Mese: Gennaio 2026

  • La violenza non è dissenso: solidarietà alla Polizia e difesa dello Stato di diritto

    Per giorni, nel dibattito pubblico italiano ed europeo, si è discusso — spesso in modo aspro — dei modelli di controllo dell’immigrazione adottati in altri ordinamenti, in particolare di strutture specializzate come l’ICE statunitense.
    Il confronto è stato in larga parte impostato sui rischi di eccesso repressivo, sui limiti dell’azione di polizia e sulle garanzie dei diritti fondamentali.

    Oggi, però, le immagini che circolano in rete mostrano uno scenario che impone una riflessione diversa: un agente accerchiato e colpito brutalmente durante disordini di piazza.
    E va chiarito subito un punto, per onestà intellettuale e rigore del discorso pubblico: queste violenze non risultano essere state poste in essere da immigrati.

    @giorgiameloni_ufficiale

    Quanto accaduto oggi a Torino, durante il corteo degli antagonisti contro lo sgombero dello stabile Askatasuna, è grave e inaccettabile. Uno sgombero legittimo di un immobile occupato illegalmente è stato usato come pretesto per scatenare violenze, incendi, lanci di bombe carta e aggressioni organizzate, fino a colpire un blindato della Polizia. Le immagini dell’agente aggredito parlano da sole: non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato. A farne le spese sono state le Forze dell’ordine, costrette a fronteggiare una vera guerriglia urbana, e alcuni giornalisti, aggrediti mentre svolgevano il loro lavoro. A loro va la mia piena solidarietà, insieme a quella ai cittadini danneggiati, che hanno pagato il prezzo di una violenza cieca e deliberata. Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni. Il Governo ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l’impunità. Ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende. Difendere la legalità non è una provocazione: è un dovere. Lo Stato non arretra di fronte alla violenza di finti rivoluzionari abituati all’impunità e sta, senza ambiguità, dalla parte di chi indossa una divisa, di chi fa informazione e di chi rispetta le regole della convivenza civile.

    ♬ suono originale – Giorgia Meloni

    Il problema, dunque, non è l’identità anagrafica degli aggressori, ma la dinamica stessa dell’aggressione: colpire un appartenente alle forze dell’ordine con tale ferocia mentre svolge il proprio servizio riguarda la capacità dello Stato di esercitare l’autorità legittima e di garantire l’ordine pubblico, a prescindere da chi ne sia responsabile.

    È in questo quadro che torna centrale il tema degli apparati di enforcement, della protezione istituzionale di chi è chiamato ad applicare le decisioni pubbliche e dell’effettività delle regole.
    Non per comprimere le garanzie — che restano imprescindibili — ma per evitare che l’assenza di strumenti adeguati produca un vuoto operativo nel quale la violenza prende il posto del confronto democratico.

    Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” che porto avanti da tempo, il punto resta fermo: le politiche migratorie non possono fondarsi solo su dichiarazioni di principio, ma richiedono strutture amministrative e di polizia capaci di agire con specializzazione, continuità e controllo giurisdizionale.
    Integrazione significa lavoro, lingua e rispetto delle regole; ReImmigrazione significa esecuzione delle decisioni quando quei presupposti vengono meno. Entrambe presuppongono un apparato pubblico autorevole e tutelato.

    Le immagini di Torino spostano dunque il baricentro del dibattito: dalla polemica astratta su modelli stranieri alla constatazione concreta che uno Stato che non protegge i propri agenti e non garantisce l’ordine pubblico rinuncia, di fatto, a governare i fenomeni complessi — immigrazione compresa.

    Solidarietà piena agli uomini e alle donne della Polizia feriti in servizio.
    Condanna netta per ogni forma di violenza politica o di piazza.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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  • Migration, staatliche Souveränität und Rechtsdurchsetzung: das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“

    Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts „Integrazione o ReImmigrazione“.
    Mein Name ist Fabio Loscerbo, ich bin ein italienischer Rechtsanwalt im Bereich des Migrationsrechts.

    In diesem Podcast befasse ich mich mit Migration aus einer juristischen und institutionellen Perspektive. Ziel ist es, die Debatte von rein ökonomischen oder moralischen Betrachtungen zu lösen und sie wieder in den Rahmen des öffentlichen Rechts, der staatlichen Souveränität und der Wirksamkeit rechtlicher Entscheidungen einzuordnen.

    Das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“ ist aus genau diesem Ansatz heraus entstanden. Es ist wichtig, von Beginn an klarzustellen, dass dieses Paradigma nicht mit dem Begriff der „Remigration“ gleichzusetzen ist, wie er teilweise im politischen Diskurs, auch im deutschen Kontext, verwendet wird. ReImmigrazione ist kein übersetzter Begriff und keine ideologische Kategorie, sondern ein juristisch-institutionelles Konzept, das auf Individualentscheidungen, rechtsstaatlichen Verfahren und gerichtlicher Kontrolle beruht.

    Im Rahmen des Paradigmas „Integrazione o ReImmigrazione“ ist Integration die Voraussetzung für einen rechtmäßigen Aufenthalt. Integration wird dabei nicht ausschließlich als wirtschaftliche Teilhabe verstanden, sondern als rechtliche Beziehung zwischen Individuum und Staat, die sich im Respekt vor der Rechtsordnung, den grundlegenden Regeln des Zusammenlebens und der Anerkennung staatlicher Autorität manifestiert. Wo diese Integration nicht stattfindet, bezeichnet ReImmigrazione einen geordneten, rechtlich strukturierten Rückkehrprozess, der mit den Prinzipien des Rechtsstaats vereinbar ist.

    Ein zentrales strukturelles Defizit vieler europäischer Staaten liegt in der fehlenden institutionellen Durchsetzungskraft des Migrationsrechts. Migration wird überwiegend durch Verwaltungsbehörden gesteuert, die für Antragsbearbeitung und Dokumentation zuständig sind, jedoch nicht über die notwendigen operativen Mittel verfügen, um territoriale Kontrolle auszuüben oder Rückkehrentscheidungen effektiv zu vollziehen.

    Gerade vor diesem Hintergrund ist der Blick auf das US-amerikanische Modell und insbesondere auf die Rolle der Immigration and Customs Enforcement (ICE) von besonderer analytischer Bedeutung. In den Vereinigten Staaten wird Migrationskontrolle als Bestandteil der inneren Sicherheit verstanden und einer föderalen Polizeibehörde übertragen, die über klare Einsatzbefugnisse, eine institutionelle Verantwortlichkeit und eine Einbindung in das Justizsystem verfügt.

    Das Ereignis in Minneapolis vom 24. Januar 2026, das breite mediale Aufmerksamkeit erfahren hat, ist innerhalb dieses institutionellen Rahmens zu betrachten. Die Bewertung individueller Handlungen obliegt – zu Recht – den Gerichten. Aus systemischer Sicht verdeutlicht der Fall jedoch einen grundlegenden Punkt: Migrationskontrolle ist eine hoheitliche Staatsfunktion und keine bloße Verwaltungstätigkeit. Sie kann nicht auf struktureller Ebene delegitimiert werden, ohne die Durchsetzungsfähigkeit des Rechts insgesamt zu beeinträchtigen.

    In der europäischen Diskussion wird diese Dimension häufig ausgeblendet. Der Fokus liegt auf Integration und sozialer Teilhabe, während die Frage der Rechtsdurchsetzung in den Hintergrund tritt. Die Folge ist ein System, in dem Normen formal bestehen, ihre tatsächliche Anwendung jedoch unzureichend bleibt – mit negativen Auswirkungen auf Rechtssicherheit, staatliche Autorität und letztlich auch auf die Glaubwürdigkeit von Integrationspolitik.

    Das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“ beruht auf einer zentralen rechtsstaatlichen Erkenntnis: Ohne Vollzug verliert das Recht seine normative Wirkung. Integration ist nicht allein ein sozialer Prozess, sondern ein rechtlich relevanter Status, der Rechte und Pflichten begründet. Scheitert dieses Verhältnis, muss der Staat über legitime institutionelle Instrumente verfügen, um zu handeln.

    Aus diesem Grund ist die Existenz einer spezialisierten Migrationspolizei keine politische Option, sondern eine institutionelle Notwendigkeit. Das Beispiel der ICE zeigt, dass eine solche Struktur innerhalb eines Rechtsstaats bestehen kann, unter gerichtlicher Kontrolle steht und dennoch die effektive Anwendung des Migrationsrechts gewährleistet.

    Die zentrale Frage für Deutschland, Italien und Europa insgesamt ist daher nicht ideologischer, sondern institutioneller Natur: Soll Migration weiterhin primär als Verwaltungsproblem behandelt werden, oder sind die Staaten bereit, die notwendigen Instrumente zu schaffen, um ihren rechtlichen Entscheidungen tatsächliche Wirksamkeit zu verleihen?

    Genau mit dieser Frage befasst sich das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“.

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  • Lawful Presence as a Legal Process

    Welcome to a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.
    I am Attorney Fabio Loscerbo.

    Once the distinction between entry and permanence is restored, a necessary consequence follows: lawful presence cannot be understood as a fixed status. It must be understood as a legal process. Treating lawful stay as something static has been one of the main reasons why immigration systems have become rigid, incoherent, and ultimately incapable of governing reality.

    A legal process unfolds over time. It involves conditions that must be met, obligations that must be respected, and evaluations that must be carried out. Lawful presence fits exactly into this structure. It is not a snapshot. It is a sequence of authorizations, verifications, and renewals that together define the relationship between the individual and the State.

    However, in many immigration systems, lawful presence has been transformed into a quasi-permanent condition. Permits are renewed almost automatically, evaluations are formal rather than substantive, and time itself becomes the decisive factor. The longer someone stays, the stronger their position becomes, regardless of whether the underlying conditions continue to exist. Law is replaced by accumulation.

    This approach creates a profound asymmetry. The individual’s position becomes increasingly solid, while the State’s capacity to intervene weakens over time. Any attempt to reassess the situation is perceived as disruptive or unjust, even when it is legally justified. As a result, authorities delay decisions, courts are pushed into emergency reasoning, and return is postponed until it becomes practically and politically impossible.

    Understanding lawful presence as a legal process reverses this dynamic. It reintroduces the idea that stay must be continuously justified, not simply inherited from the past. Each phase of the process requires confirmation that the legal and factual conditions are still met. This does not mean constant surveillance or instability. It means structured and predictable evaluation.

    This perspective also protects the individual. A process governed by law is preferable to one governed by tolerance. When conditions are clear, obligations are defined, and evaluations are foreseeable, the foreign national can understand what is required and adjust behavior accordingly. Uncertainty is replaced by responsibility.

    One of the most important implications of this approach is the concept of reviewability. Lawful presence must be reviewable in light of conduct, integration, and compliance. Reviewability does not negate rights. It ensures that rights are exercised within a framework of legality. Without reviewability, lawful presence turns into de facto permanence, even when the legal basis has eroded.

    The absence of reviewability also distorts the role of protection. Temporary or conditional forms of protection are often treated as if they were stepping stones to stabilization. Over time, their original function—to prevent specific legal violations such as refoulement—is overshadowed by an implicit promise of permanence. The protective measure becomes a surrogate residence status, detached from its legal purpose.

    By restoring lawful presence as a process, protection is placed back in its proper context. Protection prevents unlawful removal. It does not, by itself, produce a right to remain indefinitely. It operates within a broader legal relationship that remains subject to evaluation and, when necessary, conclusion.

    This is where the paradigm Integration or ReImmigration becomes operational. If lawful presence is a process, then integration is not a vague expectation but a legally relevant trajectory within that process. The State is entitled to assess whether integration is occurring in a substantive way, and the individual is responsible for demonstrating compliance with the conditions attached to stay.

    At the same time, this framework legitimizes early and proportionate decisions. Instead of allowing unresolved situations to accumulate for years, the State can intervene at defined stages. When conditions are no longer met, the process can be lawfully concluded before permanence becomes irreversible. This reduces conflict, litigation, and social tension.

    Viewing lawful presence as a legal process also has a systemic effect. It reconnects immigration law with general principles of administrative law: conditional authorizations, periodic review, proportionality, and due process. Immigration is no longer an exceptional field governed by improvisation, but a normal area of public law.

    In the next episode, we will examine one of the key instruments designed to structure this process: the integration agreement. We will analyze why integration must be framed as a legal obligation rather than as a political aspiration, and what happens when that obligation is emptied of substance.

    Thank you for listening.

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  • Complementary Protection and Integration: The Legal Laboratory of the “Integration or ReImmigration” Paradigm

    Good morning, I’m Avv. Fabio Loscerbo, and this is a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.

    Today I want to speak directly to a U.S. audience about a concept that may sound unfamiliar in American immigration law, but that is already fully operational in the Italian legal system: complementary protection as the only legal framework in which lawful stay is directly tied to integration.

    I start from a concrete decision issued by the Genoa Territorial Commission on December 18, 2025. I am not interested in the individual case as such, but in what that decision reveals about the structure of the law. In that case, refugee status and subsidiary protection were denied, yet removal was legally blocked under Article 19 of the Italian Immigration Act. Not because of humanitarian discretion, not because of vulnerability, and not because of conditions in the country of origin, but because the individual had reached a level of integration that made removal legally disproportionate.

    This is the key point. In Italy, complementary protection is the only legal institute where the right to remain is not based on a formal status, a visa category, or an external risk factor, but on integration itself. Integration is treated as a legal fact. It is assessed, measured, and weighed. Employment history, social ties, stability, and compliance with the rules of the host society are not political talking points; they are legally relevant elements.

    For an American audience, this is a significant difference. In the U.S. system, lawful presence is almost always linked to predefined statutory categories. Integration may matter in practice, but it is rarely the legal foundation of lawful stay. The Italian model shows a different possibility: a system in which remaining in the country is conditioned on demonstrated integration, rather than on indefinite tolerance or purely formal criteria.

    This is why I describe complementary protection as a legal laboratory. It is not a marginal or residual form of protection. It is the most advanced mechanism in the system, because it connects rights to responsibility. It makes a simple statement through legal means: if you integrate, your presence becomes legally protected; if you do not integrate, the system cannot justify your continued stay.

    From here emerges the paradigm “Integration or ReImmigration.” This is not a political slogan and not a call for harsher enforcement. It is the logical consequence of an integration-based legal model. If integration can justify lawful stay, then the absence of integration must logically lead to return. ReImmigration is not punishment, and it is not hostility toward migrants. It is the orderly outcome of a system that links residence to participation and accountability.

    The Genoa Commission’s decision makes this logic visible. It does not grant permanent settlement, and it does not weaken state authority. It simply recognizes that, at a certain point, integration reaches legal relevance and temporarily blocks removal. At the same time, it confirms that permanence is never automatic and never unconditional.

    This is the real debate that immigration law must face in the coming years, both in Europe and beyond. Not open borders versus closed borders, not compassion versus enforcement, but integration as a condition of lawful stay, and return as the natural consequence of non-integration. Italian complementary protection already operates on this principle. The law is ahead of the politics.

    If you want to explore these ideas further, you can read the full analyses on www.reimmigrazione.com or listen to the other episodes of the podcast Integration or ReImmigration.

    See you in the next episode.

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  • Refusal to Confirm Immigration Detention (Order of 23 January 2026):The Bologna Court of Appeal Reaffirms the Primacy of Effective Integration

    By an order issued on 23 January 2026, the Court of Appeal of Bologna, acting through a single judge, refused to confirm an immigration detention measure imposed by the police authorities on a foreign national held in an Italian immigration detention centre. The legal significance of the decision does not lie in an easy or sympathetic factual background. On the contrary, the individual concerned had a history of multiple and serious criminal convictions, including offences of considerable gravity.

    This element is crucial to understanding the broader implications of the ruling. In the United Kingdom, as in many other European jurisdictions, public debate often assumes that serious criminal convictions should automatically justify immigration detention and removal. The Bologna decision challenges that assumption, not on political or moral grounds, but through a strictly legal analysis rooted in constitutional principles.

    The court does not minimise the seriousness of the past criminal conduct. It expressly acknowledges it and incorporates it into its reasoning. What the court rejects is the automatic transformation of past convictions into present-day dangerousness. Under the Italian constitutional framework, which in this respect mirrors core principles familiar to common law systems, immigration detention is regarded as an exceptional interference with personal liberty. As such, it must be justified by current, concrete and individualised circumstances.

    The focus of the decision is therefore temporal as much as substantive. The criminal sentence had been fully served. During its execution, the competent judicial authorities had issued repeated positive assessments. No breaches had been recorded during periods of supervised liberty. At the time of the detention order, the individual was in stable employment and had established family ties. On this basis, the court concluded that there was no evidence of a present and concrete risk sufficient to justify continued detention.

    The legal reasoning is clear and uncompromising. Immigration detention cannot function as a hidden extension of criminal punishment. Once a sentence has been served, the coercive power of the state must find a new and autonomous legal justification. Without proof of present dangerousness, detention becomes disproportionate and unlawful.

    This is where the decision acquires particular relevance for a UK audience. It highlights a structural distinction that is often blurred in political discourse: the difference between individualised legal assessment and category-based exclusion. The court’s approach confirms that the rule of law does not permit deprivation of liberty on the basis of labels or past status alone. Liberty may be restricted only where necessity is demonstrated in the present.

    The ruling also clarifies the legal meaning of integration in this context. Integration is not treated as a reward or a discretionary concession, but as a factual and legally relevant condition. When integration is effective and no current threat is established, it operates as a legal limit on administrative power. Where integration fails, or where a present risk is shown, removal and detention remain available tools within the legal framework. What is excluded is automaticity.

    The broader lesson of the Bologna decision is that difficult cases are precisely those in which constitutional systems reveal their coherence. Upholding legal standards in situations involving serious criminal histories does not weaken public security. On the contrary, it reinforces it by ensuring that state power is exercised within clearly defined legal boundaries. The primacy of effective integration affirmed by the court is not an act of leniency, but a reaffirmation of due process as the foundation of legitimate migration control.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Bologna Bar
    Lobbyist registered in the EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

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  • Violencia juvenil, “baby gangs” y segundas generaciones: la integración como deber, no como excusa

    Buenos días, soy el abogado Fabio Loscerbo y este es un nuevo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Hoy quiero abordar un tema que está ocupando cada vez más espacio en el debate público italiano: la violencia juvenil, las llamadas baby gangs, el fenómeno que a menudo se etiqueta con el término “maranza” y la referencia constante a las segundas generaciones. Se trata de un debate intenso, cargado de emociones y, con frecuencia, ideológico, en el que las palabras sustituyen a la responsabilidad y los relatos prevalecen sobre las soluciones.

    El primer error que se comete es refugiarse en las etiquetas. Baby gangs, maranza, segundas generaciones: expresiones que dan la impresión de explicar la realidad, pero que en realidad sirven para evitar el problema central. La cuestión no es cómo llamamos a estos fenómenos. La cuestión es que existen comportamientos violentos, reiterados y a menudo colectivos, que afectan directamente al orden público y a la seguridad cotidiana de las personas.

    Una parte importante del discurso público explica estos episodios como consecuencia del malestar social, la marginalidad o una supuesta identidad negada. Este tipo de análisis puede ayudar a describir determinados contextos, pero se vuelve peligroso cuando se transforma en una justificación implícita. En un Estado de Derecho, la violencia nunca es una reacción aceptable. Las normas no son negociables en función del origen o de la experiencia personal. La responsabilidad individual sigue siendo la base de la convivencia civil.

    Un segundo error, de signo opuesto pero igualmente problemático, consiste en minimizar el fenómeno afirmando que las baby gangs no existen como categoría jurídica. Es cierto desde un punto de vista formal. Pero es irrelevante desde el punto de vista práctico. El Derecho no necesita etiquetas mediáticas para intervenir. El Derecho actúa sobre las conductas. Cuando un grupo, organizado o informal, comete agresiones, robos o actos de intimidación, esa conducta es jurídicamente relevante con independencia del nombre que se le atribuya. El debate terminológico se convierte así en una forma cómoda de aplazar decisiones difíciles.

    En el centro de este debate se encuentra una concepción distorsionada de la integración. La integración suele presentarse como un proceso emocional, como un sentimiento de pertenencia que debería surgir de manera espontánea si la sociedad es suficientemente inclusiva. Desde una perspectiva jurídica, esta visión no se sostiene. La integración no es un sentimiento. Es una condición. Es un proceso definido por obligaciones concretas: respeto de la ley, participación real en el sistema educativo, reconocimiento de la autoridad pública y rechazo de la violencia como forma de relación social.

    Cuando estos elementos faltan, no estamos ante una integración incompleta, sino ante una integración fallida. Es precisamente en este punto donde entra en juego el paradigma Integrazione o ReImmigrazione. No como eslogan ni como provocación, sino como un marco serio para gobernar los fenómenos migratorios y la estabilidad social.

    La lógica es sencilla y profundamente tradicional. Quien vive de forma estable en Italia lo hace dentro de un pacto jurídico y cívico. Ese pacto incluye derechos, pero también deberes. La integración no es automática ni incondicional. Debe verificarse a lo largo del tiempo. Cuando el proceso funciona, el Estado tiene el deber de apoyarlo y consolidarlo. Cuando fracasa de forma reiterada y estructural, el Estado debe tener el coraje de extraer las consecuencias necesarias.

    La ReImmigrazione no es un castigo moral ni una venganza social. Es la consecuencia jurídica del incumplimiento de las condiciones de permanencia. Es un instrumento que devuelve credibilidad a las instituciones públicas, porque deja claro que las normas no son opcionales y que la convivencia no puede basarse en excusas permanentes.

    Este paradigma tiene además una ventaja fundamental: evita tanto la absolución sociológica como la generalización identitaria. No se dirige contra el origen, la identidad o la pertenencia cultural. Se dirige contra la conducta. Premia a quienes respetan las normas e interviene cuando las normas se vulneran de forma sistemática.

    Desde esta perspectiva, seguridad e integración no son conceptos opuestos. La seguridad es la condición de la integración, y la integración lograda es la base de la estabilidad social. Seguir separándolas conduce a debates interminables, ricos en palabras pero pobres en soluciones.

    El fenómeno que hoy se denomina maranza, baby gangs u otros términos no debe ser ni negado ni dramatizado. Debe ser gobernado. Porque lo que puede ser gobernado puede ser resuelto. Pero para gobernar hacen falta reglas claras, obligaciones exigibles y consecuencias reales.

    Soy el abogado Fabio Loscerbo y este ha sido un nuevo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.
    Hasta la próxima.

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  • Immigration, souveraineté et effectivité du droit : le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione »

    Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast « Integrazione o ReImmigrazione ».
    Je suis l’avocat Fabio Loscerbo, avocat italien spécialisé en droit de l’immigration.

    Ce podcast a pour objectif d’aborder la question migratoire sous un angle juridique et institutionnel, en dépassant les lectures exclusivement économiques, sociales ou émotionnelles qui dominent encore largement le débat public en Europe, et en particulier en France et en Italie.

    Le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione » est né précisément de ce constat. Il vise à réintroduire, dans l’analyse du phénomène migratoire, des catégories fondamentales du droit public : la souveraineté de l’État, l’effectivité des décisions administratives et juridictionnelles, ainsi que le rapport juridique entre l’individu et l’ordre juridique de l’État d’accueil.

    Il est essentiel de préciser d’emblée que ce paradigme ne doit pas être confondu avec la notion de « remigration » telle qu’elle est parfois utilisée dans le débat politique européen, notamment dans certains contextes allemands. ReImmigrazione n’est pas un terme traduit et ne renvoie pas à une construction idéologique. Il s’agit d’un concept juridico-institutionnel, élaboré dans un cadre respectueux de l’État de droit, des garanties procédurales et du contrôle juridictionnel.

    Dans le cadre du paradigme « Integrazione o ReImmigrazione », l’intégration constitue la condition légitimant la permanence de l’étranger sur le territoire. Mais cette intégration ne se réduit pas à l’emploi ou à l’utilité économique. Elle implique le respect de l’ordre juridique, des règles fondamentales de la vie collective et l’adhésion aux principes qui structurent la communauté politique. Lorsque cette intégration fait défaut, ReImmigrazione désigne un processus de retour juridiquement structuré, individualisé et conforme aux garanties de l’État de droit.

    L’un des problèmes structurels que l’on observe aujourd’hui en Europe réside dans l’absence d’une véritable police de l’immigration. La gestion des migrations est largement confiée à des administrations civiles, compétentes pour l’instruction des dossiers et la production d’actes, mais dépourvues des moyens nécessaires pour assurer un contrôle effectif du territoire et l’exécution concrète des décisions de retour.

    C’est dans cette perspective que l’analyse du modèle américain, et notamment du rôle exercé par l’Immigration and Customs Enforcement, présente un intérêt particulier. Aux États-Unis, le contrôle de l’immigration est pleinement intégré au système de sécurité intérieure. Il est confié à une agence fédérale de police, dotée de compétences opérationnelles, d’une chaîne de commandement claire et soumise au contrôle des juridictions.

    L’événement survenu à Minneapolis le 24 janvier 2026, largement relayé par les médias, doit être appréhendé dans ce cadre institutionnel. Les éventuelles responsabilités individuelles relèvent, à juste titre, de l’appréciation des autorités judiciaires. Mais, d’un point de vue systémique, cet épisode rappelle un principe fondamental : le contrôle de l’immigration constitue une fonction publique de l’État, et ne saurait être réduit à une simple activité administrative.

    Dans le débat européen, cette dimension est souvent occultée. L’accent est mis sur l’accueil et l’insertion, tandis que la question de l’effectivité du droit est reléguée au second plan. Il en résulte un système où les normes existent formellement, mais où leur application demeure lacunaire, fragilisant à la fois l’autorité de l’État et la crédibilité même des politiques d’intégration.

    Le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione » repose sur une idée juridique simple : sans effectivité, le droit perd sa portée normative. L’intégration n’est pas uniquement un processus social ; elle constitue un rapport juridique entre l’individu et l’État, impliquant des droits mais aussi des obligations. Lorsque ce rapport ne se réalise pas, l’État doit disposer des instruments institutionnels nécessaires pour agir.

    Dans cette perspective, l’existence d’une police de l’immigration spécialisée ne relève pas d’un choix politique contingent, mais d’une exigence institutionnelle. L’exemple de l’ICE montre qu’un tel corps peut fonctionner à l’intérieur d’un État de droit, sous contrôle juridictionnel, tout en garantissant l’exécution effective des décisions publiques.

    La question qui se pose aujourd’hui à la France, à l’Italie et plus largement à l’Europe est donc avant tout institutionnelle : continuer à gérer l’immigration comme un phénomène purement administratif, ou se doter des outils nécessaires pour rendre effectives les décisions juridiques qui structurent l’ordre migratoire.

    C’est précisément cette réflexion que le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione » entend porter.

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  • Protection complémentaire et intégration : le laboratoire juridique du paradigme « Intégration ou RéImmigration »

    Bonjour, je suis l’Avocat Fabio Loscerbo et ceci est un nouvel épisode du podcast Intégration ou RéImmigration.

    Aujourd’hui, je souhaite m’adresser au public français pour analyser un thème central du droit italien de l’immigration, qui présente un intérêt comparatif évident avec le débat juridique et institutionnel en France : la protection complémentaire comme laboratoire juridique du paradigme “Intégration ou RéImmigration”.

    Je pars d’une décision concrète de la Commission territoriale de Gênes, rendue le 18 décembre 2025. Il ne s’agit pas ici de commenter un cas individuel, mais d’utiliser cette décision comme point d’osservation d’un mécanisme juridique plus profond. Dans cette affaire, la Commission refuse le statut de réfugié et la protection subsidiaire, mais active l’article 19 du droit italien de l’immigration, en reconnaissant que l’éloignement ne peut pas être exécuté. Pourquoi ? Non pas en raison d’une vulnérabilité abstraite ou d’un motif humanitaire générique, mais parce que le niveau d’intégration atteint par la personne concernée rend l’expulsion juridiquement disproportionnée.

    C’est là que se trouve le cœur du sujet. La protection complémentaire est aujourd’hui le seul dispositif de l’ordre juridique italien dans lequel le droit au séjour est directement fondé sur l’intégration. Non pas une intégration proclamée, ni idéologique, mais une intégration concrète, mesurable, objectivable : insertion sociale, parcours professionnel, stabilité relationnelle, respect des règles communes. Ce ne sont pas des intentions qui sont protégées, mais des faits.

    Pour un public français, cette approche mérite une attention particulière. En France, comme dans beaucoup d’États européens, l’intégration est souvent présentée comme un objectif de politique publique, parfois comme une condition morale, mais rarement comme un fondement juridique autonome du droit au séjour. Le modèle italien de la protection complémentaire montre autre chose : l’intégration peut devenir un critère juridique central, capable de limiter le pouvoir d’éloignement de l’État, sans pour autant l’annuler.

    C’est pour cette raison que je parle de laboratoire juridique. La protection complémentaire n’est pas une protection mineure ou résiduelle. Elle est, au contraire, l’instrument le plus avancé du système, parce qu’elle relie directement le droit de rester à la responsabilité individuelle. Celui qui s’intègre peut rester, parce que son intégration est devenue une donnée juridique pertinente. Celui qui ne s’intègre pas ne peut pas revendiquer une présence indéfinie sur le territoire.

    De cette logique découle naturellement le paradigme “Intégration ou RéImmigration”. Il ne s’agit pas d’un slogan politique ni d’une opposition idéologique entre ouverture et fermeture. Il s’agit d’une règle de cohérence juridique. Si l’intégration fonde le droit au séjour, l’absence d’intégration conduit nécessairement à l’autre issue possible : la RéImmigration. Non pas comme sanction, non pas comme punition, mais comme conséquence ordinaire d’un système fondé sur des droits et des devoirs.

    La décision de la Commission territoriale de Gênes illustre parfaitement cette cohérence. Elle ne confère pas un droit définitif au séjour et ne remet pas en cause la souveraineté de l’État. Elle constate simplement qu’à un moment donné, l’intégration atteint un seuil tel que l’éloignement devient juridiquement inadmissible. Protection et retour ne sont donc pas des logiques opposées, mais deux résultats possibles à l’intérieur d’un même cadre normatif.

    C’est exactement sur ce terrain que se jouera l’avenir du droit de l’immigration en Europe. Non pas entre accueil inconditionnel et rejet automatique, mais entre intégration réelle et RéImmigration organisée. La protection complémentaire montre que ce choix n’est pas idéologique, mais déjà inscrit dans le droit positif.

    Si tu souhaites approfondir ces réflexions, tu peux consulter les analyses publiées sur www.reimmigrazione.com ou écouter les autres épisodes du podcast Intégration ou RéImmigration.

    À très bientôt pour un nouvel épisode.

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  • No convalidación del internamiento (resolución de 23 de enero de 2026):la Corte de Apelación de Bolonia reafirma la primacía de la integración efectiva

    Mediante resolución dictada el 23 de enero de 2026, la Corte de Apelación de Bolonia, actuando en composición unipersonal, denegó la convalidación de una medida de internamiento administrativo acordada por la autoridad policial contra un ciudadano extranjero ingresado en un centro de internamiento para extranjeros. Se trata de una decisión jurídicamente relevante no por tratar un supuesto marginal, sino precisamente porque afecta a una persona con numerosos y graves antecedentes penales, incluidos delitos de carácter violento.

    Este dato es central para comprender el alcance de la resolución. En España, como en otros países europeos, la presencia de antecedentes penales graves en personas extranjeras genera un intenso debate público, que con frecuencia conduce a una conclusión aparentemente sencilla: quien ha cometido delitos graves debería ser automáticamente internado y expulsado. La resolución de la Corte italiana se aparta de esta lógica, no por razones ideológicas, sino por una aplicación estricta de los principios del Estado de Derecho.

    El tribunal no niega ni minimiza la gravedad de los hechos cometidos en el pasado. Al contrario, los menciona expresamente y los incorpora al análisis jurídico. Sin embargo, rechaza una equiparación automática entre antecedentes penales y peligrosidad actual. En el marco constitucional italiano —que en este punto presenta evidentes afinidades con los principios constitucionales españoles y europeos— el internamiento administrativo constituye una medida excepcional que afecta de manera directa a la libertad personal. Por ello, solo puede justificarse cuando exista una necesidad actual, concreta y debidamente motivada.

    El núcleo del razonamiento judicial se centra en la dimensión temporal. La pena impuesta había sido íntegramente cumplida. Durante su ejecución, las autoridades judiciales competentes habían emitido valoraciones reiteradamente positivas. No se habían detectado incumplimientos durante los períodos de libertad controlada y, además, concurrían elementos objetivos de arraigo, como una actividad laboral estable y la presencia de vínculos familiares en el territorio. A la luz de estos factores, la Corte concluyó que no existía una peligrosidad actual que permitiera legitimar el internamiento.

    La afirmación es jurídicamente contundente: el internamiento administrativo no puede convertirse en una sanción adicional encubierta, aplicada después de que la pena penal haya sido plenamente ejecutada. Un uso de este tipo sería incompatible con los principios fundamentales del ordenamiento constitucional, que exigen una clara separación entre la respuesta penal al delito y las medidas administrativas de control migratorio.

    Esta resolución permite, además, distinguir con claridad entre dos enfoques que a menudo se confunden en el debate público. Por un lado, un modelo basado en la alternativa entre integración y retorno, que exige una evaluación individualizada y actual de la situación de la persona. Por otro, una lógica de tipo “remigracionista”, entendida como la expulsión automática de categorías de personas definidas por su pasado penal. La decisión de la Corte de Apelación de Bolonia muestra con claridad que este segundo enfoque no es compatible con el marco jurídico vigente.

    La integración, tal como la concibe el tribunal, no es una concesión política ni un premio moral. Es un hecho jurídicamente relevante, susceptible de verificación y control judicial. Cuando la integración es efectiva y no se acredita una amenaza actual para el orden público, limita legítimamente el poder de la administración para privar de libertad a una persona. A la inversa, cuando dicha integración no existe o cuando se demuestra una peligrosidad actual, el retorno y la expulsión encuentran pleno fundamento en la ley.

    El alcance de esta resolución trasciende, por tanto, el caso concreto. Pone de manifiesto que los supuestos más complejos —aquellos que involucran antecedentes penales graves— son precisamente los que ponen a prueba la coherencia del Estado de Derecho. Mantener la exigencia de motivación individualizada y de actualidad del riesgo en estos casos no debilita la seguridad pública. Por el contrario, la refuerza, al asegurar que el ejercicio del poder coercitivo del Estado se mantenga dentro de límites jurídicos claros y controlables.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Abogado – Colegio de Abogados de Bolonia
    Representante de intereses inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • Immigration as an Economic Necessity?

    Why a Utilitarian Approach Undermines Integration, Legal Certainty, and Second-Generation Outcomes

    For a UK audience, an initial clarification is essential. ReImmigrazione is not a translated term and should not be confused with slogans such as “mass deportation” or ideological concepts of “remigration.” It is a legal–institutional paradigm, developed within the European constitutional framework, describing a specific outcome: the lawful return of migrants whose integration process, as required by law, has not been fulfilled.

    This clarification matters because the public debate on immigration—both in continental Europe and in the UK—remains heavily influenced by a single assumption: without immigration, the economy would struggle to function. Labour shortages would increase, key sectors would suffer, and public services would come under pressure. This argument is well known in the UK, where immigration has long been framed as economically necessary, particularly in sectors such as healthcare, construction, logistics, and hospitality.

    From a legal perspective, however, this utilitarian framing is structurally flawed.

    When immigration is justified primarily on economic grounds, the legal foundations of residence and permanence are weakened. Presence on national territory becomes legitimate because it is economically useful, rather than because it complies with legal standards of admission, conduct, and integration. Market demand gradually replaces legal criteria as the basis for legitimacy. Over time, this undermines legal certainty and weakens the credibility of immigration control itself.

    Neither UK immigration law nor European migration systems were designed as pure labour-allocation mechanisms. Residence, settlement, and access to rights are legally conditioned on compliance with rules, respect for public order, and increasingly on integration-related requirements. When economic need becomes the dominant justification, integration shifts from being a binding condition to a vague policy aspiration, lacking enforceable consequences.

    The ReImmigrazione paradigm addresses precisely this imbalance. It does not deny the economic contribution of migrants, nor does it ignore labour-market realities. What it does is reassert a fundamental principle of the rule of law: long-term residence must be grounded in lawful integration, not in economic convenience.

    In this framework, integration is not a cultural slogan or a moral expectation. It is a legally relevant process. Language proficiency, respect for the law, civic behaviour, and adherence to institutional norms are concrete and assessable elements. Where this process fails or is absent, continued residence lacks a legal foundation. Lawful return to the country of origin, carried out with due process and safeguards, is therefore not punitive but the normal consequence of unmet legal conditions.

    This point is particularly relevant in the UK context, where post-Brexit immigration policy has emphasised “control” and “points-based systems,” yet often struggles to articulate a coherent concept of integration beyond economic contribution. ReImmigrazione does not advocate collective removals or ideological exclusion. It operates strictly on an individual basis, through administrative decisions subject to legal review: refusal or revocation of residence status, return decisions, voluntary return schemes, and lawful removals in accordance with due process.

    In this sense, ReImmigrazione is not an alternative to liberal democracy. It is the enforcement of its legal framework.

    Persisting in an economic-only justification for immigration produces long-term consequences, particularly for second generations. When first-generation migrants are admitted and tolerated mainly because they are “needed,” without a clearly enforced integration framework, their children grow up within an ambiguous institutional environment. Inclusion becomes social rather than legal; belonging is felt but not clearly defined in terms of rights and responsibilities.

    The integration challenges faced by second generations are therefore not accidental. They are the predictable result of an institutional failure: a system that prioritises economic utility over legal coherence and replaces enforceable integration with tolerance. Over time, this weakens social cohesion and undermines trust in public institutions.

    For a UK audience, the core lesson is straightforward. Immigration systems that rely primarily on economic necessity while neglecting legally enforceable integration standards inevitably generate systemic inconsistency. The key question is not whether immigration supports the economy. The real issue is whether the legal system can clearly distinguish between integration-based settlement and temporary economic tolerance.

    ReImmigrazione offers a coherent answer: integration as the condition for stability, and lawful return as the consequence of its absence. This is not a radical proposal. It is a reaffirmation of legal certainty and institutional responsibility in migration governance.

    Failing to make this distinction does not prevent integration failure. It merely postpones it. And when that failure emerges at the level of second generations, the cost is no longer economic. It becomes institutional.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law
    Lobbyist – EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

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  • Protezione complementare e integrazione: il laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Buongiorno, io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo e questo è un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Oggi parliamo di un tema centrale, spesso frainteso, ma decisivo per capire dove sta andando il diritto dell’immigrazione in Italia: la protezione complementare come unico vero laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    Prendo le mosse da una decisione concreta, reale, della Commissione territoriale di Genova del 18 dicembre 2025. Non per commentare il singolo caso, ma perché quella decisione fotografa in modo estremamente chiaro una trasformazione profonda del nostro ordinamento. La Commissione nega lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria, ma attiva il meccanismo dell’articolo 19 del Testo Unico Immigrazione. E questo passaggio è tutt’altro che neutro. Significa che lo Stato riconosce che l’allontanamento non può avvenire, non per una generica vulnerabilità, non per ragioni umanitarie astratte, ma perché l’integrazione raggiunta dal soggetto ha ormai una rilevanza giuridica tale da rendere l’espulsione illegittima.

    Qui sta il punto. La protezione complementare è l’unico istituto del nostro ordinamento in cui la permanenza sul territorio non è fondata su un titolo formale, su un contratto, su un vincolo familiare o su un rischio nel Paese di origine. È fondata sull’integrazione. Un’integrazione concreta, verificabile, misurabile. Lavoro, relazioni sociali, stabilità abitativa, rispetto delle regole. Non dichiarazioni di principio, ma fatti.

    Ed è per questo che la protezione complementare non è una protezione “minore”, come spesso viene raccontata. È, al contrario, la forma più evoluta di regolazione giuridica della presenza dello straniero. Perché non sospende il potere dello Stato, non lo indebolisce, ma lo esercita in modo razionale. Dice una cosa molto semplice: chi si integra può restare, perché la sua presenza è ormai parte dell’ordine giuridico e sociale; chi non si integra non può rivendicare una permanenza indefinita.

    Da qui nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come slogan politico, ma come esito coerente del diritto positivo. La protezione complementare dimostra che l’integrazione non è un obiettivo retorico, ma un criterio giuridico. E se l’integrazione diventa il criterio, allora la ReImmigrazione non è una punizione, non è una ritorsione, ma la conseguenza fisiologica del mancato inserimento. È il percorso di risulta di un sistema che non promette accoglienza incondizionata, ma riconosce diritti in cambio di responsabilità.

    Questo è il passaggio che spesso manca nel dibattito pubblico. Si parla di integrazione come se fosse un valore morale, qualcosa di vago, di indefinito. In realtà, la protezione complementare ci dice che l’integrazione è già oggi una categoria giuridica operativa. L’unica, nel nostro ordinamento, capace di legare in modo diretto il diritto a restare al comportamento tenuto sul territorio.

    Ed è per questo che insisto nel dire che la protezione complementare è il laboratorio del futuro. Non perché risolva tutto, ma perché mostra una strada possibile. Una strada in cui lo Stato non rinuncia al controllo, ma lo esercita in modo selettivo e razionale. Una strada in cui restare non è un diritto automatico, ma una conseguenza dell’integrazione. E in cui tornare non è una sconfitta, ma l’esito naturale di un patto che non si è realizzato.

    Su questo terreno si gioca la vera partita dei prossimi anni. Non tra accoglienza e respingimento, ma tra integrazione reale e ReImmigrazione ordinata. La protezione complementare, piaccia o no, è già lì a dimostrarlo.

    Se vuoi approfondire questi temi, puoi leggere gli articoli su www.reimmigrazione.com, seguirmi sui miei canali o ascoltare gli altri episodi del podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Alla prossima puntata.

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  • Keine Bestätigung der Abschiebehaft (Entscheidung vom 23. Januar 2026): Das Berufungsgericht Bologna bekräftigt den Vorrang tatsächlicher Integration

    Mit Entscheidung vom 23. Januar 2026 hat das Berufungsgericht von Bologna, in Einzelrichterbesetzung, die Bestätigung einer von der Polizei angeordneten Abschiebehaft verweigert. Der betroffene ausländische Staatsangehörige befand sich in einem italienischen Abschiebehaftzentrum (CPR). Die Bedeutung dieser Entscheidung ergibt sich nicht aus einem „einfachen“ Sachverhalt, sondern gerade daraus, dass die betroffene Person über mehrere und schwere strafrechtliche Vorverurteilungen, einschließlich Gewaltstraftaten, verfügte.

    Gerade dieser Umstand macht den Fall für ein deutsches Publikum besonders relevant. In Deutschland wie auch in anderen europäischen Staaten wird die Frage, wie mit ausländischen Staatsangehörigen mit schwerer krimineller Vergangenheit umzugehen ist, intensiv und emotional diskutiert. Häufig dominiert dabei die Vorstellung, dass strafrechtliche Verurteilungen zwangsläufig und automatisch zu Abschiebehaft und Entfernung aus dem Staatsgebiet führen müssten. Die Entscheidung aus Bologna widerspricht dieser Vereinfachung jedoch nicht aus politischen Gründen, sondern aus rechtsstaatlicher Konsequenz.

    Das Gericht stellt die Schwere der begangenen Straftaten ausdrücklich nicht in Abrede. Sie werden benannt und in die rechtliche Würdigung einbezogen. Entscheidend ist jedoch ein anderer Punkt: Nach italienischem Verfassungsrecht – das in diesem Zusammenhang strukturelle Parallelen zum deutschen Grundgesetz aufweist – stellt die Abschiebehaft einen außerordentlichen Eingriff in die persönliche Freiheit dar. Ein solcher Eingriff ist nur dann zulässig, wenn eine gegenwärtige, konkrete Gefährlichkeit festgestellt werden kann. Vergangene Straftaten allein genügen hierfür nicht.

    Im Mittelpunkt der Entscheidung steht daher die zeitliche Dimension. Die strafrechtliche Sanktion war vollständig verbüßt. Der Vollzug der Strafe war von positiven Bewertungen der zuständigen Vollstreckungsgerichte begleitet. Während Phasen kontrollierter Freiheit hatte es keine Pflichtverletzungen gegeben. Hinzu kamen eine stabile Erwerbstätigkeit und eine nachweisbare familiäre Verwurzelung im Aufnahmestaat. Vor diesem Hintergrund gelangte das Gericht zu der Feststellung, dass eine aktuelle Gefährdung der öffentlichen Ordnung nicht belegt sei und die Abschiebehaft daher nicht rechtmäßig aufrechterhalten werden könne.

    Der Kern des rechtlichen Arguments ist von besonderer Tragweite: Abschiebehaft darf nicht zu einer faktischen Zusatzstrafe werden, die an eine bereits verbüßte Freiheitsstrafe anknüpft. Ein solcher Mechanismus wäre mit den Grundprinzipien des Rechtsstaats unvereinbar. Strafrechtliche Schuld wird durch Strafvollzug abgegolten; verwaltungsrechtliche Maßnahmen dürfen nicht dazu dienen, diese Schuld im Nachhinein erneut zu sanktionieren.

    Gerade an diesem Punkt wird der Unterschied zwischen zwei häufig vermengten Konzepten deutlich. Auf der einen Seite steht ein rechtsstaatlicher Ansatz, der Integration und Rückführung als Ergebnis einer individuellen und aktuellen Bewertung begreift. Auf der anderen Seite steht eine sogenannte „Remigration“, verstanden als pauschale Entfernung bestimmter Personengruppen allein aufgrund ihrer Vergangenheit. Die Entscheidung des Berufungsgerichts zeigt mit großer Klarheit, dass letzteres im geltenden verfassungsrechtlichen Rahmen nicht praktikabel ist.

    Integration erscheint hier nicht als moralische Belohnung oder politisches Schlagwort, sondern als rechtlich relevantes Faktum, das überprüfbar und justiziabel ist. Wenn eine tatsächliche Integration vorliegt und keine gegenwärtige Gefahr festgestellt werden kann, setzt sie der administrativen Freiheitsentziehung rechtliche Grenzen. Umgekehrt bleibt die Rückführung dort möglich, wo Integration fehlt oder eine aktuelle Gefährlichkeit nachgewiesen wird. Entscheidend ist nicht die Kategorie, sondern der konkrete Zustand der Person im Zeitpunkt der Entscheidung.

    Die Entscheidung aus Bologna verdeutlicht damit, dass gerade die schwierigsten Fälle – solche mit schwerer strafrechtlicher Vergangenheit – den Prüfstein für die Kohärenz des Rechtsstaats darstellen. Die konsequente Anwendung rechtsstaatlicher Maßstäbe in solchen Situationen ist kein Zeichen von Schwäche, sondern Ausdruck verfassungsrechtlicher Stabilität. Öffentliche Sicherheit und Grundrechtsschutz stehen nicht im Widerspruch zueinander; sie bedingen sich gegenseitig, wenn staatliche Zwangsbefugnisse strikt an aktuelle, individuelle und überprüfbare Voraussetzungen gebunden werden.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Anwaltskammer Bologna
    Interessenvertreter, eingetragen im Transparenzregister der Europäischen Union
    ID 280782895721-36

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  • ¿Inmigración como necesidad económica?

