Dalla “cultura del congedo” al dovere d’integrazione: ciò che divide l’AfD dal Paradigma Integrazione o ReImmigrazione

Nel programma con il quale l’Alternative für Deutschland ha ottenuto in Sassonia-Anhalt un risultato elettorale prossimo al 44 per cento, la proposta di imprimere una svolta radicale alla politica migratoria non viene espressa soltanto attraverso l’annuncio di una «offensiva delle espulsioni», ma anche mediante una formula destinata a definire l’orientamento complessivo dell’azione amministrativa: la sostituzione della precedente Willkommenskultur, la cultura dell’accoglienza, con una Abschiedskultur, una cultura del congedo. Non si tratta di una semplice scelta terminologica, perché le parole attraverso le quali un governo descrive la presenza straniera contribuiscono a determinare le finalità assegnate ai servizi, al welfare, alla scuola, alla formazione linguistica e all’intero rapporto tra la persona immigrata e le istituzioni.

L’AfD individua una contraddizione reale. La cultura dell’accoglienza affermatasi in Germania soprattutto dopo il 2015 ha spesso rappresentato l’ingresso e la permanenza come parti di un processo tendenzialmente irreversibile, mentre il ritorno, pur formalmente previsto dall’ordinamento, è rimasto collocato ai margini dell’azione pubblica. La distanza tra gli ordini di lasciare il territorio e le partenze effettive, la durata delle procedure, le difficoltà nell’identificazione, la scarsa collaborazione di alcuni Paesi di origine e l’insufficiente capacità amministrativa hanno alimentato la percezione che il semplice arrivo producesse, con il trascorrere del tempo, una permanenza sostanzialmente definitiva.

Una politica migratoria credibile non può fondarsi su questa irreversibilità di fatto. Se lo Stato stabilisce condizioni per l’ingresso e il soggiorno, esamina le domande, riconosce le garanzie difensive e affida al giudice il controllo delle decisioni, deve essere capace di trarre conseguenze dall’esito del procedimento. Quando viene definitivamente accertato che una persona non possiede il diritto di rimanere e non ricorrono divieti di allontanamento, il ritorno non costituisce una violazione del sistema, ma il completamento della procedura. Lasciare ineseguita la decisione significa indebolire la funzione stessa delle norme e produrre un’ingiustizia nei confronti di chi ha rispettato le condizioni stabilite per entrare, soggiornare e stabilizzarsi.

Sotto questo profilo, la critica dell’AfD alla cultura dell’accoglienza non può essere respinta attraverso la semplice affermazione secondo cui ogni politica dei rimpatri sarebbe necessariamente ostile agli stranieri. Il problema posto è serio: un sistema che conosce soltanto l’ingresso e la permanenza, ma non è capace di organizzare il ritorno, non governa l’intero fenomeno migratorio. La crescita elettorale dell’AfD dimostra che una parte rilevante della società tedesca non considera più sufficiente una politica fondata sulla gestione indefinita delle presenze e pretende che le decisioni pubbliche tornino a essere effettive.

La risposta proposta dall’AfD presenta, tuttavia, un limite altrettanto evidente. Sostituire una cultura dell’accoglienza con una cultura del congedo significa capovolgere l’orientamento del sistema senza correggerne l’unilateralità. Nel primo caso la permanenza tende a essere considerata l’esito normale e il ritorno l’eccezione da evitare; nel secondo la partenza rischia di diventare l’orizzonte preventivo attraverso il quale l’amministrazione interpreta la presenza straniera, anche quando la persona è ancora titolare di un diritto di soggiorno e potrebbe rimanere stabilmente nel Paese.

Il problema non riguarda soltanto i principi, ma gli effetti concreti. Se l’amministrazione parte dal presupposto che il richiedente asilo, il titolare di una protezione temporanea o lo straniero in attesa della definizione della propria posizione debba probabilmente lasciare il territorio, può essere indotta a ridurre gli investimenti linguistici, formativi e lavorativi destinati a quella persona. La mancata integrazione diventa allora una conseguenza prevedibile dell’orientamento istituzionale: lo Stato non investe sul percorso perché ritiene probabile il ritorno e, successivamente, utilizza l’assenza di integrazione come conferma dell’opportunità della partenza.

