Il 15 settembre 2026 il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha annunciato una nuova politica di restrizione dei visti nei confronti di cittadini stranieri ritenuti responsabili o complici dell’adozione e dell’attuazione, in Sudafrica, di leggi e politiche che Washington considera fondate sulla discriminazione razziale, sull’espropriazione senza indennizzo o sull’incitamento alla violenza contro minoranze etniche. Il comunicato del Dipartimento di Stato non indica nomi né quantifica i destinatari: non è un divieto generale rivolto ai cittadini sudafricani, ma una misura selettiva la cui applicazione concreta resta ancora da conoscere.
Il dato più rilevante è il mutamento di funzione del visto. Il titolo d’ingresso non viene utilizzato soltanto per valutare sicurezza, finalità del viaggio o rischio migratorio, ma diventa uno strumento di pressione diplomatica su decisioni adottate da un altro Stato. La frontiera statunitense viene così proiettata all’esterno: non colpisce una condotta commessa negli Stati Uniti, bensì la responsabilità politica o amministrativa attribuita alla persona nel proprio Paese.
La base richiamata da Washington è la sezione 212(a)(3)(C) dell’Immigration and Nationality Act. Essa consente al segretario di Stato di considerare inammissibile lo straniero quando vi siano ragionevoli motivi per ritenere che il suo ingresso o le attività proposte possano produrre conseguenze potenzialmente gravi per la politica estera degli Stati Uniti. Secondo la ricostruzione della testata sudafricana Business Day, la restrizione potrà raggiungere anche determinati familiari. La natura individuale della misura non elimina, tuttavia, la necessità di criteri riconoscibili e di elementi sufficienti a distinguere la responsabilità personale dalla semplice appartenenza a un’amministrazione.
Il provvedimento si inserisce nel percorso aperto dall’Executive Order 14204 del 7 febbraio 2025. In quell’atto la Casa Bianca aveva contestato l’Expropriation Act sudafricano, sospeso parte dell’assistenza al Paese e disposto di favorire il reinsediamento negli Stati Uniti degli afrikaner ritenuti vittime di discriminazione. La nuova politica sui visti trasforma quella posizione politica in una conseguenza direttamente applicabile alle persone.
Pretoria offre una lettura opposta. Il governo sudafricano sostiene che la riforma fondiaria serva a correggere la disuguaglianza nella proprietà della terra ereditata dall’apartheid e che la legge non autorizzi confische arbitrarie. La ricostruzione di Reuters ricorda inoltre che il presidente Cyril Ramaphosa ha respinto l’idea di una persecuzione sistematica della minoranza bianca. La stessa norma viene dunque descritta da Washington come discriminazione e da Pretoria come riequilibrio costituzionale.
È precisamente questa contraddizione a rendere il caso importante per il diritto dell’immigrazione. Un conflitto sulla politica interna sudafricana viene trasferito nel procedimento consolare statunitense, dove l’accesso al territorio può dipendere da una valutazione di politica estera. Non occorrono, almeno in astratto, una condanna penale o un provvedimento di espulsione: è sufficiente che l’autorità statunitense colleghi l’ingresso della persona a conseguenze diplomatiche ritenute gravi.
La scelta mirata è più circoscritta di un bando per nazionalità, ma la sua legittimazione dipenderà dalla precisione dell’applicazione. Senza l’indicazione dei destinatari, della durata e degli standard probatori, oggi è possibile valutare l’annuncio ma non ancora i risultati. Una sanzione individuale può evitare la penalizzazione indiscriminata di un’intera popolazione; se però i criteri restano opachi, il visto rischia di trasformarsi da strumento amministrativo in giudizio politico non verificabile.
Il confine può proteggere la sicurezza e perseguire interessi di politica estera, ma non dovrebbe sostituire la diplomazia né cancellare la responsabilità individuale. Il punto non è se gli Stati possano scegliere chi ammettere: è come quella scelta venga motivata, delimitata e resa coerente con lo Stato di diritto. Quando il visto diventa una sanzione, la trasparenza non è un dettaglio procedurale; è ciò che separa una misura mirata da una esclusione arbitraria.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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