    Por qué el enfoque utilitarista debilita la integración, el orden jurídico y el futuro de las segundas generaciones

    Para el público español es necesaria, en primer lugar, una aclaración conceptual. ReImmigrazione no es un término traducido ni un eslogan político. Se trata de un paradigma jurídico-institucional, desarrollado en el marco del derecho europeo, que describe una consecuencia precisa: el retorno legal del extranjero cuando no se cumple el proceso de integración exigido por el ordenamiento jurídico. No debe confundirse con la remigración entendida en clave ideológica ni con políticas de expulsión colectiva.

    Hecha esta aclaración, el debate público sobre inmigración continúa dominado por una afirmación recurrente: sin inmigración, la economía no se sostiene. Sectores enteros colapsarían, faltaría mano de obra y los servicios esenciales dejarían de funcionar. Este argumento, ampliamente difundido en otros países europeos, encuentra también eco en España, donde la inmigración suele presentarse como respuesta estructural a déficits del mercado laboral y al envejecimiento demográfico.

    Desde una perspectiva jurídica, sin embargo, este enfoque presenta problemas de fondo.

    Cuando la inmigración se justifica principalmente por su utilidad económica, se altera la lógica del derecho. La permanencia en el territorio deja de fundamentarse en la legalidad, la integración y el respeto de las normas comunes, para pasar a depender de la funcionalidad económica. El mercado sustituye progresivamente al derecho como criterio de legitimación de la presencia. A medio y largo plazo, esta sustitución debilita la capacidad normativa del Estado y erosiona la coherencia del sistema migratorio.

    Ni el derecho español ni el derecho europeo conciben el derecho de residencia como un simple derecho económico. Los permisos de residencia, su renovación y su consolidación están jurídicamente vinculados al cumplimiento de requisitos legales, al respeto del orden público y, cada vez más, a elementos de integración. Cuando el discurso político prioriza la necesidad económica, la integración se convierte en un objetivo retórico, sin consecuencias jurídicas reales.

    El paradigma ReImmigrazione surge precisamente para corregir esta distorsión. No niega la contribución económica de la inmigración ni ignora las necesidades reales del mercado de trabajo. Lo que hace es restablecer un principio básico del Estado de Derecho: la estabilidad de la residencia debe basarse en la integración jurídicamente relevante, no en la mera utilidad económica.

    En este marco, la integración no es un concepto cultural ambiguo ni una aspiración moral. Es un proceso jurídicamente evaluable, basado en elementos concretos: conocimiento de la lengua, respeto de las normas, conducta cívica y adhesión efectiva al marco institucional. Cuando este proceso no se produce o fracasa, la permanencia carece de fundamento jurídico. El retorno al país de origen, realizado conforme a procedimientos legales y con garantías, no constituye una sanción ideológica, sino una consecuencia ordinaria del sistema.

    Aquí radica una diferencia esencial que a menudo se pierde en el debate público. ReImmigrazione no implica expulsiones masivas, criterios identitarios ni estigmatización colectiva. Opera exclusivamente a nivel individual, mediante decisiones administrativas sujetas a control judicial: denegación o revocación de autorizaciones de residencia, decisiones de retorno, programas de retorno voluntario y, en última instancia, medidas de expulsión conforme al derecho. ReImmigrazione no sustituye al Estado de Derecho; lo aplica.

    La persistencia de una justificación puramente económica de la inmigración genera, además, efectos negativos a largo plazo, especialmente en relación con las segundas generaciones. Cuando la primera generación es admitida y tolerada principalmente porque resulta “necesaria” para la economía, sin que la integración sea exigida de forma clara y coherente, los hijos crecen en un marco jurídico ambiguo. La inclusión es social, pero no plenamente institucional; la pertenencia se percibe, pero no se estructura jurídicamente.

    Las dificultades de integración de las segundas generaciones no son, por tanto, un fenómeno accidental ni exclusivamente social. Son el resultado previsible de un fallo institucional, de un modelo que ha sustituido la exigencia jurídica por la tolerancia económica y ha disociado derechos y deberes. Con el tiempo, esta incoherencia debilita la cohesión social y la credibilidad del sistema jurídico.

    Para el público español, la cuestión central es clara. Un sistema migratorio que se apoya casi exclusivamente en la necesidad económica, sin una articulación firme entre derechos, deberes e integración, está condenado a la incoherencia. La pregunta no es si la inmigración contribuye a la economía, sino si el ordenamiento jurídico es capaz de distinguir entre integración que fundamenta el derecho a permanecer y tolerancia económica provisional.

    ReImmigrazione ofrece una respuesta coherente a esta disyuntiva: la integración como condición de estabilidad y el retorno legal como consecuencia de su ausencia. No se trata de una ruptura con los valores europeos ni de un endurecimiento ideológico del derecho de extranjería, sino de una reafirmación de su coherencia jurídica.

    Evitar esta distinción no impide el fracaso de la integración. Solo lo aplaza, incrementando sus costes. Y cuando el fracaso se manifiesta en las segundas generaciones, el problema deja de ser económico. Se convierte en un problema institucional.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Abogado – Lobista inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • Violence juvénile, “baby gangs” et secondes générations : l’intégration comme obligation, pas comme alibi

    Bonjour, je suis l’avocat Fabio Loscerbo et vous écoutez un nouvel épisode du podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Aujourd’hui, je voudrais aborder un sujet qui occupe de plus en plus le débat public en Italie : la violence juvénile, les soi-disant baby gangs, le phénomène souvent désigné par le terme “maranza” et la référence constante aux secondes générations. Il s’agit d’un débat tendu, émotionnel, souvent idéologique, dans lequel les mots prennent le pas sur la responsabilité et sur les solutions concrètes.

    La première erreur consiste à se réfugier derrière les étiquettes. Baby gangs, maranza, secondes générations : ces mots donnent l’impression d’expliquer la réalité, alors qu’ils servent surtout à éviter le cœur du problème. La question n’est pas de savoir comment nous appelons ces phénomènes. La question est qu’il existe des comportements violents, répétés, souvent collectifs, qui portent atteinte à la sécurité quotidienne et à la cohésion sociale.

    Une partie importante du discours public explique ces violences par le malaise social, la marginalisation ou une prétendue identité niée. Cette lecture peut aider à comprendre certains contextes, mais elle devient dangereuse lorsqu’elle se transforme en justification implicite. Dans un État de droit, la violence n’est jamais une réaction acceptable. Les règles ne sont pas négociables en fonction du vécu individuel. La responsabilité personnelle reste le fondement de la vie en commun.

    Une deuxième erreur, inverse mais tout aussi problématique, consiste à minimiser le phénomène en affirmant que les baby gangs n’existent pas comme catégorie juridique. C’est vrai sur le plan formel. Mais le droit n’a pas besoin de catégories médiatiques pour agir. Le droit intervient sur les comportements. Lorsqu’un groupe, organisé ou non, commet des agressions, des vols ou des actes d’intimidation, ces faits sont juridiquement pertinents, indépendamment du nom qu’on leur donne. Se focaliser sur le langage devient souvent une manière élégante de retarder les décisions.

    Au centre de ce débat se trouve une conception erronée de l’intégration. L’intégration est souvent présentée comme un processus émotionnel, comme un sentiment d’appartenance qui devrait naître spontanément si la société est suffisamment inclusive. Mais du point de vue juridique, l’intégration n’est pas un sentiment. C’est une condition. C’est un parcours fait d’obligations concrètes : le respect des règles, une fréquentation scolaire réelle, la reconnaissance de l’autorité publique et le refus de la violence comme mode de relation.

    Lorsque ces éléments font défaut, il ne s’agit pas d’une intégration inachevée, mais d’une intégration échouée. C’est précisément à ce moment qu’intervient le paradigme Integrazione o ReImmigrazione. Non pas comme un slogan ou une provocation, mais comme un critère sérieux de gouvernance des phénomènes migratoires et sociaux.

    La logique est simple et profondément classique. Celui qui vit durablement en Italie le fait dans le cadre d’un pacte. Ce pacte comporte des droits, mais aussi des devoirs. L’intégration n’est ni automatique ni inconditionnelle. Elle se vérifie dans le temps. Lorsque le parcours fonctionne, l’État doit soutenir et consolider cette intégration. Lorsqu’il échoue de manière répétée et structurelle, l’État doit avoir le courage d’en tirer les conséquences.

    La ReImmigrazione n’est ni une punition morale ni une vengeance sociale. Elle constitue la conséquence juridique du non-respect des conditions de séjour. Elle permet de restaurer la crédibilité de l’État en rappelant que les règles ne sont pas optionnelles et que la coexistence ne peut pas reposer sur des excuses permanentes.

    Ce paradigme présente également un avantage fondamental : il évite à la fois la déresponsabilisation sociologique et la stigmatisation identitaire. Il ne vise ni l’origine, ni l’identité, ni l’appartenance culturelle. Il vise les comportements. Il récompense ceux qui respectent les règles et intervient lorsque ces règles sont systématiquement violées.

    Dans cette perspective, sécurité et intégration ne sont pas des notions opposées. La sécurité est la condition de l’intégration. Et l’intégration réussie est le fondement de la stabilité sociale. Continuer à les opposer conduit à un débat sans fin, riche en mots mais pauvre en solutions.

    Le phénomène que l’on appelle aujourd’hui maranza, baby gangs ou autrement ne doit être ni nié ni dramatisé. Il doit être gouverné. Car ce qui peut être gouverné peut être résolu. Mais pour gouverner, il faut des règles claires, des obligations effectives et des conséquences réelles.

    Je suis l’avocat Fabio Loscerbo et c’était un nouvel épisode du podcast Integrazione o ReImmigrazione.
    À très bientôt.

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  • Migración, soberanía y efectividad del Derecho: el paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Bienvenidos a un nuevo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
    Soy el abogado Fabio Loscerbo, abogado italiano especializado en derecho de extranjería e inmigración.

    En este podcast abordamos la cuestión migratoria desde una perspectiva jurídica e institucional, con el objetivo de devolver el debate al terreno del derecho público, de la soberanía del Estado y de la efectividad de las decisiones jurídicas, superando enfoques exclusivamente económicos o asistenciales.

    El paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” surge precisamente de esta necesidad. Conviene aclarar desde el inicio que este paradigma no debe confundirse con la noción de “remigración” utilizada en algunos debates políticos europeos. ReImmigrazione no es un término traducido, ni una categoría ideológica. Se trata de un concepto jurídico-institucional, elaborado dentro de un marco respetuoso del Estado de Derecho, de las garantías procedimentales y del control judicial.

    En el marco del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la integración constituye el presupuesto que legitima la permanencia del extranjero en el territorio del Estado. Pero dicha integración no se reduce a la mera inserción laboral o a la utilidad económica. Implica el respeto del ordenamiento jurídico, de las reglas fundamentales de convivencia y de la autoridad del Estado. Cuando este proceso de integración no se produce, ReImmigrazione designa un retorno jurídicamente estructurado, individualizado y conforme a las garantías propias del Estado de Derecho.

    Uno de los principales déficits estructurales que se observan hoy en Europa es la ausencia de una auténtica policía de inmigración. La gestión migratoria se confía en gran medida a órganos administrativos competentes para la tramitación de expedientes y la emisión de actos, pero que carecen de medios adecuados para ejercer un control efectivo del territorio y garantizar la ejecución real de las decisiones de retorno.

    Desde esta perspectiva, el análisis del modelo estadounidense, y en particular del papel desempeñado por la Immigration and Customs Enforcement (ICE), resulta especialmente relevante. En los Estados Unidos, el control de la inmigración se concibe como una función integrada en el sistema de seguridad interior del Estado y se confía a una agencia federal de policía, dotada de competencias operativas, cadena de mando clara y sujeta al control de los tribunales.

    El hecho ocurrido en Minneapolis el 24 de enero de 2026, que ha recibido una amplia cobertura mediática, debe ser interpretado dentro de este marco institucional. La valoración de las conductas individuales corresponde legítimamente a la autoridad judicial. Sin embargo, desde un punto de vista sistémico, el episodio recuerda un principio esencial: el control de la inmigración es una función pública del Estado, y no puede reducirse a una actividad meramente administrativa ni ser deslegitimada en su conjunto a partir de casos individuales.

    En el debate europeo, esta dimensión institucional suele quedar en segundo plano. Se enfatizan las políticas de acogida y de inclusión, mientras se descuida la cuestión de la efectividad del Derecho. El resultado es un sistema en el que las normas existen formalmente, pero su aplicación práctica resulta incompleta o ineficaz, con consecuencias negativas tanto para la autoridad del Estado como para la credibilidad de las propias políticas de integración.

    El paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” se basa en una premisa jurídica clara: sin ejecución efectiva, el Derecho pierde su fuerza normativa. La integración no es únicamente un proceso social, sino una relación jurídica entre el individuo y el Estado, que genera derechos, pero también obligaciones. Cuando esa relación no se consolida, el Estado debe disponer de los instrumentos institucionales necesarios para actuar.

    Desde esta óptica, la existencia de una policía de inmigración especializada no constituye una opción política contingente, sino una exigencia institucional. El ejemplo de la ICE demuestra que una estructura de este tipo puede operar dentro de un Estado de Derecho, bajo control judicial y con respeto de las garantías, al tiempo que asegura la aplicación efectiva de las decisiones en materia migratoria.

    La cuestión que se plantea hoy a España, a Italia y al conjunto de Europa es, por tanto, de naturaleza institucional: continuar gestionando la inmigración como un fenómeno puramente administrativo, o dotarse de los instrumentos necesarios para garantizar la efectividad real de las decisiones jurídicas que regulan el fenómeno migratorio.

    Esta es precisamente la reflexión que propone el paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

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  • Protección complementaria e integración: el laboratorio jurídico del paradigma « Integración o ReInmigración »

    Buenos días, soy Avv. Fabio Loscerbo y este es un nuevo episodio del podcast Integración o ReInmigración.

    Hoy me dirijo al público español para analizar un elemento muy concreto del derecho italiano de extranjería que, desde una perspectiva comparada, resulta especialmente relevante: la protección complementaria como único modelo jurídico en el que la permanencia legal está directamente vinculada a la integración.

    Parto de una decisión específica de la Comisión Territorial de Génova, adoptada el 18 de diciembre de 2025. No me interesa el caso individual en sí mismo, sino lo que esta decisión revela sobre la estructura del sistema. En ese procedimiento se denegaron el estatuto de refugiado y la protección subsidiaria, pero al mismo tiempo se impidió jurídicamente la expulsión en aplicación del artículo 19 del Testo Unico de Inmigración. No por razones humanitarias genéricas, no por vulnerabilidad personal, ni por riesgos en el país de origen, sino porque el nivel de integración alcanzado hacía que la expulsión resultara jurídicamente desproporcionada.

    Este es el punto clave. La protección complementaria es hoy el único instituto del ordenamiento italiano en el que el derecho a permanecer en el territorio no depende de un título formal, de un contrato de trabajo, de un vínculo familiar o de una situación externa, sino de la integración misma. La integración no se presenta como un objetivo político ni como una aspiración abstracta, sino como un hecho jurídico relevante. Se valora, se mide y se utiliza como criterio decisivo.

    Para un público español, este enfoque merece una reflexión particular. En el sistema jurídico español existen figuras como el arraigo social o familiar, pero la integración suele operar como elemento instrumental dentro de categorías predeterminadas. En la protección complementaria italiana, en cambio, la integración se convierte en el fundamento directo de la legalidad de la permanencia. Es el núcleo de la decisión jurídica.

    Por esta razón hablo de un verdadero laboratorio jurídico. La protección complementaria no es una protección residual ni menor. Es, al contrario, el instrumento más avanzado del sistema, porque vincula derechos y responsabilidad. El derecho transmite aquí un mensaje claro: quien se integra puede permanecer, porque su integración ha adquirido relevancia jurídica; quien no se integra no puede pretender una permanencia indefinida.

    De esta estructura nace el paradigma “Integración o ReInmigración”. No como consigna política ni como planteamiento ideológico, sino como consecuencia lógica del derecho positivo. Si la integración puede justificar jurídicamente la permanencia, la ausencia de integración conduce necesariamente al otro resultado posible: la ReInmigración. No como castigo ni como rechazo, sino como el desenlace ordinario de un sistema que condiciona la permanencia a la participación efectiva en la sociedad de acogida.

    La decisión de la Comisión Territorial de Génova lo demuestra con claridad. No concede un derecho permanente ni debilita la potestad del Estado. Simplemente constata que, en un momento determinado, la integración ha alcanzado un umbral de relevancia jurídica que impide la expulsión. Protección y retorno no son opciones opuestas, sino resultados jurídicos distintos dentro de un mismo marco normativo.

    Aquí se juega el futuro del derecho de extranjería, no solo en Italia, sino en Europa. No entre acogida incondicional y expulsión automática, sino entre integración real y ReInmigración ordenada. La protección complementaria demuestra que este enfoque no es ideológico, sino ya existente en el derecho.

    Si quieres profundizar en estos temas, puedes encontrar más análisis en www.reimmigrazione.com o escuchar los demás episodios del podcast Integración o ReInmigración.

    Hasta el próximo episodio.

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  • Refus de la rétention administrative (décision du 23 janvier 2026): la Cour d’appel de Bologne réaffirme la primauté de l’intégration effective

    Par une décision rendue le 23 janvier 2026, la Cour d’appel de Bologne, statuant en formation monocratique, a refusé de valider une mesure de rétention administrative ordonnée par l’autorité de police à l’encontre d’un ressortissant étranger placé dans un centre de rétention pour étrangers. Cette décision mérite une attention particulière non pas parce qu’elle concerne un cas marginal, mais précisément parce qu’elle vise une personne ayant de nombreux et graves antécédents pénaux, y compris pour des infractions violentes.

    Ce point est essentiel pour comprendre la portée du raisonnement. En France comme ailleurs en Europe, la question du maintien sur le territoire des étrangers ayant un passé pénal lourd suscite un débat public intense, souvent dominé par une logique binaire : condamnation pénale égale éloignement automatique. La décision de la Cour italienne s’inscrit résolument à contre-courant de cette simplification, non pas par indulgence, mais par fidélité au raisonnement juridique.

    La Cour ne nie à aucun moment la gravité des faits commis dans le passé. Elle les rappelle expressément et les intègre dans l’analyse. Ce qu’elle refuse, en revanche, c’est l’assimilation automatique entre antécédents pénaux et dangerosité actuelle. Or, dans le cadre constitutionnel italien – comparable sur ce point aux principes qui irriguent le droit français et européen – la rétention administrative constitue une atteinte exceptionnelle à la liberté individuelle. À ce titre, elle ne peut être justifiée que par des éléments actuels, concrets et individualisés.

    Le cœur de la décision repose précisément sur cette distinction temporelle. La peine avait été intégralement exécutée. Le parcours d’exécution avait donné lieu à des évaluations positives répétées de la part des autorités judiciaires compétentes. Aucun manquement n’avait été constaté lors des périodes de liberté contrôlée. L’intéressé disposait d’une insertion professionnelle stable et d’un ancrage familial réel. Dans ces conditions, la Cour a estimé qu’aucun élément ne permettait d’établir l’existence d’un danger actuel pour l’ordre public susceptible de justifier la rétention.

    Le raisonnement est d’une grande clarté : la rétention administrative ne peut pas devenir une peine supplémentaire déguisée, venant s’ajouter à une sanction pénale déjà exécutée. Une telle dérive serait incompatible avec les principes fondamentaux de l’État de droit, qui imposent une séparation nette entre sanction pénale et mesures administratives de police.

    Cette décision permet ainsi de mettre en lumière une différence structurelle entre deux approches souvent confondues dans le débat public. D’un côté, un paradigme fondé sur l’alternative entre intégration et retour, reposant sur une évaluation juridique individualisée de la situation présente de la personne. De l’autre, une logique de type « remigration », entendue comme l’éloignement systématique de catégories de personnes définies par leur passé pénal. La première est juridiquement opérante ; la seconde se heurte frontalement aux garanties constitutionnelles et conventionnelles qui protègent la liberté individuelle.

    La Cour de Bologne rappelle ainsi que l’intégration n’est ni un slogan ni une récompense morale. Elle constitue un fait juridiquement pertinent, susceptible d’être constaté et apprécié par le juge. Lorsqu’elle est effective et qu’aucun risque actuel n’est démontré, elle limite légitimement le pouvoir de l’administration de priver une personne de sa liberté. À l’inverse, lorsque cette intégration fait défaut ou qu’une dangerosité actuelle est établie, les mécanismes de retour trouvent pleinement à s’appliquer dans le cadre de la loi.

    La portée de cette décision dépasse donc largement le cas individuel. Elle montre que les situations les plus sensibles – celles impliquant des antécédents pénaux graves – sont précisément celles où l’État de droit est mis à l’épreuve. Y résister, en maintenant l’exigence d’une justification actuelle et individualisée des mesures de contrainte, n’affaiblit pas la sécurité publique. Cela en constitue, au contraire, l’un des fondements juridiques les plus solides.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Barreau de Bologne
    Représentant d’intérêts inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne
    ID 280782895721-36

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  • Immigration als wirtschaftliche Notwendigkeit?

    Warum ein utilitaristischer Ansatz Integration, Rechtsstaatlichkeit und die Zukunft der zweiten Generationen untergräbt

    Für ein deutsches Publikum ist zunächst eine begriffliche Klarstellung erforderlich. ReImmigrazione ist kein übersetzter Begriff und darf nicht mit der in Deutschland geführten Debatte über Remigration gleichgesetzt werden. Es handelt sich um ein juristisch-institutionelles Paradigma, das im Rahmen des europäischen Verfassungs- und Verwaltungsrechts entwickelt wurde und einen klar umrissenen Sachverhalt beschreibt: die rechtmäßige Rückkehr von Drittstaatsangehörigen, wenn die rechtlich geforderte Integration nicht verwirklicht wird.

    Vor diesem Hintergrund ist festzustellen, dass die europäische Debatte über Migration weiterhin stark von einem wirtschaftlichen Argument dominiert wird. Ohne Migranten, so heißt es, würden zentrale Wirtschaftssektoren kollabieren, Betriebe schließen und öffentliche Dienstleistungen nicht mehr funktionieren. Diese Argumentation ist auch in Deutschland wohlbekannt, wo Migration häufig primär als Antwort auf Arbeitskräftemangel und demographischen Wandel dargestellt wird.

    Aus rechtsstaatlicher Sicht ist dieser Ansatz jedoch strukturell problematisch.

    Wird Migration vor allem als wirtschaftliche Notwendigkeit begriffen, verschiebt sich der normative Maßstab der Aufenthaltslegitimation. Der rechtmäßige Aufenthalt wird nicht mehr primär an Rechtmäßigkeit, Integration und öffentliche Ordnung geknüpft, sondern an ökonomische Nützlichkeit. Der Markt tritt faktisch an die Stelle des Rechts als Legitimationsgrundlage. Dies führt langfristig zu einer Aushöhlung der Durchsetzungsfähigkeit des Migrationsrechts.

    Weder das deutsche Aufenthaltsrecht noch das europäische Migrationsrecht haben den Aufenthalt jemals als bloßes wirtschaftliches Recht konzipiert. Aufenthaltstitel, Daueraufenthalt und der Zugang zu Rechten sind an rechtliche Voraussetzungen gebunden, insbesondere an Integrationsanforderungen, Rechtstreue und die Wahrung der öffentlichen Ordnung. Wenn politische und administrative Praxis diese Voraussetzungen faktisch relativieren, wird Integration zu einem unverbindlichen Ziel ohne normative Konsequenzen.

    Das Paradigma ReImmigrazione setzt genau an diesem Punkt an. Es negiert weder den wirtschaftlichen Beitrag von Migranten noch die Existenz realer Arbeitsmarktbedarfe. Es stellt jedoch einen grundlegenden rechtsstaatlichen Zusammenhang wieder her: Dauerhafter Aufenthalt kann nur aus erfolgreicher Integration folgen, nicht aus wirtschaftlicher Zweckmäßigkeit.

    Integration wird dabei nicht als kulturelle Zuschreibung oder gesellschaftspolitisches Ideal verstanden, sondern als rechtlich relevanter Prozess. Sprachkenntnisse, Beachtung der Rechtsordnung, regelkonformes Verhalten und institutionelle Einbindung sind objektivierbare Kriterien. Bleibt dieser Integrationsprozess aus oder scheitert er, fehlt die rechtliche Grundlage für eine dauerhafte Aufenthaltsverfestigung. Die Rückkehr in den Herkunftsstaat erfolgt dann als reguläre, rechtsförmige Konsequenz, nicht als politische Sanktion.

    Gerade im deutschen Kontext ist diese Differenzierung zentral. ReImmigrazione hat nichts mit kollektiven Rückführungsmodellen, identitären Konzepten oder ideologischen Programmen zu tun. Es geht nicht um ethnische Kriterien oder pauschale Maßnahmen, sondern um individuelle, rechtsstaatlich kontrollierte Verwaltungsentscheidungen: Ablehnung oder Widerruf von Aufenthaltstiteln, Rückkehrentscheidungen, freiwillige Rückkehrprogramme und – als ultima ratio – rechtmäßige Abschiebungen unter Wahrung des Rechtsschutzes.

    Die anhaltende Fixierung auf eine rein wirtschaftliche Legitimation von Migration entfaltet zudem langfristige Wirkungen, insbesondere im Hinblick auf die zweiten Generationen. Wenn die erste Generation faktisch geduldet wird, weil sie ökonomisch benötigt wird, ohne dass Integration konsequent eingefordert und rechtlich abgesichert wird, wachsen die nachfolgenden Generationen in einem normativ widersprüchlichen Rahmen auf. Zugehörigkeit wird sozial empfunden, aber rechtlich und institutionell nicht klar definiert.

    Die bekannten Integrationsprobleme der zweiten Generationen sind daher weniger das Ergebnis individueller Defizite als vielmehr Ausdruck eines institutionellen Versagens. Sie resultieren aus einem Modell, das rechtliche Anforderungen durch ökonomische Zweckmäßigkeit ersetzt und damit Verantwortung, Zugehörigkeit und Rechtsbindung entkoppelt.

    Für das deutsche Publikum ergibt sich daraus eine klare Schlussfolgerung. Ein Migrationssystem, das primär auf wirtschaftliche Notwendigkeit setzt, ohne eine konsequente rechtliche Verknüpfung von Rechten, Pflichten und Integration, erzeugt strukturelle Inkohärenz. Die zentrale Frage ist nicht, ob Migration wirtschaftlich nützlich ist, sondern ob der Rechtsstaat in der Lage ist, klar zwischen integrationsbasierter Aufenthaltsverfestigung und bloßer ökonomischer Duldung zu unterscheiden.

    ReImmigrazione bietet hierfür einen kohärenten Ansatz: Integration als Voraussetzung für Stabilität des Aufenthalts und rechtmäßige Rückkehr als Folge ihres Ausbleibens. Dies stellt keinen Bruch mit europäischen oder deutschen Rechtsprinzipien dar, sondern deren konsequente Anwendung.

    Wird diese Unterscheidung weiterhin vermieden, wird das Integrationsproblem nicht gelöst, sondern lediglich vertagt – mit zunehmend höheren sozialen und institutionellen Kosten. Wenn Integration auf der Ebene der zweiten Generationen scheitert, ist dies kein ökonomisches, sondern ein rechtsstaatliches Problem.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Lobbyist im Transparenzregister der Europäischen Union
    ID 280782895721-36

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  • Youth Violence, “Baby Gangs” and Second Generations: Integration as an Obligation, Not an Excuse

    Good morning. My name is Fabio Loscerbo, I am an Italian attorney, and this is a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Today I want to talk about an issue that is increasingly shaping public debate in Italy: youth violence, so-called baby gangs, the phenomenon often labelled as “maranza,” and the constant reference to second generations. It is a heated and emotional debate, one in which words and narratives often take precedence over responsibility and solutions.

    The first mistake that is repeatedly made is hiding behind labels. Baby gangs, maranza, second generations — these terms create the illusion of explanation, while in reality they allow us to avoid the real issue. The problem is not how we name these phenomena. The problem is that violent, repeated, and often group-based behavior exists, and it directly affects public safety and social cohesion.

    A significant part of the public discourse explains these episodes as the result of social hardship, marginalization, or denied identity. This kind of analysis may help describe certain contexts, but it becomes dangerous when it turns into an implicit justification. In a society governed by the rule of law, violence is never a legitimate reaction. Rules are not negotiable based on personal background or lived experience. Individual responsibility remains the cornerstone of civil coexistence.

    A second, opposite mistake is to minimize the problem by claiming that baby gangs do not exist as a legal category. That is technically true. But the law does not need media labels in order to act. The law addresses conduct. When a group — whether organized or informal — commits assaults, robberies, or intimidation, that conduct is legally relevant regardless of how it is described. Debating terminology often becomes a convenient way to postpone difficult decisions.

    At the core of this debate lies a deeply flawed understanding of integration. Integration is frequently portrayed as an emotional process, as a sense of belonging that should naturally emerge if society is inclusive enough. From a legal perspective, this is simply wrong. Integration is not a feeling. It is a condition. It is a process defined by concrete obligations: respect for the law, real participation in education, recognition of public authority, and rejection of violence as a form of social interaction.

    When these elements are missing, we are not facing incomplete integration. We are facing failed integration. And this is where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione comes into play. Not as a slogan, not as provocation, but as a serious framework for governing migration and social stability.

    The logic is simple and traditional. Anyone who lives permanently in Italy does so within a legal and civic pact. That pact includes rights, but also duties. Integration is not automatic and not unconditional. It must be verified over time. When the process works, the State has a duty to support and strengthen it. When it fails repeatedly and structurally, the State must have the courage to draw the necessary consequences.

    ReImmigrazione is not moral punishment, and it is not social revenge. It is the legal consequence of failing to meet the conditions of residence. It is a tool that restores credibility to public institutions by making clear that rules are not optional and that coexistence cannot be based on permanent excuses.

    This paradigm also has a crucial advantage. It avoids both sociological absolution and ethnic generalization. It does not target origin, identity, or background. It targets conduct. It rewards those who respect the rules and intervenes when the rules are systematically violated.

    From this perspective, security and integration are not opposing concepts. Security is the condition for integration. And successful integration is the foundation of long-term social stability. Treating them as separate or conflicting ideas leads only to endless debate and no solutions.

    The phenomenon currently labelled as maranza or baby gangs should neither be denied nor sensationalized. It must be governed. Because what can be governed can be solved. But governance requires clear rules, enforceable obligations, and real consequences.

    My name is Fabio Loscerbo, and this was a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.
    Thank you for listening.

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  • Immigration Control, State Authority and the Rule of Law: the “Integrazione o ReImmigrazione” Paradigm

    Welcome to a new episode of the podcast “Integrazione o ReImmigrazione.”
    I am Fabio Loscerbo, an Italian immigration lawyer.

    This podcast approaches migration from a legal and institutional perspective, with the aim of restoring the debate to the core categories of public law: state authority, enforcement of legal decisions, and the rule of law. In much of Europe, immigration continues to be discussed primarily in economic or humanitarian terms, while its institutional dimension is often under-examined.

    The paradigm known as “Integrazione o ReImmigrazione” was developed precisely to address this imbalance. At the outset, it is essential to clarify that this paradigm must not be confused with political or ideological notions such as “remigration” found in other European debates. ReImmigrazione is not a translated term and does not refer to an ideological project. It is a legal and institutional concept, grounded in individual assessment, procedural safeguards, judicial oversight and the constitutional framework of the State.

    Within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, integration constitutes the condition that legitimises lawful residence. Integration, however, is not limited to labour market participation or economic contribution. It is understood as a legal relationship between the individual and the State, based on compliance with the legal order, respect for fundamental rules, and acceptance of public authority. Where such integration does not take place, ReImmigrazione refers to a structured and lawful return process, implemented in accordance with due process and the rule of law.

    A structural weakness shared by many European systems lies in the absence of a dedicated immigration enforcement authority. Immigration governance is largely entrusted to administrative bodies responsible for documentation and procedural decision-making, but lacking the operational capacity to exercise territorial control or to ensure the effective execution of removal decisions.

    From this perspective, the analysis of the United States model, and in particular the role of Immigration and Customs Enforcement, is institutionally significant. In the United States, immigration control is treated as a matter of internal security and is entrusted to a federal law enforcement agency operating within a defined legal framework, subject to judicial scrutiny, institutional accountability and public oversight.

    The incident that occurred in Minneapolis on 24 January 2026, widely reported in the media, must be considered within this institutional context. The assessment of individual conduct properly belongs to the courts. However, from a systemic standpoint, the episode highlights a fundamental principle: immigration enforcement is a core function of the State, not merely an administrative activity, and cannot be structurally delegitimised on the basis of individual cases.

    In European and British debates alike, enforcement is often perceived as inherently problematic, while administrative management is assumed to be sufficient. This results in legal systems where rules formally exist, but their implementation remains inconsistent. Such an approach ultimately undermines legal certainty, public trust and the credibility of integration policies themselves.

    The “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm is grounded in a straightforward legal premise: without enforceability, law loses its normative effectiveness. Integration is not solely a social process; it is a legally relevant relationship between the individual and the State, involving rights as well as obligations. When that relationship fails, the State must retain the institutional capacity to act.

    For this reason, the existence of a specialised immigration enforcement body is not a matter of political preference, but an institutional requirement. The experience of ICE demonstrates that such a body can operate within a constitutional framework, under judicial control, while ensuring that immigration law is effectively applied.

    The question facing the United Kingdom, Italy and Europe more broadly is therefore institutional rather than ideological: whether immigration will continue to be managed as a predominantly administrative issue, or whether States will equip themselves with the necessary tools to give concrete effect to their legal decisions.

    This is precisely the reflection advanced by the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm.

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  • Ergänzender Schutz und Integration: Das rechtliche Labor des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“

    Guten Tag, ich bin Avv. Fabio Loscerbo, und dies ist eine neue Folge des Podcasts Integration oder ReImmigration.

    Heute richte ich mich an das deutsche Publikum, um einen Aspekt des italienischen Migrationsrechts zu erläutern, der aus rechtsvergleichender Sicht besonders interessant ist: den ergänzenden Schutz als einziges rechtliches Modell, in dem der rechtmäßige Aufenthalt unmittelbar an Integration geknüpft ist.

    Ausgangspunkt ist eine konkrete Entscheidung der Territorialkommission von Genua vom 18. Dezember 2025. Es geht mir nicht um den Einzelfall, sondern um das, was diese Entscheidung über die Struktur des Rechts offenlegt. In dem Verfahren wurden die Flüchtlingseigenschaft und der subsidiäre Schutz abgelehnt, gleichzeitig wurde jedoch die Abschiebung auf Grundlage von Artikel 19 des italienischen Einwanderungsgesetzes rechtlich ausgeschlossen. Nicht wegen einer abstrakten Schutzbedürftigkeit, nicht wegen humanitärer Erwägungen, sondern weil der erreichte Integrationsgrad eine Abschiebung als unverhältnismäßig erscheinen ließ.

    Genau hier liegt der Kern. Der ergänzende Schutz ist im italienischen Recht das einzige Institut, in dem der Verbleib im Staatsgebiet nicht von einem formellen Titel, nicht von einem Arbeitsvertrag, nicht von familiären Bindungen und nicht von einer Gefährdungslage im Herkunftsstaat abhängt, sondern von Integration selbst. Integration wird nicht politisch beschworen, sondern rechtlich festgestellt. Sie wird geprüft, gewichtet und als entscheidendes Kriterium herangezogen.

    Für ein deutsches Publikum ist dieser Ansatz besonders bemerkenswert. Im deutschen Aufenthaltsrecht spielt Integration zweifellos eine wichtige Rolle, etwa im Kontext von Daueraufenthalt oder Einbürgerung. Sie ist jedoch selten die unmittelbare rechtliche Grundlage für den Aufenthalt selbst. Der italienische ergänzende Schutz zeigt dagegen, dass Integration zu einer tragenden Rechtskategorie werden kann, die den staatlichen Eingriff begrenzt, ohne die Steuerungsfähigkeit des Staates aufzugeben.

    Deshalb spreche ich von einem rechtlichen Labor. Der ergänzende Schutz ist kein Randphänomen und keine schwächere Form des Schutzes. Er ist im Gegenteil das am weitesten entwickelte Instrument, weil er Rechte und Verantwortung miteinander verknüpft. Das Recht sagt hier sehr klar: Wer sich integriert, dessen Aufenthalt wird geschützt, weil Integration rechtlich relevant geworden ist. Wer sich nicht integriert, kann keinen Anspruch auf einen zeitlich unbegrenzten Verbleib geltend machen.

    Aus dieser Logik ergibt sich das Paradigma „Integration oder ReImmigration“. Es handelt sich nicht um ein politisches Schlagwort und nicht um eine Gegenüberstellung von Offenheit und Abschottung. Es ist die konsequente Fortführung einer bereits im geltenden Recht angelegten Struktur. Wenn Integration den Aufenthalt rechtfertigen kann, dann führt fehlende Integration zwangsläufig zum anderen rechtmäßigen Ergebnis: zur Rückkehr. ReImmigration ist dabei weder Strafe noch Ausdruck von Ablehnung, sondern die ordentliche Konsequenz eines systems, das Aufenthalt an Teilhabe bindet.

    Die Entscheidung der Territorialkommission von Genua macht diese innere Kohärenz sichtbar. Sie verleiht keinen dauerhaften Status und schwächt nicht die staatliche Autorität. Sie stellt lediglich fest, dass in einem bestimmten Moment Integration ein rechtlich relevantes Niveau erreicht hat, das die Abschiebung ausschließt. Schutz und Rückkehr sind damit keine Gegensätze, sondern zwei mögliche Ergebnisse innerhalb desselben rechtlichen Rahmens.

    Genau hier wird sich die Zukunft des Migrationsrechts entscheiden. Nicht zwischen Humanität und Kontrolle, sondern zwischen tatsächlicher Integration und geordneter ReImmigration. Der ergänzende Schutz zeigt, dass diese Entscheidung keine ideologische ist, sondern bereits heute im Recht angelegt ist.

    Wenn du diese Überlegungen vertiefen möchtest, findest du weitere Analysen auf www.reimmigrazione.com oder in den anderen Folgen des Podcasts Integration oder ReImmigration.

    Bis zur nächsten Folge.

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  • Denial of Immigration Detention (Order of January 23, 2026):

    The Bologna Court of Appeal Reaffirms the Primacy of Effective Integration

    On January 23, 2026, the Court of Appeal of Bologna, acting through a single judge, denied the validation of an immigration detention order issued by the police authorities against a foreign national held in an Italian immigration detention center. The decision is noteworthy not because it involves an ordinary case, but precisely because it concerns an individual with multiple and serious criminal convictions, including violent offenses. It is this element that places the ruling at the center of public controversy and makes it particularly relevant for an international audience.

    In public debates, both in Europe and in the United States, the presence of serious criminal convictions often leads to a simplified conclusion: that a foreign national who has committed serious crimes should be automatically detained and removed. The Bologna decision takes a different path. It does not dispute the gravity of the past conduct, nor does it minimize the social alarm such cases can generate. Instead, it addresses a strictly legal question: whether past criminal convictions, by themselves, are sufficient to justify an ongoing deprivation of personal liberty through immigration detention.

    Under the Italian constitutional framework, immigration detention is regarded as an exceptional measure. It is not a criminal sanction, but an administrative tool that can be used only when strictly necessary and only if grounded in present, demonstrable conditions. The court made clear that criminal history, even when serious, belongs to the past unless it is shown to translate into a current and concrete threat to public order or security. Without that showing, detention risks becoming a form of indirect punishment imposed after the criminal sentence has already been fully served.

    The court’s reasoning focuses on the present situation of the individual rather than on an abstract assessment based on past wrongdoing. The sentence had been entirely executed, the execution phase had been accompanied by positive evaluations from judicial authorities responsible for supervision, and the individual had demonstrated a capacity to comply with legal obligations in conditions of controlled freedom. Against this background, the court concluded that the requirement of present dangerousness was not met and that detention could not be lawfully upheld.

    This reasoning is particularly significant for an international audience because it highlights the structural limits that constitutional systems place on migration control. The decision does not deny the legitimacy of removal policies, nor does it suggest that criminal conduct is irrelevant in immigration matters. What it affirms is that removal and detention must operate within a framework of legality that rejects categorical or automatic approaches. Liberty, once restricted, must be justified by present facts, not by historical stigma.

    In this sense, the ruling offers a clear illustration of how a legal system distinguishes between integration and automatic exclusion. Integration, as understood by the court, is not a moral reward or a political slogan. It is a factual and legal condition, grounded in conduct, compliance with the law, and verifiable social insertion. When such integration exists and no present threat is demonstrated, the use of detention becomes legally unsustainable. Conversely, when integration fails or when a current risk is established, removal remains a legitimate option under the law.

    The broader significance of the Bologna decision lies in its demonstration that the most difficult cases are those in which the rule of law must be applied with the greatest rigor. Protecting legal guarantees in cases involving serious criminal histories is not a sign of weakness, but of constitutional coherence. Security and legality are not opposing values; security is strengthened when coercive powers are exercised within clear and enforceable legal boundaries. This decision shows that effective integration, when real and demonstrable, has legal consequences, and that its assessment must always prevail over automatic or category-based solutions.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Bologna Bar
    EU Transparency Register – Lobbyist
    ID 280782895721-36

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  • Immigration comme nécessité économique ?

    Pourquoi l’approche utilitariste fragilise l’intégration, l’ordre juridique et l’avenir des secondes générations

    Toute analyse du débat européen sur l’immigration, à destination du public français, nécessite une clarification préalable. ReImmigrazione n’est pas un terme traduit et ne doit pas être confondu avec la notion de remigration telle qu’elle circule dans certains débats idéologiques. Il s’agit d’un paradigme juridico-institutionnel, élaboré dans le cadre du droit constitutionnel européen, visant à décrire une conséquence précise : le retour légal de l’étranger lorsque le processus d’intégration requis par l’ordre juridique n’a pas été réalisé.

    Cette précision posée, le débat public continue d’être dominé par une affirmation récurrente : sans l’immigration, l’économie s’effondrerait. Les usines fermeraient, les services essentiels cesseraient de fonctionner, et certains secteurs deviendraient structurellement non viables. Cette thèse, récemment réaffirmée dans le débat italien, trouve de nombreux échos en France, où l’immigration est souvent justifiée prioritairement par les besoins du marché du travail.

    D’un point de vue juridique et institutionnel, cette approche est toutefois profondément problématique.

    Lorsque l’immigration est appréhendée principalement comme un instrument économique, la logique du droit est inversée. La présence sur le territoire cesse d’être fondée sur la régularité, l’intégration et le respect des règles communes, pour devenir fonction de l’utilité économique immédiate. Le marché tend alors à se substituer au droit comme critère de légitimation de la présence.

    Or, ni le droit français ni le droit européen n’ont jamais conçu le séjour des étrangers comme un simple droit économique. Les titres de séjour, l’accès au séjour durable et aux droits sociaux sont juridiquement conditionnés par le respect de l’ordre public, l’adhésion aux règles communes et, de manière croissante, par des exigences d’intégration. Lorsque le discours politique privilégie l’argument économique, l’intégration devient un objectif déclaratif, dépourvu de véritable portée normative.

    Le paradigme ReImmigrazione intervient précisément à ce niveau. Il ne nie pas l’apport économique de l’immigration, mais refuse d’en faire le fondement juridique de la permanence. Il réaffirme un principe central de l’État de droit : la stabilité du séjour ne peut résulter que d’un processus d’intégration juridiquement pertinent, et non d’une simple tolérance fondée sur les besoins économiques.

    Dans cette perspective, l’intégration n’est ni un slogan politique ni une notion sociologique indéterminée. Elle constitue un processus juridiquement évaluable, reposant sur des éléments concrets : connaissance de la langue, respect des lois, comportement civique, insertion loyale dans la société d’accueil. Lorsque ce processus fait défaut, le maintien sur le territoire perd sa justification juridique. Le retour vers le pays d’origine, dans le respect des procédures et des garanties, devient alors une conséquence normale, et non une sanction idéologique.

    C’est ici que se situe l’incompréhension fréquente autour de ReImmigrazione. Il ne s’agit ni d’expulsions collectives, ni de critères identitaires, ni d’une logique de stigmatisation. Le paradigme repose exclusivement sur des procédures individuelles, administratives et juridictionnellement contrôlées : refus ou retrait de titre de séjour, décisions de retour, dispositifs de retour volontaire ou mesures d’éloignement conformes à l’État de droit. ReImmigrazione n’est pas une alternative au droit, mais son application cohérente.

    La persistance d’une justification purement économique de l’immigration produit, en outre, des effets délétères à long terme, notamment en ce qui concerne les secondes générations. Lorsque la première génération est admise et maintenue principalement parce qu’elle est « nécessaire » à l’économie, sans que l’intégration soit réellement exigée et encadrée, les enfants grandissent dans un cadre juridique ambigu. L’inclusion devient de fait, mais non de droit ; l’appartenance est ressentie, mais rarement formalisée.

    Les difficultés d’intégration des secondes générations ne relèvent donc pas d’un échec culturel ou individuel, mais d’un échec institutionnel. Elles sont la conséquence prévisible d’un modèle qui a substitué la tolérance à l’exigence juridique, et l’utilité économique à la responsabilité civique. À terme, cette dérive fragilise la cohésion sociale et la crédibilité de l’action publique.

    Pour le public français, l’enjeu est clair. Un système migratoire qui repose essentiellement sur la nécessité économique, sans articulation ferme entre droits, devoirs et intégration, se condamne à l’incohérence. La question n’est pas de savoir si l’immigration contribue à l’économie, mais si l’ordre juridique est capable de distinguer clairement entre intégration fondant le droit au séjour et tolérance économique provisoire.

    ReImmigrazione propose une réponse structurée à cette impasse : l’intégration comme condition de la stabilité, et le retour légal comme conséquence de son absence. Il ne s’agit ni d’une rupture avec les principes européens, ni d’une radicalisation du droit des étrangers, mais d’un retour à la cohérence juridique.

    Refuser de poser cette distinction ne permet pas d’éviter l’échec de l’intégration. Cela ne fait que le différer, en en aggravant les effets. Et lorsque cet échec se manifeste au niveau des secondes générations, le coût n’est plus seulement social ou économique. Il devient institutionnel.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Lobbyiste inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne
    ID 280782895721-36

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  • Violenza giovanile, baby gang e seconde generazioni: integrazione come obbligo, non come alibi

    Buongiorno, io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e questo è un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Oggi voglio parlare di un tema che sta occupando con forza il dibattito pubblico italiano: la violenza giovanile, le cosiddette baby gang, il fenomeno che viene spesso definito con il termine “maranza” e il continuo richiamo alle seconde generazioni. Un dibattito acceso, emotivo, spesso ideologico, nel quale si discute molto di parole e molto poco di responsabilità.

    Il primo errore che viene commesso è quello di rifugiarsi nelle etichette. Baby gang, maranza, seconde generazioni: parole che sembrano spiegare tutto ma che, in realtà, servono soprattutto a non affrontare il nodo centrale. Il problema non è come chiamiamo questi fenomeni. Il problema è che esistono comportamenti violenti, reiterati, spesso di gruppo, che incidono direttamente sulla sicurezza quotidiana delle persone e sulla tenuta della convivenza civile.

    Una parte del discorso pubblico tende a spiegare questi episodi come conseguenza di disagio sociale, marginalità, identità negate. È una lettura che può aiutare a comprendere alcuni contesti, ma che diventa pericolosa quando si trasforma in una giustificazione implicita. In uno Stato di diritto la violenza non è mai una reazione comprensibile. Le regole non sono negoziabili in base al vissuto personale. La responsabilità individuale resta il fondamento della convivenza.