Si crea così un circuito nel quale la cultura del congedo non si limita a organizzare il ritorno di chi non possiede il diritto di restare, ma rischia di ostacolare l’integrazione di chi, al termine del procedimento, sarà autorizzato a permanere. Quanto più lungo è il periodo trascorso nell’inattività, nell’assistenza o nella separazione sociale, tanto più difficile diventa recuperare successivamente le competenze linguistiche, l’autonomia economica e il rapporto con le istituzioni. Una politica pensata per evitare il radicamento può finire per produrre marginalità stabile proprio tra coloro che non potranno essere legittimamente allontanati.

Il medesimo rischio emerge quando il welfare viene utilizzato come leva per rendere più gravosa la permanenza. È legittimo controllare che le prestazioni pubbliche siano impiegate per le finalità alle quali sono destinate, limitare gli abusi e pretendere, quando le condizioni personali lo consentano, una partecipazione attiva ai percorsi di lingua, formazione e lavoro. Non è invece razionale ridurre indiscriminatamente l’autonomia economica nella speranza che il disagio induca alla partenza, soprattutto quando non sia ancora intervenuta una decisione definitiva sul diritto al soggiorno. La pressione economica non può sostituire il provvedimento amministrativo e la povertà non può diventare uno strumento surrettizio di espulsione.

La cultura dell’accoglienza e quella del congedo condividono, dunque, un errore di fondo: entrambe tendono a predeterminare l’esito prima della verifica della posizione e del percorso individuale. La prima presume che la permanenza debba progressivamente consolidarsi; la seconda orienta il sistema verso il ritorno. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione supera entrambe perché non assume in anticipo né la permanenza né la partenza, ma costruisce un procedimento nel quale l’esito dipende dal titolo giuridico, dagli strumenti messi a disposizione, dalla partecipazione della persona e dalla traiettoria effettivamente realizzata.

Il punto di partenza del Paradigma Integrazione o ReImmigrazione è il dovere d’integrazione. Chi viene autorizzato a vivere all’interno di una comunità politica non può considerare la permanenza come una condizione completamente separata dal rapporto che costruisce con quella comunità. Deve apprendere la lingua, conoscere le istituzioni, rispettare l’ordinamento, garantire l’istruzione dei figli, perseguire l’autonomia economica secondo le proprie capacità e partecipare seriamente ai percorsi predisposti. L’integrazione non rappresenta un favore facoltativo offerto dallo straniero alla società ospitante, ma una responsabilità correlata alla stabilizzazione della presenza.

Questa affermazione differenzia il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione anche dalle concezioni secondo cui qualsiasi richiesta d’integrazione costituirebbe una forma di assimilazione o di discriminazione. Ogni comunità politica possiede il diritto di preservare le condizioni minime della propria coesione e di pretendere che chi vi entra stabilmente riconosca un nucleo comune composto dalla lingua, dalla Costituzione, dalla legalità, dalla dignità della persona, dall’eguaglianza tra uomo e donna, dalla libertà religiosa e dal rispetto dell’ordinamento democratico. Nessuna società può sopravvivere se rinuncia a definire ciò che tiene insieme i propri membri.

Il dovere d’integrazione non autorizza, però, lo Stato a pretendere l’abbandono delle identità lecite. La lingua familiare, le convinzioni religiose, le tradizioni, l’alimentazione e le forme di appartenenza culturale possono essere conservate quando risultino compatibili con la legge e con i diritti fondamentali. L’integrazione riguarda il rapporto pubblico e giuridicamente rilevante con la comunità, non la completa uniformazione della vita privata. Il confine deve essere tracciato dalla Costituzione e non dalle preferenze culturali della maggioranza politica del momento.

