che il sistema sia casuale. Il problema è che consente l’ingresso sulla base di presupposti deboli, e quindi genera inevitabilmente percorsi amministrativi alternativi: perdita del titolo di soggiorno, contenzioso, domande di protezione.
In questo senso, la “lotteria” non è l’anomalia del sistema. È il suo funzionamento ordinario.
Se si vuole davvero affrontare il tema, bisogna uscire dalla narrazione emergenziale e riconoscere che il nodo è strutturale: manca un collegamento reale tra ingresso, lavoro effettivo e permanenza nel territorio.
Senza questo collegamento, qualsiasi sistema di quote è destinato a produrre irregolarità.
Ed è qui che il dibattito dovrebbe spostarsi. Non sulla velocità delle procedure o sulla trasparenza dei click day, ma sulla veridicità dei presupposti su cui si fonda l’ingresso.
Perché un sistema che seleziona sulla base di dichiarazioni formali, e non di condizioni reali, non può governare l’immigrazione.
Può solo, inevitabilmente, trasformarla in una sequenza di procedure amministrative sempre più fragili.

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