    Un secondo errore, speculare al primo, è quello di negare o ridimensionare il problema sostenendo che le baby gang non esistono come categoria giuridica. È vero: non esistono come definizione normativa. Ma il diritto non ha bisogno di categorie giornalistiche per intervenire. Il diritto interviene sui comportamenti. Se un gruppo, organizzato o informale, commette rapine, aggressioni, intimidazioni, quel comportamento è giuridicamente rilevante, a prescindere dal nome che gli attribuiamo. Discutere di etichette diventa spesso un modo elegante per rinviare le decisioni.

    Al centro di tutto c’è una concezione distorta dell’integrazione. L’integrazione viene raccontata come un processo emotivo, come un sentimento di appartenenza che dovrebbe nascere spontaneamente se la società è sufficientemente accogliente. Ma dal punto di vista giuridico l’integrazione non è un’emozione. È una condizione. È un percorso fatto di obblighi concreti: rispetto delle regole, frequenza scolastica reale, riconoscimento dell’autorità pubblica, rifiuto della violenza come strumento di relazione.

    Quando questi elementi mancano, non siamo di fronte a un’integrazione incompleta, ma a un’integrazione fallita. Ed è qui che entra in gioco il paradigma Integrazione o ReImmigrazione. Non come slogan, non come provocazione, ma come criterio serio di governo dei fenomeni migratori e sociali.

    Il senso è semplice e tradizionale. Chi vive stabilmente in Italia lo fa all’interno di un patto. Quel patto prevede diritti, ma anche doveri. L’integrazione non è automatica né incondizionata. È verificabile nel tempo. Se il percorso funziona, lo Stato deve sostenere, accompagnare, consolidare. Se il percorso fallisce in modo reiterato e strutturale, lo Stato deve avere il coraggio di trarne le conseguenze.

    La ReImmigrazione non è una punizione morale e non è una vendetta sociale. È la conseguenza giuridica del mancato rispetto delle condizioni di permanenza. È uno strumento che restituisce credibilità allo Stato, perché chiarisce che le regole non sono opzionali e che la convivenza non può reggersi sull’alibi permanente.

    Questo paradigma ha anche un altro pregio fondamentale: evita sia la deresponsabilizzazione sociologica sia la generalizzazione identitaria. Non colpisce l’origine, non colpisce l’identità, non colpisce l’etnia. Colpisce la condotta. Premia chi rispetta le regole e interviene quando le regole vengono sistematicamente violate.

    Sicurezza e integrazione, in questa prospettiva, non sono concetti opposti. La sicurezza è la condizione dell’integrazione. E l’integrazione riuscita è la base della stabilità sociale. Continuare a separarli significa condannarsi a un dibattito infinito fatto di parole, senza soluzioni.

    Il fenomeno che oggi chiamiamo maranza, baby gang o in altri modi non va né negato né drammatizzato. Va governato. Perché ciò che è governabile può essere risolto. Ma per governare servono regole chiare, obblighi esigibili e conseguenze certe.

    Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e questo era un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione. Alla prossima.

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  • Spari a Milano, muore un immigrato durante un intervento di polizia: perché anche in Italia serve una polizia dell’immigrazione.

    Nella serata del 26 gennaio 2026, a Milano, un giovane di circa vent’anni, di origine nordafricana, è stato ucciso durante un intervento di polizia nel corso di un’operazione di controllo del territorio.

    Secondo le prime informazioni diffuse, l’intervento si sarebbe svolto nell’ambito di attività di contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti in un’area già nota per fenomeni di degrado e criminalità.

    Il giovane avrebbe impugnato un’arma, risultata poi essere una replica, e gli agenti avrebbero fatto uso delle armi da fuoco.

    Le indagini sono in corso e spetterà esclusivamente all’autorità giudiziaria accertare l’esatta dinamica dei fatti, la proporzionalità dell’uso della forza e le eventuali responsabilità individuali.

    Ogni valutazione anticipata sarebbe impropria e giuridicamente scorretta.

    In uno Stato di diritto, la verifica dell’operato della polizia spetta ai giudici, non al dibattito mediatico.
    L’indicazione dell’origine del giovane non assume rilievo sotto un profilo identitario o etnico, ma si colloca in un contesto oggettivo: quello di aree urbane nelle quali si concentrano fenomeni di immigrazione irregolare, marginalità sociale e criminalità diffusa, che lo Stato tende ad affrontare in modo episodico e reattivo, anziché attraverso un controllo strutturato e continuo.

    Pochi giorni prima, negli Stati Uniti, a Minneapolis, un’operazione condotta da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) aveva avuto un esito altrettanto drammatico, con la morte di una persona nel corso di un’attività di enforcement in materia di immigrazione.

    Anche in quel caso, il fatto di cronaca ha generato un dibattito pubblico immediato e polarizzato, nel quale l’episodio concreto è stato rapidamente trasformato in un giudizio generale sull’operato della polizia dell’immigrazione.

    I due fatti, pur diversi per contesto, ordinamento giuridico e competenze coinvolte, consentono una riflessione comune sul piano istituzionale. In entrambi i casi, l’uso della forza si colloca nell’esercizio di una funzione pubblica di sicurezza.

    La valutazione sull’eventuale illegittimità o eccesso dell’azione è rimessa, correttamente, alla magistratura.

    Ma questa distinzione fondamentale tra funzione istituzionale e responsabilità individuale viene spesso cancellata nel dibattito pubblico, con l’effetto di delegittimare in blocco l’azione di controllo dello Stato.
    Dal punto di vista del diritto pubblico, il principio è elementare: la responsabilità penale è personale, la funzione di polizia è istituzionale. Contestare l’eventuale errore di un singolo agente non equivale, né può equivalere, a negare la legittimità della funzione di controllo.

    E soprattutto non può condurre alla conclusione che lo Stato debba rinunciare a esercitare tale funzione per evitare il conflitto.

    È qui che emerge una differenza strutturale decisiva tra il modello statunitense e quello italiano. Negli Stati Uniti, l’immigrazione è trattata come una componente della sicurezza interna.

    L’ICE è una polizia dell’immigrazione, dotata di competenze operative specifiche, di una catena di comando definita e di un inquadramento chiaro nel sistema dei controlli giurisdizionali.

    L’enforcement non è episodico, ma strutturale.

    Il controllo non è un’eccezione, ma parte ordinaria del sistema.

    In Italia, invece, una polizia dell’immigrazione non esiste.

    La gestione della presenza straniera è affidata prevalentemente a uffici amministrativi, mentre le forze di polizia intervengono in modo generalista e spesso solo quando la situazione è già degenerata.

    Il controllo non è continuo, ma occasionale; non è programmato, ma reattivo.

    Questo assetto produce un effetto perverso: lo Stato arriva tardi, e quando arriva lo fa in condizioni di maggiore rischio, sia per gli operatori sia per i cittadini coinvolti.

    Il caso di Milano, pur non essendo formalmente un caso di immigrazione, è emblematico di questo modello.

    Quando il controllo del territorio e delle presenze irregolari viene rinviato, frammentato o neutralizzato, l’intervento pubblico tende a concentrarsi in situazioni limite, nelle quali il margine di errore si riduce drasticamente e le conseguenze possono diventare irreversibili.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per affrontare questo nodo.

    L’integrazione non è una categoria sociologica né un fatto puramente economico: è un rapporto giuridico tra individuo e Stato, che implica diritti ma anche obblighi.

    Quando tale rapporto non si realizza, lo Stato deve poter disporre di strumenti legittimi per dare esecuzione alle proprie decisioni, incluso il ritorno nel Paese di origine in forme ordinate, individualizzate e garantite.

    Perché questo paradigma sia praticabile, è necessario un presupposto istituzionale: una polizia dell’immigrazione. Non uno strumento punitivo, né un simbolo ideologico, ma un apparato specializzato che consenta di esercitare il controllo in modo continuo, proporzionato e giuridicamente incardinato, evitando che l’intervento avvenga solo nei momenti di emergenza.

    I fatti di Minneapolis e di Milano non dimostrano il fallimento della funzione di polizia. Dimostrano, piuttosto, che senza un apparato chiaro e strutturato di enforcement, il controllo diventa più tardivo, più confuso e più pericoloso.

    Continuare a gestire l’immigrazione con soli uffici significa rinunciare all’effettività del diritto. Costruire una polizia dell’immigrazione significa, invece, assumersi la responsabilità della sovranità, nel rispetto delle garanzie e dello Stato di diritto.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    Materia: migrazione e asilo
    ID 280782895721-36

  • Immigrazione, controllo e sovranità: il ruolo della polizia dell’immigrazione nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
    Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo.

    In questo podcast affrontiamo il tema dell’immigrazione da una prospettiva giuridica e istituzionale, cercando di ricondurre il dibattito entro categorie di diritto pubblico, spesso oscurate da letture esclusivamente economiche o emotive del fenomeno.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce dall’esigenza di superare un’impostazione che, negli ultimi anni, ha progressivamente ridotto la gestione dell’immigrazione a una questione amministrativa, fondata quasi esclusivamente sulla capacità dello straniero di inserirsi nel mercato del lavoro. In questa prospettiva, il diritto di permanere sul territorio tende a essere valutato come funzione dell’utilità economica, con una conseguente marginalizzazione dei profili di ordine pubblico, sovranità e rispetto delle regole dell’ordinamento.

    L’approccio proposto da questo paradigma è diverso. “Integrazione o ReImmigrazione” non è una formula politica né una trasposizione della nozione di “remigrazione” elaborata in altri contesti europei. Si tratta, piuttosto, di un modello giuridico, fondato su due presupposti complementari: da un lato, il diritto dello straniero a essere valutato individualmente nel proprio percorso di integrazione; dall’altro, il diritto-dovere dello Stato di dare effettività alle proprie decisioni, inclusa quella del ritorno nel Paese di origine quando i presupposti di permanenza vengono meno.

    In questo senso, la ReImmigrazione non presuppone automatismi, né espulsioni collettive, né sospensioni delle garanzie. Presuppone invece procedimenti, valutazioni individuali, controllo giurisdizionale e un apparato istituzionale in grado di rendere effettive le decisioni assunte.

    Ed è proprio su questo punto che emerge una criticità strutturale dell’ordinamento italiano ed europeo: l’assenza di una polizia dell’immigrazione intesa come corpo dotato di competenze operative, inserito stabilmente nel sistema di sicurezza interna dello Stato. La gestione dell’immigrazione è affidata prevalentemente a uffici amministrativi, che svolgono funzioni istruttorie e documentali, ma che non sono strutturati per esercitare attività di controllo sul territorio né per garantire l’esecuzione effettiva delle decisioni di ritorno.

    Il confronto con il modello statunitense, e in particolare con l’Immigration and Customs Enforcement, è utile proprio sotto questo profilo. Negli Stati Uniti il controllo dell’immigrazione è considerato una funzione di sicurezza interna e viene esercitato da un corpo di polizia federale, dotato di poteri di intervento, responsabilità istituzionale e sottoposto al controllo dell’autorità giudiziaria. L’ICE opera all’interno di un quadro normativo definito e rappresenta uno strumento attraverso cui lo Stato rende effettive le proprie decisioni in materia migratoria.

    Il recente fatto di cronaca avvenuto a Minneapolis il 24 gennaio 2026 ha riportato l’attenzione pubblica sul ruolo dell’ICE. Al di là delle valutazioni sulle singole condotte, che competono esclusivamente all’autorità giudiziaria, l’episodio consente di ribadire un principio di ordine istituzionale: l’attività di controllo dell’immigrazione è esercizio di una funzione pubblica, e come tale non può essere confusa con un arbitrio individuale né delegittimata sul piano sistemico.

    Nel dibattito europeo, invece, si tende spesso a eludere questa dimensione. Si parla di integrazione, di inclusione, di accesso al lavoro, ma raramente si affronta il tema dell’effettività delle regole e degli strumenti necessari a garantirla. Ne deriva una situazione in cui il diritto resta formale, mentre la sua applicazione concreta viene rinviata o neutralizzata.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” muove da una constatazione semplice: senza controllo non esiste integrazione giuridicamente rilevante. L’integrazione non è solo un fatto sociale, ma un rapporto giuridico tra individuo e Stato, che implica diritti ma anche obblighi. Quando questo rapporto non si realizza, lo Stato deve poter disporre di strumenti legittimi per dare esecuzione alle proprie decisioni.

    In questa prospettiva, la ReImmigrazione non si realizza attraverso uffici e procedure meramente amministrative, ma richiede un apparato istituzionale capace di operare sul territorio, di intervenire e di garantire l’effettività del sistema. Il modello ICE, pur non trasferibile meccanicamente, dimostra che una polizia dell’immigrazione può esistere ed operare all’interno di uno Stato di diritto.

    La questione, dunque, non è politica, ma istituzionale: decidere se l’immigrazione debba essere governata come fenomeno giuridico rilevante per la sovranità dello Stato, oppure continuare a trattarla come una variabile amministrativa priva di strumenti di controllo effettivo.

    Su questo nodo si gioca il futuro della gestione dell’immigrazione in Italia e in Europa.

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  • Quando l’integrazione non è un obbligo, il sistema fallisce

    Uno degli equivoci più gravi che attraversano il dibattito europeo sull’immigrazione è l’idea che l’integrazione sia un fatto spontaneo, un processo naturale che si realizza da sé con il semplice trascorrere del tempo o con l’inserimento nel mercato del lavoro.

    Il nuovo Patto UE su migrazione e asilo si muove esattamente dentro questo equivoco: costruisce procedure sempre più complesse e pervasive, ma rinuncia a definire l’integrazione come obbligo giuridico e civico. E quando l’integrazione non è un obbligo, il sistema, inevitabilmente, fallisce.

    Il Patto affronta con grande precisione il “prima” e il “durante”: ingresso, screening, procedure di frontiera, decisione sulla domanda, eventuale rimpatrio. Ma sul “dopo” – cioè su ciò che accade a chi resta – cala un silenzio significativo. Non esiste una visione strutturata dell’integrazione come percorso esigente, verificabile, condizionato al rispetto delle regole dell’ordinamento ospitante. L’integrazione non è il fulcro attorno a cui far ruotare il sistema, ma una variabile esterna, lasciata alla buona volontà individuale o alle contingenze economiche.

    Questa impostazione produce una distorsione profonda. Se l’integrazione non è un obbligo, diventa un’opzione. E se è un’opzione, non può costituire il fondamento della stabilità del soggiorno. Il risultato è un sistema che tollera la permanenza anche in assenza di una reale adesione alle regole comuni, salvo poi intervenire ex post, quando il problema è ormai esploso, attraverso strumenti repressivi o rimpatri forzati. È una logica reattiva, non governante.

    L’assenza di un obbligo di integrazione rivela anche la persistenza di una visione economicista del fenomeno migratorio. Il lavoro continua a essere il criterio implicito di legittimazione della presenza: se produci, resti; se non produci, diventi un problema. Ma il lavoro, da solo, non integra. Può facilitare l’inserimento materiale, ma non garantisce l’adesione all’ordinamento giuridico, alla lingua, ai valori costituzionali, alle regole di convivenza. Senza questi elementi, la società si frammenta, e lo Stato perde capacità di controllo e di coesione.

    Quando l’integrazione non è obbligatoria, lo Stato rinuncia a esercitare una funzione fondamentale: chiedere conto della presenza. L’ospitalità diventa un fatto unilaterale, non un rapporto reciproco. Chi entra non è chiamato a dimostrare di voler diventare parte della comunità, ma solo di non violare apertamente le regole penali. È un livello di pretesa troppo basso per reggere nel lungo periodo, soprattutto in contesti di forte pressione migratoria.

    Il fallimento del sistema non si manifesta subito. Si accumula nel tempo. Si manifesta nei quartieri segregati, nei conflitti latenti, nella sfiducia reciproca tra cittadini e istituzioni, nella percezione diffusa di perdita di controllo. A quel punto, la politica reagisce invocando più procedure, più controlli, più rimpatri. Ma si tratta di rimedi tardivi, che intervengono sugli effetti senza aver mai affrontato la causa originaria: l’assenza di un’integrazione intesa come dovere.

    Un sistema migratorio stabile non può fondarsi solo su diritti concessi e su procedure efficienti. Deve fondarsi anche su obblighi chiari, esplicitati e pretesi. L’integrazione non è un atto di gentilezza dello Stato né un diritto automatico dello straniero: è un percorso che richiede adesione consapevole, impegno, rispetto delle regole comuni. Senza questa pretesa, l’immigrazione diventa strutturalmente ingestibile.

    Il Patto UE, scegliendo di non affrontare questo nodo, rinvia il problema anziché risolverlo. Governa i flussi, ma non governa la società. Decide chi entra e chi esce, ma non chiarisce chi può restare in modo stabile e a quali condizioni sostanziali. In questo vuoto, l’unico strumento che resta per chiudere il sistema è il ritorno forzato, non come scelta politica, ma come conseguenza del fallimento dell’integrazione.

    La verità, scomoda ma necessaria, è questa: senza integrazione come obbligo, non esiste integrazione reale. Esiste solo una permanenza precaria, tollerata, destinata prima o poi a entrare in conflitto con la tenuta dell’ordinamento. E quando il conflitto emerge, non è più una questione ideologica, ma un problema di governabilità. È allora che il sistema fallisce. Non perché sia troppo severo, ma perché non ha mai avuto il coraggio di essere esigente.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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  • Complementary Protection and Integration: The Legal Laboratory of the “Integration or ReImmigration” Paradigm

    Good morning, I’m Avv. Fabio Loscerbo, and this is a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.

    Today I’m speaking to a UK audience to explain a legal model that already exists in Italy and that may be of interest from a comparative and policy perspective: complementary protection as the only framework in which lawful stay is structurally linked to integration.

    I start from a concrete administrative decision issued by the Genoa Territorial Commission on 18 December 2025. I am not focusing on the individual facts of the case, but on what that decision tells us about the architecture of immigration law. In that case, refugee status and subsidiary protection were refused, yet removal was legally blocked under Article 19 of the Italian Immigration Act. This did not happen because of discretionary compassion, humanitarian sympathy, or conditions in the country of origin. It happened because the individual had reached a level of integration that made removal legally disproportionate.

    This is the key distinction. In Italian law, complementary protection is the only legal institute where the right to remain is not based on a predefined immigration category, a formal visa route, or an external risk factor. It is based on integration itself. Integration is not treated as a policy aspiration or a moral objective, but as a legally relevant fact. It is assessed, weighed, and used as the decisive criterion to determine whether removal is lawful.

    For a UK audience, this approach is particularly striking. British immigration law is largely structured around statutory routes and formal eligibility criteria. Integration may be encouraged, and it may become relevant at later stages such as settlement or citizenship, but it is rarely the legal foundation of lawful residence itself. The Italian model shows a different possibility: a system in which remaining lawfully in the country depends on demonstrated integration, rather than on indefinite tolerance or purely formal status.

    This is why complementary protection functions as a legal laboratory. It is not a marginal or weaker form of protection. On the contrary, it is the most advanced instrument in the system, because it explicitly connects rights to responsibility. The law sends a clear message: if you integrate, your presence becomes legally protected; if you do not integrate, the legal system cannot justify your continued stay.

    From this structure emerges the paradigm “Integration or ReImmigration.” This is not a political slogan and not a call for harsher enforcement. It is the logical consequence of an integration-based legal model. If integration can justify lawful stay, then the absence of integration must logically lead to return. ReImmigration is not punishment, and it is not hostility toward migrants. It is the orderly outcome of a system that conditions residence on participation in the host society.

    The Genoa Commission’s decision illustrates this logic clearly. It does not grant permanent settlement and does not undermine state authority. It simply recognises that, at a given moment, integration has reached a level of legal relevance that temporarily blocks removal. At the same time, it confirms that lawful stay is never automatic and never unconditional.

    This is the real debate immigration law must face in the coming years. Not open borders versus closed borders, not compassion versus control, but integration as a condition of lawful stay, and return as the natural consequence of non-integration. Complementary protection already applies this logic in Italian law. In many ways, the law is already ahead of the political debate.

    If you’d like to explore these ideas further, you can find in-depth analyses on www.reimmigrazione.com or listen to the other episodes of the podcast Integration or ReImmigration.

    See you in the next episode.

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  • Non convalida del trattenimento (provvedimento del 23 gennaio 2026): la Corte di Appello di Bologna riafferma il primato dell’integrazione effettiva

    Il provvedimento monocratico emesso il 23 gennaio 2026 dalla Corte di Appello di Bologna, in sede di convalida del trattenimento ex articolo 6 del decreto legislativo 142 del 2015, assume un rilievo che va ben oltre il singolo caso concreto. Non tanto – o non solo – per l’esito della decisione, quanto per il tipo di problema giuridico che viene affrontato: l’applicazione di un paradigma di gestione dell’immigrazione nei confronti di una persona gravata da numerosi e seri precedenti penali.

    È opportuno chiarirlo sin dall’inizio, senza ambiguità. Il caso non riguarda una situazione “facile”, né un soggetto privo di precedenti o marginalmente coinvolto in vicende penali. Al contrario, la persona interessata aveva riportato condanne anche di particolare gravità, definitivamente accertate, per le quali la pena era stata integralmente espiata. È proprio questo elemento a rendere il provvedimento significativo, perché intercetta uno dei nodi più sensibili del dibattito pubblico: che cosa fare degli stranieri con precedenti penali?

    La risposta della Corte non è politica, né ideologica. È una risposta strettamente giuridica, costruita all’interno delle categorie dell’ordinamento vigente. Il giudice non nega la rilevanza dei precedenti, non li rimuove dal quadro fattuale, né afferma che essi siano irrilevanti in assoluto. Ciò che viene affermato è qualcosa di più preciso e, per certi versi, più scomodo: i precedenti penali, anche gravi, non possono essere automaticamente equiparati a una pericolosità attuale.

    Il trattenimento amministrativo costituisce una misura di eccezionale compressione della libertà personale. Proprio per questo, l’ordinamento ne subordina la legittimità a presupposti rigorosi, tra i quali assume rilievo centrale la pericolosità attuale del soggetto. È su questo terreno che la Corte costruisce la propria decisione. Dopo aver dato atto della natura e della gravità delle condanne riportate, il giudice verifica se tali precedenti trovino un riscontro nel presente, alla luce di elementi concreti e aggiornati.

    La risposta è negativa. La Corte valorizza una pluralità di dati convergenti: l’integrale espiazione della pena, la concessione di benefici penitenziari sulla base di valutazioni positive reiterate da parte della magistratura di sorveglianza, l’assenza di violazioni durante i periodi di libertà controllata, la stabilità lavorativa e il radicamento familiare sul territorio. Tutti elementi che, considerati nel loro insieme, conducono a escludere l’esistenza di una pericolosità attuale tale da giustificare il trattenimento.

    È qui che il provvedimento assume un valore paradigmatico. Esso consente di comprendere come possa – e come debba – essere applicato un modello fondato sull’alternativa integrazione o ritorno nei confronti di soggetti con precedenti penali. Il punto non è negare la possibilità del rimpatrio, né affermare una sorta di diritto incondizionato a rimanere. Il punto è un altro: il ritorno non può essere fondato su automatismi, né su categorie astratte, ma deve essere l’esito di una valutazione giuridica individualizzata.

    In questo senso, il caso mette in luce la distanza strutturale rispetto a concezioni di tipo “remigratorio”, intese come proposte di allontanamento generalizzato degli stranieri con precedenti penali. Un’impostazione di questo tipo, per come viene spesso formulata nel dibattito pubblico, si scontra frontalmente con l’attuale assetto dell’ordinamento, a partire dai principi costituzionali sulla libertà personale e sul divieto di pene di fatto ulteriori rispetto a quelle già espiate. Non è una questione di opportunità politica, ma di compatibilità giuridica.

    Il provvedimento del 23 gennaio 2026 dimostra, in concreto, che un paradigma rigoroso è possibile solo a condizione di accettarne fino in fondo le implicazioni: l’integrazione non è una concessione benevola, ma un obbligo verificabile; allo stesso tempo, il ritorno non è una sanzione automatica, ma una conseguenza che deve poggiare su presupposti giuridicamente solidi, primo fra tutti l’attualità del rischio per l’ordine pubblico.

    In questa prospettiva, la decisione della Corte non indebolisce la tutela della sicurezza, ma la riporta entro confini di legalità e razionalità. Essa afferma un principio destinato a incidere profondamente sulle future applicazioni del diritto dell’immigrazione: i casi difficili non autorizzano scorciatoie, e proprio nei confronti dei soggetti più problematici lo Stato di diritto è chiamato a dimostrare coerenza. L’integrazione effettiva, quando è accertata e attuale, diventa così un fatto giuridico che limita il potere amministrativo; la sua assenza, al contrario, resta il presupposto legittimo per l’attivazione degli strumenti di ritorno previsti dall’ordinamento.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Foro di Bologna
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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  • Immigration as an Economic Necessity?

    Why a Utilitarian Model Undermines Integration, Legal Order, and Second-Generation Outcomes

    For an American audience, any discussion of European immigration policy requires an initial clarification. ReImmigrazione is not a translated term and should not be confused with slogans such as “mass deportation” or ideological notions of “remigration.” It is a legal-policy paradigm developed within the European constitutional framework to describe a specific outcome: the lawful return of third-country nationals when integration requirements are not met. It operates strictly through individual administrative procedures, due process, and existing legal instruments.

    With this clarification in place, a recurring assumption dominates much of the European public debate on immigration: without foreign workers, the economy would collapse. Factories would close, essential services would fail, and entire sectors would become unsustainable. This argument, recently reiterated in Italian media, closely resembles narratives familiar to American audiences, where immigration is often justified primarily on labor-market grounds.

    From a legal and institutional perspective, however, this utilitarian approach is deeply problematic.

    When immigration is framed mainly as an economic necessity, the legal logic governing residence and permanence is inverted. Presence on national territory becomes legitimate because it is economically useful, rather than because it is legally regulated and integrated into the constitutional order. Market demand begins to substitute legal criteria. Over time, this weakens enforcement, blurs responsibility, and erodes the normative structure of immigration law.

    In European legal systems, immigration has never been conceived as a purely economic entitlement. Residence permits, long-term status, and access to rights are formally conditioned on compliance with legal requirements, respect for public order, and progressive integration into the host society. When economic convenience becomes the dominant justification, integration shifts from being a legal condition to a rhetorical objective, often invoked but rarely enforced.

    The ReImmigrazione paradigm responds directly to this structural distortion. It does not deny economic contribution, nor does it ignore labor shortages. Instead, it restores a foundational principle of constitutional democracies: permanence within a legal order must be grounded in integration and legality, not utility.

    In this framework, integration is not a cultural aspiration or a symbolic value. It is a legally relevant process. Language acquisition, respect for the law, civic conduct, and adherence to institutional rules constitute objective criteria. When this process is absent or fails, continued residence lacks a legal basis. The return to the country of origin, carried out through lawful procedures, is not punitive but the normal consequence of an unfulfilled legal condition.

    This distinction is often misunderstood in transatlantic debates. ReImmigrazione does not imply collective expulsions, ethnic selection, or ideological exclusion. It operates exclusively on an individual basis and relies on instruments already present in democratic legal systems: denial or revocation of residence permits, return decisions, voluntary repatriation programs, and judicially reviewable removals. In short, it is rule-of-law enforcement, not ideological policy.

    Persisting in an economic-only justification for immigration produces long-term institutional consequences, particularly with respect to second generations. When first-generation migrants are admitted and tolerated primarily because they are “needed” by the economy, without a clearly enforced integration framework, their children grow up within an ambiguous legal and civic environment. Inclusion becomes de facto rather than juridical, while responsibility remains undefined.

    The difficulties surrounding second-generation integration are therefore not accidental. They are the predictable outcome of a model that replaces enforceable integration with tolerance and substitutes legal clarity with economic convenience. Over time, this generates social fragmentation and undermines institutional credibility.

    For U.S. audiences, the lesson is directly transferable. Immigration systems that rely on economic necessity while neglecting legally enforceable integration standards inevitably produce systemic incoherence. The key issue is not whether immigrants contribute economically. The real question is whether the legal system clearly distinguishes between integration-based permanence and temporary economic tolerance.

    ReImmigrazione offers a coherent answer rooted in European legal tradition: integration as the condition for stability, and lawful return as the consequence of its absence. This is not a radical proposal. It is a reaffirmation of legality in migration governance.

    Failing to draw this distinction does not prevent failure; it postpones it. And when integration collapses at the second-generation level, the cost is no longer economic. It becomes institutional and constitutional.

    Fabio Loscerbo, Attorney at Law
    EU Transparency Register – Lobbyist
    ID 280782895721-36

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  • Youth Violence, “Baby Gangs” and Second Generations: Integration as a Duty, Not an Excuse

    Good morning. My name is Fabio Loscerbo, I am an Italian attorney, and this is a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Today I want to address an issue that is increasingly shaping public debate in Italy: youth violence, the phenomenon often described as “baby gangs,” the label “maranza,” and the constant reference to so-called second generations. It is a heated and emotional debate, one in which language often replaces responsibility and narratives take precedence over solutions.

    The first and most common mistake is hiding behind labels. Baby gangs, maranza, second generations: these expressions create the illusion of explanation, while in reality they help to avoid the core issue. The real problem is not how we name these phenomena. The real problem is that there are repeated, often group-based acts of violence that directly affect public order and everyday security.

    A significant part of the public discourse explains these behaviours as the result of social hardship, marginalisation or denied identity. Such explanations may help describe certain contexts, but they become dangerous when they turn into implicit justification. In a society governed by the rule of law, violence is never an acceptable reaction. Rules are not negotiable on the basis of personal background or individual experience. Personal responsibility remains the foundation of civil coexistence.

    A second, opposite error is to downplay the issue by claiming that baby gangs do not exist as a legal category. This is technically correct, but practically irrelevant. The law does not require media labels in order to intervene. The law responds to conduct. When a group, whether organised or informal, commits assaults, robberies or acts of intimidation, that conduct is legally relevant regardless of how it is described. Focusing on terminology often becomes a way to postpone difficult decisions.

    At the heart of this debate lies a distorted understanding of integration. Integration is often presented as an emotional process, as a sense of belonging that should naturally emerge if society is sufficiently inclusive. From a legal perspective, this view is unsustainable. Integration is not a feeling. It is a condition. It is a process defined by concrete obligations: respect for the law, genuine participation in education, recognition of public authority and rejection of violence as a means of social interaction.

    When these elements are missing, we are not dealing with incomplete integration, but with failed integration. This is precisely where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione becomes relevant. Not as a slogan and not as provocation, but as a serious framework for governing migration and social stability.

    The logic is simple and traditional. Anyone who lives permanently in Italy does so within a civic and legal pact. That pact includes rights, but also duties. Integration is neither automatic nor unconditional. It must be verified over time. When the process works, the State has a duty to support and strengthen it. When it fails repeatedly and structurally, the State must have the courage to draw the necessary consequences.

    ReImmigrazione is neither moral punishment nor social revenge. It is the legal consequence of failing to meet the conditions of residence. It restores credibility to public institutions by making it clear that rules are not optional and that coexistence cannot be based on permanent excuses.

    This paradigm has a further crucial advantage. It avoids both sociological absolution and ethnic generalisation. It does not target origin, identity or background. It targets behaviour. It rewards those who respect the rules and intervenes when the rules are systematically violated.

    From this perspective, security and integration are not opposing concepts. Security is the precondition for integration, and successful integration is the foundation of long-term social stability. Treating them as conflicting ideas only produces endless debate and no solutions.

    The phenomenon currently described as maranza or baby gangs should neither be denied nor sensationalised. It must be governed. Because what can be governed can be resolved. But governance requires clear rules, enforceable obligations and real consequences.

    My name is Fabio Loscerbo, and this was a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.
    Thank you for listening.

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  • La protection complémentaire, l’intégration et le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione »

    Tribunal ordinaire de Bologne (Italie), jugement du 19 décembre 2025

    Le jugement rendu le 19 décembre 2025 par le Tribunale Ordinario di Bologna constitue une décision de référence en matière de protection complémentaire, en ce qu’il en précise la nature juridique, la fonction constitutionnelle et le lien direct avec le degré d’intégration effective de l’étranger sur le territoire italien.

    Pour un public français, il est essentiel de souligner que la protection complémentaire italienne ne correspond ni à l’asile conventionnel ni à une mesure humanitaire discrétionnaire comparable à certaines régularisations administratives. Il s’agit d’un mécanisme juridictionnel fondé sur les obligations constitutionnelles et conventionnelles de l’État, destiné à empêcher l’éloignement lorsqu’il porterait une atteinte disproportionnée aux droits fondamentaux.

    La protection complémentaire comme limite constitutionnelle à l’éloignement

    En droit italien, la protection complémentaire s’applique lorsque l’étranger ne remplit pas les conditions du statut de réfugié ou de la protection subsidiaire, mais que son éloignement serait incompatible avec les droits fondamentaux garantis par la Constitution italienne et par la Convention européenne des droits de l’homme, notamment le droit au respect de la vie privée et familiale.

    Dans la décision du 19 décembre 2025, le Tribunal de Bologne rappelle que le pouvoir d’éloignement de l’administration n’est ni absolu ni discrétionnaire. Lorsqu’une expulsion entraîne une violation des droits fondamentaux, l’État est juridiquement empêché de l’exécuter. La protection complémentaire devient alors un droit subjectif opposable, et non une faveur accordée par l’administration.

    L’intégration comme critère juridique déterminant

    L’apport central du jugement réside dans la qualification de l’intégration comme critère juridique structurant de l’analyse, et non comme un simple objectif de politique migratoire.

    Le Tribunal adopte une approche globale et concrète : l’activité professionnelle régulière, la stabilité du logement, la durée du séjour, la connaissance de la langue, les relations sociales et familiales effectives sont appréciées dans leur ensemble. Aucun de ces éléments n’est décisif isolément ; c’est leur combinaison qui permet d’établir l’existence d’une vie privée et sociale enracinée dans le pays d’accueil.

    Le juge précise qu’une intégration parfaite ou définitive n’est pas exigée. Il suffit d’un parcours sérieux, actuel et vérifiable, démontrant un effort réel d’insertion dans l’ordre juridique et social italien. Cette approche écarte à la fois une interprétation excessivement restrictive et une logique de régularisation automatique.

    « Integrazione o ReImmigrazione » : un paradigme juridique et non idéologique

    C’est dans ce cadre que s’inscrit le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione ».

    L’intégration ne fonde pas un droit inconditionnel au séjour. Elle constitue le facteur de sélection juridique permettant d’identifier les situations dans lesquelles l’éloignement serait constitutionnellement disproportionné. À l’inverse, lorsque l’intégration fait défaut — absence de stabilité, de liens sociaux ou de respect durable des règles communes — le retour dans le pays d’origine, désigné comme ReImmigrazione, représente l’issue juridiquement cohérente.

    La ReImmigrazione n’a ici aucune dimension punitive. Elle est la conséquence normale du contrôle de proportionnalité, lorsque aucun intérêt fondamental digne de protection ne s’oppose à l’éloignement.

    Un modèle distinct de l’approche française classique

    Pour un lecteur français, ce raisonnement présente un intérêt particulier. Alors que le droit français tend à dissocier la question de l’intégration des mécanismes contentieux de l’éloignement, le droit italien — tel qu’interprété par la jurisprudence — intègre directement l’intégration dans le contrôle de légalité de l’expulsion.

    La protection complémentaire devient ainsi le lieu de conciliation entre souveraineté de l’État et protection effective des droits fondamentaux, sans tomber ni dans l’automatisme de la régularisation ni dans une logique de rigueur aveugle.

    Conclusion

    Le jugement du Tribunal ordinaire de Bologne du 19 décembre 2025 confirme que la protection complémentaire constitue aujourd’hui le cœur opérationnel du droit italien de l’immigration. Il transforme l’intégration en un critère juridique mesurable et contrôlable, et fait de la ReImmigrazione la conséquence légitime de l’absence de radication sociale et juridique.

    Il ne s’agit pas d’une construction théorique, mais d’un modèle juridique pleinement opérationnel, fondé sur la proportionnalité, la responsabilité individuelle et le respect des principes constitutionnels.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Lobbyiste inscrit au Registre pour la transparence de l’Union européenne
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • La ReImmigrazione non si fa con gli uffici: il caso ICE di Minneapolis

    Il 24 gennaio 2026, a Minneapolis, nel corso di una operazione federale di controllo dell’immigrazione, un agente della U.S. Border Patrol ha fatto uso dell’arma di ordinanza causando la morte di Alex Jeffrey Pretti, cittadino statunitense di 37 anni.

    L’intervento si collocava all’interno di una attività di enforcement condotta da agenzie federali titolari, per legge, delle funzioni di polizia dell’immigrazione e di controllo del territorio.

    La notizia è stata riportata dai principali media statunitensi e internazionali. Reuters ha riferito che l’episodio è avvenuto mentre agenti federali stavano svolgendo una operazione di polizia legittima, chiarendo che l’intervento rientrava nelle competenze istituzionali delle autorità federali in materia di immigrazione e sicurezza interna.
    https://www.reuters.com/world/us/minnesota-governor-says-federal-agents-involved-shooting-minneapolis-2026-01-24/

    Secondo quanto comunicato dal Department of Homeland Security, l’uomo si sarebbe avvicinato agli agenti armato di una pistola e avrebbe opposto resistenza nel corso dell’intervento, determinando una situazione di pericolo tale da giustificare la reazione dell’agente. Associated Press ha confermato che l’uso della forza è avvenuto durante una operazione federale di immigrazione e che, come previsto dall’ordinamento statunitense, sono state attivate le procedure di verifica e accertamento interne.
    https://apnews.com/article/immigration-enforcement-minnesota-protester-alex-pretti-15ade7de6e19cb0291734e85dac763dc

    Anche la stampa locale del Minnesota ha evidenziato come l’episodio si sia verificato in un contesto operativo complesso, caratterizzato da tensioni e dalla presenza di più soggetti, ribadendo che l’azione degli agenti rientrava in un’attività di polizia dell’immigrazione svolta sul territorio.
    https://www.startribune.com/ice-raids-minnesota/601546426

    Il fatto di cronaca, per quanto tragico sotto il profilo umano, non può essere letto in modo avulso dal principio fondamentale che regge ogni Stato di diritto: a un agente di polizia che sta svolgendo il proprio dovere non si reagisce.

    La polizia non agisce a titolo personale, ma rappresenta lo Stato, e ogni interferenza o reazione nei confronti dell’azione di polizia si traduce, sul piano istituzionale, in una reazione contro l’autorità statale.

    Le valutazioni sulle responsabilità individuali, sulle modalità operative e sull’eventuale uso sproporzionato della forza spettano, correttamente, all’autorità giudiziaria. Ma il singolo episodio non può diventare il pretesto per delegittimare la funzione pubblica della polizia dell’immigrazione.

    È proprio in questa prospettiva che il caso di Minneapolis assume un significato che va oltre la cronaca.

    Negli Stati Uniti esiste una polizia dell’immigrazione dotata di poteri operativi, forza pubblica, catena di comando e responsabilità istituzionale. In Italia, al contrario, la gestione dell’immigrazione continua a essere affidata prevalentemente a uffici amministrativi, privi di reali strumenti di controllo sul territorio e di capacità di enforcement.

    Su questo punto ho già scritto più volte. In particolare, nel contributo dedicato proprio al caso ICE di Minneapolis ho evidenziato come il controllo dell’immigrazione non sia una funzione burocratica, ma un’espressione diretta della sovranità statale:
    https://reimmigrazione.com/2026/01/12/il-caso-ice-di-minneapolis-e-la-funzione-del-controllo-dellimmigrazione/

    Ho inoltre spiegato perché il passaggio dagli uffici immigrazione a un vero modello di polizia dell’immigrazione, sul modello dell’ICE, rappresenti una scelta necessaria per l’Italia:
    https://reimmigrazione.com/2025/11/09/dagli-uffici-immigrazione-allice-perche-e-necessario-costruire-una-polizia-dellimmigrazione-per-litalia/

    E ho chiarito come l’assenza di una polizia dell’immigrazione equivalga, nei fatti, a una rinuncia dello Stato all’esercizio della propria sovranità:
    https://reimmigrazione.com/2025/12/24/senza-una-polizia-dellimmigrazione-lo-stato-abdica-alla-sovranita/

    Infine, ho sostenuto che la ReImmigrazione non è realizzabile senza un corpo di polizia dedicato, capace di operare sul territorio e di garantire l’effettività delle regole:
    https://reimmigrazione.com/2025/10/24/serve-un-corpo-di-polizia-dellimmigrazione-per-realizzare-la-reimmigrazione/

    Il caso ICE di Minneapolis non smentisce questa impostazione.

    Al contrario, la conferma. La ReImmigrazione non si fa con moduli, sportelli e procedure amministrative, ma con istituzioni pubbliche dotate di poteri reali, forza legittima e responsabilità giuridica.

    Uno Stato che rinuncia a dotarsi di una polizia dell’immigrazione rinuncia, di fatto, a esercitare il controllo sul proprio territorio.

    Gli Stati Uniti, nel bene e nel male, questa scelta l’hanno compiuta. L’Italia continua a rimandarla.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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  • Entrare non significa restare: l’ingresso come atto iniziale, non come diritto acquisito

    Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

    Dopo aver chiarito che l’immigrazione è un rapporto giuridico fondato sulla responsabilità e non sull’utilità economica, affrontiamo oggi uno degli equivoci più radicati e più dannosi del dibattito contemporaneo: l’idea che l’ingresso nel territorio dello Stato comporti, in qualche modo, un diritto implicito alla permanenza. È un equivoco culturale prima ancora che giuridico, ma è proprio da questo equivoco che discendono molte delle distorsioni attuali del sistema.

    Nel diritto dell’immigrazione, l’ingresso è solo l’atto iniziale del rapporto tra lo straniero e lo Stato. Non è una conquista, non è una legittimazione definitiva, non è un titolo che si consolida automaticamente nel tempo. È, al contrario, un momento preliminare, subordinato a condizioni precise e destinato a essere seguito da verifiche, controlli e valutazioni successive. Confondere l’ingresso con la permanenza significa sovvertire l’intera architettura del sistema.

    Eppure, nella prassi amministrativa e nel discorso pubblico, questo passaggio logico è stato progressivamente rimosso. Si è affermata una narrazione secondo cui “una volta entrati” si sarebbe già in qualche modo “dentro”, e quindi meritevoli di stabilizzazione. Il confine tra ingresso e soggiorno si è fatto opaco, fino quasi a scomparire. Ma uno Stato che non distingue più tra chi entra e chi può restare è uno Stato che rinuncia a governare.

    Dal punto di vista giuridico, l’ingresso è sempre condizionato. È legato a un titolo, a una finalità, a una durata. Non apre uno spazio di libertà indefinito, ma inaugura un rapporto che può proseguire solo se le condizioni previste dalla legge vengono rispettate. Il soggiorno, a sua volta, non è la naturale prosecuzione dell’ingresso, ma il risultato di una valutazione positiva da parte dell’autorità pubblica. Quando questa distinzione viene cancellata, il sistema smette di funzionare.

    Questo equivoco produce un secondo effetto, ancora più problematico: l’idea che il tempo trasformi l’ingresso in diritto. Più si resta, più si diventa intoccabili. Più il procedimento si prolunga, più la posizione si consolida. Ma il tempo, come abbiamo già visto, non è una categoria giuridica sufficiente. Il tempo non sana le irregolarità, non sostituisce le decisioni, non crea legittimazione. È solo l’inerzia dello Stato a trasformare il tempo in un fattore surrettizio di stabilizzazione.

    Su questo terreno si innestano anche molte confusioni sul tema della cittadinanza. Si tende a considerare la cittadinanza come l’esito naturale di una presenza prolungata, quasi fosse un premio alla resistenza. Ma anche qui il presupposto è errato. La cittadinanza, come l’ingresso e il soggiorno, è una scelta sovrana dello Stato. Non è un automatismo temporale, ma una decisione politica e giuridica, che presuppone integrazione reale, adesione all’ordinamento e affidabilità complessiva.

    Ribadire che entrare non significa restare non equivale a negare diritti. Al contrario, significa rendere i diritti seri. Significa chiarire fin dall’inizio che l’ingresso apre un percorso, non garantisce un esito. Che l’integrazione è possibile, ma non scontata. Che la permanenza è legittima solo se sostenuta da comportamenti coerenti e dal rispetto delle condizioni previste.

    È proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” mostra la sua coerenza interna. Se l’ingresso non è un diritto acquisito, allora anche la permanenza deve essere continuamente giustificata. E se questa giustificazione viene meno, lo Stato deve avere il coraggio e la capacità di chiudere il rapporto. Non per punire, ma per ristabilire la coerenza del sistema.

    Uno Stato che chiarisce fin dall’inizio che l’ingresso non equivale alla stabilizzazione è uno Stato che tutela meglio anche chi si integra davvero. Perché premia il merito, valorizza il percorso, distingue le situazioni. Al contrario, uno Stato che confonde ingresso e permanenza finisce per trattare tutti allo stesso modo, senza criteri, senza verifiche, senza decisioni.

    Nel prossimo episodio affronteremo il passaggio successivo: la permanenza come processo giuridico dinamico, fatto di controlli, verifiche e conseguenze. Perché solo uno Stato che accompagna il soggiorno con decisioni effettive può dirsi davvero capace di governare l’immigrazione.

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  • L’approccio economicista all’immigrazione e la crisi giuridica dell’integrazione: un modello strutturalmente fallimentare

    L’articolo pubblicato da PiacenzaSera (“Fare a meno degli stranieri? Chiuderebbero fabbriche e servizi, economia in ginocchio”), reperibile al seguente link
    https://www.piacenzasera.it/2026/01/fare-a-meno-degli-stranieri-chiuderebbero-fabbriche-e-servizi-economia-in-ginocchio/629472/
    si inserisce in una cornice argomentativa ormai consolidata nel dibattito pubblico italiano, nella quale il fenomeno migratorio viene letto e valutato quasi esclusivamente attraverso la sua funzione economica.

    L’immigrazione è rappresentata come fattore strutturale di tenuta del sistema produttivo e dei servizi essenziali, fino a diventare, implicitamente, un presupposto necessario di sopravvivenza dell’economia nazionale.

    Questa impostazione, tuttavia, presenta criticità rilevanti sotto il profilo giuridico e sistemico. Il problema non è il riconoscimento del contributo lavorativo degli stranieri, dato che nessun’analisi seria può negarne l’esistenza.

    Il problema è l’assunzione, spesso non dichiarata ma chiaramente operante, secondo cui tale contributo diventa il fondamento sostanziale della legittimazione della presenza sul territorio.

    In questo modo, la permanenza dello straniero tende a essere sganciata da un percorso giuridicamente strutturato di integrazione e viene invece ancorata a criteri di utilità economica contingente.

    Dal punto di vista del diritto dell’immigrazione, questo slittamento è tutt’altro che neutro. L’ordinamento italiano ed europeo non costruisce la regolarità del soggiorno come mera funzione del fabbisogno economico, ma come risultato di un equilibrio tra diritti fondamentali, interessi pubblici e doveri di integrazione.

    Quando il discorso pubblico e, di riflesso, l’azione amministrativa assumono l’economia come criterio prevalente, il diritto perde la sua funzione ordinatrice e viene progressivamente sostituito da una logica emergenziale e utilitaristica.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca esattamente su questo piano di criticità. Non è una proposta ideologica, ma una ricostruzione giuridica coerente con i principi dello Stato di diritto. L’integrazione non è un concetto sociologico indeterminato, né un obiettivo meramente programmatico.