L’AfD riconosce a sua volta una responsabilità individuale, descrivendo l’integrazione come una Bringschuld, vale a dire come un dovere che la persona immigrata deve adempiere. Questa impostazione contiene un elemento corretto, perché nessuna istituzione può apprendere la lingua al posto dell’individuo, frequentare un percorso formativo in sua vece o sostituirsi alla sua volontà di partecipare. Il limite emerge quando la responsabilità personale viene separata da quella istituzionale e l’integrazione viene descritta come un adattamento che lo straniero dovrebbe realizzare autonomamente davanti a una società che si limita ad attenderne il risultato.

Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione introduce invece una responsabilità asimmetrica. Lo Stato controlla l’organizzazione dei corsi, l’accessibilità dei servizi, le procedure amministrative, il riconoscimento delle qualifiche, le politiche abitative e una parte rilevante delle condizioni necessarie all’inserimento; la persona controlla il proprio impegno, la partecipazione, l’apprendimento e il rispetto delle regole. La responsabilità del risultato deve essere attribuita in relazione alla concreta possibilità di governare ciascuna condizione.

Per questa ragione, prima di qualificare una situazione come rifiuto dell’integrazione, occorre verificare se lo strumento fosse formalmente disponibile, concretamente accessibile e adeguato. Un corso di lingua incompatibile con gli orari di lavoro o irraggiungibile dal luogo di residenza esiste amministrativamente, ma non costituisce necessariamente un’opportunità effettiva. Nello stesso tempo, quando lo Stato abbia predisposto un percorso accessibile e la persona lo rifiuti reiteratamente senza una ragione giustificata, la responsabilità individuale torna a essere pienamente rilevante.

Il dovere d’integrazione deve essere accompagnato da una misurazione periodica, ma questa non può ridursi a un punteggio rigido o a un certificato di conformità culturale. La conoscenza linguistica, l’attività lavorativa, l’autonomia, la formazione, il rapporto con le istituzioni, la frequenza scolastica dei figli, la partecipazione sociale e il rispetto delle regole devono essere osservati nel loro insieme e nella loro evoluzione temporale. L’obiettivo consiste nel ricostruire la traiettoria della persona, distinguendo un percorso in evoluzione da una condizione di stallo, una fragilità oggettiva da un rifiuto consapevole.

La differenza tra la cultura del congedo e il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione appare ancora più chiaramente nella posizione di chi ha diritto di restare. Se la persona è titolare di protezione, dispone di un permesso valido, rispetta la legge e partecipa al percorso d’integrazione, l’amministrazione deve favorirne l’autonomia e il radicamento, non mantenerla in una condizione di precarietà per preparare una partenza ipotetica. Chi si integra deve poter consolidare la propria permanenza e non può essere considerato indefinitamente un ospite provvisorio.

La ReImmigrazione interviene soltanto quando, all’esito della verifica, la permanenza non può essere ulteriormente sostenuta secondo le condizioni stabilite dall’ordinamento. Ciò può avvenire perché il titolo è venuto meno, la domanda di protezione è stata definitivamente respinta oppure, nei limiti che una futura disciplina dovrà definire con estrema precisione, perché sia stato accertato un rifiuto consapevole e ingiustificato degli obblighi d’integrazione. Anche in queste ipotesi devono essere rispettati il principio di non-refoulement, la tutela della vita familiare, l’interesse superiore del minore, le condizioni di salute e il controllo giurisdizionale.

Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione non utilizza dunque la complessità giuridica per impedire qualsiasi ritorno. Quando l’obbligo di lasciare il territorio sia definitivo, individualmente motivato e compatibile con i diritti fondamentali, lo Stato deve essere capace di eseguirlo. Il ritorno volontario assistito deve essere organizzato come una possibilità concreta, con forme di sostegno e reinserimento nel Paese di origine; quando la persona non vi aderisca, l’esecuzione coattiva deve poter essere realizzata da autorità civili specializzate, nei limiti della legge e sotto il controllo del giudice.

