Negli ultimi anni il fenomeno migratorio è stato quasi sempre affrontato attraverso una lente riduttiva: quella economicista. Una visione che legge l’immigrazione come una semplice risposta funzionale al calo demografico e alla carenza di manodopera, trattando le persone come fattori produttivi e i flussi come variabili di compensazione. È un approccio che può apparire pragmatico, ma che oggi mostra tutti i suoi limiti strutturali.
L’Italia è entrata in una fase di contrazione demografica irreversibile nel breve periodo. La popolazione invecchia, la base in età lavorativa si riduce, la sostenibilità del welfare viene messa sotto pressione. In questo contesto, l’immigrazione viene sempre più spesso presentata come una necessità oggettiva. Ma riconoscere un bisogno demografico non significa accettare un modello privo di selezione, di condizioni e di responsabilità. Al contrario, proprio perché l’immigrazione diventa strutturale, essa deve essere governata e non subita.
Il primo errore dell’impostazione economicista è quello di separare artificiosamente ingresso e integrazione. Si ammette l’ingresso sulla base di esigenze produttive immediate, rinviando l’integrazione a un momento successivo e incerto, come se fosse un processo spontaneo. L’esperienza dimostra che non è così. L’integrazione non è automatica, non è garantita dal solo lavoro, e soprattutto non può essere lasciata alla buona volontà individuale senza un quadro di obblighi e verifiche.
Per questo, il superamento dell’immigrazione economicista implica anzitutto una selezione già all’ingresso. Lo Stato deve ammettere chi dimostra una concreta propensione all’integrazione, non solo chi risponde a un fabbisogno contingente del mercato del lavoro. Entrare in un ordinamento giuridico significa accettarne le regole, comprenderne i valori fondamentali, assumere un impegno che va oltre la dimensione economica. Consentire l’ingresso a chi non mostra alcuna disponibilità in tal senso equivale a costruire deliberatamente un problema futuro.
Il secondo errore, ancora più grave, è aver trasformato la permanenza in un fatto sostanzialmente irreversibile. Per anni si è accettato che, una volta entrati, si potesse restare indipendentemente dall’esito del percorso di integrazione. L’integrazione è stata raccontata come un obiettivo auspicabile, non come una condizione giuridica. Il risultato è oggi visibile: tensioni sociali crescenti, difficoltà evidenti nelle seconde generazioni, fenomeni di devianza giovanile che non possono più essere liquidati come episodi marginali. Sono segnali di un fallimento di sistema, non di singole storie individuali.
In questo quadro si colloca il paradigma della ReImmigrazione. Non come negazione dell’immigrazione, ma come suo governo razionale. La ReImmigrazione parte da un presupposto elementare, ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: la permanenza sul territorio non è un diritto automatico e incondizionato, bensì l’esito di un patto tra individuo e Stato. Chi entra lo fa perché è stato selezionato; chi resta lo fa perché dimostra, nel tempo, di essersi integrato in modo effettivo.
La ReImmigrazione non introduce una logica punitiva, ma una logica di equilibrio. Serve a evitare che l’immigrazione necessaria dal punto di vista demografico produca, nel medio e lungo periodo, una stratificazione stabile di persone formalmente presenti ma sostanzialmente estranee alla comunità giuridica. Senza questo correttivo, l’immigrazione rischia di diventare un fattore di disgregazione sociale proprio mentre lo Stato diventa più fragile.
È a questo punto che occorre chiarire una distinzione essenziale, troppo spesso confusa nel dibattito pubblico. ReImmigrazione non significa remigrazione. La remigrazione, intesa come ritorno generalizzato o su base identitaria, può avere una funzione simbolica o polemica, ma sul piano istituzionale è largamente inefficace. Non tiene conto della realtà giuridica e demografica di Paesi che dipendono già oggi da flussi migratori regolati e da una presenza straniera strutturale. In questo senso, la remigrazione appare più come una semplificazione ideologica che come una proposta di governo dei processi. Nel contesto attuale, risulta sostanzialmente futile.
La ReImmigrazione, al contrario, opera in modo selettivo, individuale e verificabile. Non colpisce categorie astratte, ma comportamenti concreti. Non guarda all’origine, ma al percorso. È uno strumento che consente allo Stato di recuperare credibilità e autorevolezza, riaffermando un principio semplice: l’integrazione non è una concessione facoltativa, ma una condizione della permanenza.
Se l’Italia ha davvero bisogno di immigrazione per reggere il proprio futuro demografico ed economico, allora ha ancora più bisogno di regole chiare e conseguenze certe. Senza integrazione obbligatoria, lo Stato perde capacità di governo, produce conflitto e delegittima se stesso. La ReImmigrazione non è una scorciatoia ideologica, ma una risposta realista a un problema reale.
Senza integrazione, lo Stato perde. E quando lo Stato perde, a perdere non è solo l’ordine pubblico, ma la possibilità stessa di un futuro sostenibile.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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