    È un percorso che deve essere verificabile sul piano amministrativo e rilevante sul piano giuridico. In assenza di tale percorso, la permanenza perde il suo fondamento e il ritorno nel Paese di origine diventa l’esito fisiologico di un sistema che pretende il rispetto delle regole come condizione della stabilità del soggiorno.

    La persistenza di una visione economicista produce, inoltre, effetti distorsivi di lungo periodo, in particolare sul piano delle seconde generazioni. Se la prima generazione viene ammessa e tollerata prevalentemente in quanto funzionale al mercato del lavoro, senza che lo Stato pretenda un’effettiva integrazione giuridica e civica, la seconda generazione cresce all’interno di un quadro normativo ambiguo. I figli si formano in un contesto in cui la presenza dei genitori è stata giustificata dall’utilità, non dall’appartenenza a un progetto ordinamentale condiviso.

    Questo modello incide direttamente sulla costruzione dell’identità giuridica e sociale delle seconde generazioni. L’assenza di un chiaro nesso tra diritti e doveri, tra permanenza e integrazione, genera un vuoto che non è solo sociale, ma istituzionale.

    La difficoltà di integrazione delle seconde generazioni non è, quindi, un fenomeno casuale o esclusivamente socio-economico, bensì il prodotto di un’impostazione che ha rinunciato a governare l’immigrazione come questione di legalità e di responsabilità reciproca.

    In questo quadro, è necessario distinguere nettamente il paradigma della ReImmigrazione dalle teorie di “remigrazione” sviluppate in altri contesti europei. Qui non vi è alcuna logica identitaria o collettiva.

    La ReImmigrazione opera esclusivamente sul piano individuale, amministrativo e giuridico, utilizzando strumenti già presenti nell’ordinamento: dinieghi, revoche, espulsioni e rimpatri, applicati in modo coerente e non episodico. Si tratta di una riaffermazione del principio di legalità, non di una sua torsione.

    Continuare a impostare il fenomeno migratorio in termini prevalentemente economici significa rinviare indefinitamente il problema dell’integrazione, aggravandone le conseguenze. Nel breve periodo si preserva una certa funzionalità del sistema produttivo; nel medio e lungo periodo si costruisce una frattura strutturale tra popolazione residente, istituzioni e seconde generazioni. È in questa prospettiva che l’approccio economicista si rivela non solo insufficiente, ma strutturalmente fallimentare.

    “Integrazione o ReImmigrazione” non è una risposta emotiva al fenomeno migratorio, ma una proposta di riallineamento tra diritto, amministrazione e realtà sociale. Senza questo riallineamento, l’integrazione resterà un obiettivo retorico e le seconde generazioni continueranno a pagare il prezzo di un modello che ha scelto la convenienza immediata al posto della coerenza giuridica.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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  • Ergänzender Schutz, Integration und das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“

    Ordentliches Gericht Bologna (Italien), Urteil vom 19. Dezember 2025

    Das Urteil des Tribunale Ordinario di Bologna vom 19. Dezember 2025 stellt eine rechtlich besonders bedeutsame Entscheidung zur protezione complementare (ergänzender Schutz) dar. Es präzisiert deren verfassungsrechtliche Funktion und ordnet sie systematisch in das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“ ein, das auf einer rechtlich kontrollierten Unterscheidung zwischen schutzwürdiger Integration und fehlender Verwurzelung beruht.

    Für ein deutsches Publikum ist vorab klarzustellen, dass der ergänzende Schutz nach italienischem Recht weder dem Flüchtlingsschutz noch einer politisch-discretionären humanitären Aufenthaltserlaubnis entspricht. Vielmehr handelt es sich um ein verfassungsrechtlich gebundenes Schutzinstrument, das greift, wenn eine Aufenthaltsbeendigung mit den Grundrechten der betroffenen Person unvereinbar wäre.

    Ergänzender Schutz als verfassungsrechtliche Schranke der Aufenthaltsbeendigung

    Nach italienischem Recht findet der ergänzende Schutz Anwendung, wenn der Ausländer keinen Anspruch auf internationalen Schutz hat, eine Abschiebung jedoch gegen verfassungsrechtliche oder völkerrechtliche Verpflichtungen des Staates verstoßen würde, insbesondere gegen den Schutz des Privat- und Familienlebens.

    Das Gericht stellt klar, dass die Ausweisungs- und Abschiebungsbefugnis der Verwaltung nicht schrankenlos ist. Liegt eine unverhältnismäßige Beeinträchtigung grundrechtlich geschützter Interessen vor, ist der Staat rechtlich gehindert, die Aufenthaltsbeendigung durchzusetzen. Der ergänzende Schutz begründet damit ein subjektives Recht, das gerichtlich durchsetzbar ist.

    Integration als rechtlich relevantes Abwägungskriterium

    Zentral für die Entscheidung ist die rechtliche Einordnung der Integration. Das Gericht behandelt Integration nicht als migrationspolitisches Ziel, sondern als justiziables Kriterium innerhalb der Verhältnismäßigkeitsprüfung.

    Berücksichtigt werden insbesondere eine regelmäßige Erwerbstätigkeit, stabile Wohnverhältnisse, die Dauer des Aufenthalts, Sprachkenntnisse sowie tatsächliche soziale und familiäre Bindungen. Diese Elemente werden nicht isoliert bewertet, sondern in ihrer Gesamtschau, um festzustellen, ob sich eine schutzwürdige private Lebenssphäre im Aufnahmestaat herausgebildet hat.

    Von besonderer Bedeutung ist die Klarstellung, dass keine vollständige oder irreversible Integration verlangt wird. Ausreichend ist ein ernsthafter, aktueller und überprüfbarer Integrationsprozess, der über bloße Absichtserklärungen hinausgeht. Damit vermeidet das Gericht sowohl einen übermäßig restriktiven Maßstab als auch eine automatische Aufenthaltsverfestigung.

    „Integrazione o ReImmigrazione“ als juristisch selektives Paradigma

    Vor diesem Hintergrund wird das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“ rechtlich konkretisiert.

    Integration begründet kein bedingungsloses Aufenthaltsrecht. Sie fungiert vielmehr als Selektionskriterium, das darüber entscheidet, ob eine Aufenthaltsbeendigung verfassungsrechtlich zulässig ist. Wo eine relevante Integration vorliegt, wäre die Abschiebung unverhältnismäßig und damit unzulässig. Wo sie fehlt, stellt die ReImmigrazione – die Rückkehr in den Herkunftsstaat – die rechtlich konsequente Folge dar.

    Die ReImmigrazione ist dabei ausdrücklich nicht als Sanktion zu verstehen, sondern als Ergebnis einer verfassungsrechtlichen Abwägung, in der kein schutzwürdiges Privat- oder Familienleben festgestellt werden kann.

    Ein Ansatz jenseits rein politischer Migrationssteuerung

    Aus deutscher Sicht ist hervorzuheben, dass dieses Modell Integration unmittelbar mit der Rechtmäßigkeit der Aufenthaltsbeendigung verknüpft. Anders als rein verwaltungs- oder ermessensbasierte Lösungen bindet das italienische Recht – in der hier bestätigten Auslegung – die Migrationssteuerung strikt an verfassungsrechtliche Maßstäbe.

    Der ergänzende Schutz fungiert damit als systemordnendes Instrument, das staatliche Souveränität wahrt, ohne den Grundrechtsschutz zu relativieren.

    Schlussfolgerung

    Das Urteil des Ordentlichen Gerichts von Bologna vom 19. Dezember 2025 bestätigt, dass der ergänzende Schutz heute den funktionalen Kern des italienischen Migrationsrechts bildet. Integration wird zu einem rechtlich überprüfbaren Kriterium, während ReImmigrazione die verfassungskonforme Konsequenz fehlender sozialer und rechtlicher Verwurzelung darstellt.

    Es handelt sich nicht um eine politische These, sondern um ein bereits operatives verfassungsrechtliches Modell, das Verantwortung, Verhältnismäßigkeit und Rechtssicherheit miteinander verbindet.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Lobbyist im Transparenzregister der Europäischen Union
    ID 280782895721-36

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  • Entry into the Territory Is Not a Right to Remain

    Welcome to a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.
    I am Attorney Fabio Loscerbo.

    One of the most persistent and damaging misconceptions in contemporary immigration policy is the idea that entry into a country generates, by itself, a right to remain. This confusion between admission and permanence has quietly reshaped legal systems, undermining the capacity of the State to govern immigration in a coherent and credible way.

    Entry into the territory is an authorizing act. It is a decision taken by the State under specific legal conditions, for a defined purpose and for a limited period of time. Whether that entry is based on a visa, a humanitarian channel, or an asylum procedure, it is never unconditional. Yet in practice, entry has often been treated as the first step of an irreversible path, where time replaces law and tolerance replaces evaluation.

    This slippage did not happen openly. It developed through administrative inertia, political avoidance, and judicial hesitation. Once an individual crossed the border, the focus shifted almost exclusively to regularization and stabilization. The legal meaning of entry was progressively emptied, and permanence became the default outcome rather than a conclusion reached through assessment.

    The paradigm Integration or ReImmigration rejects this logic at its core. Entry does not create a right to remain. It creates a temporary legal condition that must be followed by verification. The right to remain, if it emerges, is the result of a process, not the consequence of a single act.

    This distinction is not formal. It is structural. When entry is treated as permanence, the State loses the ability to evaluate behavior, integration, and compatibility with the legal order. Every subsequent intervention is perceived as a revocation rather than as a normal exercise of authority. Removal becomes politically explosive, and enforcement is delegitimized in advance.

    In a system governed by law, entry and permanence must be conceptually and legally separated. Entry answers the question: may this person access the territory under certain conditions? Permanence answers a different question: do the conditions that justify continued presence still exist? Confusing these two questions produces a system without exit.

    This confusion also affects public perception. When entry is framed as the beginning of an unconditional stay, expectations are created that the legal system cannot coherently fulfill. Any attempt to reassert conditionality is then interpreted as cruelty or betrayal, rather than as the application of rules that were always implicit but never enforced.

    The effects of this distortion are visible across Western societies. Individuals remain lawfully present for years without any meaningful evaluation of integration. Legal status is renewed automatically, often disconnected from conduct or compliance. Over time, the State becomes a registrar of presence rather than a governor of permanence.

    The paradigm Integration or ReImmigration restores the original legal logic. Entry is temporary by definition. Permanence is conditional by nature. The passage from one to the other requires time, evaluation, and responsibility. This does not weaken protection; it strengthens it, because it anchors rights within a framework of legal certainty.

    This approach also clarifies the relationship between immigration and citizenship. Citizenship cannot be the mechanical consequence of time spent in the territory. If entry already implies permanence, citizenship becomes merely the last step of an automatic process. When that happens, citizenship itself loses its substantive meaning. Belonging is reduced to duration, not to participation in the legal and civic order.

    Reintroducing the separation between entry and permanence allows the State to act earlier, more proportionately, and with greater legitimacy. It prevents the accumulation of unresolved situations and reduces the need for emergency-driven interventions. Most importantly, it restores predictability: individuals know that entry opens a process, not a guarantee.

    This is the point where the logic of conditional stay becomes central. If entry is not the right to remain, then remaining must be justified over time. This justification cannot be abstract. It must be grounded in behavior, integration, and respect for the rules of the host society.

    In the next episode, we will explore precisely this dimension. We will examine lawful presence not as a static status, but as a legal process that unfolds over time, subject to verification, assessment, and possible conclusion.

    Thank you for listening.

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  • Decision of the Genoa Territorial Commission of 18 December 2025

    Complementary Protection as the Only Legal Laboratory of the “Integration or ReImmigration” Paradigm

    The decision adopted by the Genoa Territorial Commission for the Recognition of International Protection on 18 December 2025 provides a clear insight into a distinctive feature of Italian immigration law that is largely absent from the UK legal framework: the existence of a residence mechanism in which lawful stay is directly grounded in integration.

    By refusing refugee status and subsidiary protection while referring the case to the competent administrative authority under Article 19, paragraphs 1 and 1.1, of Legislative Decree no. 286/1998, the Commission did not resort to discretionary compassion or humanitarian leniency. It applied a precise legal rule according to which removal is unlawful when it is incompatible with the level of integration already achieved within the host society.

    For a UK audience, this approach is particularly significant. In British immigration law, lawful residence is primarily linked to predefined statutory categories such as work, family life, asylum or discretionary leave, while integration generally remains a policy objective rather than an autonomous legal ground for stay. The Italian model of complementary protection operates differently. It is not based on risk in the country of origin, nor on vulnerability as such, but on an internal assessment of social reality within the host State.

    Complementary protection rests on the recognition of integration as a legally relevant fact. Integration is understood as a real and demonstrable embedding within the social, professional and relational fabric of the country, assessed in a comparative perspective against the situation in the country of origin. The law does not protect the individual in the abstract; it protects a legal equilibrium that would be disproportionately disrupted by removal.

    For this reason, complementary protection can be described as a genuine legal laboratory. It is the only procedure in the Italian legal order in which integration is not merely encouraged or promoted, but legally measured, valued and used as the decisive criterion for lawful residence. Other residence routes depend on formal requirements such as employment contracts, family relationships or enrolment status, while international protection depends on external risk factors. Only complementary protection places integration at the very centre of the legality of stay.

    It is from this legal structure that the paradigm “Integration or ReImmigration” emerges. This paradigm is not a political slogan but the logical extension of a rule already embedded in positive law. If integration is capable of justifying lawful stay, then the absence of integration cannot justify indefinite presence. ReImmigration, in this sense, is not punitive and does not negate protection; it represents the lawful counterpart of an integration-based residence model.

    The decision of the Genoa Territorial Commission of 18 December 2025 clearly illustrates this internal coherence. It does not grant permanent settlement and does not weaken the State’s capacity to enforce immigration control. It simply acknowledges that, at a given moment, integration has reached a threshold of legal relevance that makes removal unlawful. In doing so, it shows that protection and return are not opposing policies, but legally connected outcomes within a single normative framework.

    Conclusion

    Complementary protection is not an anomaly within Italian immigration law. It is its most advanced expression. It is currently the only legal model in which lawful stay is structurally linked to integration, understood as a measurable and legally decisive fact. For this reason, it constitutes the true legal laboratory of the “Integration or ReImmigration” paradigm: not ideology, not discretion, but law governing consequences.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Solicitor (Italy) – Immigration Law
    Registered EU Transparency Register Lobbyist – ID 280782895721-36

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  • Protección complementaria, integración y el paradigma «Integrazione o ReImmigrazione»

    Tribunal Ordinario de Bolonia (Italia), sentencia de 19 de diciembre de 2025

    La sentencia dictada el 19 de diciembre de 2025 por el Tribunale Ordinario di Bologna constituye una resolución de especial relevancia en materia de protección complementaria, al precisar su naturaleza jurídica, su función constitucional y su estrecha relación con el grado de integración efectiva del extranjero en el territorio italiano.

    Para el público español conviene aclarar, desde el inicio, que la protección complementaria italiana no equivale al asilo en sentido estricto ni a una medida humanitaria discrecional. Se trata de un mecanismo jurídico de carácter constitucional, destinado a impedir la expulsión cuando esta suponga una vulneración grave y desproporcionada de derechos fundamentales garantizados por la Constitución italiana y por los tratados internacionales.

    La protección complementaria como límite constitucional a la expulsión

    En el ordenamiento jurídico italiano, la protección complementaria se aplica cuando no concurren los requisitos para el estatuto de refugiado o la protección subsidiaria, pero la expulsión del territorio nacional entraría en conflicto con las obligaciones constitucionales o internacionales del Estado, en particular con el derecho al respeto de la vida privada y familiar.

    La sentencia de Bolonia recuerda que la potestad de expulsión de la Administración no es absoluta ni discrecional. Cuando la expulsión comporta una lesión de derechos fundamentales, el Estado está jurídicamente impedido de ejecutarla. En tales casos, la protección complementaria configura un derecho subjetivo pleno, susceptible de tutela judicial.

    La integración como criterio jurídico decisivo

    El núcleo argumental de la sentencia reside en la consideración de la integración como criterio jurídico estructurante, y no como una mera finalidad política o social.

    El Tribunal adopta una valoración global y concreta del recorrido vital del interesado: actividad laboral regular, estabilidad habitacional, duración de la permanencia, conocimiento de la lengua, relaciones familiares y sociales efectivas. Ninguno de estos elementos es determinante por sí solo; lo relevante es su apreciación conjunta, en cuanto permite constatar la existencia de una vida privada y social arraigada en el país de acogida.

    De especial interés es la afirmación de que no se exige una integración plena, definitiva o irreversible. Basta con un proceso de integración serio, actual y verificable, que evidencie un esfuerzo real de inserción en el orden jurídico y social italiano. Con ello, el Tribunal evita tanto interpretaciones excesivamente restrictivas como automatismos regularizadores.

    «Integrazione o ReImmigrazione»: un paradigma jurídico selectivo

    Es en este contexto donde adquiere plena operatividad el paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    La integración no genera un derecho incondicionado a permanecer en el territorio. Actúa, más bien, como un factor selectivo que permite determinar cuándo la expulsión sería constitucionalmente desproporcionada. Por el contrario, cuando la integración es inexistente o meramente formal —ausencia de vínculos sociales estables, falta de arraigo, incumplimiento de las reglas comunes—, el retorno al país de origen, definido como ReImmigrazione, representa la consecuencia jurídicamente coherente.

    La ReImmigrazione no tiene carácter sancionador. Es el resultado normal del juicio de proporcionalidad, cuando no se identifican intereses fundamentales dignos de protección que se opongan a la expulsión.

    Un enfoque diferenciado en el contexto europeo

    Desde una perspectiva española, esta construcción resulta especialmente interesante. Mientras que en muchos sistemas europeos la integración se aborda principalmente como objetivo de política pública, el derecho italiano —tal como lo interpreta esta sentencia— integra directamente la integración en el control de legalidad de la expulsión.

    La protección complementaria se convierte así en el punto de equilibrio entre soberanía estatal y tutela efectiva de los derechos fundamentales, evitando tanto la regularización automática como la expulsión indiscriminada.

    Conclusión

    La sentencia del Tribunal Ordinario de Bolonia de 19 de diciembre de 2025 confirma que la protección complementaria constituye hoy el núcleo operativo del derecho italiano de extranjería. La integración se consolida como un criterio jurídico medible y verificable, mientras que la ReImmigrazione emerge como la consecuencia legítima del fracaso del proceso de arraigo social y jurídico.

    No se trata de una construcción teórica, sino de un modelo normativo plenamente operativo, basado en la proporcionalidad, la responsabilidad individual y el respeto de los principios constitucionales.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Abogado – Lobista inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea
    ID 280782895721-36

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  • Student Stabbings and Italy’s Unresolved Integration Crisis

    Recent knife attacks involving students in and around Italian schools should not be dismissed as isolated incidents of youth violence. They are indicators of a deeper structural issue Italy has been confronting for years, often without naming it clearly: the failure to effectively integrate parts of the second generation.

    In recent weeks, two serious cases have drawn national attention. In La Spezia, a student was stabbed inside a secondary school
    (https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/17/studente-accoltellato-scuola-la-spezia-indagini).
    In Sora, a 17-year-old was stabbed outside a school following an argument
    (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_17/sora-frosinone-studente-di-17-anni-accoltellato-davanti-a-scuola-dopo-una-lite-caccia-al-responsabile-5f48e917-30b6-4cd0-b493-d9e8bdbbdxlk.shtml).

    What matters, beyond the criminal investigations, is a common element: these incidents involve young people raised in Italy, often born there or having arrived at a very young age, educated in Italian schools and formally part of Italian society. This is not a problem of irregular migration or border control. It is an internal integration problem.

    Why this matters to a UK audience

    For readers in the United Kingdom, this dynamic will sound familiar. As in the UK, Italy has long assumed that growing up in the country, attending school and speaking the language would naturally produce social integration. In practice, this assumption has proved fragile.

    Italy is now facing the consequences of a model in which integration was largely presumed rather than actively required. A segment of the second generation lives in a space of partial belonging: legally included, but weakly connected to shared civic norms and institutional authority. Schools, expected to compensate for this gap, are increasingly the places where unresolved tensions surface.

    Integration without clear expectations

    The central mistake has been treating integration as an automatic outcome rather than a structured and enforceable process. Rights were extended, permanence normalised, but civic obligations were rarely articulated with clarity. Respect for the law, rejection of violence and adherence to basic constitutional values were often implied rather than demanded.

    When common reference points weaken, conflict becomes a form of expression. That such violence emerges among minors and in school environments highlights the depth of the issue. Criminal sanctions may be necessary, but they intervene only after failure has already occurred. The core problem is political and institutional.

    “Integrazione o ReImmigrazione”: a framework of responsibility

    It is within this context that the paradigm “Integrazione o ReImmigrazione” has been developed. It is not a punitive slogan, nor a reaction driven by emotion. It is a policy framework based on a simple premise: long-term residence must be linked to genuine, verifiable integration.

    Where integration succeeds, it should be protected and strengthened. Where it fails structurally or is openly rejected, the state must retain the capacity—within the rule of law and due process—to reassess long-term residence outcomes, including return policies.

    This logic is not alien to the British public debate. It reflects a principle widely recognised in democratic societies: rights and permanence cannot be separated from responsibility.

    A narrowing window for action

    Italy may still have time to act, particularly with younger cohorts. But that window is narrowing. If knife violence involving second-generation youths becomes recurrent, the issue ceases to be marginal and becomes one of social cohesion and state credibility.

    These stabbings are not random anomalies. They are the visible manifestation of an integration model that was assumed to exist but never fully built. Ignoring this reality risks allowing criminal chronicle to replace policy and law in shaping the future of Italian society.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist – EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

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  • Decisión de la Comisión Territorial de Génova de 18 de diciembre de 2025

    La protección complementaria como único laboratorio jurídico del paradigma «Integración o ReInmigración»

    La decisión adoptada por la Comisión Territorial para el reconocimiento de la protección internacional de Génova el 18 de diciembre de 2025 permite analizar con claridad un elemento singular del ordenamiento italiano en materia de inmigración: la existencia de un instituto jurídico en el que la permanencia en el territorio se fundamenta directamente en la integración efectiva del extranjero.

    Al denegar el estatuto de refugiado y la protección subsidiaria y, al mismo tiempo, ordenar la remisión del expediente a la autoridad administrativa competente conforme al artículo 19, apartados 1 y 1.1, del Decreto Legislativo italiano n.º 286/1998, la Comisión no ha aplicado un criterio humanitario discrecional. Ha aplicado una regla jurídica precisa, según la cual la expulsión resulta ilegítima cuando es incompatible con el grado de integración ya alcanzado en la sociedad de acogida.

    Este enfoque resulta especialmente relevante para el público español. En el sistema jurídico español, el derecho de residencia se articula principalmente en torno a categorías formales —trabajo, arraigo familiar, estudios, asilo— mientras que la integración suele desempeñar un papel instrumental o programático, raramente configurado como fundamento autónomo del derecho a permanecer. El modelo italiano, a través de la protección complementaria, introduce una lógica distinta.

    La protección complementaria no se basa en la persecución, ni en la existencia de un conflicto armado, ni en una situación de vulnerabilidad subjetiva. Su núcleo jurídico reside en la valoración de un hecho social objetivable: la integración. Esta se entiende como un arraigo real, social, laboral y relacional en el territorio del Estado, evaluado de forma comparativa con la situación existente en el país de origen. El Derecho no protege a la persona en abstracto, sino un equilibrio jurídico concreto, cuya ruptura mediante la expulsión sería desproporcionada.

    Por esta razón, la protección complementaria puede calificarse como un auténtico laboratorio jurídico. Es el único mecanismo del ordenamiento italiano en el que la integración no solo se reconoce, sino que se valora jurídicamente y se convierte en el criterio decisivo para la legalidad de la permanencia. Ningún otro título de residencia funciona de este modo. Los permisos por trabajo dependen del contrato, los familiares del vínculo jurídico, los de estudios de la matrícula, y la protección internacional de riesgos externos. Solo la protección complementaria vincula directamente la permanencia a la integración efectiva.

    De esta estructura emerge, de manera natural y no ideológica, el paradigma «Integración o ReInmigración». No se trata de una consigna política, sino de la generalización coherente de una lógica ya presente en el Derecho positivo. Si la integración puede justificar jurídicamente la permanencia, la ausencia de integración no puede sostener una permanencia indefinida. La ReInmigración no constituye una sanción ni una negación de la protección, sino la consecuencia ordinamental de un sistema que vincula derechos y responsabilidad.

    La decisión de la Comisión Territorial de Génova de 18 de diciembre de 2025 pone de manifiesto esta coherencia interna. No concede un estatuto definitivo ni debilita la potestad del Estado. Se limita a constatar que, en el caso concreto, la integración ha alcanzado un umbral de relevancia jurídica que impide la expulsión. De este modo, demuestra que protección e retorno no son conceptos opuestos, sino resultados jurídicamente articulados dentro de un mismo marco normativo.

    Conclusión

    La protección complementaria no es una anomalía del Derecho italiano de extranjería. Es, por el contrario, su expresión más avanzada. Constituye hoy el único modelo en el que la permanencia legal se encuentra directamente condicionada a la integración, entendida como un hecho medible y jurídicamente relevante. Por ello, representa el verdadero laboratorio jurídico del paradigma «Integración o ReInmigración», no como discurso ideológico, sino como Derecho aplicado a las consecuencias.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Abogado – Derecho de extranjería
    Inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea – ID 280782895721-36

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  • Jugendgewalt, „Baby-Gangs“ und zweite Generationen: Integration als Pflicht, nicht als Ausrede

    Guten Tag, ich bin der Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und dies ist eine neue Folge des Podcasts Integrazione o ReImmigrazione.

    Heute möchte ich über ein Thema sprechen, das in Italien zunehmend die öffentliche Debatte prägt: Jugendgewalt, sogenannte Baby-Gangs, das häufig mit dem Begriff „maranza“ bezeichnete Phänomen und der ständige Verweis auf zweite Generationen. Es handelt sich um eine hitzige, emotional geführte Diskussion, in der Begriffe und Narrative oft wichtiger erscheinen als Verantwortung und konkrete Lösungen.

    Der erste grundlegende Fehler besteht darin, sich hinter Etiketten zu verstecken. Baby-Gangs, maranza, zweite Generationen – diese Worte suggerieren Erklärungen, vermeiden aber das zentrale Problem. Die eigentliche Frage ist nicht, wie wir diese Phänomene benennen, sondern dass es gewalttätige, wiederholte und häufig gruppenbezogene Verhaltensweisen gibt, die die öffentliche Sicherheit und den sozialen Zusammenhalt unmittelbar beeinträchtigen.

    Ein großer Teil des öffentlichen Diskurses erklärt diese Gewalt mit sozialem Unbehagen, Marginalisierung oder einer angeblich verweigerten Identität. Diese Perspektive mag helfen, bestimmte Hintergründe zu beschreiben, wird jedoch gefährlich, sobald sie in eine implizite Rechtfertigung umschlägt. In einem Rechtsstaat ist Gewalt niemals eine verständliche Reaktion. Regeln sind nicht verhandelbar, abhängig von persönlicher Biografie oder Herkunft. Die individuelle Verantwortung bleibt das Fundament des Zusammenlebens.

    Ein zweiter, entgegengesetzter Fehler besteht darin, das Problem zu relativieren, indem man darauf hinweist, dass Baby-Gangs keine juristische Kategorie darstellen. Das ist formal richtig. Doch das Recht benötigt keine medialen Begriffe, um zu handeln. Es reagiert auf Verhalten. Wenn eine Gruppe – organisiert oder informell – Übergriffe, Raub oder Einschüchterung begeht, ist dieses Verhalten rechtlich relevant, unabhängig davon, wie es bezeichnet wird. Die Fixierung auf Sprache dient häufig dazu, notwendige Entscheidungen aufzuschieben.

    Im Zentrum der Debatte steht ein grundlegendes Missverständnis von Integration. Integration wird oft als emotionaler Prozess beschrieben, als ein Gefühl der Zugehörigkeit, das sich automatisch einstellen soll, wenn die Gesellschaft ausreichend offen ist. Aus rechtlicher Sicht ist diese Vorstellung nicht haltbar. Integration ist kein Gefühl. Sie ist eine Bedingung. Sie zeigt sich im Laufe der Zeit durch die Einhaltung der Gesetze, tatsächliche schulische Teilnahme, Anerkennung staatlicher Autorität und den Verzicht auf Gewalt als Mittel sozialer Interaktion.

    Fehlen diese Elemente, sprechen wir nicht von unvollständiger Integration, sondern von gescheiterter Integration. Genau an diesem Punkt setzt das Paradigma Integrazione o ReImmigrazione an. Nicht als Schlagwort und nicht als Provokation, sondern als ernstzunehmender Maßstab zur Steuerung migrations- und gesellschaftspolitischer Prozesse.

    Die Logik ist einfach und traditionell. Wer dauerhaft in Italien lebt, tut dies innerhalb eines rechtlichen und zivilen Pakts. Dieser Pakt umfasst Rechte, aber auch Pflichten. Integration ist weder automatisch noch bedingungslos. Sie muss über die Zeit hinweg überprüfbar sein. Funktioniert der Integrationsprozess, ist der Staat verpflichtet, ihn zu unterstützen und zu festigen. Scheitert er wiederholt und strukturell, muss der Staat den Mut haben, Konsequenzen zu ziehen.

    ReImmigrazione ist weder moralische Bestrafung noch soziale Vergeltung. Sie stellt die rechtliche Folge der Nichterfüllung von Aufenthaltsbedingungen dar. Sie dient dazu, die Glaubwürdigkeit staatlicher Institutionen wiederherzustellen, indem sie klar macht, dass Regeln nicht optional sind und Zusammenleben nicht auf dauerhaften Ausreden beruhen kann.

    Dieses Paradigma besitzt einen entscheidenden Vorteil. Es vermeidet sowohl die soziologische Entlastung als auch die identitäre Stigmatisierung. Es richtet sich nicht gegen Herkunft oder Identität, sondern gegen Verhalten. Es belohnt diejenigen, die die Regeln einhalten, und greift ein, wenn Regeln systematisch verletzt werden.

    Aus dieser Perspektive stehen Sicherheit und Integration nicht im Widerspruch. Sicherheit ist die Voraussetzung für Integration, und erfolgreiche Integration ist die Grundlage sozialer Stabilität. Wer diese beiden Ebenen trennt oder gegeneinander ausspielt, produziert endlose Debatten, aber keine Lösungen.

    Das Phänomen, das heute mit Begriffen wie maranza oder Baby-Gangs bezeichnet wird, darf weder geleugnet noch dramatisiert werden. Es muss gesteuert werden. Denn was steuerbar ist, kann gelöst werden. Dafür braucht es klare Regeln, durchsetzbare Pflichten und reale Konsequenzen.

    Ich bin der Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und dies war eine neue Folge des Podcasts Integrazione o ReImmigrazione.
    Bis zum nächsten Mal.

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  • Complementary Protection, Integration, and the “Integrazione o ReImmigrazione” Paradigm

    Bologna Ordinary Court (Italy), judgment of 19 December 2025

    The judgment delivered on 19 December 2025 by the Tribunale Ordinario di Bologna provides a clear and structured illustration of how Italian complementary protection operates as a constitutional constraint on removal, and how integration functions as a legally decisive factor within the paradigm known as “Integrazione o ReImmigrazione.”

    For a UK audience, it is essential to clarify that complementary protection under Italian law is neither equivalent to refugee status nor comparable to discretionary leave to remain or humanitarian relief as developed under UK immigration policy. It is a rights-based mechanism, grounded in constitutional and international obligations, and subject to full judicial scrutiny.

    Complementary protection as a limit on executive power

    Under Italian law, complementary protection applies when an individual does not qualify for international protection, yet removal would result in a disproportionate interference with fundamental rights, particularly the right to private and family life.

    In the Bologna case, the Court overturned the administrative assessment and reaffirmed a key principle familiar to common law systems: executive power over immigration is not absolute. Where deportation would breach constitutionally protected interests, the State is legally barred from enforcing it. Complementary protection therefore operates not as a matter of discretion, but as an enforceable legal entitlement.

    This approach resonates with UK principles of judicial review, where proportionality and human rights compliance act as external constraints on administrative decision-making.

    Integration as a legally assessable criterion

    The most significant aspect of the judgment lies in its treatment of integration as a justiciable factor, rather than a political aspiration or policy objective.

    The Court adopts a holistic assessment, considering employment, housing stability, length of residence, language acquisition, and genuine social and family ties. Employment alone is not decisive; it is relevant only insofar as it demonstrates lawful participation in the host society.

    Crucially, the Court rejects any requirement of complete or irreversible integration. What is required is a serious, current and objectively verifiable trajectory of integration. This avoids both an unduly restrictive threshold and the risk of automatic regularisation.

    The “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm

    This reasoning gives concrete legal meaning to the Integrazione o ReImmigrazione paradigm.

    Integration does not confer an unconditional right to remain. Instead, it operates as a selective constitutional filter. Where integration has reached a level such that removal would constitute an unjustified disruption of private or family life, complementary protection must be granted. Where such integration is absent, ReImmigrazione—return to the country of origin—represents the legally coherent outcome of the proportionality assessment.

    Importantly, ReImmigrazione is not punitive. It is the lawful consequence of a finding that no protected interest outweighs the State’s legitimate interest in immigration control.

    Relevance for the UK legal context

    From a UK perspective, this model is noteworthy because it embeds integration directly into the legality of removal, rather than treating it as a matter of policy discretion or ministerial guidance. The Italian courts position integration as a factor capable of triggering enforceable legal protection, subject to judicial review and evidentiary standards.

    This demonstrates how immigration control can be exercised within a constitutionally disciplined framework, preserving sovereignty while ensuring compliance with fundamental rights.

    Conclusion

    The Bologna Ordinary Court judgment of 19 December 2025 confirms that complementary protection now constitutes the operational core of Italian immigration law. Integration becomes a legally measurable criterion, while ReImmigrazione emerges as the lawful consequence of non-integration.

    This is not a theoretical construct, but a functioning legal model, grounded in proportionality, individual responsibility and the rule of law—offering a structured alternative to both indiscriminate inclusion and rigid exclusion.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – EU Transparency Register Lobbyist
    ID 280782895721-36

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  • Apuñalamientos entre estudiantes y la crisis no resuelta de la integración en Italia

    Los recientes apuñalamientos ocurridos en el entorno de centros escolares italianos no pueden reducirse a simples episodios de violencia juvenil. Son señales de alarma de un problema estructural que Italia arrastra desde hace años y que solo ahora empieza a manifestarse con claridad: el fracaso parcial del modelo de integración de las segundas generaciones.

    En las últimas semanas se han producido hechos especialmente graves. En La Spezia, un estudiante fue apuñalado dentro de un instituto
    (https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/17/studente-accoltellato-scuola-la-spezia-indagini).
    En Sora, un joven de 17 años fue herido con un arma blanca frente a su centro educativo tras una pelea
    (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_17/sora-frosinone-studente-di-17-anni-accoltellato-davanti-a-scuola-dopo-una-lite-caccia-al-responsabile-5f48e917-30b6-4cd0-b493-d9e8bdbbdxlk.shtml).

    Más allá de las investigaciones penales, hay un elemento común que no puede ignorarse: se trata de jóvenes criados en Italia, a menudo nacidos en el país o llegados a una edad muy temprana, escolarizados en el sistema educativo italiano. No estamos ante un problema de inmigración reciente ni de control de fronteras, sino ante un fallo interno del proceso de integración.

    Un problema italiano con resonancias claras para España

    Para el público español, este escenario no resulta ajeno. También en España se ha asumido durante mucho tiempo que la escolarización, la residencia estable y el contacto con la lengua bastaban para garantizar la integración. Italia siguió una lógica similar: crecer en el país equivaldría, casi automáticamente, a integrarse en él.

    La realidad ha demostrado lo contrario. Una parte de las segundas generaciones vive en una zona gris: formalmente incluida, pero débilmente vinculada a las normas comunes y a la autoridad institucional. La escuela, abandonada muchas veces a su suerte, se convierte en el lugar donde estallan conflictos que tienen raíces sociales mucho más profundas.

    Integración sin exigencias: un error estructural

    El error central ha sido tratar la integración como un hecho adquirido y no como un proceso que exige derechos, pero también deberes. Durante años se ha evitado afirmar con claridad que ciertos principios no son negociables: el respeto a la ley, el rechazo de la violencia, la aceptación de las reglas básicas de convivencia y de los valores constitucionales.

    Cuando estas referencias se diluyen, el conflicto se convierte en forma de expresión. Que esto ocurra entre menores y dentro del ámbito escolar revela la gravedad del problema. La respuesta penal es necesaria, pero siempre llega tarde. La cuestión de fondo es política e institucional.

    “Integrazione o ReImmigrazione”: un marco de responsabilidad

    En este contexto surge el paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. No se trata de un eslogan ni de una reacción emocional ante la violencia, sino de un criterio de coherencia de las políticas públicas. La idea es simple: la permanencia estable en el territorio debe estar vinculada a una integración real, verificable y basada en la responsabilidad.

    Cuando la integración funciona, debe protegerse y reforzarse. Cuando fracasa de forma estructural o es abiertamente rechazada, el Estado debe poder evaluar, con pleno respeto al Estado de Derecho y a las garantías legales, soluciones alternativas, incluida la posibilidad del retorno al país de origen.

    Un margen de tiempo cada vez más reducido

    Italia quizá todavía esté a tiempo de corregir el rumbo, especialmente en relación con las generaciones más jóvenes. Pero ese margen se está estrechando. Si los episodios de violencia protagonizados por segundas generaciones se multiplican, el problema deja de ser marginal y pasa a afectar directamente a la cohesión social y a la credibilidad del Estado.

    Estos apuñalamientos no son simples sucesos aislados. Son el síntoma visible de una verdad incómoda: una integración que se dio por supuesta, pero que nunca se construyó de manera efectiva. Ignorar esta realidad significa dejar que la crónica policial sustituya a la política y al derecho en la gestión del futuro social.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista – inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea
    ID 280782895721-36

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  • Entscheidung der Territorialkommission von Genua vom 18. Dezember 2025

    Der ergänzende Schutz als einziges rechtliches Labor des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“

    Die Entscheidung der Territorialkommission für die Anerkennung internationalen Schutzes von Genua vom 18. Dezember 2025 erlaubt eine präzise Analyse eines Besonderheitsmerkmals des italienischen Migrationsrechts, das im deutschen und allgemein im mitteleuropäischen Rechtsvergleich kaum bekannt ist: die Existenz eines Aufenthaltstitels, dessen rechtliche Grundlage unmittelbar in der tatsächlich erreichten Integration der betroffenen Person liegt.

    Mit der Ablehnung der Flüchtlingseigenschaft und des subsidiären Schutzes sowie der gleichzeitigen Weiterleitung der Akten an die zuständige Verwaltungsbehörde gemäß Art. 19 Absätze 1 und 1.1 des italienischen Einwanderungsgesetzes hat die Kommission keine humanitäre Ausnahme angewandt. Vielmehr wurde eine strukturierte Rechtsregel umgesetzt, wonach eine Abschiebung unzulässig ist, wenn sie mit dem erreichten Integrationsgrad im Aufnahmestaat unvereinbar wäre.

    Für ein deutsches Publikum ist dieser Ansatz von besonderem Interesse. Im deutschen Aufenthaltsrecht ist der rechtmäßige Aufenthalt grundsätzlich an formelle Aufenthaltstitel gebunden, deren Voraussetzungen gesetzlich typisiert sind. Integration spielt dabei eine wichtige Rolle als Ziel staatlicher Politik, tritt jedoch nur selten als eigenständiger rechtlicher Anknüpfungspunkt für den Aufenthalt auf. Das italienische Institut des ergänzenden Schutzes folgt einer anderen Logik.

    Der ergänzende Schutz knüpft weder an individuelle Schutzbedürftigkeit noch an eine Gefährdungslage im Herkunftsstaat an. Sein rechtlicher Kern liegt in der Bewertung eines objektivierbaren sozialen Sachverhalts: der Integration. Diese wird verstanden als tatsächliche Verwurzelung im sozialen, beruflichen und gesellschaftlichen Umfeld des Aufnahmestaates und wird in einer vergleichenden Perspektive zur Situation im Herkunftsland geprüft. Geschützt wird nicht die Person als solche, sondern ein rechtliches Gleichgewicht, dessen Auflösung durch Abschiebung unverhältnismäßig wäre.

    Gerade deshalb kann der ergänzende Schutz als rechtliches Labor bezeichnet werden. Er ist das einzige Instrument des italienischen Migrationsrechts, in dem Integration nicht nur programmatisch gefördert, sondern rechtlich erfasst, bewertet und zur tragenden Entscheidungsgrundlage erhoben wird. Andere Aufenthaltstitel beruhen auf Arbeitsverträgen, familiären Bindungen oder Ausbildungsstatus, während der internationale Schutz externe Risikofaktoren voraussetzt. Nur der ergänzende Schutz verknüpft den rechtmäßigen Aufenthalt unmittelbar mit der erreichten Integration.

    Aus dieser Struktur ergibt sich folgerichtig das Paradigma „Integration oder ReImmigration“. Dieses Paradigma ist keine politische Forderung, sondern die systematische Fortführung einer bereits im geltenden Recht angelegten Logik. Wenn Integration rechtlich geeignet ist, den Aufenthalt zu legitimieren, kann das Fehlen von Integration keinen dauerhaften Aufenthalt rechtfertigen. ReImmigration ist in diesem Sinne weder Sanktion noch Bruch mit dem Schutzgedanken, sondern die rechtsstaatliche Konsequenz eines integrationsbasierten Aufenthaltsmodells.

    Die Entscheidung der Territorialkommission von Genua vom 18. Dezember 2025 verdeutlicht diese innere Kohärenz. Sie begründet keinen dauerhaften Aufenthaltsstatus und schwächt nicht die Steuerungsfähigkeit des Staates. Sie stellt lediglich fest, dass im konkreten Fall der erreichte Integrationsgrad eine rechtliche Sperre gegen die Abschiebung begründet. Damit zeigt sie, dass Schutz und Rückkehr keine gegensätzlichen Konzepte sind, sondern unterschiedliche Ergebnisse innerhalb desselben normativen Rahmens.

    Schlussbemerkung

    Der ergänzende Schutz ist keine Randerscheinung des italienischen Migrationsrechts, sondern dessen konsequenteste Ausprägung. Er ist das einzige bestehende Modell, in dem der rechtmäßige Aufenthalt unmittelbar an Integration als messbaren und rechtlich relevanten Sachverhalt geknüpft ist. In diesem Sinne bildet er das eigentliche rechtliche Labor des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“ – nicht als politische Parole, sondern als Rechtsordnung mit Folgen.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Migrationsrecht
    Eingetragen im Transparenzregister der Europäischen Union – ID 280782895721-36

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  • L’erreur originelle de l’Union européenne : intégrer sans décider qui peut rester

    Bonjour. Je suis l’avocat Fabio Loscerbo et ceci est un nouvel épisode du podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Du point de vue français, la politique migratoire de l’Union européenne apparaît de plus en plus comme un système déséquilibré, riche en dispositifs mais pauvre en décisions. Cette situation n’est pas le fruit du hasard. Elle découle d’une erreur fondamentale commise dès l’origine : avoir construit un modèle d’intégration sans avoir jamais décidé, de manière claire et contraignante, qui est autorisé à rester.

    L’Union européenne a fait le choix de promouvoir l’intégration avant même de trancher la question du séjour. Elle a investi dans des programmes, des fonds, des plans d’action et des outils de suivi, tout en évitant l’acte politique essentiel : établir un lien direct entre intégration réussie et droit de rester, et entre intégration échouée et obligation de quitter le territoire. L’intégration est ainsi devenue un processus ouvert, sans terme précis et sans conséquences réelles.

    Cette approche se retrouve clairement dans le rapport OCDE sur les migrations internationales, largement utilisé par les institutions européennes comme référence. L’intégration y est présentée avant tout comme un instrument économique, destiné à répondre aux besoins du marché du travail, à soutenir les systèmes sociaux et à compenser le vieillissement démographique. La migration y est pensée comme une ressource, non comme une question d’appartenance politique.

    Ce qui manque dans ce cadre, c’est la responsabilité. L’intégration est mesurée, financée, accompagnée, mais elle n’est jamais posée comme une condition du maintien sur le territoire. Une fois intégré dans les dispositifs, le séjour tend à se prolonger automatiquement, indépendamment des résultats concrets obtenus.

    C’est précisément sur ce point que le paradigme Integrazione o ReImmigrazione s’oppose frontalement au modèle européen actuel. Dans ce paradigme, l’intégration n’est ni symbolique ni automatique. Elle constitue une obligation réelle, fondée sur la maîtrise de la langue, le respect effectif de l’ordre juridique, l’autonomie économique et l’adhésion aux règles fondamentales de la société d’accueil. Et surtout, elle implique une alternative claire : si l’intégration échoue, le maintien ne peut être considéré comme légitime.

    Les institutions européennes ont au contraire séparé artificiellement intégration et retour. Les politiques de retour sont traitées comme une question technique marginale, limitée aux situations d’irrégularité formelle ou aux refus d’asile. Elles ne sont jamais envisagées comme l’issue normale d’un parcours d’intégration non abouti. Cette séparation permet d’éviter toute reconnaissance de l’échec et de repousser indéfiniment la décision.

    Le résultat est un système sans limites, sans seuils et sans crédibilité. L’intégration devient permanente, tandis que la cohésion sociale s’affaiblit. La responsabilité individuelle se dissout dans les procédures, et la confiance des citoyens dans l’action publique s’érode.

    Du point de vue français, cette dérive fragilise le principe même de l’État et de la République. Sans décision, il n’y a pas d’autorité. Sans conséquences, il n’y a pas de règle. Une politique migratoire qui refuse de trancher finit par perdre toute légitimité.

    Le paradigme Integrazione o ReImmigrazione réintroduit ce que l’Union européenne a écarté : la décision. Il ne rejette pas l’intégration, il lui redonne un sens. L’intégration devient un objectif à atteindre, non une simple intention. La ReImmigrazione n’est ni une sanction ni un jugement moral, mais un élément structurel d’un système migratoire cohérent, lisible et respectueux de la souveraineté démocratique.

    Tant que l’Union européenne continuera à intégrer sans décider qui peut rester, elle restera prisonnière de la gestion administrative et de l’évitement politique. Le rapport de l’OCDE ne résout pas cette contradiction, mais il la rend visible. Gérer sans décider, ce n’est pas gouverner.

    Avec cet épisode, nous arrivons à la fin. Merci d’avoir écouté Integrazione o ReImmigrazione. Si ces sujets vous intéressent, continuez à suivre le podcast. À très bientôt pour un prochain épisode.

    Articoli

  • Messerangriffe unter Schülern und die ungelöste Integrationskrise in Italien

    Die jüngsten Messerangriffe im Umfeld italienischer Schulen dürfen nicht als bloße Einzelfälle jugendlicher Gewalt abgetan werden. Sie sind Warnsignale für ein strukturelles Problem, mit dem Italien seit Jahren konfrontiert ist, das jedoch politisch lange verdrängt wurde: das teilweise Scheitern der Integration der sogenannten zweiten Generation.

    In den vergangenen Wochen kam es zu besonders schweren Vorfällen. In La Spezia wurde ein Schüler innerhalb eines Schulgebäudes mit einem Messer verletzt
    (https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/17/studente-accoltellato-scuola-la-spezia-indagini).
    In Sora wurde ein 17-Jähriger vor seiner Schule nach einem Streit niedergestochen
    (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_17/sora-frosinone-studente-di-17-anni-accoltellato-davanti-a-scuola-dopo-una-lite-caccia-al-responsabile-5f48e917-30b6-4cd0-b493-d9e8bdbbdxlk.shtml).

