L’articolo de Il Manifesto (consultabile qui: https://ilmanifesto.it/decreto-flussi-e-richieste-dasilo-linferno-amministrativo-dei-migranti) descrive una realtà che, per chi opera quotidianamente nel diritto dell’immigrazione, non rappresenta un’eccezione ma la regola.
Il dato centrale è chiaro: il sistema amministrativo non riesce a gestire in modo coerente il passaggio tra canali di ingresso e strumenti di regolarizzazione.
Il cosiddetto “inferno amministrativo” non è un’espressione giornalistica efficace ma esagerata. È, piuttosto, la fotografia di un sistema normativo frammentato, in cui le procedure non dialogano tra loro e finiscono per produrre effetti opposti rispetto a quelli dichiarati.
Il Decreto Flussi, in teoria, dovrebbe rappresentare il canale ordinario di ingresso per lavoro. Nella prassi, tuttavia, si trasforma spesso in un meccanismo inefficiente, caratterizzato da tempi incompatibili con le esigenze del mercato e da rigidità procedurali che ne limitano fortemente l’efficacia.
Il risultato è noto.
Soggetti che entrano – o cercano di entrare – attraverso il canale lavorativo si trovano bloccati in un limbo amministrativo. In assenza di soluzioni concrete, l’unico percorso percorribile diventa quello della protezione internazionale o, più frequentemente, della protezione complementare.
Non si tratta di un abuso del sistema.
Si tratta di un effetto sistemico.
Quando il canale ordinario non funziona, il sistema si sposta automaticamente su quello residuale. È una dinamica inevitabile, che non può essere affrontata con strumenti repressivi o con una lettura moralistica del fenomeno.
Il problema è a monte.
L’ordinamento continua a mantenere una separazione rigida tra canali di ingresso, status giuridico e percorsi di integrazione. Non esiste un meccanismo fluido che consenta di valorizzare il dato reale – lavoro, presenza sul territorio, inserimento sociale – all’interno della disciplina del soggiorno.
Ed è proprio questa rigidità a generare l’irregolarità.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il sistema viene ricostruito su basi diverse. Non più compartimenti stagni, ma un modello unitario in cui il criterio centrale è l’integrazione effettiva. Il lavoro regolare non è semplicemente un titolo di ingresso, ma un elemento che incide direttamente sulla permanenza.
In questo modo si elimina la necessità di ricorrere a strumenti indiretti.
Se un soggetto lavora, è integrato e rispetta le regole, il sistema deve riconoscerlo. Se questi presupposti mancano, deve essere altrettanto chiaro il percorso di uscita.
L’articolo coglie un problema reale, ma lo colloca ancora in una dimensione descrittiva.
Il punto, invece, è trarre le conseguenze.
Finché il Decreto Flussi resterà inefficace e le procedure continueranno a essere scollegate tra loro, l’“inferno amministrativo” non sarà un’eccezione da correggere, ma la struttura stessa del sistema.

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