Ne deriva una differenza essenziale anche rispetto al linguaggio. Parlare di «offensiva», di «campagna» o di «cultura del congedo» tende a rappresentare l’amministrazione come una forza impegnata a ridurre una presenza collettiva. Parlare di Paradigma Integrazione o ReImmigrazione significa invece descrivere una responsabilità reciproca, sebbene asimmetrica, nella quale lo Stato deve costruire le condizioni dell’integrazione, la persona deve utilizzarle e l’esito deve essere determinato sulla base di elementi individuali verificabili. Non esiste un gruppo da congedare, ma una pluralità di posizioni che devono essere esaminate separatamente.

Questa distinzione assume una rilevanza decisiva per le seconde generazioni e per i cittadini di origine straniera. La cultura del congedo, quando perde il proprio collegamento con lo status giuridico, rischia di proiettare una condizione di provvisorietà anche su persone nate, cresciute e scolarizzate nel Paese oppure divenute cittadine secondo le regole dell’ordinamento. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione deve opporre a questa deriva un limite invalicabile: la cittadinanza determina l’appartenenza giuridica allo Stato e non può essere degradata sulla base dell’origine, della genealogia, del cognome o della doppia cittadinanza.

Per le seconde generazioni il problema non consiste nell’organizzare il ritorno, ma nel verificare se la società abbia consentito una piena integrazione sostanziale. Occorre misurare l’accesso alla scuola, all’università, al lavoro qualificato, alla mobilità sociale e alla partecipazione civica, evitando che i figli ereditino stabilmente la marginalità dei genitori. Una politica che continua a considerare queste persone come potenzialmente destinate al congedo non soltanto viola la loro appartenenza, ma contribuisce a produrre la separazione che afferma di voler contrastare.

L’AfD ha compreso che la cultura dell’accoglienza, quando diventa una giustificazione della permanenza priva di condizioni e del ritorno ineffettivo, non risponde più alla domanda di governo dell’immigrazione proveniente da una parte consistente della società. Questo rilievo deve essere preso sul serio. Non ne consegue, tuttavia, che la soluzione debba consistere nel sostituire l’accoglienza con il congedo, perché una società non può organizzare la presenza di milioni di persone partendo dal presupposto che esse debbano tendenzialmente andarsene.

Il vero superamento della cultura dell’accoglienza non è la cultura del congedo, ma una cultura della responsabilità. Lo Stato deve stabilire condizioni chiare, predisporre strumenti reali, misurarne l’efficacia ed eseguire le proprie decisioni; la persona deve partecipare, apprendere, rispettare le regole e costruire una relazione con la comunità. Quando il percorso riesce, la permanenza deve diventare stabile; quando fallisce per responsabilità delle istituzioni, queste devono correggere la propria azione; quando viene consapevolmente rifiutato e l’ordinamento non riconosce più un diritto di soggiorno, deve intervenire la ReImmigrazione.

La sequenza proposta dal Paradigma Integrazione o ReImmigrazione evita quindi entrambe le semplificazioni: ingresso seguito da permanenza sostanzialmente automatica, oppure presenza orientata preventivamente verso il ritorno. Tra l’arrivo e la partenza esiste il tempo nel quale si costruisce l’integrazione, e proprio quel tempo rappresenta la parte che né la cultura dell’accoglienza né quella del congedo riescono a governare adeguatamente.

La contrapposizione decisiva non è pertanto tra accogliere e congedare, ma tra lasciare la permanenza priva di condizioni e costruire un percorso verificabile. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione non promette che tutti rimarranno e non presume che tutti dovranno partire. Stabilisce ciò che deve avvenire prima che l’esito venga deciso: ingresso governato, dovere d’integrazione, strumenti concretamente accessibili, partecipazione individuale, misurazione della traiettoria e attribuzione delle responsabilità. Soltanto al termine di questa sequenza l’alternativa diventa legittima, comprensibile ed eseguibile: Integrazione o ReImmigrazione.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE numero 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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