    Unabhängig von den strafrechtlichen Ermittlungen ist ein gemeinsames Element offensichtlich: Es handelt sich um Jugendliche, die in Italien aufgewachsen sind, häufig dort geboren oder sehr früh eingereist, sozialisiert im italienischen Schulsystem. Es geht also nicht um irreguläre Migration oder Grenzkontrolle, sondern um ein innerstaatliches Integrationsproblem.

    Warum dieses Thema für ein deutsches Publikum relevant ist

    Für deutsche Leser ist diese Entwicklung keineswegs fremd. Auch in Deutschland wird seit Jahren darüber diskutiert, ob Integration automatisch durch Schulbesuch, Sprachkontakt und Aufenthalt entsteht – oder ob sie politisch eingefordert und überprüft werden muss. Italien steht heute vor einer ähnlichen, teils bereits fortgeschrittenen Problemlage.

    Das italienische Modell beruhte lange auf der stillschweigenden Annahme, dass Aufwachsen im Land gleichbedeutend mit Integration sei. Diese Annahme hat sich als trügerisch erwiesen. Ein Teil der zweiten Generation lebt in einem Graubereich zwischen formaler Zugehörigkeit und tatsächlicher Entfremdung, in dem staatliche Autorität, Regeln und gesellschaftliche Normen an Bindekraft verlieren.

    Integration ohne Verbindlichkeit funktioniert nicht

    Der zentrale Fehler bestand darin, Integration als gegebenen Zustand zu betrachten und nicht als verbindlichen Prozess, der Rechte und Pflichten miteinander verknüpft. Klare Erwartungen – etwa hinsichtlich Rechtsachtung, Gewaltverzicht und Anerkennung der verfassungsmäßigen Ordnung – wurden zu selten eingefordert. Die Schule wurde mit dieser Aufgabe allein gelassen und damit strukturell überfordert.

    Wenn normative Orientierung fehlt, wird Konflikt zum Ausdrucksmittel. Dass sich diese Konflikte bereits im Jugendalter und im schulischen Umfeld entladen, zeigt die Tiefe des Problems. Repressive Maßnahmen greifen hier zu spät. Der Kern des Problems ist politisch und institutionell.

    „Integrazione o ReImmigrazione“ – ein Ordnungsprinzip

    Vor diesem Hintergrund steht das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“. Es handelt sich nicht um eine emotionale Reaktion auf Gewalttaten, sondern um ein ordnungspolitisches Konzept. Der Grundgedanke ist klar: Dauerhafter Aufenthalt muss an eine tatsächliche, überprüfbare Integration geknüpft sein.

    Wo Integration gelingt, muss sie geschützt und gestärkt werden. Wo sie jedoch strukturell scheitert oder bewusst verweigert wird, muss der Staat – unter Achtung der Rechtsstaatlichkeit und der Verfahrensgarantien – auch alternative Lösungen in Betracht ziehen, einschließlich der Rückkehr in das Herkunftsland.

    Ein begrenztes Zeitfenster

    Italien verfügt möglicherweise noch über ein begrenztes Zeitfenster, um gegenzusteuern, insbesondere bei jüngeren Jahrgängen. Doch dieses Fenster schließt sich rasch. Wenn Gewaltphänomene unter Angehörigen der zweiten Generation zunehmen, handelt es sich nicht mehr um Randerscheinungen, sondern um eine Frage der sozialen Kohäsion und staatlichen Glaubwürdigkeit.

    Diese Messerangriffe sind keine zufälligen Ausbrüche. Sie machen sichtbar, was politisch zu lange ignoriert wurde: Integration, die vorausgesetzt, aber nie konsequent eingefordert wurde. Die Chronik der Gewalt darf nicht länger die Stelle einer fehlenden Integrationspolitik einnehmen.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist – eingetragen im Transparenzregister der Europäischen Union
    ID 280782895721-36

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  • Décision de la Commission territoriale de Gênes du 18 décembre 2025

    La protection complémentaire comme unique laboratoire juridique du paradigme « Intégration ou RéImmigration »

    La décision rendue par la Commission territoriale pour la reconnaissance de la protection internationale de Gênes le 18 décembre 2025 permet de mettre en lumière un élément fondamental du droit italien de l’immigration, souvent ignoré hors d’Italie : l’existence d’un dispositif juridique dans lequel le droit au séjour est directement fondé sur l’intégration effective de l’étranger dans la société d’accueil.

    En refusant le statut de réfugié et la protection subsidiaire, tout en ordonnant la transmission du dossier à l’autorité administrative en application de l’article 19, paragraphes 1 et 1.1, du décret législatif italien n° 286/1998, la Commission n’a pas fait usage d’une logique humanitaire discrétionnaire. Elle a appliqué une règle de droit précise : l’éloignement ne peut être exécuté lorsqu’il apparaît juridiquement incompatible avec le degré d’intégration déjà atteint sur le territoire national.

    Cette approche mérite une attention particulière du point de vue français. Dans l’ordre juridique français, le séjour repose principalement sur des catégories statutaires formelles — travail, famille, études, asile — tandis que l’intégration demeure le plus souvent un objectif de politique publique, rarement un fondement juridique autonome du droit au séjour. Le système italien, à travers la protection complémentaire, adopte une logique différente.

    La protection complémentaire ne repose ni sur la persécution, ni sur le conflit armé, ni sur une situation de vulnérabilité personnelle. Son fondement est ailleurs : dans l’appréciation juridique d’un fait social objectivable, à savoir l’intégration. Celle-ci est entendue comme un enracinement réel, social, professionnel et relationnel, évalué de manière comparative par rapport à la situation dans le pays d’origine. Le droit ne protège pas l’individu en tant que tel, mais un équilibre juridique dont la rupture, par l’éloignement, serait disproportionnée.

    C’est précisément pour cette raison que la protection complémentaire peut être qualifiée de laboratoire juridique. Elle constitue le seul mécanisme de l’ordre juridique italien dans lequel l’intégration n’est pas seulement valorisée, mais mesurée et utilisée comme critère décisif de légalité du séjour. Aucune autre catégorie de titre de séjour ne fonctionne selon cette logique. Le travail repose sur le contrat, la famille sur le lien juridique, les études sur l’inscription, l’asile sur un risque externe. Seule la protection complémentaire lie directement la permanence sur le territoire à l’intégration effective.

    De cette structure découle, de manière naturelle et non idéologique, le paradigme « Intégration ou RéImmigration ». Ce paradigme ne constitue pas une option politique, mais l’expression cohérente d’une logique déjà inscrite dans le droit positif. Si l’intégration peut fonder juridiquement le droit au séjour, l’absence d’intégration ne peut justifier une permanence indéfinie. La RéImmigration n’est donc ni une sanction ni une négation de la protection, mais l’autre issue possible d’un système fondé sur la responsabilité et la proportionnalité.

    La décision de la Commission territoriale de Gênes du 18 décembre 2025 illustre parfaitement cette cohérence interne. Elle ne confère pas un statut définitif et n’affaiblit pas le pouvoir de l’État. Elle constate simplement que, dans la situation donnée, l’intégration atteint un seuil de pertinence juridique tel que l’éloignement n’est pas admissible. Elle montre ainsi que protection et retour ne sont pas des logiques opposées, mais des résultats juridiquement articulés au sein d’un même cadre normatif.

    Conclusion

    La protection complémentaire n’est pas une anomalie du droit italien de l’immigration. Elle en est l’expression la plus aboutie. Elle représente aujourd’hui le seul modèle juridique dans lequel le séjour est explicitement conditionné à l’intégration, entendue comme un fait mesurable et juridiquement pertinent. À ce titre, elle constitue le véritable laboratoire du paradigme « Intégration ou RéImmigration », non comme discours idéologique, mais comme droit appliqué aux conséquences.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – droit de l’immigration
    Inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne – ID 280782895721-36

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  • Complementary Protection, Integration, and the “Integrazione o ReImmigrazione” Paradigm

    Bologna Ordinary Court (Italy), judgment of 19 December 2025

    The judgment delivered on 19 December 2025 by the Tribunale Ordinario di Bologna offers a clear and legally structured illustration of how Italian complementary protection operates today as a constitutional safeguard, and how integration functions as a decisive legal criterion within what I define as the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm.

    For a U.S. audience, it is crucial to clarify at the outset that complementary protection under Italian law is not equivalent to asylum, nor is it comparable to discretionary humanitarian relief or prosecutorial discretion as known in the American system. It is, instead, a rights-based legal mechanism, triggered when removal would violate constitutional or international human rights obligations binding on the State.

    Complementary protection as a constitutional limit on deportation

    Under Italian law, complementary protection applies when an individual does not qualify for refugee status or subsidiary protection, yet deportation would result in a serious and disproportionate interference with fundamental rights, particularly the right to private and family life.

    In the Bologna case, the Court explicitly rejected the administrative assessment carried out by the immigration authorities, reaffirming that the power to remove a non-citizen is not absolute. Where removal conflicts with constitutionally protected interests, the State is legally barred from enforcing it. This transforms complementary protection into a judicially enforceable right, rather than a matter of administrative grace.

    From a U.S. perspective, this is a key distinction: the Italian system embeds human rights constraints directly into the legality of removal, not merely into enforcement priorities.

    Integration as a legally measurable factor

    The core of the judgment lies in its treatment of integration. The Bologna Court makes clear that integration is neither a political slogan nor a moral claim. It is a legal factor, assessed through objective and verifiable elements.

    Employment is relevant, but not determinative on its own. What matters is whether work reflects lawful participation in society. The Court also evaluates housing stability, language proficiency, duration of stay, social relationships, and family ties. Together, these elements demonstrate whether the individual has developed a genuine private life rooted in the host society.

    Importantly, the Court rejects the idea that integration must be total, irreversible, or permanent. Any serious and consistent effort to integrate, supported by evidence, is sufficient to trigger constitutional protection. This avoids both an overly restrictive standard and an automatic entitlement to remain.

    The “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm

    This reasoning leads directly to the Integrazione o ReImmigrazione paradigm.

    Integration does not create an unconditional right to stay. Rather, it functions as a selective constitutional filter. Where integration has reached a level such that deportation would cause an unjustified disruption of private or family life, complementary protection must be granted. Where such integration is absent, ReImmigrazione—the return to the country of origin—becomes the legally coherent outcome.

    Crucially, ReImmigrazione is not punitive. It is the result of a proportionality analysis that finds no constitutionally protected interest strong enough to prevent removal. This makes the paradigm structurally different from narratives based on unconditional inclusion or blanket exclusion.

    Why this matters for the United States

    For American readers, the Bologna judgment illustrates a model in which immigration enforcement is constitutionally disciplined, not merely administratively managed. Integration is not assessed through policy discretion but through judicial review, and removal decisions are constrained by enforceable rights rather than shifting enforcement priorities.

    This framework shows that it is possible to reconcile border control with human rights protection without collapsing into either permissiveness or arbitrariness. Complementary protection becomes the legal core of the system, ensuring that sovereignty operates within constitutional limits.

    Conclusion

    The Bologna Ordinary Court judgment of 19 December 2025 confirms that complementary protection is no longer a marginal doctrine in Italian immigration law. It is the operational mechanism through which integration acquires legal relevance and ReImmigrazione emerges as the lawful consequence of non-integration.

    This is not a political theory, but a functioning constitutional model, grounded in proportionality, individual responsibility, and the rule of law—one that may offer valuable insights beyond the Italian and European context.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – EU Transparency Register Lobbyist
    ID 280782895721-36

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  • Complementary Protection as the Legal Core of the “Integrazione o ReImmigrazione” Paradigm

    Bologna Ordinary Court (Italy), decision of 5 December 2025

    For a UK audience, it is important to clarify that Italian complementary protection is neither equivalent to refugee status nor comparable to discretionary humanitarian leave under UK immigration law. It is instead a legally binding, constitutionally grounded mechanism, designed to prevent removal where deportation would breach fundamental rights protected by the Italian constitutional order and international human rights obligations.

    The decision delivered on 5 December 2025 by the Tribunale Ordinario di Bologna is particularly significant because it clarifies the current legal function of complementary protection and places it at the centre of the paradigm I define as “Integrazione o ReImmigrazione.”

    Complementary protection as a legal limit on removal

    Under Italian law, complementary protection applies where an individual does not qualify for refugee status or subsidiary protection, but removal from the territory would result in a disproportionate interference with fundamental rights, most notably the right to private and family life.

    This form of protection is not policy-driven and does not rely on ministerial discretion. It operates as a legal barrier to removal, requiring courts and administrative authorities to conduct an individualised proportionality assessment. Where removal would violate constitutional or international obligations, the State is legally prevented from enforcing it.

    Integration as a legally relevant factor

    A key aspect of the Bologna decision is its treatment of integration as a legal assessment tool, rather than as a political or social aspiration.

    Integration is not equated solely with employment. Work is relevant only insofar as it demonstrates lawful participation in the host society. Greater weight is placed on the overall coherence of the individual’s life in Italy: stable residence, genuine family relationships, language acquisition, social participation, and sustained compliance with legal and social norms.

    Importantly, the court makes clear that a fully completed integration process is not required. What matters is the existence of a serious, credible and objectively verifiable trajectory, rather than speculative intentions or future plans.

    “Integrazione o ReImmigrazione” as a selective legal framework

    It is at this point that the paradigm Integrazione o ReImmigrazione becomes operational in legal terms.

    Where integration has reached a level such that removal would cause an unjustified and disproportionate disruption of private or family life, complementary protection must be granted. Conversely, where integration is absent — characterised by social detachment, lack of stability or persistent marginality — ReImmigrazione represents not a punitive measure, but the legally consistent outcome of the balancing exercise.

    This approach does not weaken migration control. On the contrary, it strengthens it by introducing clear, reviewable legal criteria distinguishing protected residence from mere physical presence.

    A model distinct from UK discretionary approaches

    From a UK perspective, this framework differs significantly from systems based largely on discretionary leave or policy guidance. The Italian model embeds integration directly into the legality of removal, making it a matter of constitutional compliance rather than administrative convenience.

    Complementary protection therefore functions as a constitutional safeguard, ensuring that immigration enforcement remains compatible with fundamental rights, without creating automatic or unconditional residence entitlements.

    Conclusion

    The Bologna Ordinary Court decision of 5 December 2025 confirms that complementary protection now constitutes the operational core of Italian immigration law. It transforms integration into a legally measurable factor and positions ReImmigrazione as the legitimate consequence where such integration is lacking.

    This is not a theoretical construct, but a fully functioning legal framework, grounded in proportionality, individual responsibility and respect for constitutional principles.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Barrister & Attorney at Law – EU Transparency Register Lobbyist
    ID 280782895721-36

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  • Europe’s Original Mistake: Integrating Without Deciding Who Is Allowed to Stay

    Good morning. I’m attorney Fabio Loscerbo, and this is a new episode of the podcast Integration or ReImmigrazione.

    From an American point of view, Europe’s migration system often looks confusing, ineffective, and politically evasive. That impression is not accidental. It is the direct consequence of a fundamental mistake made by the European Union at the very beginning of its migration policy: building a system of integration without ever deciding, in clear and enforceable terms, who is allowed to stay.

    The European Union chose to focus on integration before addressing permanence. It invested massive resources in programmes, funding schemes, action plans, and monitoring tools, while avoiding the most basic political decision every migration system must take: linking successful integration to the right to remain, and failed integration to the obligation to leave. As a result, integration in Europe has become an open-ended process, with no clear endpoint and no real consequences.

    This approach is clearly reflected in the OECD Migration Outlook, a document widely used by European institutions as a policy reference. In that report, integration is framed primarily as an economic instrument. Migrants are discussed as a labour-market solution, a demographic resource, a way to sustain welfare systems and address workforce shortages. It is a technocratic vision that treats migration as an economic variable rather than a question of political membership.

    What is missing from this framework is accountability. Integration is measured, financed, supported, and monitored, but it is never enforced as a condition for remaining. Once someone enters the integration system, presence gradually becomes permanent by default, regardless of the actual results achieved.

    This is where the paradigm Integration or ReImmigrazione directly challenges the European model. In this paradigm, integration is not symbolic and not automatic. It is a substantive obligation that includes learning the language, respecting the law, achieving economic self-sufficiency, and accepting the basic rules of the host society. And most importantly, it implies a real alternative. If integration does not occur, remaining cannot be justified.

    European institutions have deliberately separated integration from returns. Returns are treated as a marginal, technical issue, limited to rejected asylum claims or formal irregularity. They are never conceived as the natural outcome of a failed integration process. This separation allows policymakers to avoid acknowledging failure and to postpone decisions indefinitely.

    The result is a system without limits, without thresholds, and without credibility. Integration becomes permanent, while social cohesion weakens. Responsibility is diluted through procedures, and public trust erodes as citizens perceive that rules exist on paper but are rarely enforced in practice.

    From an American perspective, this explains much of Europe’s current paralysis. Borders without decisions undermine the rule of law. Integration without consequences weakens sovereignty. A migration system that cannot enforce outcomes eventually loses legitimacy.

    The paradigm Integration or ReImmigrazione restores what Europe has removed from the equation: decision. It does not reject integration. It gives it meaning. Integration becomes something that must be achieved, not merely attempted. ReImmigrazione is not a punishment or a moral judgment, but a structural component of a serious, rule-based migration system.

    As long as the European Union continues to integrate without deciding who is allowed to stay, it will remain trapped in administrative complexity and political avoidance. The OECD report does not solve this problem, but it makes it visible. Management without decision is not governance.

    That’s all for this episode. Thank you for listening to Integration or ReImmigrazione. If you’re interested in these issues, stay tuned for the next episode. Until next time.

    Articoli

  • Agressions au couteau entre élèves et la crise non résolue de l’intégration en Italie

    Les récentes agressions au couteau impliquant des élèves, survenues à proximité d’établissements scolaires italiens, ne peuvent être réduites à de simples faits divers. Elles constituent des signaux d’alerte d’un problème structurel que l’Italie affronte depuis des années sans l’avoir réellement assumé : l’échec partiel de l’intégration des secondes générations.

    Ces dernières semaines, deux épisodes ont particulièrement retenu l’attention de l’opinion publique. À La Spezia, un élève a été poignardé à l’intérieur d’un lycée
    (https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/17/studente-accoltellato-scuola-la-spezia-indagini).
    À Sora, un jeune de 17 ans a été gravement blessé devant son établissement à l’issue d’une altercation
    (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_17/sora-frosinone-studente-di-17-anni-accoltellato-davanti-a-scuola-dopo-una-lite-caccia-al-responsabile-5f48e917-30b6-4cd0-b493-d9e8bdbbdxlk.shtml).

    Au-delà des enquêtes judiciaires en cours, un élément commun s’impose : ces faits concernent des jeunes ayant grandi en Italie, souvent nés sur le territoire ou arrivés très tôt, scolarisés dans le système italien. Autrement dit, il ne s’agit pas d’un problème lié à l’immigration récente ou aux frontières, mais d’un dysfonctionnement interne du modèle d’intégration.

    Un enjeu spécifique pour l’Italie, mais pertinent pour la France

    Pour un public français, cette situation n’est pas étrangère. Comme en France, l’Italie a longtemps considéré que la scolarisation, la résidence durable et l’exposition à la langue suffisaient à produire l’intégration. Cette approche a reposé sur une conviction implicite : grandir dans le pays équivaudrait automatiquement à en partager les règles et les valeurs fondamentales.

    La réalité est plus complexe. Une partie des secondes générations se retrouve dans une zone intermédiaire : juridiquement incluse, socialement présente, mais civiquement fragile. L’école, laissée trop souvent seule face à ces tensions, devient le lieu où éclatent des conflits qui prennent racine bien en amont.

    Quand l’intégration devient une fiction

    L’erreur centrale a été de traiter l’intégration comme un état acquis, et non comme un processus exigeant, fondé sur des droits mais aussi sur des devoirs. En Italie, comme ailleurs en Europe, on a hésité à poser des limites claires, à affirmer que certaines règles ne sont pas négociables : respect de l’autorité, rejet de la violence, adhésion aux principes constitutionnels.

    Lorsque ces repères font défaut, le conflit devient un mode d’expression. Le fait qu’il se manifeste chez des mineurs, dans l’espace scolaire, montre à quel point le problème est profond. La réponse pénale, nécessaire, intervient toujours trop tard. Le véritable enjeu est politique et institutionnel.

    « Integrazione o ReImmigrazione » : un cadre de responsabilité

    C’est dans ce contexte qu’émerge le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione ». Il ne s’agit ni d’un slogan ni d’une logique punitive, mais d’un principe de cohérence des politiques publiques. La permanence sur le territoire ne peut être dissociée d’une intégration réelle, vérifiable, fondée sur la responsabilité individuelle et collective.

    Là où l’intégration fonctionne, elle doit être protégée et consolidée. Là où elle échoue de manière structurelle ou est clairement refusée, l’État doit pouvoir envisager, dans le respect du droit et des garanties procédurales, des solutions alternatives, y compris le retour dans le pays d’origine.

    Un temps encore limité pour agir

    L’Italie dispose peut-être encore d’une marge d’action, en particulier auprès des plus jeunes. Mais cette marge se réduit rapidement. Si les violences impliquant les secondes générations se multiplient, le problème cesse d’être marginal : il devient une question de cohésion sociale et de crédibilité de l’État.

    Ces agressions ne sont pas de simples faits divers. Elles révèlent une vérité inconfortable : une intégration présumée, mais jamais réellement construite. Ignorer ce constat reviendrait à laisser la chronique judiciaire écrire, à la place de la politique, l’avenir de la société italienne.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbiste – inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne
    ID 280782895721-36

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  • Decision of the Genoa Territorial Commission of December 18, 2025

    Complementary Protection as the Only Legal Laboratory for the “Integration or ReImmigration” Paradigm

    The decision adopted by the Genoa Territorial Commission for the Recognition of International Protection on December 18, 2025 offers a rare opportunity to observe how an immigration system can legally connect lawful stay to integration without abandoning enforcement or due process.

    This decision is not an act of humanitarian leniency, nor a form of discretionary regularization. It is the application of a precise legal rule embedded in Italian immigration law, one that has no true equivalent in the United States.

    Under Italian law, complementary protection operates outside the traditional asylum framework. It does not depend on persecution, armed conflict, or generalized violence in the country of origin. Nor is it grounded in subjective vulnerability. Instead, it is based on an objective legal assessment: whether removal would be incompatible with the degree of integration already achieved within the host society. Integration, in this context, is not a political aspiration or a moral value. It is treated as a legally relevant fact.

    This is a crucial distinction for an American audience. In the U.S. system, lawful presence is almost always tied to predefined status categories and statutory relief mechanisms. Integration, however real in practice, is not itself a legal foundation for remaining in the country. Italian complementary protection is different. It is the only procedure within the Italian legal order in which integration is elevated from a policy goal to a decisive legal criterion.

    For this reason, complementary protection functions as a legal laboratory. It is the sole model in which the law actively measures integration and uses it to determine whether continued presence is lawful. Other residence permits are anchored to formal elements such as employment contracts, family relationships, or enrollment status. International protection depends on conditions external to the host country. Only complementary protection places the individual’s integration trajectory at the center of the legal analysis.

    From this structure emerges, in a non-ideological way, the paradigm “Integration or ReImmigration.” The paradigm is not imposed from outside the law; it is revealed by the law itself. If integration can legitimately justify lawful stay, then the absence of integration cannot logically support indefinite permanence. ReImmigration, in this sense, is not a punitive response, nor a rejection of protection. It is the systemic counterpart of an integration-based model of lawful presence.

    What the Genoa Commission’s decision demonstrates is that integration and return are not opposing political choices but legally connected outcomes within the same normative framework. The decision does not grant permanent settlement, nor does it weaken state authority. It temporarily blocks removal because integration has reached legal relevance, while implicitly confirming that permanence is conditional and not automatic.

    In this way, complementary protection exposes a broader truth about immigration governance. The law is already capable of distinguishing between integration that warrants protection and non-integration that must lead to return. What remains confined to one legal institute could, in theory, be generalized as a governing principle: lawful stay conditioned on responsibility, participation, and social embeddedness, rather than on indefinite tolerance.

    Conclusion

    Complementary protection is not an anomaly within Italian immigration law. It is its most advanced expression. It is the only existing model in which lawful stay is directly linked to integration, treated as a measurable and legally decisive fact. For this reason, it constitutes the true legal laboratory of the “Integration or ReImmigration” paradigm. Not ideology, not discretion, but law governing consequences.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Immigration Law
    Registered EU Transparency Register Lobbyist – ID 280782895721-36

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  • Protezione complementare, integrazione e paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” – Tribunale Ordinario di Bologna, sentenza 19 dicembre 2025 (R.G. 596/24)

    La sentenza pronunciata dal Tribunale Ordinario di Bologna in data 19 dicembre 2025, nell’ambito del procedimento R.G. 596/24, costituisce un contributo di particolare spessore alla definizione dogmatica e applicativa della protezione complementare ex art. 19, commi 1 e 1.1, d.lgs. 286/1998, confermandone la centralità quale snodo operativo del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    La decisione interviene su un diniego questorile fondato sul parere negativo della Commissione territoriale, ribaltandone integralmente l’impostazione e riaffermando il ruolo del giudice quale garante effettivo del rispetto degli obblighi costituzionali e convenzionali che limitano il potere statale di allontanamento dello straniero dal territorio nazionale.

    La cornice normativa e il criterio temporale applicabile

    Il Collegio chiarisce preliminarmente la disciplina applicabile ratione temporis, escludendo l’operatività delle restrizioni introdotte dal d.l. n. 20/2023, in quanto la domanda di protezione era stata presentata anteriormente alla sua entrata in vigore. Ne consegue l’applicazione dell’art. 19 T.U. Immigrazione nel testo risultante dalle modifiche del d.l. n. 130/2020, con piena valorizzazione del divieto di espulsione o respingimento in caso di violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare.

    Si tratta di un passaggio tutt’altro che formale, perché ribadisce un principio di legalità sostanziale spesso disatteso nella prassi amministrativa: il regime della protezione complementare non è modellabile discrezionalmente dall’amministrazione, ma è rigidamente ancorato alla normativa vigente al momento della presentazione dell’istanza.

    Protezione complementare come diritto soggettivo

    La sentenza afferma con chiarezza che, accertata la sussistenza delle condizioni di cui all’art. 19, comma 1.1, TUI, il rilascio del permesso di soggiorno per protezione complementare integra un diritto soggettivo pieno, e non una mera aspettativa condizionata. L’allontanamento che comporti una violazione del diritto alla vita privata e familiare costituisce un limite invalicabile al potere espulsivo dello Stato, superabile esclusivamente in presenza di esigenze qualificate di sicurezza nazionale, ordine pubblico o tutela della salute.

    In questo quadro, il Tribunale si colloca in linea di continuità con l’elaborazione della Corte di cassazione, in particolare con l’indirizzo delle Sezioni Unite, che hanno ancorato la protezione complementare non solo all’art. 3 CEDU, ma anche – e soprattutto – all’art. 8 CEDU, letto come tutela del radicamento dello straniero nel contesto sociale italiano.

    Il ruolo centrale dell’integrazione

    Il profilo di maggiore interesse della pronuncia riguarda la ricostruzione del concetto di integrazione, che il Collegio tratta come criterio giuridico di valutazione, e non come slogan politico o elemento accessorio.

    L’integrazione viene declinata in termini plurimi e concreti: attività lavorativa regolare, stabilità abitativa, conoscenza della lingua italiana, durata del soggiorno, relazioni affettive e sociali effettive. Nessuno di questi elementi è considerato isolatamente decisivo; ciò che rileva è la loro combinazione, idonea a dimostrare l’avvenuto radicamento della vita privata del ricorrente nel territorio nazionale.

    Particolarmente significativo è il passaggio in cui il Tribunale esclude che l’integrazione debba raggiungere un livello “pieno, irreversibile e radicale”. È sufficiente, secondo il Collegio, ogni apprezzabile sforzo di inserimento, purché serio, attuale e verificabile. In tal modo, la protezione complementare viene sottratta tanto a una lettura iper-restrittiva quanto a una visione assistenzialistica, recuperando una dimensione di equilibrio e proporzionalità.

    Integrazione o ReImmigrazione: un paradigma giuridico, non ideologico

    È proprio in questa impostazione che la sentenza del 19 dicembre 2025 si presta a essere letta come applicazione concreta del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

    L’integrazione non è elevata a diritto incondizionato alla permanenza, ma diventa il fattore selettivo che consente di distinguere tra situazioni costituzionalmente meritevoli di tutela e situazioni che, invece, legittimano il ritorno nel Paese di origine. La ReImmigrazione, in questa prospettiva, non assume alcuna connotazione sanzionatoria, ma rappresenta l’esito fisiologico del mancato radicamento sociale e giuridico.

    La pronuncia dimostra come il diritto positivo italiano disponga già degli strumenti per governare il fenomeno migratorio in modo ordinato: protezione effettiva per chi si integra e costruisce una vita privata meritevole di tutela; ritorno legittimo per chi non lo fa. Non si tratta di una scelta politica, ma dell’applicazione coerente del principio di proporzionalità, che consente l’interferenza statuale nei diritti fondamentali solo in presenza di un “bisogno sociale imperativo”.

    Gli effetti del riconoscimento

    Sul piano pratico, il Tribunale riconosce il diritto a un permesso di soggiorno biennale per protezione complementare, rinnovabile, lavorabile e convertibile in permesso per motivi di lavoro. Si tratta di un ulteriore passaggio di rilievo, perché conferma la piena equiparazione funzionale di tale titolo rispetto agli altri permessi di soggiorno, smentendo prassi amministrative volte a ridurne surrettiziamente la portata.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale Ordinario di Bologna del 19 dicembre 2025 si inserisce a pieno titolo nel filone giurisprudenziale che restituisce alla protezione complementare la sua funzione originaria: strumento di chiusura del sistema, destinato a garantire il rispetto dei diritti fondamentali senza svuotare la sovranità dello Stato.

    L’integrazione emerge come criterio giuridico centrale, misurabile e verificabile; la ReImmigrazione come conseguenza ordinata del suo mancato realizzo. In questo equilibrio risiede la vera modernità della protezione complementare e, insieme, la credibilità del paradigma Integrazione o ReImmigrazione.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

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  • La protección complementaria como núcleo jurídico del paradigma «Integrazione o ReImmigrazione»

    Tribunal Ordinario de Bolonia (Italia), decisión de 5 de diciembre de 2025

    Para un público hispanohablante es fundamental aclarar, desde el inicio, que la protección complementaria prevista por el ordenamiento jurídico italiano no equivale al asilo en sentido estricto ni a una medida humanitaria discrecional. Se trata, por el contrario, de un instrumento jurídico de naturaleza constitucional, destinado a impedir la expulsión de una persona extranjera cuando esta suponga una vulneración grave y actual de derechos fundamentales protegidos por la Constitución italiana y por los compromisos internacionales del Estado.

    La decisión dictada el 5 de diciembre de 2025 por el Tribunale Ordinario di Bologna resulta especialmente relevante porque define con precisión la función contemporánea de la protección complementaria y su papel central dentro del paradigma que denomino «Integrazione o ReImmigrazione».

    La protección complementaria como límite constitucional a la expulsión

    En el derecho italiano, la protección complementaria opera cuando no concurren los requisitos para el estatuto de refugiado ni para la protección subsidiaria, pero la expulsión del territorio nacional entraría en conflicto con las obligaciones constitucionales o internacionales del Estado, en particular con el derecho al respeto de la vida privada y familiar.

    No se trata de una medida de benevolencia ni de una regularización encubierta. La protección complementaria funciona como una cláusula jurídica de cierre, que impone a la administración y al juez una evaluación individualizada basada en el principio de proporcionalidad.

    La integración como criterio jurídico y no como consigna política

    El elemento más relevante de la decisión del Tribunal de Bolonia es la centralidad atribuida a la integración, entendida no como un objetivo político abstracto, sino como un criterio jurídico estructurante del análisis.

    La integración no se reduce al mero desempeño de una actividad laboral. El trabajo es relevante en la medida en que refleja una participación regular y conforme a las normas de la sociedad de acogida, pero no constituye por sí solo un título para permanecer. Resultan igualmente determinantes la estabilidad residencial, la existencia de vínculos familiares efectivos, el conocimiento de la lengua, la continuidad de las relaciones sociales y, en general, la inserción real del individuo en el orden jurídico y social italiano.

    El Tribunal aclara que no se exige un proceso de integración plenamente consolidado, pero sí una trayectoria real, coherente y verificable, que vaya más allá de simples declaraciones de intención.

    «Integrazione o ReImmigrazione»: un modelo jurídico selectivo

    Es en este punto donde el paradigma Integrazione o ReImmigrazione adquiere plena relevancia jurídica.

    Cuando el nivel de integración alcanzado es tal que la expulsión produciría una ruptura desproporcionada de la vida privada o familiar, la concesión de la protección complementaria se impone como exigencia constitucional. Por el contrario, en ausencia de una integración efectiva —falta de vínculos sociales, ausencia de estabilidad, incumplimiento de las reglas comunes— el retorno al país de origen, que defino como ReImmigrazione, no constituye una sanción, sino el resultado jurídicamente coherente del equilibrio entre soberanía estatal y derechos fundamentales.

    Así concebida, la protección complementaria no debilita las políticas de control migratorio, sino que las ordena racionalmente, permitiendo distinguir, sobre bases jurídicas controlables, entre situaciones que merecen tutela constitucional y aquellas que no la justifican.

    Un enfoque diferenciado en el contexto europeo

    Para el lector español, este modelo puede resultar singular, ya que en muchos ordenamientos europeos la integración se trata como un objetivo de política pública separado del análisis jurídico de la expulsión. El derecho italiano, tal como lo interpreta la jurisprudencia reciente, integra directamente la integración en el juicio de legalidad del alejamiento.

    La protección complementaria se convierte así en el espacio donde se mide, de forma concreta y no ideológica, la compatibilidad entre el ejercicio de la soberanía y la protección efectiva de los derechos fundamentales.

    Conclusión

    La decisión del Tribunal Ordinario de Bolonia de 5 de diciembre de 2025 confirma que la protección complementaria constituye hoy el núcleo operativo del derecho italiano de extranjería. Transforma la integración en un criterio jurídico efectivo y sitúa la ReImmigrazione como el desenlace legítimo cuando no existe un arraigo social y jurídico digno de protección.

    No se trata de una construcción teórica, sino de un marco normativo plenamente operativo, basado en la responsabilidad individual, la proporcionalidad y el respeto de los principios constitucionales.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Abogado – Lobista inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea
    ID 280782895721-36

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  • L’errore originario dell’Unione europea: integrare senza decidere chi può restare

    Buongiorno, io sono l’avvocato Fabio Loscerbo e questo è un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Nel dibattito pubblico europeo sull’immigrazione c’è un errore che precede tutti gli altri e che raramente viene affrontato in modo diretto. È l’errore originario dell’Unione europea: aver costruito un intero sistema di integrazione senza aver mai deciso, in modo chiaro e vincolante, chi può restare sul territorio europeo e a quali condizioni.

    L’Unione europea ha scelto di parlare di integrazione prima ancora di affrontare il tema della permanenza. Ha preferito investire su programmi, fondi, piani d’azione, indicatori e percorsi di accompagnamento, evitando però l’atto politico fondamentale: stabilire un nesso diretto tra integrazione riuscita e diritto a restare, e tra integrazione fallita e dovere di tornare nel paese di origine. In questo modo l’integrazione è diventata un processo indefinito, privo di un punto di arrivo e, soprattutto, privo di conseguenze.

    Il recente dossier OCSE sull’immigrazione, utilizzato come riferimento dalle istituzioni europee, è emblematico di questa impostazione. L’integrazione viene descritta come uno strumento economico, utile a compensare carenze del mercato del lavoro, a sostenere i sistemi di welfare e a rispondere al declino demografico. È una visione tecnocratica, che riduce l’immigrazione a una funzione produttiva e tratta l’integrazione come un investimento, non come una condizione giuridica e sociale.

    In tutto il dossier manca un elemento essenziale: l’idea che l’integrazione debba essere verificata e che, in caso di esito negativo, debba produrre effetti concreti sulla permanenza. L’integrazione viene monitorata, misurata, accompagnata, ma non viene mai utilizzata come criterio selettivo. Una volta entrati nel circuito dell’accoglienza e dell’integrazione, si resta, indipendentemente dai risultati effettivi raggiunti.

    È qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione si pone in netta alternativa al modello europeo. In questo paradigma l’integrazione non è uno slogan, né un diritto automatico. È un dovere sostanziale che riguarda il lavoro, la lingua, il rispetto delle regole e la convivenza con la società ospitante. Ed è un dovere che ha una conseguenza chiara: se l’integrazione non avviene, la permanenza non può essere giustificata.

    L’Unione europea, invece, ha separato artificialmente integrazione e ritorni. I rimpatri vengono trattati come una misura residuale, da applicare solo in caso di irregolarità formale o di rigetto della domanda di protezione. Non vengono mai concepiti come l’esito fisiologico di un percorso di integrazione fallito. Questa separazione consente alle istituzioni di evitare il problema del fallimento e di rinviare indefinitamente ogni decisione.

    Il risultato è un sistema senza limiti, senza soglie e senza responsabilità. Un sistema in cui l’integrazione diventa permanente, ma la coesione sociale si indebolisce. Un sistema in cui si chiede sempre qualcosa allo Stato e alla collettività, ma si pretende poco o nulla in cambio. Un sistema che finisce per alimentare sfiducia, conflitto e percezione di ingiustizia.

    Integrazione o ReImmigrazione significa riportare la decisione al centro della politica migratoria. Significa affermare che non tutti devono necessariamente restare, e che questo non è un fallimento morale, ma una scelta legittima e necessaria per preservare l’equilibrio della società ospitante. La ReImmigrazione non è una punizione, ma una componente strutturale di un sistema serio, credibile e sostenibile.

    Con questo episodio chiudiamo qui. Grazie per aver ascoltato Integrazione o ReImmigrazione. Se questi temi ti interessano, continua a seguire il podcast e gli approfondimenti collegati. Alla prossima puntata.

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  • Il Patto UE e l’assenza del perno: l’integrazione

    Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo viene presentato come la risposta strutturale a un fallimento protratto nel tempo: l’incapacità dell’Unione di governare il fenomeno migratorio senza oscillare tra emergenza permanente e conflitto politico.

    Eppure, se si analizzano i documenti ufficiali – regolamenti, comunicazioni, report di attuazione – emerge con chiarezza un dato che non può essere ignorato: il Patto costruisce un sistema senza individuare il suo perno, e quel perno mancante è l’integrazione.

    L’architettura del Patto è interamente incentrata su procedure. Screening alle frontiere esterne, instradamento rapido delle domande, procedure accelerate, redistribuzione delle responsabilità tra Stati membri, rafforzamento dei sistemi informativi, incremento dell’efficienza nei rimpatri. Il linguaggio è quello della macchina amministrativa: tempi, flussi, carichi, capacità, costi. È una costruzione coerente sul piano tecnico, ma profondamente monca sul piano concettuale.

    L’integrazione non viene assunta come asse ordinatore del sistema. Non è definita, non è qualificata, non è misurata. Non esiste, nel Patto, una teoria dell’integrazione che consenta di capire cosa significhi realmente “restare” nello spazio europeo una volta superata la soglia dell’ingresso. L’integrazione compare solo in forma marginale, come problema collaterale di housing, mercato del lavoro o pressione sui servizi sociali. In altre parole, come costo da gestire, non come fondamento della permanenza.

    Questo silenzio non è casuale. Il Patto non supera la visione economicista del fenomeno migratorio: la consolida. Lo straniero continua a essere letto prevalentemente come unità funzionale, come fattore di carico o, al più, come risorsa lavorativa. Il lavoro resta il criterio implicito di legittimazione della presenza, mentre tutto ciò che attiene all’adesione all’ordinamento giuridico, alla lingua, alle regole di convivenza, ai valori costituzionali resta fuori dal disegno centrale. L’integrazione, intesa come processo civico e culturale, è espulsa dal cuore del sistema.

    Il risultato è un Patto che sa decidere chi entra e chi esce, ma non sa – e forse non vuole – affrontare la questione decisiva: chi può diventare parte della società europea e a quali condizioni. Si accelera la decisione amministrativa, ma si rinuncia a costruire un percorso esigente di appartenenza. La permanenza diventa temporanea per definizione, sempre revocabile, sempre sospesa tra utilità economica e pressione amministrativa.

    Questa assenza ha conseguenze profonde. Senza integrazione come perno, il sistema non distingue più tra integrazione riuscita e integrazione fallita. Esiste solo la permanenza di fatto o l’allontanamento. La mancata integrazione non è letta come fallimento di un progetto, ma come dato neutro, da compensare con nuove procedure o con un rafforzamento dei rimpatri. In questo modo, l’Unione rinuncia a uno strumento essenziale di governabilità sociale e si affida esclusivamente alla tecnica amministrativa.

    Il paradosso è evidente: più il sistema diventa efficiente sul piano procedurale, più diventa fragile sul piano sociale e politico. Senza un’idea chiara di integrazione, la gestione dell’immigrazione resta confinata a una logica di breve periodo, incapace di produrre stabilità. Si governa il movimento, ma non la presenza. Si controlla l’ingresso, ma non si costruisce l’appartenenza.

    È qui che emerge, con forza, il limite strutturale del Patto. Non è un difetto di norme, né di strumenti. È un difetto di visione. L’Europa ha scelto di evitare il nodo più difficile: riconoscere che l’immigrazione non è solo un problema di flussi, ma un problema di integrazione come obbligo reciproco, esigente, verificabile. Senza questo perno, ogni sistema è destinato a oscillare tra accoglienza indefinita e ritorno forzato, senza mai risolvere il problema di fondo.

    In definitiva, il Patto UE non rappresenta un cambio di paradigma. Rende il sistema più ordinato, forse più rapido, ma non più solido. Finché l’integrazione resterà fuori dall’architettura centrale, l’Unione continuerà a gestire l’immigrazione senza governarla davvero. E in assenza di integrazione come asse portante, la conseguenza non è una scelta ideologica, ma un esito strutturale: la ReImmigrazione diventa l’unico strumento di chiusura del sistema.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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  • Student Stabbings and Italy’s Unresolved Integration Crisis

    Recent stabbings involving students outside Italian schools should not be treated as isolated “youth violence” stories. They are warning signs of a deeper structural issue Italy has been postponing for years: the integration failure affecting parts of the second generation—young people raised in Italy, often educated in Italian schools, yet not fully anchored to shared civic norms.

    Two recent cases illustrate the pattern. In La Spezia, a student was stabbed at school (https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/17/studente-accoltellato-scuola-la-spezia-indagini). In Sora (Frosinone), a 17-year-old was stabbed outside a school after an argument (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_17/sora-frosinone-studente-di-17-anni-accoltellato-davanti-a-scuola-dopo-una-lite-caccia-al-responsabile-5f48e917-30b6-4cd0-b493-d9e8bdbbdxlk.shtml). The specific criminal dynamics will be clarified by investigations, but the broader message is already clear: these episodes are happening where social cohesion should be built—at school—and among youths who are not “new arrivals.”

    Why this matters to a U.S. audience

    In the United States, immigration debates often focus on entry (border control, illegal immigration, asylum backlogs). Italy’s challenge, instead, is increasingly about post-entry outcomes: what happens after families settle, children grow up, and society assumes integration will occur naturally.

    Italy’s political and administrative culture has often treated integration as an almost automatic process: you live here, you attend school, you will eventually “fit in.” That assumption has proven false. A segment of second-generation youths is growing up in a social limbo: legally present and institutionally included, but culturally detached and, in some contexts, attracted to alternative identity structures and conflict-driven group dynamics. When the state relies on schools alone to carry integration, it creates a system that looks inclusive on paper but is fragile in practice.

    Integration without obligations is not integration

    A serious integration model is not built on declarations. It requires clear expectations, measurable steps, and consequences. Otherwise, the public sphere becomes permissive, not cohesive. And when norms are negotiable, conflict escalates—often before adulthood, in the very places that should educate young people to manage conflict through rules rather than violence.

    This is the central point: these incidents are not “only” security problems. They are a governance problem. Repression comes after; integration policy is what prevents the drift in the first place.

    “Integrazione o ReImmigrazione” as a policy framework

    This is where the paradigm “Integrazione o ReImmigrazione” becomes relevant for international readers.

    It is not a slogan and it is not ethnic targeting. It is a policy framework based on a straightforward principle: long-term permanence must be tied to real integration, understood as adherence to the basic rules of civil coexistence—language, respect for the law, acceptance of constitutional values, and rejection of violence as a social code.

    Where integration succeeds, the pathway to stability is strengthened. Where integration fails structurally or is openly rejected, the state must be willing to reconsider long-term residence outcomes, including return policies, in a manner consistent with legality and due process.

    Italy still has time, but not unlimited time

    Italy can still act—especially with younger cohorts—by restoring a clear civic pact and by supporting schools with real institutional authority and coherent public policy. But the window is narrowing. If stabbings and similar violence become a recurring feature of second-generation adolescence, the issue is no longer marginal: it becomes a direct threat to social cohesion and public order.

    These incidents are not just criminal acts. They are the visible edge of a deeper problem: integration treated as optional, when it should be the foundation of permanence.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist – EU Transparency Register ID 280782895721-36

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  • Decisione della Commissione Territoriale di Genova del 18 dicembre 2025

    La protezione complementare come unico laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    La decisione assunta dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Genova nella seduta del 18 dicembre 2025 consente di mettere a fuoco, in termini strettamente tecnico-giuridici, un dato che il dibattito sull’immigrazione continua a eludere: la protezione complementare è l’unico istituto del nostro ordinamento che fonda la legittimità della permanenza sul grado di integrazione dello straniero.

    Il provvedimento, nel negare le forme maggiori di protezione internazionale e nel disporre la trasmissione degli atti al Questore ai sensi dell’art. 19, commi 1 e 1.1, del d.lgs. 286/1998, non applica una tutela residuale o eccezionale. Applica, invece, una regola strutturale: l’allontanamento non è consentito quando risulta incompatibile con un percorso di integrazione effettivamente maturato nel territorio dello Stato, valutato in chiave comparativa.

    Questo è il punto dirimente.
    Nel sistema italiano non esistono altre ipotesi in cui la permanenza sia giuridicamente legata all’integrazione. I permessi per lavoro si fondano sul rapporto contrattuale; quelli per famiglia sul vincolo formale; quelli per studio sulla frequenza; la protezione internazionale su un rischio nel Paese di origine. Solo la protezione complementare si fonda sull’integrazione come fatto giuridico autonomo, misurabile e decisivo.

    La protezione complementare non presuppone vulnerabilità, né status, né automatismi. Il suo baricentro è l’integrazione intesa come radicamento sociale, lavorativo e relazionale, già in atto e giuridicamente rilevante. L’ordinamento non tutela la persona in quanto tale, ma tutela un equilibrio concreto: quello tra il percorso costruito in Italia e la sproporzione che deriverebbe dall’allontanamento.

    È per questo che la protezione complementare rappresenta un laboratorio giuridico. Non in senso sperimentale o informale, ma perché è l’unico ambito in cui il diritto positivo valorizza l’integrazione, la misura e la utilizza come criterio di decisione sulla permanenza. Qui l’integrazione non è uno slogan, né una promessa futura: è il presupposto stesso della tutela.

