Perché serve un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione

L’Italia ha un Ministero dell’Interno che si occupa di sicurezza, ordine pubblico e immigrazione. Ha un Ministero del Lavoro che si occupa di occupazione e politiche sociali. Ha un Ministero dell’Istruzione che gestisce la scuola e la formazione.

Eppure manca un soggetto istituzionale che abbia una responsabilità diretta su una delle questioni più importanti del nostro tempo: l’integrazione.

Da anni il dibattito pubblico è concentrato sugli ingressi, sulle quote dei decreti flussi, sulle richieste di asilo e sui rimpatri. Si discute continuamente di quante persone entrano nel Paese, ma quasi mai di ciò che accade dopo.

Chi verifica se l’integrazione sta funzionando?

Chi controlla se la conoscenza della lingua italiana sta migliorando?

Chi misura il rispetto delle regole e la partecipazione alla vita sociale ed economica del Paese?

Chi valuta il successo o il fallimento delle politiche di integrazione?

Oggi la risposta è semplice: nessuno.

Le competenze sono disperse tra ministeri, prefetture, regioni, comuni e numerosi enti pubblici. Il risultato è un sistema frammentato nel quale esistono molte responsabilità parziali ma nessuna responsabilità complessiva.

È per questo motivo che ritengo necessaria l’istituzione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.

L’obiettivo di questo nuovo dicastero non sarebbe quello di favorire l’immigrazione né quello di ostacolarla. Il suo compito sarebbe molto più semplice e molto più importante: verificare che il percorso di integrazione produca risultati concreti.

L’integrazione non può essere ridotta alla semplice presenza fisica sul territorio nazionale.

Una persona è realmente integrata quando conosce la lingua italiana, rispetta le leggi della Repubblica, condivide i principi fondamentali dell’ordinamento democratico e partecipa attivamente alla vita economica e sociale della comunità.

Per questo motivo il nuovo Ministero dovrebbe coordinare tutte le politiche pubbliche finalizzate all’integrazione, definire obiettivi misurabili e monitorare costantemente i risultati ottenuti.

Ma vi sarebbe anche una seconda funzione.

Quando il percorso di integrazione fallisce, lo Stato non può limitarsi ad ignorare il problema.

Occorre una strategia chiara, trasparente e rispettosa della dignità della persona.

Da qui nasce il concetto di ReImmigrazione.

La ReImmigrazione non deve essere intesa come una misura punitiva. Deve rappresentare uno strumento ordinato e regolato per favorire il ritorno nel Paese di origine di coloro che, pur avendone avuto la possibilità, non hanno intrapreso alcun percorso di integrazione.

Il Ministero dovrebbe quindi occuparsi anche di accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, programmi di reinserimento, assistenza al ritorno e gestione delle procedure di rientro volontario.

In altre parole, il compito dello Stato non dovrebbe essere soltanto quello di decidere chi entra.

Dovrebbe essere soprattutto quello di verificare chi si integra.

Per troppo tempo il dibattito politico ha parlato esclusivamente di immigrazione.

È arrivato il momento di costruire una politica dell’integrazione.

Ed è per questo che l’Italia dovrebbe dotarsi di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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