    Da questa constatazione discende, in modo naturale e non ideologico, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come costruzione teorica esterna al diritto, ma come generalizzazione coerente di una logica già presente nell’ordinamento. Se la permanenza può essere legittimamente fondata sull’integrazione, allora l’assenza di integrazione non può che condurre all’esito opposto: la ReImmigrazione.

    Il punto decisivo è che la ReImmigrazione non nasce come reazione alla protezione complementare, né come misura riferita esclusivamente ai suoi titolari. Nasce come principio generale di governo, reso visibile proprio dalla protezione complementare. Quest’ultima mostra che il diritto è già in grado di distinguere tra integrazione da tutelare e non integrazione da non sostenere. Il paradigma non inventa nulla: rende sistemico ciò che oggi è confinato a un solo istituto.

    La decisione della Commissione Territoriale di Genova del 18 dicembre 2025 dimostra, in concreto, che il diritto dell’immigrazione italiano possiede già gli strumenti per legare la permanenza alla responsabilità. Non alla vulnerabilità, non all’eccezione, ma all’integrazione reale. In questo senso, la protezione complementare non è una deviazione del sistema, ma il suo punto di maggiore coerenza interna.

    La protezione complementare è oggi l’unico spazio in cui l’ordinamento italiano applica, senza dichiararlo, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. È il luogo in cui l’integrazione viene accertata, valorizzata e misurata, e in cui la permanenza non è mai sganciata da un percorso concreto. Generalizzare questa logica non significa irrigidire il sistema, ma renderlo finalmente coerente: chi si integra resta, chi non si integra rientra. Non per scelta politica, ma per struttura giuridica.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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  • Der ergänzende Schutz als juristischer Kern des Paradigmas „Integrazione o ReImmigrazione“

    Ordentliches Gericht Bologna (Italien), Entscheidung vom 5. Dezember 2025

    Für ein deutsches Fachpublikum ist vorab klarzustellen, dass der italienische ergänzende Schutz (protezione complementare) weder mit dem Flüchtlingsstatus noch mit einer politisch-discretionären humanitären Aufenthaltserlaubnis gleichzusetzen ist. Es handelt sich vielmehr um ein verfassungsrechtlich gebundenes Institut, das greift, wenn eine Aufenthaltsbeendigung mit den grundlegenden Rechten der Person unvereinbar wäre.

    Die Entscheidung des Tribunale Ordinario di Bologna vom 5. Dezember 2025 ist von besonderer Bedeutung, da sie die systematische Funktion dieses Instituts präzisiert und dessen Rolle innerhalb des von mir entwickelten Paradigmas „Integrazione o ReImmigrazione“ klar herausarbeitet.

    Ergänzender Schutz als verfassungsrechtliche Schranke der Aufenthaltsbeendigung

    Nach italienischem Recht findet der ergänzende Schutz Anwendung, wenn weder Flüchtlingsschutz noch subsidiärer Schutz greifen, eine Abschiebung jedoch gegen verfassungsrechtliche oder völkerrechtliche Verpflichtungen des Staates verstoßen würde. Zentral ist hierbei insbesondere der Schutz des Privat- und Familienlebens, wie er in der italienischen Verfassung und in internationalen Menschenrechtsinstrumenten verankert ist.

    Der ergänzende Schutz ist kein Akt staatlicher Milde, sondern das Ergebnis einer strengen, einzelfallbezogenen Verhältnismäßigkeitsprüfung. Verwaltung und Gericht sind verpflichtet zu prüfen, ob die Aufenthaltsbeendigung einen unverhältnismäßigen Eingriff in grundrechtlich geschützte Lebensverhältnisse darstellen würde.

    Integration als rechtliches Bewertungskriterium

    Der wesentliche Beitrag der Entscheidung des Gerichts von Bologna liegt in der präzisen Bestimmung der Integration als rechtlich relevantes Kriterium. Integration wird nicht als politisches Ziel oder sozialethische Erwartung verstanden, sondern als justiziables Element innerhalb der grundrechtlichen Abwägung.

    Berufliche Tätigkeit spielt eine Rolle, jedoch nicht isoliert. Sie ist rechtlich relevant, soweit sie Ausdruck einer regelkonformen Einbindung in die gesellschaftliche und rechtliche Ordnung ist. Ebenso maßgeblich sind stabile Wohnverhältnisse, tatsächliche familiäre Bindungen, Sprachkenntnisse sowie die dauerhafte Teilnahme am sozialen Leben. Entscheidend ist das Vorliegen eines objektiv nachweisbaren sozialen und rechtlichen Verwurzelungsprozesses.

    Das Gericht stellt klar, dass kein vollständig abgeschlossener Integrationsprozess erforderlich ist. Ausreichend ist eine kohärente, ernsthafte und überprüfbare Entwicklung, die über bloße Absichtserklärungen hinausgeht.

    „Integrazione o ReImmigrazione“ als juristisch selektives Modell

    An diesem Punkt entfaltet das Paradigma Integrazione o ReImmigrazione seine juristische Tragweite.

    Erreicht die Integration ein Niveau, bei dem eine Abschiebung zu einer unverhältnismäßigen Zerstörung des geschützten Privat- oder Familienlebens führen würde, ist der ergänzende Schutz zwingend zu gewähren. Fehlt hingegen eine solche Integration – etwa bei sozialer Desintegration, fehlender Regelbindung oder bloßer faktischer Anwesenheit –, stellt die ReImmigrazione keine Sanktion dar, sondern die rechtlich konsequente Folge der fehlenden Verwurzelung.

    Der ergänzende Schutz wirkt somit nicht migrationspolitisch unterminierend, sondern systemordnend. Er ermöglicht eine klare, rechtlich kontrollierbare Differenzierung zwischen schutzwürdiger Integration und nicht schutzwürdiger Anwesenheit.

    Ein Ansatz jenseits rein humanitärer Logiken

    Aus deutscher Perspektive ist hervorzuheben, dass das italienische Modell Integration nicht nur als integrationspolitisches Ziel, sondern als verfassungsrechtlich relevantes Abwägungselement begreift. Der ergänzende Schutz fungiert als juristischer Filter zwischen staatlicher Souveränität und Grundrechtsschutz, ohne in Automatismen zu verfallen.

    Weder eine pauschale Bleibeperspektive noch eine schematische Aufenthaltsbeendigung entspricht diesem Ansatz. Maßgeblich ist allein die rechtlich überprüfbare Situation des Einzelfalls.

    Schlussfolgerung

    Die Entscheidung des Ordentlichen Gerichts von Bologna vom 5. Dezember 2025 bestätigt, dass der ergänzende Schutz heute den funktionalen Kern des italienischen Migrationsrechts bildet. Integration wird zu einem normativ wirksamen Kriterium, während ReImmigrazione die folgerichtige Konsequenz fehlender sozialer und rechtlicher Einbindung darstellt.

    Es handelt sich nicht um eine politische These, sondern um ein bereits operatives juristisches Modell, das Verantwortung, Verhältnismäßigkeit und Verfassungstreue miteinander verbindet.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Lobbyist im Transparenzregister der Europäischen Union
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • Wenn Integration scheitert, wird Rückführung zur Systemfunktion

    In der migrationspolitischen Debatte wird Rückführung häufig als politisches Versagen oder als moralisches Scheitern dargestellt. Diese Lesart greift zu kurz. Aus staatlicher und rechtsstaatlicher Perspektive ist Rückführung kein ideologischer Akt, sondern eine systemische Konsequenz. Sie tritt immer dann ein, wenn Integration nicht gelingt – oder gar nicht erst eingefordert wird. Genau hier liegt eines der zentralen Probleme der europäischen Migrationspolitik.

    Der EU-Migrations- und Asylpakt setzt stark auf Verfahren, Effizienz und Durchsetzbarkeit. Er beschleunigt Entscheidungen, ordnet Zuständigkeiten neu und stärkt die Instrumente zur Beendigung des Aufenthalts. Was er jedoch nicht leistet, ist die institutionelle Verankerung von Integration als verbindlichem Prozess. Integration bleibt unscharf, freiwillig, politisch delegiert – aber rechtlich nicht eingefordert. In einem solchen System wird Rückführung zwangsläufig zur einzigen verbleibenden Schließungsfunktion.

    Ein funktionierender Rechtsstaat benötigt Zwischenstufen. Er muss unterscheiden können zwischen gelungener Integration, integrationsbedürftigem Aufenthalt und gescheiterter Integration. Diese Differenzierung setzt voraus, dass Integration klar definiert ist: als Pflicht, als Prozess, als überprüfbares Ziel. Fehlt diese Definition, gibt es nur zwei Zustände – Anwesenheit oder Beendigung des Aufenthalts. Rückführung wird damit nicht zur Ausnahme, sondern zur strukturellen Notwendigkeit.

    Gerade in Deutschland zeigt sich dieses Dilemma deutlich. Über Jahre hinweg wurde Integration politisch beschworen, aber rechtlich relativiert. Pflichten wurden fragmentiert, Erwartungen abgesenkt, Konsequenzen vermieden. Der Staat setzte auf Zeit, Arbeit und soziale Einbindung – ohne klare Anforderungen an Sprache, Rechtsbefolgung und gesellschaftliche Ordnung zu stellen. Das Ergebnis ist kein Mehr an Integration, sondern Unklarheit über Zugehörigkeit.

    Wenn Integration nicht eingefordert wird, kann ihr Scheitern auch nicht festgestellt werden. Und wenn Scheitern nicht benannt werden kann, bleibt dem Staat nur der späte Zugriff über ordnungsrechtliche Mittel. Rückführung erscheint dann als harte Maßnahme, obwohl sie in Wahrheit das Resultat einer zuvor unterlassenen Steuerung ist. Nicht Strenge erzeugt Rückführungsdruck, sondern Regelverzicht.

    Diese Dynamik ist rechtsstaatlich problematisch. Der Staat verliert die Möglichkeit, frühzeitig zu korrigieren, Anforderungen nachzuschärfen oder Integrationsdefizite verbindlich zu adressieren. Stattdessen wird Rückführung zum Reparaturinstrument – mit entsprechend hoher politischer und gesellschaftlicher Konfliktlast. Je länger Integration als Pflicht vermieden wird, desto konfliktträchtiger wird ihre systemische Konsequenz.

    Rückführung ist daher nicht das Gegenteil von Integration, sondern ihr Spiegelbild. Wo Integration gelingt, verliert Rückführung an Bedeutung. Wo Integration nicht definiert, nicht überprüft und nicht eingefordert wird, wird Rückführung zur einzigen verbleibenden Handlungsoption. In diesem Sinne ist Rückführung keine moralische Kategorie, sondern eine Funktion staatlicher Ordnung.

    Ein nachhaltiges Migrationssystem muss diesen Zusammenhang anerkennen. Es muss Integration wieder als zentrales Steuerungselement begreifen – nicht als soziale Begleitmaßnahme, sondern als rechtlich relevante Voraussetzung für dauerhaften Aufenthalt. Nur dann kann Rückführung ihren Ausnahmecharakter behalten und auf jene Fälle beschränkt werden, in denen Integration tatsächlich gescheitert ist.

    Solange Europa – und Deutschland im Besonderen – diesen Schritt vermeidet, wird sich das System weiter in Richtung Zwang und Eskalation bewegen. Nicht aus politischem Willen, sondern aus institutioneller Logik. Rückführung wird dort zur Systemfunktion, wo Integration keine Pflicht ist.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Lobbyist
    EU-Transparenzregister Nr. 280782895721-36

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  • Dalla utilità alla responsabilità: l’immigrazione come rapporto giuridico

    Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

    Nel primo episodio abbiamo chiarito che l’immigrazione non è un fatto naturale, ma una scelta regolata che richiede governo. Nel secondo abbiamo analizzato la crisi del paradigma economicista, che ha ridotto l’immigrazione a funzione produttiva, affidando al lavoro e al tempo una legittimazione che il diritto non ha mai previsto. In questa puntata affrontiamo il passaggio più delicato e, al tempo stesso, più decisivo dell’intero percorso: il passaggio dall’utilità alla responsabilità.

    Se l’immigrazione è un rapporto giuridico, allora occorre dirlo senza ambiguità: la permanenza sul territorio non è un diritto acquisito, ma una posizione giuridica condizionata. Questa affermazione, che nel diritto amministrativo e nel diritto dell’immigrazione dovrebbe essere ovvia, è diventata nel tempo quasi indicibile nel dibattito pubblico. Eppure, è proprio da qui che passa la tenuta dello Stato di diritto.

    Nel sistema giuridico italiano ed europeo, lo straniero non è titolare di un diritto generale a restare. È titolare, semmai, del diritto a che la propria posizione venga valutata secondo legge, nel rispetto delle garanzie procedurali e dei limiti posti dagli obblighi internazionali. Il soggiorno non è uno status naturale, ma il risultato di una verifica continua di condizioni, requisiti e comportamenti. Quando questa verifica viene meno, il rapporto giuridico si svuota e diventa mera tolleranza.

    Negli ultimi decenni, però, si è affermata una prassi silenziosa ma profonda, che ha progressivamente trasformato la permanenza in una sorta di diritto di fatto. Si è iniziato a ragionare come se il semplice trascorrere del tempo producesse legittimazione, come se l’assenza di decisioni equivalesse a un riconoscimento implicito, come se l’inerzia amministrativa potesse sostituirsi alla valutazione giuridica. È in questo scarto tra diritto formale e prassi reale che nasce la crisi.

    Il punto centrale è che l’utilità non genera diritti. Essere utili al mercato del lavoro, contribuire economicamente, svolgere una mansione richiesta non equivale, di per sé, a essere legittimati a restare. L’utilità può essere una condizione, mai il fondamento. Quando lo Stato confonde queste due dimensioni, abdica alla propria funzione di governo e delega a soggetti estranei – il mercato, il tempo, la contingenza – decisioni che dovrebbero essere sue.

    Da qui emerge il concetto chiave di questo episodio: la responsabilità individuale dello straniero. Responsabilità non in senso morale o punitivo, ma giuridico. Responsabilità come insieme di obblighi, comportamenti e requisiti che accompagnano la presenza sul territorio. Lingua, rispetto delle regole, cooperazione con le autorità, correttezza procedurale, adesione all’ordinamento. L’integrazione non è un fatto spontaneo, ma un percorso esigente, che presuppone un impegno attivo.

    Quando questo elemento viene rimosso, l’integrazione diventa una promessa astratta. Si parla di inclusione, ma si rinuncia a verificare. Si invoca la coesione, ma si accetta l’assenza di responsabilità. Il risultato è un sistema che non premia chi si integra davvero e non sanziona chi rifiuta le regole, producendo diseguaglianza, frustrazione e perdita di credibilità istituzionale.

    Rimettere al centro il rapporto giuridico significa, quindi, ristabilire una simmetria. Da un lato lo Stato, che ha il dovere di decidere, motivare, applicare le regole e rispettare i diritti fondamentali. Dall’altro lo straniero, che ha il dovere di rispettare le condizioni del soggiorno e di rendere legittima la propria permanenza nel tempo. Senza questa simmetria, non esiste integrazione, ma solo permanenza passiva.

    È proprio in questo passaggio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come alternativa ideologica, ma come conseguenza logica. Se l’integrazione è un percorso basato sulla responsabilità, allora deve esistere anche l’esito opposto, quando quella responsabilità non viene assunta o viene violata. La ReImmigrazione non è una punizione, ma la chiusura coerente di un rapporto giuridico che non ha prodotto integrazione.

    Continuare a parlare di integrazione senza responsabilità significa, in realtà, rinunciare a entrambe. Significa produrre un sistema opaco, nel quale nessuno è realmente valutato e nessuno è realmente tutelato. Uno Stato che non distingue, non decide e non applica perde la capacità di governare e, con essa, la fiducia dei cittadini e degli stessi stranieri regolari.

    Nel prossimo episodio affronteremo un altro equivoco fondamentale: l’idea che entrare significhi restare. Vedremo perché l’ingresso è solo l’atto iniziale del rapporto giuridico e perché la permanenza non può mai essere considerata un diritto acquisito sin dall’origine.

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  • El error original de la Unión Europea: integrar sin decidir quién puede quedarse

    Desde una perspectiva española, la gestión europea del fenómeno migratorio aparece cada vez más como un sistema incapaz de establecer límites claros y de asumir decisiones políticas reales. No se trata de una falta de normas ni de recursos, sino de un error mucho más profundo: la Unión Europea ha apostado por la integración sin haber definido previamente, de manera clara y vinculante, quién tiene derecho a permanecer.

    Este error no es técnico ni accidental. Es una elección política. Las instituciones europeas han sustituido la decisión soberana por la gestión administrativa, el control por los procedimientos y la frontera por una narrativa permanente de inclusión. La integración se ha convertido en un objetivo en sí mismo, desvinculado de cualquier evaluación concreta sobre la pertenencia a la comunidad política.

    El Informe OCDE sobre Migraciones Internacionales 2025, utilizado de forma recurrente como referencia por las instituciones europeas, refleja con claridad este enfoque. La integración es presentada fundamentalmente como una herramienta económica: para cubrir déficits del mercado laboral, sostener los sistemas de bienestar y compensar el envejecimiento demográfico. Las personas migrantes son analizadas en términos de empleabilidad, productividad y aportación económica. Lo que falta no son datos, sino decisiones.

    En ningún momento la integración es tratada como un criterio determinante del derecho a permanecer. No existe un punto de evaluación real en el que el fracaso del proceso de integración produzca una consecuencia clara. Una vez iniciado el recorrido de la integración, la permanencia tiende a convertirse en un hecho casi automático, con independencia de los resultados alcanzados.

    Aquí es donde el paradigma Integrazione o ReImmigrazione entra en conflicto directo con el modelo europeo dominante. En este paradigma, la integración no es simbólica ni indefinida. Es una obligación sustancial, que implica aprendizaje de la lengua, respeto efectivo del ordenamiento jurídico, autonomía económica y aceptación de las reglas básicas de convivencia. Y, sobre todo, implica una alternativa real. Si la integración no se produce, la permanencia no puede justificarse.

    España conoce bien las consecuencias de un sistema que integra sin decidir. La acumulación de situaciones temporales prolongadas, las regularizaciones recurrentes y la dificultad para ejecutar retornos efectivos han erosionado la credibilidad de la acción pública. El informe de la OCDE, al separar sistemáticamente la integración del derecho de estancia, contribuye a normalizar esta disociación a escala europea.

    El tratamiento de los retornos en el informe es especialmente revelador. Los retornos se abordan como un asunto técnico, residual, vinculado a la irregularidad formal o a la denegación del asilo. Nunca se plantean como el resultado lógico de un proceso de integración fallido. Esta separación permite evitar un debate incómodo pero necesario: no todas las personas pueden o quieren integrarse de forma duradera.

    Al eliminar el concepto de límite, la Unión Europea ha creado un sistema sin punto de cierre. No existe un momento claro de evaluación con efectos jurídicos reales. Todo se prolonga, se ajusta o se regulariza, generando inseguridad jurídica, tensión social y una creciente desconfianza ciudadana.

    El paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone un marco alternativo. No rechaza la integración, sino que la toma en serio. Afirma que la integración es una condición y no un derecho automático, y que la ReImmigrazione no es un castigo ni una derrota moral, sino un elemento estructural de un sistema migratorio coherente, previsible y respetuoso con la soberanía democrática.

    Mientras la Unión Europea continúe integrando sin decidir quién puede quedarse, seguirá atrapada en la ambigüedad normativa y en la evasión política. El informe OCDE 2025 no resuelve esta contradicción, pero la pone claramente de manifiesto. Gestionar sin decidir no es gobernar.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión EuropeaID 280782895721-36

    Articoli

  • Accoltellamenti tra studenti e il nodo irrisolto dell’integrazione delle seconde generazioni

    Gli accoltellamenti avvenuti nei giorni scorsi davanti a istituti scolastici italiani non sono episodi casuali né semplici fatti di cronaca nera. I casi di La Spezia e Sora, ampiamente riportati dagli organi di informazione, hanno un elemento comune che non può essere ignorato: riguardano giovani cresciuti in Italia, appartenenti alle cosiddette seconde generazioni.

    A La Spezia uno studente è stato accoltellato all’interno di una scuola superiore
    (https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/17/studente-accoltellato-scuola-la-spezia-indagini).

    A Sora un ragazzo di 17 anni è stato ferito davanti all’istituto scolastico dopo una lite
    (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_17/sora-frosinone-studente-di-17-anni-accoltellato-davanti-a-scuola-dopo-una-lite-caccia-al-responsabile-5f48e917-30b6-4cd0-b493-d9e8bdbbdxlk.shtml).

    Non è irrilevante che questi fatti si verifichino a scuola o nei suoi immediati dintorni, né che coinvolgano ragazzi che l’Italia non l’hanno “raggiunta”, ma l’hanno abitata fin dall’infanzia. È proprio questo il punto che rende tali episodi politicamente e giuridicamente rilevanti: non siamo di fronte a un problema di primo ingresso, ma a un fallimento interno del processo di integrazione delle seconde generazioni.

    Per anni si è sostenuto che crescere in Italia fosse di per sé sufficiente a garantire integrazione. La realtà dimostra il contrario. Una parte delle seconde generazioni cresce in una terra di mezzo, formalmente dentro la società italiana ma sostanzialmente priva di un reale ancoraggio civico, culturale e valoriale. La scuola, da sola, non è stata in grado di colmare questo vuoto, soprattutto in assenza di un chiaro indirizzo dello Stato.

    Il problema non è l’origine, ma l’assenza di un percorso di integrazione strutturato e vincolante. Le seconde generazioni sono state spesso considerate “già integrate” per definizione, sottraendole a qualsiasi valutazione reale sul piano dell’adesione alle regole comuni. Così facendo, si è rinunciato a pretendere ciò che in ogni società ordinata è essenziale: il rispetto dell’autorità, il rifiuto della violenza, la gestione del conflitto secondo regole condivise.

    Quando questi presupposti mancano, il conflitto esplode. E lo fa precocemente, prima dell’ingresso nel circuito penale adulto. Gli accoltellamenti tra studenti non sono l’esito di un’improvvisa devianza individuale, ma il sintomo di un’integrazione rimasta incompiuta, talvolta solo formale. È qui che la cronaca diventa cartina di tornasole di un problema strutturale.

    Continuare a trattare le seconde generazioni come un blocco automaticamente integrato significa perseverare nell’errore. L’integrazione non può essere presunta: deve essere costruita, accompagnata e verificata. Dove ciò non avviene, lo Stato perde progressivamente la capacità di governare i processi sociali, limitandosi a intervenire ex post con strumenti repressivi.

    Da questa consapevolezza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come risposta emotiva agli episodi di violenza, ma come criterio ordinatore delle politiche pubbliche. La permanenza stabile in Italia, anche per le seconde generazioni, non può fondarsi sull’automatismo, ma sulla responsabilità. Lingua, regole, valori costituzionali e rifiuto della violenza devono diventare elementi centrali del percorso di crescita.

    Siamo probabilmente ancora in tempo per intervenire, soprattutto sulle fasce più giovani. Ma il margine si sta riducendo. Se anche le seconde generazioni iniziano a manifestare forme sistemiche di conflitto violento, significa che il modello adottato finora non ha funzionato. A quel punto, ignorare il problema non è più possibile: la cronaca ci sta già presentando il conto di un’integrazione data per scontata e mai realmente costruita.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • La protection complémentaire comme noyau juridique du paradigme « Integrazione o ReImmigrazione »

    Tribunal ordinaire de Bologne (Italie), décision du 5 décembre 2025

    Pour un public français, il convient de préciser d’emblée que la protection complémentaire prévue par le droit italien ne constitue ni une forme d’asile au sens strict, ni un mécanisme discrétionnaire de type humanitaire. Il s’agit d’un instrument juridique à fondement constitutionnel, destiné à empêcher l’éloignement d’un étranger lorsque celui-ci entraînerait une violation grave et actuelle des droits fondamentaux garantis par la Constitution italienne et par les engagements internationaux de l’État.

    La décision rendue le 5 décembre 2025 par le Tribunale Ordinario di Bologna revêt une importance particulière, car elle explicite avec rigueur la fonction contemporaine de la protection complémentaire et son rôle central dans le paradigme que je définis comme « Integrazione o ReImmigrazione ».

    La protection complémentaire comme limite constitutionnelle à l’éloignement

    En droit italien, la protection complémentaire intervient lorsque l’étranger ne remplit pas les conditions du statut de réfugié ou de la protection subsidiaire, mais que son éloignement du territoire national serait contraire aux obligations constitutionnelles ou conventionnelles de l’État, notamment au regard du droit au respect de la vie privée et familiale.

    Contrairement à certaines représentations répandues dans le débat public, il ne s’agit ni d’une mesure de clémence ni d’une régularisation implicite. La protection complémentaire fonctionne comme une clause de verrouillage juridique, imposant à l’autorité administrative et au juge un examen individualisé, fondé sur le principe de proportionnalité.

    L’intégration comme critère juridique, et non comme slogan

    L’apport central de la décision du Tribunal de Bologne réside dans la place accordée à l’intégration, conçue non comme un objectif politique abstrait, mais comme un critère juridique structurant de l’analyse.

    L’intégration n’est pas appréhendée de manière exclusivement économique. L’activité professionnelle est pertinente dans la mesure où elle atteste d’une participation régulière et conforme aux règles de la société d’accueil, mais elle ne suffit pas à elle seule. Sont également pris en compte la stabilité résidentielle, l’existence de liens familiaux effectifs, l’apprentissage de la langue, la continuité des relations sociales et, plus largement, l’inscription de l’individu dans l’ordre juridique et social italien.

    Le juge précise qu’un parcours d’intégration n’a pas besoin d’être achevé, mais qu’il doit être réel, cohérent et vérifiable. Il ne s’agit donc pas d’intentions déclaratives, mais d’éléments objectifs permettant d’établir l’existence d’une vie privée et familiale digne de protection.

    « Integrazione o ReImmigrazione » : une logique de sélection juridique

    C’est à ce stade que le paradigme Integrazione o ReImmigrazione prend toute sa portée juridique.

    Lorsque l’intégration atteint un niveau tel que l’éloignement provoquerait une rupture disproportionnée de la vie privée ou familiale, la protection complémentaire devient juridiquement nécessaire. À l’inverse, en l’absence d’intégration effective – absence de liens sociaux, de stabilité, de respect des règles communes – le retour dans le pays d’origine, que je désigne comme ReImmigrazione, ne constitue ni une sanction ni une mesure arbitraire, mais l’issue normale et conforme au droit.

    Ainsi conçue, la protection complémentaire ne s’oppose pas à la maîtrise des flux migratoires. Elle en est au contraire un outil de rationalisation, permettant de distinguer, sur une base juridique contrôlable, entre les situations qui appellent une protection constitutionnelle et celles qui ne la justifient pas.

    Un modèle distinct des approches françaises et européennes classiques

    Pour un lecteur français, ce modèle peut apparaître singulier, dans la mesure où le droit français et, plus largement, le droit européen tendent à séparer l’analyse humanitaire de la question de l’intégration. Le droit italien, tel qu’interprété par la jurisprudence récente, opère au contraire une imbrication directe entre intégration et légalité de l’éloignement.

    La protection complémentaire devient ainsi le lieu où se mesure concrètement la compatibilité entre souveraineté étatique et protection des droits fondamentaux, sans céder ni à une logique d’ouverture indifférenciée ni à une logique de fermeture aveugle.

    Conclusion

    La décision du Tribunal ordinaire de Bologne du 5 décembre 2025 confirme que la protection complémentaire constitue aujourd’hui le cœur opérationnel du droit italien de l’immigration. Elle transforme l’intégration en critère juridique effectif et fait de la ReImmigrazione l’aboutissement légitime du défaut de radication sociale et juridique.

    Il ne s’agit pas d’une construction théorique, mais d’un cadre normatif déjà pleinement fonctionnel, fondé sur la responsabilité individuelle, la proportionnalité et le respect des principes constitutionnels.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Lobbyiste inscrit au Registre pour la transparence de l’Union européenne
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • From Utility to Responsibility: Immigration as a Legal Relationship

    Welcome to a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.
    I am Attorney Fabio Loscerbo.

    If the economic paradigm has failed, the reason is not difficult to identify. It treated immigration as a question of usefulness, not of responsibility. It asked what migrants could provide to the market, but avoided asking what legal relationship was being established between the individual and the State. As a result, permanence slowly transformed from a conditional status into an assumed entitlement.

    To move beyond this failure, it is necessary to restore a basic legal truth: immigration is not a social phenomenon to be tolerated, nor an economic function to be optimized. It is a legal relationship. And like every legal relationship, it is structured around rights, obligations, conditions, and consequences.

    Recognizing immigration as a legal relationship means reasserting the role of the State. The State is not a passive observer of demographic flows, nor a simple facilitator of labor mobility. It is the authority that decides who may enter, under what conditions that entry is authorized, and whether those conditions continue to exist over time. This power is not arbitrary. It is the essence of sovereignty exercised within the rule of law.

    In recent decades, however, this function has been progressively diluted. By framing permanence as the natural continuation of entry, and integration as an automatic byproduct of time and work, the State has renounced its evaluative role. Legal status has been granted, renewed, and consolidated without a serious assessment of conduct, compliance, or actual integration. Responsibility has been replaced by inertia.

    The paradigm Integration or ReImmigration proposes a different logic. Permanence is not justified by utility, but by responsibility. The right to fundamental protection remains intact, but the right to remain is never unconditional. It must be earned, verified, and maintained through behavior compatible with the legal order of the host society.

    This does not mean transforming immigration law into a moral judgment. Responsibility, in legal terms, is not about intentions or cultural identity. It is about objective elements: respect for the law, cooperation with public authorities, adherence to basic civic rules, and compatibility with public order. These elements are not ideological; they are juridical.

    When immigration is treated as a legal relationship, integration acquires a precise meaning. It is no longer an abstract cultural process or a sociological hope. Integration becomes a legally relevant obligation. Not an obligation to assimilate, but an obligation to participate in the legal and institutional framework of the host State. Language, employment, respect for rules, and lawful conduct are not symbolic gestures; they are indicators of a functioning legal relationship.

    This perspective also clarifies an essential point often obscured in public debate: fundamental rights and permanence are not the same thing. Fundamental rights are unconditional and non-negotiable. Permanence is not. Confusing these two levels has produced a paralyzing effect, where any evaluation of continued stay is perceived as a violation of rights. In reality, what the law requires is proportionality, not immobility.

    Once responsibility is placed at the center, the system regains coherence. Entry becomes the beginning of a process, not the start of an irreversible trajectory. Lawful stay becomes conditional and reviewable. Protection remains available, but it is framed within a structure that allows the State to assess whether the relationship continues to be justified.

    This shift is particularly visible in the evolution of conditional forms of protection, where courts are increasingly called to balance vulnerability with conduct, and rights with public interest. These cases reveal a growing awareness that permanence cannot be detached from responsibility without undermining the credibility of the entire system.

    Restoring immigration as a legal relationship also means restoring the legitimacy of conclusion. Every legal relationship has a beginning, a development, and, potentially, an end. When the conditions that justify permanence no longer exist, the State must be able to bring the process to a lawful conclusion. This is not punishment. It is legal coherence.

    ReImmigration emerges precisely at this point. Not as an ideological objective, but as the lawful outcome of a failed or exhausted legal relationship. It presupposes that responsibility was required, that integration was possible, and that evaluation occurred through due process. Only within this framework can return be legitimate, proportionate, and compatible with the rule of law.

    The transition from utility to responsibility is therefore the cornerstone of the entire paradigm. Without it, integration remains rhetorical and enforcement remains arbitrary. With it, immigration becomes governable again.

    In the next episode, we will address a crucial consequence of this approach: why entry into the territory can never be equated with a right to remain, and why confusing the two has been one of the most damaging legal errors of contemporary immigration policy.

    Thank you for listening.

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  • El error original de la Unión Europea: integrar sin decidir quién puede quedarse

    Buenos días. Soy el abogado Fabio Loscerbo y este es un nuevo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione.

    Desde la perspectiva española, la política migratoria de la Unión Europea se percibe cada vez más como un sistema lleno de instrumentos, pero carente de decisiones claras. No se trata de una falta de normas ni de recursos, sino de un problema mucho más profundo: la Unión Europea ha promovido la integración sin haber decidido previamente, de forma clara y exigible, quién tiene derecho a permanecer.

    La Unión Europea optó por hablar de integración antes de afrontar la cuestión de la permanencia. Ha invertido en programas, fondos, planes de acción y mecanismos de seguimiento, evitando sin embargo la decisión política fundamental que todo sistema migratorio necesita: vincular la integración efectiva al derecho a quedarse y el fracaso de la integración a la obligación de regresar.

    Como consecuencia, la integración en Europa se ha convertido en un proceso indefinido, sin un punto final claro y sin consecuencias reales. Una vez que una persona entra en el sistema de integración, la permanencia tiende a consolidarse con el paso del tiempo, independientemente de los resultados alcanzados. Esta dinámica no es un efecto colateral, sino una característica estructural del modelo europeo.

    El informe de la OCDE sobre migración internacional, utilizado de forma habitual por las instituciones europeas, refleja con claridad esta lógica. La integración se presenta principalmente como una herramienta económica, destinada a cubrir déficits del mercado laboral, sostener los sistemas de bienestar y compensar el envejecimiento demográfico. La migración se concibe como un recurso funcional, no como una cuestión de pertenencia política y social.

    Lo que falta en este enfoque es responsabilidad. La integración se mide, se financia y se acompaña, pero no se impone como condición para la permanencia. No existe un momento decisivo en el que se reconozca que el proceso de integración ha fracasado y que, por tanto, debe extraerse una consecuencia clara.

    Aquí es donde el paradigma Integrazione o ReImmigrazione cuestiona directamente el modelo europeo. En este paradigma, la integración no es simbólica ni automática. Es una obligación sustancial que incluye el aprendizaje del idioma, el respeto efectivo del ordenamiento jurídico, la autonomía económica y la aceptación de las normas básicas de convivencia. Y, sobre todo, implica una alternativa real: si la integración no se produce, la permanencia no puede justificarse.

    Las instituciones europeas han separado de manera deliberada la integración de las políticas de retorno. El retorno se trata como una cuestión técnica y residual, limitada a situaciones de irregularidad formal o a la denegación del asilo. Nunca se plantea como el resultado normal de un proceso de integración fallido. Esta separación permite evitar el reconocimiento del fracaso y aplazar indefinidamente la toma de decisiones.

    El resultado es un sistema sin límites, sin umbrales y sin credibilidad. La integración se vuelve permanente, mientras la cohesión social se debilita. La responsabilidad se diluye en los procedimientos y la confianza ciudadana se erosiona al percibirse que las reglas existen, pero rara vez generan consecuencias reales.

    Desde un punto de vista español, esta deriva afecta directamente al Estado de derecho. Sin decisiones no hay autoridad. Sin consecuencias, las normas pierden su sentido. Una política migratoria que exige integración, pero renuncia a decidir, termina perdiendo legitimidad.

    El paradigma Integrazione o ReImmigrazione devuelve al centro lo que el modelo europeo ha eliminado: la decisión. No rechaza la integración, sino que le devuelve su significado. La integración pasa a ser un objetivo que debe alcanzarse, no una mera intención. La ReImmigrazione no es un castigo ni un juicio moral, sino un elemento estructural de un sistema migratorio serio, coherente y basado en reglas.

    Mientras la Unión Europea siga integrando sin decidir quién puede quedarse, seguirá atrapada en la gestión administrativa y la evasión política. El informe de la OCDE no resuelve esta contradicción, pero la hace visible. Gestionar sin decidir no es gobernar.

    Con esto llegamos al final de este episodio. Gracias por escuchar Integrazione o ReImmigrazione. Si estos temas te interesan, sigue el podcast para los próximos episodios. Hasta la próxima.

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  • Europe’s Original Mistake: Integrating Without Deciding Who Is Allowed to Stay

    From a UK perspective, the European Union’s approach to migration offers a clear lesson—one that Britain has learned the hard way and ultimately rejected. The EU’s fundamental mistake lies in a simple but decisive failure: it built a system of integration without ever deciding, in political and enforceable terms, who is allowed to stay.

    This was not a technical oversight. It was a structural choice. European institutions replaced sovereignty with process, decision with management, and borders with administrative discretion. Integration became a goal in itself, while the core question of membership—who belongs to the political community and under what conditions—was systematically avoided.

    The OECD International Migration Outlook 2025, widely relied upon by EU policymakers, reflects this mindset perfectly. Integration is framed as an economic strategy: filling labour shortages, sustaining welfare systems, mitigating demographic decline. Migrants are discussed in terms of employability and productivity. What is missing is not evidence, but authority.

    In this framework, integration is never treated as a condition with consequences. There is no point at which failed integration leads to a clear outcome. Once an individual enters the integration pipeline, presence tends to become permanent by default. Integration is monitored, funded and expanded—but never enforced as a requirement for remaining.

    This is precisely where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione challenges the European model. Integration, in this paradigm, is not symbolic and not indefinite. It is a concrete obligation: language proficiency, respect for the law, economic self-reliance, and adherence to the norms of the host society. And crucially, it is paired with a real alternative. If integration fails, remaining cannot be justified.

    The UK debate has long centred on accountability. A migration system that cannot enforce outcomes loses public trust. The OECD report, however, treats returns as a marginal, technical matter—limited to rejected asylum claims or formal irregularity. Returns are never framed as the natural consequence of unsuccessful integration. This separation allows institutions to avoid confronting failure, while continuously expanding integration programmes.

    That separation is not neutral. It produces a system with no endpoint, no credible enforcement, and no clear signal to either migrants or citizens. Integration becomes a perpetual holding pattern. Responsibility dissolves into procedure.

    From a British standpoint, this explains much of the EU’s paralysis. Borders without decisions create legal uncertainty. Integration without limits erodes confidence in the rule of law. A system that refuses to acknowledge that not everyone can or will integrate inevitably loses legitimacy.

    The paradigm Integrazione o ReImmigrazione restores what the EU removed: decision. It does not reject integration—it gives it meaning. Integration becomes something that must be achieved, not merely attempted. ReImmigrazione is not a sanction, nor a moral judgement, but a structural component of a serious, rules-based migration system.

    As long as the European Union continues to integrate without deciding who is allowed to stay, it will remain trapped in administrative complexity and political evasion. The OECD report does not solve this problem—but it exposes it clearly. Governance without decision is not governance at all.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist registered in the EU Transparency RegisterID 280782895721-36

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  • El caso ICE de Minneapolis y la función del control de la inmigración

    Los hechos ocurridos en Minneapolis, ampliamente difundidos por la prensa estadounidense, han reabierto un debate intenso en Estados Unidos. Durante una operación llevada a cabo por un agente del Immigration and Customs Enforcement (ICE), una mujer, Renee Good, perdió la vida. La noticia fue publicada por CNN y puede leerse en el siguiente enlace:
    https://edition.cnn.com/2026/01/10/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good

    No es el objetivo de este artículo analizar las responsabilidades penales individuales, que deberán ser determinadas exclusivamente por las autoridades judiciales estadounidenses. El interés aquí es distinto y más estructural: qué función ejerce el Estado cuando dispone de una policía de inmigración que actúa de manera efectiva en el territorio.

    En Estados Unidos, esta función es clara y explícita. Los agentes del ICE operan sobre el terreno, verifican la situación administrativa de las personas y, cuando no existe un título válido de estancia, intervienen. Se trata de una función real, visible y asumida como parte ordinaria del ejercicio de la soberanía estatal.

    Este enfoque contrasta de manera significativa con lo que sucede en gran parte de Europa. Para comprenderlo, basta observar lo ocurrido recientemente en Roma. El 11 de enero de 2026, en la estación de Termini, se produjeron dos agresiones graves en el plazo de una hora: un hombre quedó en estado crítico tras una paliza y, poco después, un repartidor resultó herido. Los hechos fueron relatados por Il Corriere della Sera en el siguiente enlace:
    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_11/roma-doppia-aggressione-alla-stazione-termini-un-uomo-in-fin-di-vita-dopo-un-pestaggio-un-rider-ferito-un-ora-dopo-7313a7a7-9a86-42ed-8449-55cef8d50xlk.shtml

    Tampoco en este caso se trata de anticipar valoraciones judiciales sobre los autores de los hechos. La cuestión relevante es otra, de carácter estructural: por qué lugares como la estación Termini se han convertido, desde hace años, en espacios de desorden crónico, marginalidad y falta de seguridad.

    La respuesta es incómoda, pero jurídicamente clara. En Italia —y en gran parte de Europa— el Estado ha renunciado de facto a ejercer un control sistemático y efectivo del estatus de residencia en el territorio. Las órdenes de expulsión existen formalmente, pero el control cotidiano y real es inexistente. El resultado es una ficción jurídica: la irregularidad es conocida, pero tolerada y no gestionada.

    La diferencia con el modelo estadounidense es evidente. Allí el Estado ve, controla y actúa. Esto no excluye errores ni posibles abusos, pero deja algo fuera de toda duda: el control de la inmigración es considerado una función normal del Estado, no un tabú político.

    Desde la perspectiva del paradigma de la ReImmigración, esta comparación es fundamental. La ReImmigración no implica represión indiscriminada ni un estado de emergencia permanente. Parte de un principio simple: la integración es una obligación verificable, el derecho a permanecer no es automático y, cuando no se cumplen las condiciones legales, el retorno es la consecuencia lógica.

    En este sentido, es legítimo afirmar que si hubiera existido una verdadera policía de inmigración en el entorno de la estación Termini, las condiciones que hicieron posibles esas agresiones probablemente no se habrían dado. No porque la presencia policial elimine todo delito, sino porque la ausencia prolongada de control genera zonas grises donde la irregularidad permanente alimenta la violencia y la inseguridad.

    El caso de Minneapolis y los hechos de Roma muestran, cada uno a su manera, una misma realidad: el control de la inmigración no es neutral. Donde existe, es visible y genera debate público. Donde falta, los costes aparecen de forma indirecta, en forma de inseguridad, conflicto social y episodios recurrentes de violencia, seguidos de indignación pasajera y ninguna solución estructural.

    Negarse a reflexionar sobre una policía de inmigración no hace a las sociedades más humanas. Simplemente desplaza las consecuencias de la irregularidad no gestionada hacia otros ámbitos. Un Estado serio no gobierna negando los problemas, sino ejerciendo sus funciones de manera clara, regulada y responsable.

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  • Complementary Protection as the Legal Core of the “Integrazione o ReImmigrazione” Paradigm

    Bologna Ordinary Court (Italy), Decision of December 5, 2025

    For an American audience, it is essential to clarify from the outset that Italian complementary protection is neither equivalent to U.S. asylum nor comparable to discretionary humanitarian relief. It is a constitutionally grounded legal mechanism, designed to prevent removals that would violate fundamental rights protected by the Italian Constitution and binding international human rights obligations.

    The decision issued on December 5, 2025 by the Tribunale Ordinario di Bologna provides a clear and rigorous explanation of how complementary protection operates today and why it has become the central legal laboratory of the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm.

    Complementary protection as a constitutional safeguard

    Under Italian law, complementary protection applies when an individual does not qualify for refugee status or subsidiary protection, yet removal from Italian territory would result in a serious and disproportionate interference with fundamental rights, particularly the right to private and family life.

    Unlike humanitarian programs based on policy discretion, complementary protection is rooted in constitutional constraints. Italian courts are required to assess whether deportation would breach obligations derived from constitutional principles, international treaties, and the European Convention on Human Rights. When such a breach is established, the State is legally barred from executing removal.

    The central role of integration

    What distinguishes complementary protection in the Italian system is the legal role of integration. Integration is not a moral claim, a political slogan, or an abstract social goal. It functions as a juridical criterion within a proportionality assessment.

    The Bologna court reaffirmed that integration must be real, concrete, and verifiable. Employment, family ties, housing stability, language acquisition, and participation in the social environment are relevant only insofar as they demonstrate that the individual has developed a genuine private and family life within Italian society.

    Crucially, integration is not reduced to employment alone. Work matters because it is an indicator of lawful participation in the host society, not because economic productivity in itself grants a right to remain. Integration is understood as adherence to rules, social embeddedness, and personal responsibility within the legal order.

    Integration or ReImmigrazione: a selective legal model

    This is where the Integrazione o ReImmigrazione paradigm becomes legally operative.

    If integration reaches a level where forced removal would cause a disproportionate and constitutionally impermissible rupture of private and family life, complementary protection may be granted.
    If such integration is absent — if the individual remains socially disconnected, legally marginal, or unwilling to integrate — then ReImmigrazione is not a punitive measure but the normal and lawful outcome.

    In this sense, Italian complementary protection does not undermine migration control. On the contrary, it refines it, introducing a legally controlled distinction between: individuals who have built legally relevant ties with the host society, and individuals whose presence remains purely factual and reversible.

    Why this matters for a U.S. audience

    From a U.S. perspective, this model may appear unfamiliar because American immigration law largely separates humanitarian protection from integration outcomes. The Italian system, by contrast, embeds integration directly into the legal assessment of removability.

    Complementary protection thus operates as a constitutional filter, not as an open-ended humanitarian channel. It protects dignity and fundamental rights without dissolving the principle of territorial sovereignty. It rewards responsibility and integration, while preserving the legitimacy of return where such integration does not exist.

    Conclusion

    The Bologna decision of December 5, 2025 confirms that complementary protection is not an exception to migration governance but its most advanced legal expression. It transforms integration into a legally measurable factor and positions ReImmigrazione as the coherent counterpart when integration fails.

    This is not a political theory. It is an operative legal framework, already functioning within Italian constitutional jurisprudence, and one that offers a structured, rights-based alternative to both indiscriminate admission and indiscriminate removal.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – EU Transparency Register Lobbyist
    Registration No. 280782895721-36

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  • Europe’s Original Mistake: Integrating Without Deciding Who Is Allowed to Stay

    Good morning. I’m attorney Fabio Loscerbo, and this is a new episode of the podcast Integration or ReImmigrazione.

    From a UK perspective, the European Union’s approach to migration highlights a fundamental problem of governance. It is not a lack of policies, funding, or legal frameworks. It is the absence of a clear and enforceable decision at the core of the system. The European Union chose to promote integration without first deciding who is actually allowed to stay.

    This choice has shaped the entire European migration model. Integration was placed at the centre of policy discourse, while the essential question of permanence was left unanswered. European institutions invested heavily in programmes, action plans, monitoring tools, and administrative procedures, but avoided the most basic political responsibility: linking successful integration to the right to remain, and failed integration to the obligation to leave.

    As a result, integration in Europe has become an open-ended process. It has no clear endpoint and no real consequences. Once an individual enters the integration system, presence gradually turns into permanence, often regardless of outcomes. This is not accidental; it is built into the structure of the system.

    The OECD Migration Outlook, widely relied upon by EU institutions, reflects this approach clearly. Integration is framed primarily as an economic strategy, aimed at filling labour shortages, supporting welfare systems, and addressing demographic decline. Migration is treated as a functional resource. What is missing is political accountability.

    Integration is measured, funded, and supported, but it is never enforced as a condition for staying. There is no decisive moment where authorities acknowledge that integration has failed and draw the necessary conclusion. Instead, failure is absorbed, postponed, or ignored.

    This is precisely where the paradigm Integration or ReImmigrazione challenges the European model. In this paradigm, integration is neither symbolic nor automatic. It is a substantive obligation that includes learning the language, respecting the law, becoming economically self-sufficient, and accepting the basic norms of the host society. And crucially, it involves a clear alternative. If integration fails, remaining cannot be justified.

    European institutions have deliberately separated integration from returns. Returns are treated as a technical and marginal issue, limited to rejected asylum claims or formal irregularity. They are never framed as the natural outcome of a failed integration process. This separation allows policymakers to avoid responsibility and delay decisions indefinitely.

    The result is a system without limits, without thresholds, and without credibility. Integration becomes permanent, while social cohesion weakens. Responsibility is diluted through procedures, and public trust erodes as citizens see rules that exist in theory but rarely produce consequences in practice.

    From a British standpoint, this explains much of Europe’s ongoing paralysis. Borders without decisions undermine the rule of law. Integration without consequences weakens state authority. A migration system that cannot enforce outcomes inevitably loses legitimacy.

    The paradigm Integration or ReImmigrazione restores what the European approach has removed: decision. It does not reject integration; it gives it meaning. Integration becomes something that must be achieved, not merely attempted. ReImmigrazione is not a punishment or a moral judgement, but a structural component of a serious, rules-based migration system.

    As long as the European Union continues to integrate without deciding who is allowed to stay, it will remain trapped in administrative complexity and political avoidance. The OECD report does not solve this contradiction, but it makes it visible. Management without decision is not governance.

    That’s all for this episode. Thank you for listening to Integration or ReImmigrazione. If these issues interest you, stay tuned for future episodes. Until next time.

    Articoli

  • Youth Violence and Second Generations in Italy:Why Labels Fail and Responsibility Matters

    Over recent months, Italy has witnessed a growing wave of youth violence in urban areas, often involving groups of young people acting collectively. Public debate has rapidly crystallised around vague and emotionally charged labels such as “baby gangs”, “maranza” — a colloquial term referring to aggressive youth subcultures — and “second generations”.

    For a British audience, this debate is far from unfamiliar. It closely resembles discussions long present in the United Kingdom concerning antisocial behaviour, public order, integration, and the balance between social explanations and personal accountability. What distinguishes the Italian case is not the phenomenon itself, but the way it is framed: the discussion focuses on language and narratives rather than on governance and responsibility.

    A substantial part of the Italian media discourse explains youth violence primarily through social and identity-related factors. Violent conduct is frequently portrayed as the outcome of exclusion, marginalisation, or a so-called “denied identity”, particularly among young people born or raised in Italy to immigrant parents. Social hardship undoubtedly exists, but the critical problem arises when explanation quietly turns into justification.
    In a society governed by the rule of law, violence cannot be reframed as a culturally understandable reaction to frustration. Legal responsibility does not fluctuate with identity or background. Order precedes belonging, not the other way around.

    Another recurring argument insists that expressions such as baby gangs have no legal meaning and should therefore be treated with caution. This observation is technically correct but politically irrelevant. The law does not require journalistic categories in order to act. Whether violence is carried out by formally organised gangs or by loosely connected groups, the conduct remains unlawful and socially harmful. Debating terminology becomes an expedient way of postponing decisive action.

    At the core of the Italian debate lies a profound misunderstanding of integration. Integration is often described as an emotional or psychological process, a sense of belonging that will naturally generate respect for common rules if society is sufficiently inclusive. From a legal and institutional perspective, this view is unsustainable.
    Integration is not a feeling. It is a condition. It is demonstrated over time through lawful conduct, genuine participation in education, recognition of public authority, and the absence of violent behaviour. When these elements are missing, integration has not merely stalled; it has failed.

    This misunderstanding also shapes the discussion around citizenship. Some commentators argue that broader access to citizenship would resolve tensions by strengthening belonging. Yet in any serious constitutional system, citizenship is not a tool of social therapy. It is the consequence of successful integration, not a substitute for it. Granting full membership in advance of demonstrated responsibility risks severing rights from obligations.

    At the opposite end of the spectrum, alarmist narratives portray youth violence as a form of urban siege and draw a direct connection between crime and immigration background. This approach is equally flawed. It replaces individual accountability with collective suspicion and undermines the principle of equality before the law. The problem is not origin. The problem is the failure of integration within a shared legal framework.

    It is against this background that the paradigm known as “Integrazione o ReImmigrazione” must be understood. ReImmigrazione is not a translated term, but a distinct political and legal concept. It refers to the institutional consequence of a sustained and repeated failure to integrate. It is neither a slogan nor an ideological posture, but a governance framework grounded in a principle well known to British legal culture: conditional residence.

    Long-term presence within a political community is not neutral. It is conditional upon compliance with basic rules of coexistence. Within this paradigm, integration ceases to be an abstract moral aspiration and becomes a verifiable process. Educational pathways, social programmes, and alternative measures for minors are no longer symbolic gestures, but mechanisms through which adherence to the social contract is assessed. Conversely, ReImmigrazione is not conceived as moral punishment, but as the legal consequence of unmet conditions, applied with due process and proportionality.

    The strength of this framework lies in its clarity. It avoids both sociological absolution and ethnic stigmatisation by focusing on conduct rather than identity. It restores coherence to public policy by reconnecting security and integration. Public order becomes the precondition for integration, and successful integration becomes the foundation of social stability.

    From this perspective, the phenomenon currently described in Italy through imprecise labels does not need to be denied or sensationalised. It needs to be governed.
    And what can be governed can, ultimately, be resolved.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law
    Registered Lobbyist — EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

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  • Europe Is a Warning, Not a Model: Migration Without Integration Leads to Instability

    For many years, Europe has been treated—especially in American policy debates—as a possible reference point. A different model. A post-national experiment. A system built on law, rights, and supranational governance. On migration, however, Europe is no longer a model to emulate. It is a warning to study.

    The European Union is discovering, in real time, what happens when migration is managed without a binding concept of integration. The result is not openness, nor humanitarian stability. It is institutional fragility, political polarization, and social instability.

    Europe’s migration framework is highly sophisticated on paper. It regulates entry, asylum procedures, data-sharing, relocation, and returns with remarkable technical detail. What it does not regulate—almost entirely—is the transformation of migrants into members of the political community. Integration is treated as an external social policy, not as a core function of state authority.

    This omission has proven fatal to system stability. Migration without integration creates populations that are legally present but civically detached. People remain inside the territory, yet outside the shared civic space. Over time, this disconnect erodes trust: trust between citizens and institutions, between communities, and ultimately between states and the rule of law itself.

    European policymakers assumed that rights would generate belonging. That access to welfare, labor markets, and legal protection would naturally translate into social cohesion. It did not. Rights without obligations did not integrate; they suspended responsibility. In the absence of clear expectations—language acquisition, civic adherence, respect for legal culture—integration became symbolic rather than substantive.

    The political consequences were inevitable. As integration failed silently, public anxiety grew visibly. Immigration shifted from a managed policy area to a permanent source of electoral volatility. Governments reacted not by redefining integration, but by hardening borders, accelerating procedures, and emphasizing removals. Enforcement increased precisely because integration had never been institutionalized.

    This is the European paradox: the weaker integration became, the harsher migration control grew. Not as a matter of ideology, but as a matter of system survival.

    For American readers, the relevance is immediate. The United States is engaged in a debate that mirrors Europe’s earlier assumptions. The belief that diversity sustains itself. That inclusion can replace assimilation. That enforcement alone can compensate for civic ambiguity. Europe demonstrates the opposite. Without integration as a defined and enforceable condition of staying, migration governance becomes brittle.

    Instability does not emerge because societies are diverse. It emerges because diversity is left unstructured. When states refuse to articulate what membership means, politics fills the vacuum—often in radical and divisive ways. The outcome is not tolerance, but polarization.

    Europe’s experience shows that migration policy fails not when it is too restrictive or too generous, but when it is unclear. Ambiguity is the real enemy of stability. A system that cannot explain who belongs, and why, eventually loses the consent of those it governs.

    This is why Europe should be read as an early warning for the West. Migration without integration does not lead to coexistence. It leads to fragmentation first, and coercion later. The longer integration is postponed, the more force replaces governance.

    The lesson is neither ideological nor partisan. It is institutional. States that want stable migration systems must treat integration as a central pillar of sovereignty—not as a voluntary outcome, but as a condition of permanence. Without it, every system will drift toward crisis management, enforcement escalation, and political rupture.

    Europe did not fail because it lacked rules. It failed because it avoided the hardest question: what it means to become part of a society. Until that question is answered clearly and enforced consistently, migration will remain a source of instability—not only in Europe, but across the Western world.

    Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Policy Advocate
    EU Transparency Register ID 280782895721-36

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  • Report on Legal Outreach and Public Legal Information Activities – 2025

    Approximately 172,000 instances of effective engagement between January 2025 and January 2026

    Throughout 2025, my professional activity as a lawyer, primarily focused on immigration law, was accompanied by a sustained and structured programme of legal outreach and public legal information. This activity was aimed at improving understanding of legal frameworks, judicial reasoning, and procedural issues of significant public interest.

    The outreach initiative was carried out alongside the practice of law and involved the production and dissemination of legal analyses and explanatory materials. Its purpose was to make complex aspects of immigration law accessible to a wider audience, while maintaining a rigorous, methodologically sound approach to legislation and case law, in line with professional and ethical standards.

    In the interests of transparency and accountability, this report presents aggregated data concerning the effective use of the legal content published during the period from January 2025 to January 2026.

    During the reference period, the legal materials disseminated as part of this activity recorded approximately 172,000 instances of effective engagement, understood as:

    • readings of legal articles and explanatory publications;
    • views of video-based legal content;
    • listens to audio materials and podcasts.

    These figures refer exclusively to actual content consumption and deliberately exclude metrics based solely on reach, impressions, or visibility. This approach reflects a cautious and methodologically robust standard commonly adopted in institutional reporting and policy-oriented analysis.

    The published content focused in particular on:

    • legal frameworks and judicial developments in the field of immigration law;
    • procedural explanations relevant to affected individuals and practitioners;
    • systemic reflections on migration governance and legal institutions;
    • informational materials addressed both to the general public and to professionals working in the sector.

    Alongside content production, information was also disseminated through professional social media channels, notably LinkedIn. Over the same period, published materials generated more than 112,000 impressions, reaching approximately 47,000 unique users.
    These figures are reported separately, as they relate to dissemination metrics and are not included in the engagement totals referred to above.

    The purpose of this report is to provide a concise, transparent and verifiable overview of the informational impact of a legal outreach activity closely connected to professional legal practice and conducted in accordance with principles of accuracy, responsibility and professional integrity.

    Legal outreach activities will continue throughout 2026, in line with ongoing professional commitments, with the aim of contributing to a more informed, evidence-based public discussion on immigration law and its legal and social implications.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Solicitor (Italy) – Bologna Bar Association

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  • Der ICE-Fall von Minneapolis und die Funktion der Migrationskontrolle

    Die Ereignisse in Minneapolis, über die die amerikanischen Medien berichtet haben, haben in den Vereinigten Staaten eine intensive Debatte ausgelöst. Im Rahmen eines Einsatzes der Immigration and Customs Enforcement (ICE) wurde eine Frau, Renee Good, tödlich verletzt. Der Bericht von CNN ist unter folgendem Link abrufbar:
    https://edition.cnn.com/2026/01/10/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good

    In diesem Beitrag geht es nicht darum, individuelle strafrechtliche Verantwortlichkeiten zu bewerten. Diese Prüfung obliegt ausschließlich den zuständigen US-Behörden. Der Fokus liegt vielmehr auf einer grundlegenden Frage: Welche staatliche Funktion wird sichtbar, wenn ein Staat über eine eigenständige Einwanderungspolizei verfügt, die tatsächlich auf dem Staatsgebiet operiert?

    In den Vereinigten Staaten ist diese Funktion eindeutig definiert und offen ausgeübt. ICE-Beamte kontrollieren Personen, überprüfen den Aufenthaltsstatus und greifen ein, wenn die gesetzlichen Voraussetzungen für den Aufenthalt nicht vorliegen. Diese Kompetenz ist weder theoretisch noch symbolisch, sondern eine konkrete, alltägliche Ausübung staatlicher Souveränität.

    Gerade deshalb ist ein Vergleich mit der europäischen Realität aufschlussreich. Am 11. Januar 2026 kam es in Rom, im Bereich des Bahnhofs Termini, innerhalb einer Stunde zu zwei schweren Gewalttaten: Ein Mann wurde nach einer brutalen Attacke lebensgefährlich verletzt, kurz darauf wurde ein Essenslieferant angegriffen. Über diese Vorfälle berichtete Il Corriere della Sera unter folgendem Link:
    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_11/roma-doppia-aggressione-alla-stazione-termini-un-uomo-in-fin-di-vita-dopo-un-pestaggio-un-rider-ferito-un-ora-dopo-7313a7a7-9a86-42ed-8449-55cef8d50xlk.shtml

    Auch hier geht es nicht um die strafrechtliche Würdigung der einzelnen Täter. Die eigentliche Frage ist struktureller Natur: Warum sind Orte wie der Bahnhof Termini seit Jahren Räume chronischer Unordnung, sozialer Marginalität und öffentlicher Unsicherheit?

    Die Antwort ist politisch unbequem, aber juristisch klar. In Italien – und in weiten Teilen Europas – verzichtet der Staat faktisch auf eine systematische Kontrolle des Aufenthaltsstatus auf dem Staatsgebiet. Abschiebungsanordnungen existieren formal, doch die tatsächliche, kontinuierliche Kontrolle findet kaum statt. Daraus entsteht eine rechtliche Fiktion: Die irreguläre Anwesenheit ist bekannt, wird aber geduldet und nicht wirksam gesteuert.

    Der Unterschied zum US-Modell ist evident. Dort sieht der Staat, kontrolliert und handelt. Das schließt Fehler oder Missbrauch nicht aus, bedeutet aber eines ganz deutlich: Migrationskontrolle wird als normale staatliche Funktion verstanden, nicht als politisches Tabu.

    Im Rahmen des Paradigmas der sogenannten ReImmigration ist dieser Vergleich zentral. ReImmigration bedeutet keine wahllose Repression und keinen permanenten Ausnahmezustand. Sie basiert auf einem einfachen Grundsatz: Integration ist eine überprüfbare Pflicht, das Bleiberecht ist nicht automatisch, und wenn die rechtlichen Voraussetzungen nicht mehr vorliegen, ist die Rückkehr die logische Konsequenz.

    Vor diesem Hintergrund ist es legitim festzustellen, dass bei Vorhandensein einer echten Einwanderungspolizei rund um den Bahnhof Termini die Bedingungen, die diese Gewalttaten ermöglicht haben, mit hoher Wahrscheinlichkeit nicht bestanden hätten. Nicht weil Polizeipräsenz jede Straftat verhindert, sondern weil dauerhafte Irregularität und fehlende Statuskontrolle Räume schaffen, in denen Gewalt und Ausbeutung gedeihen.

    Der Fall von Minneapolis und die Ereignisse in Rom machen auf unterschiedliche Weise dieselbe Realität sichtbar: Migrationskontrolle ist nicht neutral. Wo sie existiert, ist sie sichtbar und politisch umstritten. Wo sie fehlt, treten die Kosten indirekt zutage – in Form von Unsicherheit, sozialem Konflikt und periodischen Gewaltausbrüchen, gefolgt von kurzfristiger Empörung ohne strukturelle Konsequenzen.

    Die Weigerung, über eine eigenständige Einwanderungspolizei nachzudenken, macht Gesellschaften nicht humaner. Sie verschiebt lediglich die Folgen ungeregelter Irregularität auf andere Ebenen. Ein ernsthafter Staat regiert nicht durch Verdrängung, sondern durch die offene, rechtlich gebundene und verantwortliche Ausübung seiner Funktionen.

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  • Protezione complementare e integrazione quale criterio ordinante del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” – Tribunale Ordinario di Bologna, decreto 5 dicembre 2025

    Il decreto del Tribunale Ordinario di Bologna, emesso in data 5 dicembre 2025, costituisce un tassello di particolare rilievo nel processo di razionalizzazione della protezione complementare, poiché consente di chiarire in modo sistematico il ruolo dell’integrazione quale criterio giuridico centrale nella valutazione della legittimità della permanenza dello straniero sul territorio nazionale, all’interno dell’alternativa strutturale integrazione o ReImmigrazione.

    Sotto il profilo normativo, la pronuncia si muove nel solco dell’art. 19 del d.lgs. 286/1998, come riformulato a seguito degli interventi del 2020 e del 2023, valorizzando il rinvio agli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato italiano, e in particolare al diritto alla vita privata e familiare. In tale contesto, l’integrazione non è elevata a presupposto autonomo del diritto al soggiorno, ma viene inquadrata quale fattore strutturante della valutazione comparativa richiesta al giudice e all’amministrazione.

    Il Tribunale chiarisce che l’integrazione non può essere ridotta a un indicatore meramente economico o lavoristico. L’attività lavorativa assume certamente rilievo, ma non in quanto tale: essa rileva come uno degli elementi attraverso cui si manifesta l’effettivo inserimento dello straniero nel tessuto sociale, relazionale e normativo della comunità ospitante. La decisione evidenzia come la conoscenza della lingua, la stabilità abitativa, la continuità dei rapporti familiari e la partecipazione a reti sociali strutturate concorrano a definire un radicamento qualificato, idoneo a incidere sul giudizio di proporzionalità dell’allontanamento.

    In questo senso, l’integrazione opera come criterio dinamico, non statico. Non è richiesto un percorso concluso o definitivamente stabilizzato, ma l’emersione di una direzione chiara, coerente e verificabile, che dimostri l’avvenuto avvio di un processo di inserimento conforme alle regole dell’ordinamento. Tale impostazione consente di superare tanto una visione meramente assistenzialistica della protezione complementare quanto un approccio formalistico, che finirebbe per negare tutela anche in presenza di situazioni di vulnerabilità costituzionalmente rilevanti.

    Specularmente, la pronuncia del Tribunale di Bologna consente di delimitare con chiarezza l’ambito della non integrazione. L’assenza di legami familiari effettivi, la mancanza di un percorso lavorativo serio, la persistente estraneità alle regole della convivenza civile e la totale dipendenza da circuiti assistenziali non possono fondare alcuna pretesa di permanenza. In tali ipotesi, la ReImmigrazione si configura non come misura punitiva, ma come esito coerente di un bilanciamento che non registra la presenza di interessi costituzionalmente meritevoli di tutela in capo allo straniero.

    La protezione complementare emerge, dunque, come il luogo giuridico in cui l’integrazione diventa criterio selettivo e non slogan politico. Essa consente all’ordinamento di distinguere tra chi ha intrapreso un percorso di responsabilizzazione individuale, conforme ai valori e alle regole dello Stato ospitante, e chi, pur presente sul territorio, non ha sviluppato alcun legame significativo con esso. In questa prospettiva, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione trova una traduzione concreta e giuridicamente controllabile.

    Il decreto del 5 dicembre 2025 conferma, infine, che l’integrazione non è un diritto in sé, ma un dovere giuridicamente rilevante nel contesto del soggiorno dello straniero. Essa non garantisce automaticamente la permanenza, ma, quando è effettiva, documentata e coerente, può determinare l’emersione di una sfera di tutela rafforzata, tale da rendere illegittimo lo sradicamento forzato. In mancanza di tali presupposti, l’ordinamento dispone legittimamente il ritorno nel Paese di origine.

    In conclusione, la pronuncia del Tribunale di Bologna si pone come un riferimento significativo per una lettura ordinata e non ideologica della protezione complementare, restituendo all’integrazione il suo ruolo di criterio giuridico centrale e alla ReImmigrazione quello di esito fisiologico del mancato radicamento, nel rispetto dei principi costituzionali e della legalità sostanziale.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

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  • Der ursprüngliche Fehler der Europäischen Union: Integration ohne zu entscheiden, wer bleiben darf

    Guten Morgen. Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo und dies ist eine neue Folge des Podcasts Integrazione o ReImmigrazione.

    Aus deutscher Sicht wirkt die Migrationspolitik der Europäischen Union zunehmend wie ein System mit vielen Instrumenten, aber ohne klare Entscheidungen. Dieses Gefühl ist kein Zufall. Es ist die direkte Folge eines grundlegenden Fehlers, der von Anfang an gemacht wurde: Die Europäische Union hat Integration in den Mittelpunkt gestellt, ohne zuvor verbindlich zu klären, wer überhaupt bleiben darf.

    Die Europäische Union hat sich darauf konzentriert, Integration zu organisieren, bevor sie die Frage des Aufenthalts entschieden hat. Sie hat Programme, Fördermittel, Aktionspläne und Kontrollmechanismen geschaffen, dabei aber den zentralen politischen Schritt vermieden: den Zusammenhang zwischen gelungener Integration und dem Recht zu bleiben sowie zwischen gescheiterter Integration und der Pflicht zur Rückkehr herzustellen. Integration ist so zu einem offenen, zeitlich unbegrenzten Prozess geworden, ohne klaren Abschluss und ohne echte Konsequenzen.

    Diese Logik spiegelt sich deutlich im OECD-Bericht zur internationalen Migration wider, der von den europäischen Institutionen häufig als Referenz genutzt wird. Integration wird dort vor allem als wirtschaftliches Instrument dargestellt, um Arbeitskräftemangel zu beheben, Sozialsysteme zu stabilisieren und dem demografischen Wandel zu begegnen. Migration erscheint als Ressource, nicht als Frage staatlicher Ordnung und politischer Zugehörigkeit.

    Was in diesem Ansatz fehlt, ist Verantwortung. Integration wird gemessen, finanziert und begleitet, aber sie wird nicht als Voraussetzung für den weiteren Aufenthalt durchgesetzt. Wer einmal in das Integrationssystem aufgenommen ist, bleibt faktisch, unabhängig davon, ob Integration tatsächlich gelingt.

    An diesem Punkt setzt das Paradigma Integrazione o ReImmigrazione an und widerspricht dem europäischen Modell grundlegend. Integration ist darin kein symbolischer Akt und kein Automatismus. Sie ist eine konkrete Verpflichtung: Erwerb der Sprache, Respekt vor der Rechtsordnung, wirtschaftliche Selbstständigkeit und Akzeptanz der gesellschaftlichen Regeln. Und vor allem ist sie mit einer klaren Alternative verbunden. Scheitert die Integration, kann der Aufenthalt nicht fortbestehen.

    Die europäischen Institutionen haben Integration und Rückkehr bewusst voneinander getrennt. Rückkehrpolitik wird als technisches Randthema behandelt, beschränkt auf formale Illegalität oder abgelehnte Asylanträge. Sie wird nicht als reguläres Ergebnis eines nicht erfolgreichen Integrationsprozesses verstanden. Diese Trennung erlaubt es, Misserfolge nicht als solche zu benennen und Entscheidungen auf unbestimmte Zeit aufzuschieben.

    Das Ergebnis ist ein System ohne Grenzen, ohne Schwellen und ohne Glaubwürdigkeit. Integration wird dauerhaft, während gesellschaftlicher Zusammenhalt geschwächt wird. Verantwortung löst sich in Verfahren auf, und das Vertrauen der Bürger in die Steuerungsfähigkeit des Staates nimmt ab.

    Aus deutscher Perspektive ist das ein Problem für den Rechtsstaat. Ordnung setzt Entscheidungen voraus. Regeln verlieren ihre Bedeutung, wenn sie keine Folgen haben. Eine Migrationspolitik, die Integration fordert, aber keine Konsequenzen zieht, untergräbt ihre eigene Legitimität.

    Das Paradigma Integrazione o ReImmigrazione bringt das zurück, was im europäischen Ansatz fehlt: die Entscheidung. Es lehnt Integration nicht ab, sondern nimmt sie ernst. Integration wird zu einem Ziel, das erreicht werden muss, nicht nur zu einer Absichtserklärung. ReImmigrazione ist keine Strafe und kein moralisches Urteil, sondern ein struktureller Bestandteil eines kohärenten, berechenbaren und rechtsstaatlichen Migrationssystems.

    Solange die Europäische Union weiter integriert, ohne zu entscheiden, wer bleiben darf, wird sie in administrativer Komplexität und politischer Vermeidung gefangen bleiben. Der OECD-Bericht löst dieses Problem nicht, aber er macht es sichtbar. Verwaltung ohne Entscheidung ist kein Regieren.

    Damit sind wir am Ende dieser Folge. Vielen Dank fürs Zuhören bei Integrazione o ReImmigrazione. Wenn Sie sich für diese Themen interessieren, bleiben Sie dran. Bis zur nächsten Episode.

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  • Jugendgewalt und „zweite Generationen“ in Italien:Warum Etiketten scheitern und Verantwortung entscheidend ist

    In den vergangenen Monaten sieht sich Italien mit einer zunehmenden Welle von Gewalt durch Jugendgruppen in städtischen Räumen konfrontiert. Die öffentliche Debatte greift dabei häufig auf unklare und ideologisch aufgeladene Begriffe zurück: Baby-Gangs, Maranza – ein umgangssprachlicher Ausdruck für aggressive jugendliche Subkulturen – sowie zweite Generationen.

    Für ein deutsches Publikum ist diese Diskussion keineswegs fremd. Sie erinnert an die in Deutschland regelmäßig geführten Auseinandersetzungen über Sicherheit, Integration, soziale Ursachen von Kriminalität und individuelle Verantwortung. Das Besondere am italienischen Fall liegt jedoch weniger im Phänomen selbst als in der Art, wie es diskutiert wird: Die Debatte kreist um Begriffe, nicht um staatliche Steuerung.

    Ein erheblicher Teil der medialen Darstellung erklärt Jugendgewalt primär mit sozialen und identitären Faktoren. Gewalt wird als Ausdruck von Ausgrenzung oder einer „verweigerten Identität“ gedeutet, insbesondere bei Jugendlichen mit Migrationshintergrund, die in Italien geboren oder aufgewachsen sind. Soziale Schwierigkeiten existieren zweifellos. Problematisch wird diese Perspektive jedoch dort, wo Erklärung in implizite Rechtfertigung umschlägt.
    In einem Rechtsstaat kann Gewalt nicht als verständliche Reaktion auf subjektive Identitätskonflikte interpretiert werden. Rechtliche Verantwortung ist nicht relativierbar. Die Ordnung geht der Zugehörigkeit voraus, nicht umgekehrt.

    Ein weiteres häufiges Argument lautet, dass es sich bei Baby-Gangs nicht um eine juristische Kategorie handele, sondern um eine mediale Zuschreibung. Diese Feststellung ist rechtlich korrekt, politisch jedoch folgenlos. Der Staat benötigt keine journalistischen Etiketten, um einzugreifen. Ob formell organisierte Gruppen oder lose Zusammenschlüsse – maßgeblich ist das Verhalten: wiederholte Gewalt, Einschüchterung, Störung der öffentlichen Sicherheit. Die Konzentration auf Begriffe dient letztlich dazu, Entscheidungen zu vermeiden.

    Im Zentrum der italienischen Debatte steht eine grundsätzliche Fehlvorstellung von Integration. Integration wird häufig als emotionaler oder psychologischer Prozess verstanden, als Gefühl der Anerkennung, aus dem sich Regelbefolgung quasi automatisch ergeben soll. Aus rechtsstaatlicher Sicht ist diese Vorstellung unhaltbar.
    Integration ist kein Gefühl. Integration ist eine Bedingung. Sie zeigt sich über Zeit hinweg im Respekt vor dem Gesetz, in tatsächlicher schulischer Teilnahme, in der Anerkennung staatlicher Autorität und im Unterlassen gewaltsamer Handlungen. Fehlen diese Elemente, handelt es sich nicht um eine unvollständige, sondern um eine gescheiterte Integration.

    Diese Fehlannahme prägt auch die Diskussion über Staatsangehörigkeit. Teilweise wird argumentiert, ein erleichterter Zugang zur Staatsbürgerschaft könne Spannungen abbauen, indem er Zugehörigkeit stärke. Doch Staatsangehörigkeit ist in jeder ernstzunehmenden Rechtsordnung kein therapeutisches Instrument. Sie ist das Ergebnis gelungener Integration, nicht ihr Ersatz. Werden umfassende Rechte ohne vorherige Verantwortung gewährt, wird der gesellschaftliche Zusammenhalt nicht gestärkt, sondern ausgehöhlt.

    Auf der anderen Seite existieren alarmistische Narrative, die Jugendgewalt als eine Art urbanen Belagerungszustand darstellen und Kriminalität direkt mit Herkunft verknüpfen. Auch dieser Ansatz ist problematisch. Er ersetzt individuelle Verantwortung durch kollektiven Verdacht und widerspricht dem Gleichheitsgrundsatz. Das Problem ist nicht Herkunft. Das Problem ist das Scheitern von Integration innerhalb eines gemeinsamen rechtlichen Rahmens.

    Vor diesem Hintergrund ist das Paradigma „Integrazione o ReImmigrazione“ zu verstehen. ReImmigrazione ist kein übersetzbarer Begriff, sondern ein eigenständiges politisch-rechtliches Konzept. Es beschreibt die institutionelle Konsequenz eines nachhaltigen und wiederholten Scheiterns von Integration. Es handelt sich weder um ein Schlagwort noch um eine ideologische Position, sondern um einen Governance-Ansatz, der auf einem klassischen Prinzip des europäischen öffentlichen Rechts beruht: der Konditionalität.

    Ein dauerhafter Aufenthalt im Staatsgebiet ist nicht neutral. Er setzt die Einhaltung grundlegender Regeln des Zusammenlebens voraus. Innerhalb dieses Paradigmas wird Integration von einer moralischen Abstraktion zu einem überprüfbaren Prozess. Schulische und erzieherische Maßnahmen, ebenso wie alternative Sanktionen im Jugendstrafrecht, sind keine symbolischen Gesten mehr, sondern Instrumente zur Bewertung der tatsächlichen Bindung an den sozialen Vertrag. Umgekehrt ist ReImmigrazione keine moralische Strafe, sondern die rechtliche Folge der wiederholten Nichterfüllung von Aufenthaltsbedingungen, unter Wahrung rechtsstaatlicher Garantien.

    Der entscheidende Vorteil dieses Ansatzes liegt darin, dass er zwei Fehlentwicklungen vermeidet: die soziologische Entlastung ebenso wie die ethnische Stigmatisierung. Er richtet sich gegen Verhalten, nicht gegen Identität. Dadurch stellt er die Kohärenz staatlichen Handelns wieder her und verbindet Sicherheit und Integration zu einem konsistenten Ganzen. Sicherheit wird zur Voraussetzung von Integration, erfolgreiche Integration zur Grundlage gesellschaftlicher Stabilität.

    Aus dieser Perspektive muss das in Italien derzeit mit unscharfen Begriffen belegte Phänomen weder geleugnet noch dramatisiert werden. Es muss gesteuert werden.
    Und was steuerbar ist, kann letztlich auch gelöst werden.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Anwaltskammer Bologna
    Eingetragener Lobbyist im Transparenzregister der Europäischen Union
    ID 280782895721-36

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  • Der ursprüngliche Fehler der Europäischen Union: Integration ohne zu entscheiden, wer bleiben darf

    Aus deutscher Sicht wirkt die europäische Migrationspolitik zunehmend wie ein System, das seine ordnende Funktion verloren hat. Nicht aus Mangel an Regeln oder Programmen, sondern wegen eines grundlegenden politischen Versäumnisses: Die Europäische Union hat Integration zu einem zentralen Ziel erhoben, ohne zuvor verbindlich zu klären, wer überhaupt bleiben darf.

    Diese Entscheidung – oder besser gesagt, diese Nicht-Entscheidung – prägt seit Jahren die europäische Praxis. An die Stelle klarer politischer Festlegungen sind Verwaltungsverfahren, Förderprogramme und technische Steuerungsinstrumente getreten. Integration wird organisiert, begleitet, gemessen – aber sie wird nicht als Bedingung mit klaren Konsequenzen verstanden. Der Staat verwaltet, wo er eigentlich entscheiden müsste.

    Der OECD-Bericht International Migration Outlook 2025, der in der europäischen Politikgestaltung breite Verwendung findet, spiegelt diese Logik deutlich wider. Integration wird darin vor allem als wirtschaftliches Instrument beschrieben: zur Sicherung des Arbeitskräftebedarfs, zur Stabilisierung der Sozialsysteme, zur Bewältigung des demografischen Wandels. Migration erscheint als Ressource, nicht als Frage staatlicher Ordnung.

    Was dabei fehlt, ist der entscheidende Punkt: Integration wird nicht als rechtliche Schwelle definiert. Es gibt keinen Moment, in dem eine gescheiterte Integration zu einer klaren staatlichen Entscheidung führt. Integration wird zu einem offenen Prozess ohne Endpunkt, der die Anwesenheit faktisch legitimiert, unabhängig von ihrem tatsächlichen Verlauf.

    Genau hier setzt das Paradigma Integrazione o ReImmigrazione an und widerspricht dem europäischen Ansatz grundlegend. Integration ist darin kein symbolisches Bekenntnis, sondern eine konkrete Verpflichtung: Spracherwerb, Respekt vor der Rechtsordnung, wirtschaftliche Eigenständigkeit und Akzeptanz der gesellschaftlichen Regeln. Und vor allem: Sie ist mit einer Alternative verbunden. Scheitert die Integration, kann der Aufenthalt nicht fortbestehen.

    Diese Logik ist dem deutschen Rechtsstaatsverständnis nicht fremd. Ordnung setzt Kriterien voraus, Steuerung erfordert Konsequenzen. Der OECD-Bericht jedoch trennt Integration systematisch von der Frage des Aufenthaltsrechts. Rückkehrpolitik wird als technisches Randthema behandelt, beschränkt auf formale Illegalität oder abgelehnte Asylanträge. Sie wird nicht als reguläres Ergebnis eines nicht erfolgreichen Integrationsprozesses gedacht.

    Diese Trennung ist kein Zufall. Sie erlaubt es den europäischen Institutionen, Integration zu fördern, ohne Verantwortung für ihre Grenzen zu übernehmen. Das Ergebnis ist ein System ohne klaren Abschluss, ohne verbindliche Bewertung, ohne glaubwürdige Durchsetzung. Integration wird verlängert, angepasst, neu definiert – aber selten abgeschlossen.

    Der ursprüngliche Fehler der Europäischen Union liegt genau hier: in der Abschaffung des Begriffs der Grenze. Es gibt keinen klaren Punkt, an dem der Staat feststellt, dass ein Integrationsprozess nicht gelungen ist und daher der Aufenthalt endet. Stattdessen entstehen dauerhafte Übergangszustände, rechtliche Unsicherheit und ein wachsender Vertrauensverlust in die staatliche Steuerungsfähigkeit.

    Das Paradigma Integrazione o ReImmigrazione bietet einen alternativen Ordnungsrahmen. Es lehnt Integration nicht ab, sondern nimmt sie ernst. Es verbindet sie mit Verantwortung und mit einer Entscheidung. ReImmigrazione ist darin keine Strafe und kein moralisches Urteil, sondern ein notwendiger Bestandteil eines kohärenten, berechenbaren und rechtsstaatlich sauberen Migrationssystems.

    Solange die Europäische Union Integration betreibt, ohne zu entscheiden, wer bleiben darf, wird sie ihre Steuerungsfähigkeit nicht zurückgewinnen. Der OECD-Bericht 2025 macht diese Schwäche deutlich sichtbar – auch wenn er sie nicht benennt. Verwaltung ohne Entscheidung ist kein Regieren.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist im Transparenzregister der Europäischen UnionID 280782895721-36

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  • Informe sobre la actividad de divulgación jurídica desarrollada durante el año 2025

    Aproximadamente 172.000 usos efectivos en el período enero de 2025 – enero de 2026

    Durante el año 2025, mi actividad profesional como abogado, ejercida principalmente en el ámbito del derecho de extranjería e inmigración, se ha visto acompañada por una labor intensa y continuada de divulgación jurídica, orientada a mejorar la comprensión de los marcos normativos, de los criterios jurisprudenciales y de los aspectos procedimentales de especial relevancia pública.

    Esta actividad de divulgación se ha desarrollado de manera paralela al ejercicio de la abogacía y ha consistido en la producción y difusión de contenidos jurídicos de carácter informativo y analítico. El objetivo ha sido hacer accesibles cuestiones complejas del derecho de la inmigración a un público amplio, manteniendo en todo momento un enfoque riguroso respecto de las fuentes normativas y jurisprudenciales, así como el respeto a los principios de corrección, mesura y responsabilidad profesional.

    En un ejercicio de transparencia y rigor informativo, el presente informe expone algunos datos agregados relativos al uso efectivo de los contenidos publicados durante el período comprendido entre enero de 2025 y enero de 2026.

    En el período de referencia, los contenidos jurídicos difundidos en el marco de esta actividad han registrado aproximadamente 172.000 usos efectivos, entendidos como:

    • lecturas de artículos y publicaciones jurídicas informativas;
    • visualizaciones de contenidos audiovisuales de carácter jurídico;
    • escuchas de contenidos de audio y pódcasts.

    Estas cifras se refieren exclusivamente a formas de consumo real de los contenidos y no incluyen métricas de mera visibilidad o exposición. Se trata de un criterio deliberadamente prudente y metodológicamente riguroso, conforme a los estándares habituales en informes institucionales y análisis de políticas públicas.

    Los contenidos abordaron, en particular:

    • los marcos normativos y la evolución jurisprudencial en materia de inmigración;
    • aclaraciones de carácter procedimental;
    • análisis de tipo sistémico sobre las políticas migratorias y las instituciones jurídicas;
    • contribuciones informativas dirigidas tanto a las personas interesadas como a los profesionales del sector.

    De forma complementaria, la difusión de la información se realizó también a través de redes sociales profesionales, en particular LinkedIn. En el mismo período, los contenidos publicados generaron más de 112.000 impresiones, alcanzando aproximadamente 47.000 usuarios únicos.
    Estos datos se indican por separado, dado que se refieren a métricas de difusión y no se incluyen en el cómputo de los usos efectivos anteriormente mencionados.

    El presente informe tiene como finalidad ofrecer una visión sintética, verificable y transparente del impacto informativo de una actividad de divulgación jurídica estrechamente vinculada al ejercicio de la profesión de abogado, desarrollada conforme a los principios de rigor, responsabilidad y deontología profesional.

    La actividad de divulgación jurídica continuará también durante el año 2026, en coherencia con el compromiso profesional asumido, con el objetivo de contribuir a un debate público más informado y jurídicamente fundamentado en materia de inmigración y de sus implicaciones legales y sociales.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Abogado – Colegio de Abogados de Bolonia

    Articoli

  • L’affaire ICE de Minneapolis et la fonction du contrôle de l’immigration

    Les faits survenus à Minneapolis, rapportés par la presse américaine, ont relancé un débat sensible aux États-Unis. Lors d’une opération menée par un agent de l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), une femme, Renee Good, a été tuée. L’article de CNN relatant l’événement est disponible ici :
    https://edition.cnn.com/2026/01/10/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good

    Il ne s’agit pas, dans ces lignes, d’entrer dans l’analyse des responsabilités pénales individuelles, qui relèvent exclusivement des autorités américaines compétentes. L’intérêt est ailleurs. Ce que ce fait divers rend visible, de manière brutale, c’est la fonction concrète exercée par l’État lorsqu’il dispose d’une police de l’immigration opérant sur le territoire.

    Aux États-Unis, cette fonction est assumée sans ambiguïté. Les agents de l’ICE contrôlent, vérifient le statut administratif des personnes, et interviennent lorsque les conditions légales de séjour ne sont pas remplies. Il s’agit d’un pouvoir réel, visible, assumé comme une expression ordinaire de la souveraineté de l’État.

    Ce constat prend une résonance particulière si on le met en regard de ce qui s’est produit récemment en Europe, et plus précisément à Rome. Le 11 janvier 2026, deux agressions graves se sont produites en l’espace d’une heure à la gare de Termini : un homme a été laissé entre la vie et la mort après un passage à tabac, et un livreur a été grièvement blessé peu après. Les faits ont été rapportés par Il Corriere della Sera à l’adresse suivante :
    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_11/roma-doppia-aggressione-alla-stazione-termini-un-uomo-in-fin-di-vita-dopo-un-pestaggio-un-rider-ferito-un-ora-dopo-7313a7a7-9a86-42ed-8449-55cef8d50xlk.shtml

    Là encore, il ne s’agit pas d’anticiper les conclusions judiciaires ni de commenter les responsabilités individuelles des auteurs. La question est structurelle : pourquoi des lieux comme la gare de Termini sont-ils devenus, depuis des années, des espaces de désordre chronique, de marginalité et d’insécurité ?

    La réponse est politiquement inconfortable mais juridiquement claire. En Italie, comme dans une grande partie de l’Europe, l’État a renoncé à exercer de manière effective le contrôle du statut de séjour sur le territoire. Les décisions administratives existent, les expulsions sont prévues par la loi, mais le contrôle réel et continu est absent. Il en résulte une forme de fiction juridique : l’irrégularité est connue, mais tolérée, et surtout non traitée.

    Le contraste avec le modèle américain est frappant. Aux États-Unis, l’État voit, contrôle et agit. Cela n’exclut ni les erreurs ni les abus potentiels, mais cela signifie une chose essentielle : le contrôle de l’immigration est considéré comme une fonction normale de l’État, et non comme un tabou politique.

    Dans le cadre du paradigme que je définis comme celui de la ReImmigration, cette comparaison est centrale. La ReImmigration ne repose pas sur la répression aveugle ni sur la logique de l’urgence permanente. Elle repose sur un principe simple : l’intégration est une obligation vérifiable, le droit de rester n’est pas automatique, et lorsque les conditions légales ne sont plus remplies, le retour devient la conséquence logique.

    C’est dans ce sens qu’il faut dire clairement que si une véritable police de l’immigration avait existé autour de la gare de Termini, les conditions mêmes qui ont rendu possibles ces agressions n’auraient probablement pas été réunies. Non pas parce que la police supprime toute violence, mais parce que l’absence prolongée de contrôle crée des zones grises où l’irrégularité permanente nourrit l’insécurité et la violence.

    L’affaire de Minneapolis et les événements de Rome montrent, chacun à leur manière, une même réalité : le contrôle de l’immigration produit des effets concrets. Là où il existe, il est visible et suscite un débat public. Là où il est absent, les coûts apparaissent indirectement, sous forme de tensions sociales, de dégradation de l’espace public et d’explosions périodiques de violence.

    Refuser de penser une police de l’immigration ne rend pas les sociétés plus humaines. Cela revient simplement à déplacer les conséquences de l’irrégularité non gérée vers d’autres terrains. Un État sérieux ne gouverne pas par le déni. Il gouverne en assumant ses fonctions, de manière transparente, encadrée et responsable.

    Articoli

  • Le cas de Bruxelles et la renonciation européenne à la gouvernance démographique

    Le débat suscité par les données démographiques concernant la Région de Bruxelles-Capitale a trop souvent été réduit à une opposition stérile entre alarmisme et déni. Or, l’enjeu réel n’est ni idéologique ni émotionnel. Il est institutionnel. Ce que révèle le cas de Bruxelles, ce n’est pas seulement une évolution démographique, mais l’abandon progressif par l’Europe de toute politique consciente de gouvernance démographique.

    Pour comprendre correctement ces données, il convient d’abord de préciser ce qu’elles mesurent réellement. Les statistiques officielles belges ne classent pas la population selon des critères ethniques ou raciaux, et ne se fondent pas non plus sur la nationalité actuelle. Elles utilisent la notion d’« origine », déterminée par la nationalité d’origine de la personne et de ses parents. Ainsi, un enfant né à Bruxelles, de nationalité belge, peut être statistiquement classé comme « d’origine non belge » dès lors qu’un de ses parents n’avait pas la nationalité belge à la naissance.

    Cette précision est essentielle. Les chiffres ne décrivent pas des « étrangers » au sens juridique, mais des dynamiques familiales et générationnelles qui affectent la composition des nouvelles cohortes entrant dans l’école, les dispositifs sociaux et, à terme, dans la citoyenneté active.

    Une fois ce cadre posé, la tendance apparaît clairement. À Bruxelles, la croissance démographique des classes d’âge les plus jeunes est portée presque exclusivement par des familles issues de l’immigration, majoritairement extra-européenne selon les classifications statistiques. Il ne s’agit pas d’un phénomène conjoncturel, mais d’une transformation structurelle, appelée à produire des effets durables sur le fonctionnement des institutions publiques.

    À ce stade, la question cesse d’être statistique pour devenir politique.

    Depuis plusieurs décennies, les politiques migratoires européennes ont considéré la démographie comme une variable secondaire, un effet collatéral des flux migratoires. L’installation durable et le regroupement familial ont été traités comme des mécanismes quasi automatiques, tandis que l’intégration était invoquée comme un principe abstrait, rarement définie comme un processus mesurable et juridiquement opposable.

    Le cas de Bruxelles illustre les conséquences de cette approche. Lorsqu’une transformation démographique s’opère sans cadre clair de gouvernance, l’État perd progressivement sa capacité de transmission. L’école républicaine, les services sociaux et les administrations locales ne fonctionnent plus comme des instruments d’intégration civique, mais comme des dispositifs de gestion de la fragmentation sociale.

    Il faut ici affronter une réalité souvent évitée dans le débat public européen : l’intégration suppose une norme majoritaire stable. Non pas au sens ethnique, mais au sens républicain et institutionnel. L’intégration est, par nature, un processus asymétrique : elle implique l’adhésion à un cadre commun de valeurs, de règles et de références. Lorsque ce cadre devient minoritaire dans certains territoires, l’intégration ne « échoue » pas ; elle devient matériellement impossible.

    L’Europe a refusé de poser cette question en ces termes. Toute réflexion sur la gouvernance démographique a été disqualifiée comme suspecte, tandis que l’idée même de conditionnalité a été exclue du discours public. Le résultat est un système dans lequel la permanence sur le territoire est garantie indépendamment des résultats concrets de l’intégration.

    C’est précisément dans ce contexte que le paradigme « Intégration ou Réimmigration » prend tout son sens. Il ne s’agit ni de stigmatisation ni de fermeture, mais de rétablir un principe élémentaire de responsabilité. L’intégration ne peut être présumée ; elle doit être évaluée dans le temps. Lorsqu’elle est effective – maîtrise de la langue, respect des règles, adhésion aux principes constitutionnels – la stabilité du séjour se justifie pleinement. Lorsqu’elle fait durablement défaut, le retour doit redevenir une fonction normale, encadrée et assumée de l’État.

    Le cas de Bruxelles ne démontre pas une thèse simpliste de « remplacement ». Il met en lumière un phénomène plus profond : la démission européenne face à la gouvernance démographique, pourtant indissociable de la souveraineté, de la cohésion nationale et de la continuité républicaine.

    Refuser de regarder cette réalité, c’est accepter que la transformation de la société se fasse sans règles, sans critères et sans instruments correctifs. Autrement dit, c’est accepter que l’État renonce à orienter son propre avenir.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Lobbyiste inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • Violence juvénile et “secondes générations” en Italie :quand les étiquettes échouent, la responsabilité devient centrale

    Depuis plusieurs mois, l’Italie est confrontée à une recrudescence de violences commises par des groupes de jeunes dans les espaces urbains. Le débat public s’est rapidement cristallisé autour de termes imprécis et souvent idéologiques : baby gangs, maranza – un mot issu de l’argot désignant certaines sous-cultures juvéniles agressives – et secondes générations.

    Pour un lecteur français, cette controverse n’est pas étrangère. Elle rappelle les discussions récurrentes en France sur la sécurité, les quartiers, l’intégration et le rapport entre causes sociales et responsabilité individuelle. Ce qui distingue toutefois le cas italien n’est pas tant le phénomène que la manière de l’aborder : le débat se perd dans les mots, au lieu de se concentrer sur la gouvernance du problème.

    Une partie importante du discours médiatique explique la violence juvénile principalement par des facteurs sociaux et identitaires. Les comportements violents sont présentés comme la conséquence d’une « identité niée », en particulier chez les jeunes issus de l’immigration nés ou élevés en Italie. Il ne s’agit pas de nier l’existence de difficultés sociales réelles. Le glissement problématique intervient lorsque l’analyse se transforme en justification implicite.
    Dans un État de droit, la violence ne peut jamais être interprétée comme une réaction compréhensible à un malaise identitaire. La règle précède l’appartenance. La responsabilité juridique ne varie pas selon l’origine ou le vécu subjectif.

    Un autre argument fréquemment avancé consiste à affirmer que les baby gangs n’existent pas en tant que catégorie juridique, puisqu’il s’agirait d’une construction médiatique. L’observation est juridiquement exacte, mais politiquement stérile. Le droit n’a pas besoin d’étiquettes journalistiques pour intervenir. Qu’il s’agisse de groupes structurés ou d’agrégations informelles, les faits demeurent : violences répétées, intimidation, atteinte à la sécurité collective. La querelle terminologique devient alors un moyen d’éviter toute décision politique claire.

    Le cœur du problème réside dans une conception erronée de l’intégration. En Italie, comme ailleurs en Europe, l’intégration est souvent décrite comme un processus psychologique ou émotionnel, une reconnaissance symbolique censée produire spontanément l’adhésion aux règles communes. Cette vision est juridiquement intenable.
    L’intégration n’est pas un sentiment. C’est une condition. Elle se démontre dans la durée par le respect des lois, la participation effective au système scolaire, la reconnaissance de l’autorité publique et l’absence de comportements violents. Lorsque ces éléments font défaut, il ne s’agit pas d’une intégration inachevée, mais d’un échec.

    Cette confusion se retrouve également dans le débat sur la citoyenneté. Certains soutiennent qu’un accès plus rapide à la nationalité permettrait de résoudre les tensions en renforçant le sentiment d’appartenance. Or, dans toute démocratie constitutionnelle, la citoyenneté n’est pas un outil thérapeutique. Elle est l’aboutissement d’une intégration réussie, non un substitut à celle-ci. Accorder des droits pleins sans responsabilité préalable affaiblit le pacte civique au lieu de le renforcer.

    À l’inverse, certaines narrations alarmistes décrivent la violence juvénile comme une forme d’« invasion » ou de « siège » urbain, en établissant un lien direct entre criminalité et origine migratoire. Cette approche est tout aussi dangereuse. Elle remplace la responsabilité individuelle par une suspicion collective et fragilise les principes d’égalité devant la loi. Le problème n’est pas l’origine. Le problème est l’échec de l’intégration dans un cadre juridique commun.

    C’est dans ce contexte que le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione » doit être compris. ReImmigrazione n’est pas un terme traduit ni transposable : c’est un concept politique et juridique précis, qui désigne la conséquence institutionnelle du refus ou de l’échec durable de l’intégration. Il ne s’agit ni d’un slogan ni d’une posture idéologique, mais d’un cadre de gouvernance fondé sur un principe classique du droit public européen : la conditionnalité.

    La présence durable sur le territoire n’est pas neutre. Elle repose sur le respect effectif de règles essentielles de coexistence. Dans ce paradigme, l’intégration cesse d’être une abstraction morale et devient un processus vérifiable. Les parcours scolaires, éducatifs et les mesures alternatives prévues notamment pour les mineurs ne sont plus de simples gestes symboliques, mais des instruments permettant d’évaluer l’adhésion réelle au contrat social. Inversement, la ReImmigrazione n’est pas conçue comme une sanction morale, mais comme la conséquence juridique du non-respect répété des conditions de séjour, appliquée dans le respect des garanties procédurales et des droits fondamentaux.

    Ce cadre présente un avantage décisif : il évite à la fois l’excuse sociologique et la stigmatisation identitaire. Il vise les comportements, non les origines. Il rétablit la cohérence de l’action publique en reconnectant sécurité et intégration. La sécurité devient la condition de l’intégration, et l’intégration réussie devient le fondement de la stabilité sociale.

    Ainsi, le phénomène aujourd’hui désigné en Italie par des termes flous n’a pas besoin d’être nié ni dramatisé. Il doit être gouverné. Et ce qui peut être gouverné peut, à terme, être résolu.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Barreau de Bologne
    Lobbyiste inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • Bericht über die juristische Informations- und Aufklärungstätigkeit im Jahr 2025

    Rund 172.000 tatsächliche Nutzungen im Zeitraum Januar 2025 – Januar 2026

    Im Laufe des Jahres 2025 wurde meine anwaltliche Tätigkeit, die sich überwiegend auf das Migrationsrecht konzentriert, von einer intensiven und kontinuierlichen juristischen Informations- und Aufklärungstätigkeit begleitet. Ziel dieser Tätigkeit war es, das Verständnis für rechtliche Rahmenbedingungen, gerichtliche Entwicklungen sowie für verfahrensrechtliche Fragestellungen von besonderem öffentlichem Interesse zu vertiefen.

    Diese Informationsarbeit erfolgte parallel zur Ausübung des Anwaltsberufs und umfasste die Erstellung und Verbreitung juristischer Analyse- und Informationsinhalte. Ziel war es, komplexe Fragestellungen des Migrationsrechts einer breiteren Öffentlichkeit zugänglich zu machen, unter strikter Beachtung einer methodisch sauberen Herangehensweise an gesetzliche und gerichtliche Quellen sowie unter Einhaltung der berufsrechtlichen Grundsätze von Sachlichkeit, Genauigkeit und Verantwortung.

    Im Sinne von Transparenz und Nachvollziehbarkeit werden in diesem Bericht aggregierte Daten zur tatsächlichen Nutzung der veröffentlichten Inhalte im Zeitraum von Januar 2025 bis Januar 2026 dargestellt.

    In dem genannten Zeitraum verzeichneten die im Rahmen dieser Tätigkeit verbreiteten juristischen Inhalte insgesamt etwa 172.000 tatsächliche Nutzungen, verstanden als:

    • Lektüre juristischer Fach- und Informationsbeiträge;
    • Abrufe videobasierter juristischer Inhalte;
    • Nutzung von Audioformaten und Podcasts.

    Die genannten Zahlen beziehen sich ausschließlich auf effektive Nutzungsvorgänge und schließen reine Sichtbarkeits- oder Reichweitenmetriken ausdrücklich aus. Dieses Vorgehen folgt einem bewusst konservativen und methodisch stringenten Ansatz, wie er in institutionellen Berichten und politiknahen Analysen üblich ist.

    Die Inhalte befassten sich insbesondere mit:

    • rechtlichen und gerichtlichen Entwicklungen im Bereich des Migrationsrechts;
    • verfahrensrechtlichen Erläuterungen;
    • systematischen Analysen migrationspolitischer und rechtlicher Strukturen;
    • Informationsbeiträgen für sowohl betroffene Personen als auch Fachkreise.

    Ergänzend zur inhaltlichen Produktion erfolgte eine Verbreitung über professionelle soziale Netzwerke, insbesondere über LinkedIn. Im selben Zeitraum wurden dort über 112.000 Impressionen erzielt und etwa 47.000 eindeutige Nutzerinnen und Nutzer erreicht.
    Diese Angaben werden gesondert ausgewiesen, da sie Verbreitungskennzahlen betreffen und nicht in die oben genannten Nutzungszahlen einbezogen sind.

    Ziel dieses Berichts ist es, einen präzisen, überprüfbaren und transparenten Überblick über die Informationswirkung einer juristischen Aufklärungstätigkeit zu geben, die eng mit der anwaltlichen Berufsausübung verbunden ist und unter Wahrung der Grundsätze von Genauigkeit, Verantwortung und professioneller Integrität durchgeführt wurde.

    Die juristische Informations- und Aufklärungstätigkeit wird auch im Jahr 2026 fortgeführt, mit dem Ziel, zu einer sachlich fundierten und rechtlich informierten öffentlichen Debatte über migrationsrechtliche Fragestellungen sowie deren rechtliche und gesellschaftliche Auswirkungen beizutragen.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Anwaltskammer Bologna

    Articoli

  • The Minneapolis ICE Case and the Function of Immigration Control

    The shooting in Minneapolis involving an officer of Immigration and Customs Enforcement (ICE), reported by CNN, has sparked intense public debate in the United States. The article describes the killing of Renee Good during an ICE operation and raises questions about the use of force, accountability, and enforcement practices.
    The report is available here:
    https://edition.cnn.com/2026/01/10/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good

    This piece does not address individual criminal responsibility, which must be assessed by the competent U.S. authorities. The focus here is different and more structural: what function is the State exercising when it deploys an immigration police force on the territory.

    In the United States, this function is clear and explicit. ICE agents operate on the ground, verify immigration status, and, where legal requirements are not met, proceed with detention and removal. This is not an abstract power or a theoretical competence. It is a concrete, visible function of the State: status verification and enforcement.

    This clarity stands in sharp contrast with what is happening in many European countries. To understand why this matters beyond the American context, it is useful to look at a recent and apparently unrelated episode in Rome. On January 11, 2026, two violent assaults occurred within one hour at Termini railway station, one of the main transportation hubs in Italy’s capital. One man was left in critical condition after a beating, and a food delivery rider was seriously injured shortly afterward. The facts were reported by Corriere della Sera at the following link:
    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_11/roma-doppia-aggressione-alla-stazione-termini-un-uomo-in-fin-di-vita-dopo-un-pestaggio-un-rider-ferito-un-ora-dopo-7313a7a7-9a86-42ed-8449-55cef8d50xlk.shtml

    Again, the criminal responsibility for those attacks is not the issue here. The relevant question is why places like Rome’s Termini station have, for years, become areas of chronic disorder, marginalization, and insecurity.

    The answer is uncomfortable but straightforward: in Italy—and more broadly in Europe—the State largely refuses to exercise systematic, on-the-ground control of immigration status. Deportation orders exist on paper, but real-time verification and enforcement are rare. The result is a legal fiction: everyone knows that large numbers of people remain on the territory without a valid right to stay, yet the system is built on not seeing them.

    In the United States, by contrast, the State does see. ICE agents stop people, check documents, and act when legal status is lacking. This does not make the system immune from error or abuse, but it does make one thing undeniable: immigration control is treated as an ordinary function of sovereignty.

    From a European perspective, and within the paradigm I define as “ReImmigration,” this comparison is crucial. ReImmigration does not mean indiscriminate repression or permanent emergency. It means something more basic: integration is an obligation, not an assumption; the right to remain must be verified over time; and when legal conditions are no longer met, return is the logical outcome.

    Seen from this angle, it is legitimate to state that if a dedicated immigration police function had existed around Rome’s Termini station, the conditions that allowed those violent episodes to occur would likely not have been present. Not because policing eliminates all crime, but because persistent irregularity and lack of status control create environments where violence and exploitation thrive.

    The Minneapolis case and the Rome assaults point, in different ways, to the same structural truth: immigration control is not neutral. Where it exists, it produces visible effects and public debate. Where it is absent, the costs are paid indirectly, through insecurity, social conflict, and periodic outbreaks of violence—followed by ritual indignation and no structural change.

    Refusing to discuss an immigration police function does not make societies more humane. It simply means that the consequences of unmanaged irregularity are displaced elsewhere. A serious State does not govern through denial. It governs by exercising its functions openly, lawfully, and responsibly.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lawyer and Lobbyist
    Registered in the EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • The Brussels Case and Europe’s Abdication of Demographic Governance

    The debate surrounding recent demographic data from the Brussels-Capital Region has been largely distorted by ideological reflexes. On one side, alarmist narratives reduce complex statistics to slogans; on the other, denial minimizes structural transformations as irrelevant or inevitable. Both approaches miss the point.

    What makes the Brussels case politically significant is not the numbers themselves, but what they reveal about Europe’s long-standing refusal to govern demographic change as a matter of state responsibility.

    To understand the issue properly, one must first clarify what the data actually measure. Belgian official statistics do not classify individuals by ethnicity or race, nor do they focus on current citizenship. Instead, they rely on the concept of “origin,” defined by the nationality of a person and their parents at birth. A child born in Brussels, holding Belgian citizenship, may still be statistically classified as having “non-Belgian origin” if at least one parent originally held a foreign nationality.

    This distinction matters. The data do not describe “foreigners” in a legal sense. They describe intergenerational demographic dynamics, particularly the composition of younger cohorts entering schools, welfare systems, and eventually the labor market and political community.

    Once this clarification is made, the broader trend becomes clear. In Brussels, demographic growth among younger generations is driven overwhelmingly by families with a migration background, largely non-EU according to statistical classifications. This is not a temporary fluctuation, but a structural shift with long-term institutional consequences.

    At this point, the discussion ceases to be statistical and becomes political.

    For decades, European migration policy has treated demography as a side effect rather than a variable to be governed. Admission, settlement, and family reunification have been framed as largely automatic processes. Integration, meanwhile, has been invoked rhetorically but rarely defined in enforceable legal or civic terms. There has been little evaluation of outcomes, no meaningful distinction between successful and unsuccessful integration, and virtually no corrective mechanisms.

    The Brussels case exposes the consequences of this approach. When demographic transformation proceeds without a clear framework of governance, the state gradually loses its capacity to act as a formative authority. Schools, social services, and local administrations shift from integration mechanisms to crisis-management structures. Parallel social realities emerge, not by accident, but by institutional neglect.

    Here lies the European taboo: integration presupposes a stable normative majority. Not in ethnic or racial terms, but in functional ones. Integration is inherently asymmetrical. It requires a defined civic framework into which newcomers enter, adapt, and eventually belong. When that asymmetry disappears—when the state’s cultural and normative reference becomes marginal in key urban areas—integration does not fail; it becomes structurally impossible.

    Europe has chosen not to confront this reality. Demographic governance has been framed as morally suspect, and state responsibility has been replaced by procedural inertia. The result is a system where permanence is guaranteed regardless of outcomes, and where non-integration carries no legal or political consequences.

    This is precisely where the paradigm “Integration or ReImmigration” acquires relevance—not as provocation, but as institutional logic. Integration cannot be presumed; it must be assessed over time. Where integration succeeds—through language acquisition, rule compliance, and adherence to constitutional values—residence stabilizes. Where it fails persistently, return must once again be understood as a normal, regulated function of the state, not as a moral transgression.

    The Brussels case does not prove a simplistic theory of “replacement.” It demonstrates something more fundamental: Europe’s abdication of demographic governance as a core element of sovereignty. Ignoring this abdication means accepting that demographic change will continue without criteria, limits, or corrective tools. In effect, it means accepting that the state relinquishes control over its own long-term cohesion.

    For American observers, Brussels is not a warning about Europe’s past. It is a preview of what happens when demographic change is treated as destiny rather than policy.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – EU Transparency Register Lobbyist
    ID 280782895721-36

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  • Youth Violence and Second Generations in Italy: Why Labels Fail and Responsibility Matters

    In recent months, Italy has been engaged in an intense public debate over youth violence. Media outlets and commentators routinely invoke expressions such as “baby gangs,” “maranza,” or “second generations” to describe a series of violent and predatory behaviors committed largely by groups of young people in urban areas. For an American audience, the structure of this debate may sound familiar: it echoes long-standing discussions in the United States about public safety, social inequality, identity, and accountability.

    What is distinctive in the Italian case is not the phenomenon itself, but the way it is framed. Much of the discussion revolves around language rather than governance. Labels replace analysis, and moral narratives substitute for institutional clarity.

    A significant portion of Italian media coverage explains youth violence primarily through social and identity-based factors. Violent behavior is often portrayed as the outcome of marginalization, exclusion, or a “denied identity,” particularly in relation to young people born or raised in Italy to immigrant parents. Social factors undoubtedly exist, but the problem begins when explanation quietly turns into justification. In a constitutional system governed by the rule of law, violence cannot be reinterpreted as a culturally understandable response to frustration. Legal responsibility does not fluctuate with identity. Rules precede belonging, not the other way around.

    Another recurrent argument insists that “baby gangs” do not exist as a legal category, emphasizing that the term is journalistic rather than juridical. From a technical standpoint, this is accurate. From a policy standpoint, it is irrelevant. The law does not need a media label in order to intervene. Whether violence is committed by organized groups or informal clusters of individuals, the conduct remains unlawful and socially disruptive. Focusing on semantics becomes a convenient way to avoid making difficult institutional choices.

    At the heart of the Italian debate lies a deeper misunderstanding of integration itself. Integration is frequently treated as an emotional process, a sense of belonging that will naturally emerge if society is sufficiently inclusive. From a legal perspective, this view is unsustainable. Integration is not a feeling; it is a condition. It is demonstrated over time through conduct: respect for the law, genuine participation in education, recognition of public authority, and the absence of violent or predatory behavior. When these elements are missing, integration has not stalled—it has failed.

    This misunderstanding also affects the discussion around citizenship. Some argue that easier access to citizenship would resolve the crisis by reinforcing identity and inclusion. For readers in the United States, this reasoning may resonate, but it rests on a flawed premise. Citizenship is not a psychological remedy. In any serious legal system, it represents the culmination of a successful process of integration, not a shortcut to it. Granting full membership without prior accountability risks producing rights detached from responsibility.

    At the opposite extreme, other narratives frame youth violence as a form of siege, directly associating criminal behavior with immigration background. This approach is equally misguided. It replaces individual responsibility with collective suspicion and undermines the very principles of equal treatment and rule of law that democratic systems claim to defend. The issue is not origin. The issue is failure to integrate within a shared legal framework.

    It is within this polarized landscape that the paradigm known as “Integration or ReImmigration” should be understood. This approach is not ideological, nor is it rhetorical. It is a governance framework rooted in conditionality, a concept deeply familiar to both European and American legal traditions. Residence within a political community is not neutral. It is based on compliance with basic rules of coexistence. When integration succeeds, stability follows. When it fails repeatedly and structurally, the State must retain the authority to act.

    Under this paradigm, integration ceases to be an abstract aspiration and becomes a verifiable process. Educational pathways, alternative measures for minors, and social programs are no longer symbolic gestures designed to signal inclusion. They become instruments through which adherence to the social contract is measured. Conversely, ReImmigration is not conceived as moral punishment, but as the legal consequence of unmet conditions, applied with procedural safeguards and proportionality.

    Crucially, this framework avoids both sociological absolution and ethnic stigmatization. It targets conduct, not identity. In doing so, it restores coherence to public policy by reconnecting security and integration. Public safety becomes the precondition for integration, and integration, when genuine, becomes the foundation of long-term social stability.

    From this perspective, the phenomenon currently discussed in Italy under vague labels does not need to be denied or dramatized. It needs to be governed. And what can be governed can, ultimately, be resolved.

    Fabio Loscerbo
    Attorney at Law
    Registered Lobbyist — EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

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  • L’erreur originelle de l’Union européenne : intégrer sans décider qui peut rester

    Du point de vue français, la gestion européenne de l’immigration apparaît de plus en plus comme un système incohérent, incapable de fixer des limites claires et de produire de la stabilité sociale. Cette impression n’est pas le fruit d’un malentendu médiatique, mais la conséquence directe d’une erreur politique fondamentale : l’Union européenne a choisi de promouvoir l’intégration sans avoir jamais tranché, de manière claire et contraignante, la question de ceux qui sont autorisés à rester.

    L’intégration, dans le discours européen, est devenue une finalité en soi. Elle est présentée comme un processus continu, ouvert, presque irréversible. Mais ce processus n’est jamais relié à une décision préalable sur l’appartenance. L’Union a ainsi remplacé l’acte politique par la gestion administrative, la souveraineté par des procédures, la frontière par des dispositifs techniques.

    Le récent rapport OCDE sur les migrations internationales 2025, largement utilisé par les institutions européennes comme référence, illustre parfaitement cette dérive.

    L’intégration y est pensée avant tout comme un outil économique, destiné à répondre aux besoins du marché du travail et aux déséquilibres démographiques. Les migrants sont analysés en termes de compétences, d’employabilité, de participation économique. Ce qui manque, ce ne sont pas les données, mais la décision.

    À aucun moment l’intégration n’est conçue comme un critère déterminant du droit au séjour. Elle n’est jamais posée comme une condition dont l’échec entraînerait une conséquence claire. L’intégration devient ainsi un horizon indéfini, un processus sans terme, qui tend à légitimer la présence indépendamment de ses résultats concrets.

    C’est précisément là que le paradigme Integrazione o ReImmigrazione entre en contradiction frontale avec le modèle européen actuel. Dans ce paradigme, l’intégration n’est ni symbolique ni automatique. Elle repose sur des éléments substantiels : la maîtrise de la langue, le respect des règles communes, l’autonomie économique, l’adhésion aux principes fondamentaux de la société d’accueil. Et surtout, elle implique une alternative réelle. Si l’intégration échoue, le maintien sur le territoire ne peut être considéré comme acquis.

    La France connaît bien cette tension. Elle dispose d’un modèle républicain exigeant, fondé sur l’égalité, la laïcité et l’universalité des règles. Mais ce modèle est fragilisé lorsque l’intégration n’est plus assortie de conséquences. Le rapport de l’OCDE, en dissociant systématiquement intégration et droit au séjour, contribue à normaliser cette dissociation au niveau européen.

    Le traitement des retours est à cet égard révélateur. Dans le rapport, les politiques de retour sont abordées comme un volet technique distinct, réservé aux situations d’irrégularité formelle ou aux déboutés de l’asile. Elles ne sont jamais envisagées comme l’issue normale d’un parcours d’intégration non abouti. Cette séparation permet d’éviter un débat essentiel : tout le monde ne peut pas, ou ne veut pas, s’intégrer durablement.

    En refusant de reconnaître cette réalité, l’Union européenne a supprimé la notion même de limite. Il n’existe plus de point d’arrêt, plus de moment d’évaluation assorti d’effets juridiques. Tout est prolongé, ajusté, régularisé, souvent au prix d’une perte de crédibilité de l’action publique et d’un affaiblissement du pacte social.

    Le paradigme Integrazione o ReImmigrazione propose une autre voie. Il ne s’oppose pas à l’intégration, il lui redonne un sens. Il affirme que l’intégration est une condition, non un droit automatique, et que la ReImmigrazione n’est ni une sanction ni un échec moral, mais un élément structurel d’un système migratoire cohérent, lisible et respectueux de la souveraineté démocratique.

    Tant que l’Union européenne persistera à intégrer sans décider qui peut rester, elle continuera à produire de l’instabilité juridique, de la fragmentation sociale et une défiance croissante des citoyens. Le rapport OCDE 2025 ne résout pas cette contradiction, mais il la met en lumière. Gérer sans décider n’est pas gouverner.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyiste inscrit au Registre de transparence de l’Union européenneID 280782895721-36

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  • Rapport sur l’activité de diffusion juridique menée au cours de l’année 2025

    Environ 172 000 consultations effectives sur la période janvier 2025 – janvier 2026

    Au cours de l’année 2025, mon activité professionnelle d’avocat, exercée principalement dans le domaine du droit de l’immigration, s’est accompagnée d’une activité soutenue et continue de diffusion juridique, visant à améliorer la compréhension des cadres normatifs, des orientations jurisprudentielles et des aspects procéduraux présentant un intérêt public particulier.

    Cette activité de diffusion a été menée parallèlement à l’exercice de la profession d’avocat et s’est développée à travers la production et la diffusion de contenus juridiques à caractère informatif et analytique. L’objectif poursuivi était de rendre accessibles des questions complexes liées au droit de l’immigration, tout en conservant une approche rigoureuse des sources législatives et jurisprudentielles, dans le respect des principes de sérieux, de mesure et de responsabilité propres à la fonction d’avocat.

    Dans une logique de transparence et de loyauté de l’information, le présent rapport expose des données agrégées relatives à l’utilisation effective des contenus diffusés au cours de la période allant de janvier 2025 à janvier 2026.

    Sur la période considérée, les contenus juridiques diffusés dans le cadre de cette activité ont enregistré environ 172 000 consultations effectives, entendues comme :

    • lectures d’articles et de contributions juridiques informatives ;
    • visualisations de contenus vidéo à caractère juridique ;
    • écoutes de contenus audio et de podcasts.

    Ces données se réfèrent exclusivement à des formes de consommation réelle des contenus et n’incluent pas des indicateurs de simple visibilité ou d’exposition. Cette méthodologie repose sur une approche prudente et rigoureuse, conforme aux standards habituellement retenus dans les travaux d’analyse juridique et institutionnelle.

    Les contenus ont porté notamment sur :

    • les cadres normatifs et les évolutions jurisprudentielles en matière de droit de l’immigration ;
    • des éclaircissements de nature procédurale ;
    • des analyses de portée systémique relatives aux politiques migratoires et aux institutions juridiques ;
    • des contributions informatives destinées tant aux personnes concernées qu’aux professionnels du secteur.

    Parallèlement à cette activité éditoriale, une diffusion de l’information a également été assurée par le biais de réseaux sociaux professionnels, en particulier LinkedIn. Sur la même période, les publications ont généré plus de 112 000 impressions, atteignant environ 47 000 utilisateurs uniques.
    Ces données sont mentionnées séparément, dans la mesure où elles relèvent de métriques de diffusion et ne sont pas intégrées au calcul des consultations effectives mentionnées ci-dessus.

    Le présent rapport a pour objectif de fournir une présentation synthétique, vérifiable et transparente de l’impact informatif d’une activité de diffusion juridique étroitement liée à l’exercice de la profession d’avocat, conduite dans le respect des exigences de rigueur, de responsabilité et de déontologie professionnelle.

    L’activité de diffusion juridique se poursuivra également en 2026, dans la continuité de cet engagement professionnel, avec l’ambition de contribuer à un débat public plus informé et juridiquement fondé sur les questions relatives au droit de l’immigration et à ses implications juridiques et sociales.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Barreau de Bologne

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  • Il caso ICE di Minneapolis e la funzione del controllo dell’immigrazione

    Il fatto accaduto a Minneapolis, riportato dalla stampa internazionale, è noto: nel corso di un’operazione di controllo dell’immigrazione, un agente dell’Immigration and Customs Enforcement ha ucciso una donna. La notizia è stata diffusa, tra gli altri, da CNN e può essere letta qui:
    https://edition.cnn.com/2026/01/10/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good

    Non è questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità individuali o penali, che spetterà alle autorità statunitensi accertare. Il punto che interessa, invece, è la funzione che emerge in modo plastico da quel fatto di cronaca: negli Stati Uniti esiste una polizia dell’immigrazione che opera sul territorio, verifica lo status giuridico delle persone e interviene quando il titolo di soggiorno manca.

    Questo dato, spesso rimosso nel dibattito europeo, acquista una particolare rilevanza se messo in relazione con quanto accaduto a Roma, alla stazione Termini. Nella giornata dell’11 gennaio 2026, come riportato dal Corriere della Sera, si sono verificate due gravi aggressioni a distanza di un’ora: un uomo ridotto in fin di vita dopo un pestaggio e un rider ferito poco dopo. L’articolo è disponibile al seguente link:
    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_11/roma-doppia-aggressione-alla-stazione-termini-un-uomo-in-fin-di-vita-dopo-un-pestaggio-un-rider-ferito-un-ora-dopo-7313a7a7-9a86-42ed-8449-55cef8d50xlk.shtml

    Anche in questo caso, non è qui in discussione la qualificazione giuridica dei singoli reati o la responsabilità degli autori materiali. La domanda è un’altra, ed è strutturale: perché luoghi come la stazione Termini sono da anni spazi di irregolarità permanente, marginalità incontrollata e rischio diffuso per la sicurezza pubblica?

    La risposta è scomoda, ma difficilmente contestabile: perché lo Stato italiano non esercita in modo effettivo il controllo dello status di soggiorno sul territorio. La funzione esiste sulla carta, nelle norme, nei decreti di espulsione che si accumulano negli archivi amministrativi. Ma nella realtà quotidiana quella funzione non viene esercitata.

    Negli Stati Uniti, al contrario, la polizia dell’immigrazione va in giro, ferma, controlla i documenti e, se il titolo manca, interviene. Questo non rende automaticamente il sistema giusto o esente da abusi, ma rende evidente una differenza fondamentale: lì il controllo è una funzione reale, qui è una finzione giuridica.

    È in questo senso che va detto, senza ipocrisie, che se a Termini fosse esistita una vera polizia dell’immigrazione, con presenza stabile e competenze dedicate, quei fatti con ogni probabilità non sarebbero accaduti. Non perché una divisa elimini ogni forma di violenza, ma perché il controllo preventivo dello status riduce drasticamente quelle aree grigie in cui l’irregolarità diventa cronica e il conflitto sociale esplode.

    La polizia dell’immigrazione, nel paradigma della ReImmigrazione, non è uno strumento repressivo indiscriminato. È un apparato amministrativo-specialistico che serve a verificare se le condizioni di permanenza sussistono: lavoro reale, integrazione effettiva, rispetto delle regole. Quando queste condizioni mancano, la ReImmigrazione non è una punizione, ma l’esito naturale di un patto non rispettato.

    Il collegamento tra Minneapolis e Roma non è forzato. In entrambi i casi emerge una stessa verità: il controllo dell’immigrazione produce effetti concreti. Dove esiste, è visibile e suscita dibattito; dove manca, lascia spazio a degrado, violenza e insicurezza, salvo indignarsi a posteriori.

    Continuare a rifiutare l’idea di una polizia dell’immigrazione significa accettare che episodi come quelli di Termini si ripetano ciclicamente, trasformandoli ogni volta in emergenze mediatiche. Uno Stato serio, invece, non vive di emergenze: esercita le proprie funzioni sovrane in modo ordinario e responsabile.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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  • Il caso Bruxelles e la rinuncia europea alla governabilità demografica

    Il dibattito sorto attorno ai dati demografici della Regione di Bruxelles-Capitale è stato spesso affrontato in modo superficiale, oscillando tra allarmismo e negazionismo. Entrambe le posture sono fuorvianti. Il punto non è utilizzare i numeri come slogan, ma comprenderne la struttura, il significato e le implicazioni sistemiche.

    Per capire cosa sta accadendo a Bruxelles è necessario, anzitutto, chiarire che cosa misurano realmente i dati ufficiali e che cosa, invece, non misurano.

    Le statistiche utilizzate dall’ufficio nazionale belga (Statbel) non fanno riferimento a categorie etniche o culturali, né classificano la popolazione sulla base della cittadinanza attuale. Il criterio centrale è quello dell’“origine”, definita in funzione della prima nazionalità registrata della persona e dei genitori. È sufficiente che uno dei due genitori abbia avuto, alla nascita, una nazionalità diversa da quella belga perché il figlio venga classificato come “di origine non belga”, anche se cittadino belga dalla nascita.

    Questo chiarimento è essenziale, perché consente di evitare un equivoco frequente: i dati sull’origine non coincidono con quelli sulla cittadinanza né con quelli sul luogo di nascita. Un minore può essere nato a Bruxelles, avere la cittadinanza belga ed essere comunque classificato come “di origine non belga” ai fini statistici. I numeri, dunque, non descrivono “stranieri” in senso giuridico, ma dinamiche demografiche familiari e generazionali.

    Chiarito questo punto, il quadro che emerge per Bruxelles è comunque significativo. Nel complesso della popolazione regionale, la quota di persone con origine esclusivamente belga è nettamente minoritaria rispetto al resto del Paese. Questa tendenza è ancora più marcata nelle fasce d’età più giovani, dove la crescita demografica è trainata quasi interamente da nuclei familiari con background migratorio, in larga parte extra-UE secondo le classificazioni utilizzate.

    Il dato, dunque, non va letto come una fotografia “etnica”, ma come un indicatore strutturale di trasformazione generazionale: le nuove coorti che entrano nel sistema scolastico, nel welfare e, domani, nel mercato del lavoro e nella cittadinanza attiva, presentano una composizione profondamente diversa rispetto a quella delle generazioni precedenti.

    È a questo punto che la questione smette di essere statistica e diventa politico-istituzionale.

    Per decenni, l’Unione Europea ha trattato la demografia come un effetto collaterale delle politiche migratorie, non come una variabile da governare. L’ingresso, la stabilizzazione e il ricongiungimento familiare sono stati considerati passaggi quasi automatici, mentre l’integrazione è rimasta una categoria retorica, raramente tradotta in criteri giuridicamente verificabili.

    Il caso Bruxelles mostra le conseguenze di questa impostazione. Quando una trasformazione demografica avviene senza una strategia esplicita di governo, lo Stato perde progressivamente la capacità di orientare i processi di socializzazione. Scuola, servizi sociali e amministrazioni locali non operano più come strumenti di integrazione, ma come apparati di gestione di una pluralità di mondi paralleli.

    Qui emerge un punto che in Europa è diventato indicibile: l’integrazione presuppone una cornice maggioritaria stabile. Non in senso etnico o identitario, ma funzionale. L’integrazione è un processo asimmetrico: qualcuno entra in un sistema di regole, valori e istituzioni già definito. Se questa asimmetria viene meno, se il riferimento normativo e culturale dello Stato diventa minoritario nei territori chiave, il processo si blocca. Non perché fallisca, ma perché perde il suo presupposto.

    L’errore europeo è stato quello di rimuovere questa evidenza, trasformando l’integrazione in un concetto moralistico, privo di condizioni e privo di conseguenze. In questo quadro, l’idea stessa che lo Stato possa distinguere tra percorsi riusciti e percorsi non riusciti è stata espunta dal discorso pubblico.

    È esattamente qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione trova il suo fondamento razionale. Non come risposta emotiva, ma come ricostruzione di una funzione ordinaria dello Stato. L’integrazione non può essere presunta; deve essere verificata nel tempo. Dove produce adesione al patto civico, rispetto delle regole e partecipazione, la permanenza si consolida. Dove questi elementi mancano in modo strutturale, il ritorno deve tornare a essere una possibilità giuridica normale, regolata e non stigmatizzata.

    Il caso Bruxelles non dimostra una “sostituzione” nel senso propagandistico del termine. Dimostra qualcosa di più rilevante: la rinuncia europea a governare la demografia come fatto politico. Ignorare questa rinuncia significa accettare che il cambiamento avvenga senza criteri, senza limiti e senza strumenti correttivi. In altre parole, significa accettare che lo Stato rinunci a orientare il proprio futuro.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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  • Il Patto UE sull’immigrazione senza una teoria dell’integrazione

    Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo nasce con un’ambizione dichiarata di lungo periodo: superare l’emergenza permanente, rendere il sistema prevedibile, governabile, “ordinato”.

    Tuttavia, leggendo con attenzione i documenti attuativi, i report annuali e le comunicazioni della Commissione, emerge un dato che non può essere eluso: il Patto costruisce un sistema di procedure senza costruire una teoria dell’integrazione.

    E questo non è un vuoto secondario, ma una scelta strutturale.

    Il baricentro dell’intero impianto è chiaramente amministrativo. L’attenzione è concentrata su screening alle frontiere esterne, procedure accelerate, attribuzione delle responsabilità tra Stati, rafforzamento dei sistemi informativi, esecuzione dei rimpatri. Il linguaggio è quello della gestione dei flussi e dello stock di persone presenti sul territorio dell’Unione. È una grammatica giuridica fredda, tecnicamente coerente, ma concettualmente incompleta. L’immigrazione viene trattata come fenomeno da regolare, non come processo umano e sociale da governare nel tempo.

    In questo quadro, l’integrazione non scompare del tutto, ma viene declassata a variabile accessoria. Compare come problema di capacità dei sistemi nazionali – alloggi, mercato del lavoro, welfare – o come costo da contenere, mai come fondamento dell’architettura normativa. Non esiste, nel Patto, una definizione di integrazione; non esistono criteri condivisi per valutarla; non esiste un collegamento strutturale tra integrazione riuscita e stabilizzazione del soggiorno. L’integrazione non è il perno attorno al quale ruota il sistema, ma un effetto collaterale eventuale, lasciato alle politiche nazionali e, spesso, alle contingenze economiche.

    Questo rivela la persistenza di una visione economicista del fenomeno migratorio. Lo straniero è considerato soprattutto come fattore di pressione amministrativa o, al più, come risorsa lavorativa da assorbire finché utile. È una logica che misura l’immigrazione in termini di sostenibilità contabile e di capacità di assorbimento, non in termini di adesione all’ordinamento, ai valori costituzionali, alle regole di convivenza. Il lavoro resta il criterio implicito di legittimazione, mentre tutto ciò che attiene all’identità civica, alla lingua, al rispetto delle norme, alla partecipazione sociale rimane fuori dal disegno centrale.

    Il risultato è un Patto che decide più in fretta chi resta e chi va via, ma non chiarisce chi e come può diventare parte stabile della società europea. È un sistema efficiente nel selezionare, ma debole nel costruire appartenenza. E qui sta la frattura più profonda: l’Unione rinuncia a elaborare una visione dell’integrazione come obbligo reciproco, come percorso esigente, come condizione sostanziale della permanenza. In assenza di questa visione, l’intero impianto rischia di ridursi a una macchina di smistamento, dove l’alternativa non è tra integrazione riuscita e fallita, ma semplicemente tra permanenza temporanea e allontanamento.

    Questa scelta ha conseguenze che vanno oltre il diritto dell’immigrazione in senso stretto. Senza una teoria dell’integrazione, lo Stato perde uno strumento fondamentale di governabilità sociale. La mancata integrazione non viene letta come fallimento di un progetto, ma come dato neutro, da compensare con nuove procedure o con maggiore pressione sui rimpatri. È un approccio che rinvia il problema invece di affrontarlo: si gestisce l’ingresso e l’uscita, ma si evita di interrogarsi su cosa significhi davvero “restare”.

    In questo senso, il Patto UE non rappresenta un cambio di paradigma. Rende il sistema più ordinato, forse più efficiente, ma non più giusto né più stabile. L’integrazione resta un concetto evocato, mai assunto. E proprio questa assenza rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: un sistema che funziona sul piano procedurale, ma che continua a generare marginalità, conflitti latenti e insicurezza sociale.

    Se l’Europa vuole davvero superare la gestione emergenziale dell’immigrazione, deve fare un passo ulteriore e più difficile: riconoscere che senza integrazione come asse giuridico e culturale, nessun sistema di procedure potrà reggere nel lungo periodo. Finché questo nodo resterà irrisolto, il Patto resterà incompleto. Non perché manchino le regole, ma perché manca una visione di ciò che accade dopo l’ingresso, dopo la decisione, dopo il lavoro. In una parola: manca una teoria dell’integrazione.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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  • Europe’s Original Mistake: Integrating Before Deciding Who Is Allowed to Stay

    From a U.S. perspective, Europe’s migration crisis often looks confusing, contradictory, and self-inflicted. That impression is not wrong. At the heart of the European Union’s failure lies a fundamental mistake that American policymakers, despite their own divisions, have never fully embraced: Europe chose to integrate migrants before deciding who is actually allowed to stay.

    This was not an oversight. It was a political choice.

    The European Union built an entire system around “integration” while deliberately avoiding the prior and unavoidable question of membership. Who belongs? Who does not? And under what conditions does presence become permanent? Instead of answering these questions, European institutions replaced decision-making with management, sovereignty with procedures, and borders with administrative narratives.

    The recent OECD International Migration Outlook 2025, widely used by European institutions as a policy compass, confirms this structural flaw. Integration is framed as an economic tool, a labor-market strategy, a demographic adjustment mechanism.

    Migrants are discussed primarily in terms of productivity, skills, and workforce participation. What is missing is not data—but political judgment.

    Nowhere in this framework does integration function as a threshold. There is no point at which failed integration leads to a clear consequence. There is no moment when authorities say: this path has not worked, therefore remaining is no longer justified. Integration becomes an endless process, not a condition. A promise without an end.

    This is where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione directly challenges the European model.

    From a U.S. standpoint, the logic is straightforward. Borders exist because political communities exist. Immigration systems are sustainable only if entry, permanence, and removal are clearly linked. In Europe, that link has been severed. Once a migrant enters the integration system—whether through asylum, temporary protection, or regularization mechanisms—presence slowly turns into permanence, regardless of outcomes.

    The OECD dossier unintentionally exposes this contradiction. It celebrates increasingly sophisticated integration policies—language courses, employment fast-tracks, digital monitoring, AI-based job matching—while completely disconnecting them from the right to remain. Integration is measured, funded, and expanded, but never enforced as a requirement.

    Returns, when mentioned, are treated as a separate technical issue, reserved for rejected asylum seekers or formally irregular migrants. They are never framed as the natural consequence of non-integration. This separation is crucial. It allows European institutions to avoid the uncomfortable truth that not everyone can or will integrate, and that a serious system must acknowledge this.

    In the United States, migration debates are often polarizing, but one principle remains central: the state retains the authority to decide who stays. Europe, by contrast, has diluted that authority through endless exceptions, humanitarian shortcuts, and de facto regularizations. The result is a system that integrates without limits and governs without consequences.

    The paradigm Integrazione o ReImmigrazione restores a missing element in the European discussion: responsibility. Integration is not rejected; it is taken seriously. It is understood as a real obligation—learning the language, respecting the legal order, contributing economically, accepting the rules of the host society. And crucially, it has an outcome. If integration fails, ReImmigrazione is not a punishment, but a structural component of a credible migration system.

    For an American audience, this should sound familiar. No country can sustain open-ended integration without selection, nor can it preserve social cohesion by refusing to draw boundaries. Europe’s mistake was believing it could.

    As long as the European Union continues to integrate without deciding who is allowed to stay, it will remain trapped in legal ambiguity, social tension, and political paralysis. The OECD report does not solve this problem—but it reveals it clearly. Management without decision is not governance.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist registered in the EU Transparency RegisterID 280782895721-36

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  • Report on Legal Outreach Activities Conducted During 2025

    Approximately 172,000 total content engagements between January 2025 and January 2026

    During 2025, my professional activity as an attorney, primarily focused on immigration law, was accompanied by an extensive and continuous legal outreach effort aimed at improving public understanding of legal frameworks, judicial approaches, and procedural aspects related to immigration policy.

    This outreach activity was carried out alongside the practice of law and consisted of the production and dissemination of legal analyses, explanatory materials, and informational content. The objective was to make complex immigration law issues accessible to a broader audience while maintaining a rigorous and methodologically sound approach to legal sources and case law, consistent with professional ethical standards.

    In the interest of transparency and accountability, this report presents aggregated data concerning the actual use of the published legal content during the period from January 2025 to January 2026.

    Over the reference period, the legal materials disseminated as part of this activity recorded approximately 172,000 total engagements, understood as:

    • readings of legal articles and explanatory publications;
    • views of video-based legal content;
    • listens to audio materials and podcasts.

    These figures reflect actual content consumption only and deliberately exclude mere impressions, reach, or exposure metrics. This approach follows a conservative and methodologically rigorous standard, commonly used in policy analysis and institutional reporting.

    The published content addressed, in particular:

    • immigration law frameworks and judicial developments;
    • procedural explanations relevant to migrants, practitioners, and policymakers;
    • systemic reflections on migration governance and legal institutions;
    • informational materials intended for both the general public and sector professionals.

    In parallel with content production, legal information was also shared through professional social media channels. On LinkedIn, during the same period, published materials generated over 112,000 impressions, reaching approximately 47,000 unique users.
    These figures are reported separately, as they refer to dissemination metrics and are not included in the engagement count mentioned above.

    This report aims to provide a concise and verifiable overview of the informational impact of a legal outreach activity closely connected to professional legal practice. The initiative was conducted in accordance with principles of accuracy, professional responsibility, and methodological rigor.

    Legal outreach activities will continue throughout 2026, in line with ongoing professional commitments, with the goal of contributing to a more informed and evidence-based public discussion on immigration law and its legal and social implications.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Bologna Bar Association

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  • Senza adesione ai valori costituzionali, non c’è integrazione possibile

    L’integrazione non è uno slogan politico né una categoria sociologica indefinita. È, prima di tutto, un fatto giuridico e istituzionale, che presuppone un rapporto di affidabilità tra lo Stato e lo straniero che aspira a una forma stabile di appartenenza alla comunità nazionale. Senza questo presupposto, l’integrazione si riduce a una finzione, utile solo a rinviare il problema.

    Questo dato emerge con chiarezza anche dalla giurisprudenza amministrativa più recente. Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sezione Quinta Bis, sentenza numero 11772 del 29 aprile 2025 (pubblicata il 16 giugno 2025, ruolo generale numero 8341 del 2018), ha ribadito un principio essenziale: l’accesso alla cittadinanza – e, più in generale, alla piena integrazione giuridica – presuppone l’assenza di qualunque dubbio circa l’adesione del richiedente ai valori costituzionali e alla sicurezza della Repubblica.

    La decisione è netta. Quando l’Amministrazione dispone di elementi informativi, provenienti dagli organismi di sicurezza dello Stato, tali da non consentire di escludere un rischio per l’ordinamento democratico, l’interesse dello straniero diventa recessivo rispetto alla tutela della comunità nazionale. In questo quadro, non è richiesta una prova penale piena né una condanna definitiva: è sufficiente una valutazione prognostica negativa, fondata su criteri di prevenzione avanzata.

    Il TAR lo afferma senza ambiguità, chiarendo che la cittadinanza non è un diritto automatico, ma un atto di ammissione nella comunità politica. E proprio perché comporta l’attribuzione di diritti politici, accesso a cariche pubbliche e incidenza sulla vita democratica del Paese, essa richiede una fiducia piena e non dubitabile. Dove questa fiducia manca, l’integrazione non può dirsi realizzata.

    Questo passaggio è centrale anche sul piano politico. Per anni si è sostenuto che l’integrazione dovesse essere perseguita comunque, anche in presenza di segnali di incompatibilità culturale, ideologica o valoriale. La sentenza del TAR Lazio smentisce radicalmente questa impostazione: l’integrazione non è un processo neutro, ma un percorso che implica adesione consapevole ai principi fondanti dello Stato costituzionale.

    Il richiamo ai valori costituzionali non è retorico. Libertà individuali, uguaglianza di genere, rifiuto della violenza politica, rispetto delle istituzioni democratiche e della legalità sono il nucleo minimo dell’appartenenza civica. Senza la condivisione effettiva di questi principi, non c’è integrazione, ma semplice permanenza materiale sul territorio.

    È qui che si inserisce il paradigma Integrazione o ReImmigrazione. L’integrazione non è un automatismo legato al tempo di soggiorno o all’inserimento lavorativo occasionale. È un patto. Quando il patto non si realizza – per mancanza di affidabilità, di adesione ai valori costituzionali o di rispetto delle regole fondamentali – lo Stato deve prendere atto del fallimento del percorso integrativo.

    La ReImmigrazione non è una sanzione, né una scorciatoia ideologica. È la conseguenza logica di un sistema che vuole restare coerente. Come dimostra la giurisprudenza amministrativa, uno Stato che rinuncia alla prevenzione e alla tutela anticipata della sicurezza abdica alla propria funzione essenziale. E uno Stato che non sa dire “no” quando è necessario, finisce per indebolire anche le integrazioni autentiche.

    La sentenza del TAR Lazio del 29 aprile 2025 lo afferma con chiarezza: senza adesione piena e non equivoca ai valori costituzionali, l’integrazione non è giuridicamente possibile. Il resto è narrazione.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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  • Arbeit ersetzt keine Integration: Das Scheitern des ökonomischen Migrationsmodells

    Über viele Jahre hinweg hat sich die europäische – und in besonderem Maße die deutsche – Migrationspolitik auf eine zentrale Annahme gestützt: Arbeit führe automatisch zur Integration. Wer arbeitet, so die verbreitete Überzeugung, fügt sich ein, beteiligt sich, wird Teil der Gesellschaft. Diese Annahme war bequem, politisch anschlussfähig und ökonomisch attraktiv. Sie war jedoch falsch. Und ihr Scheitern wird heute immer deutlicher sichtbar.

    Das ökonomische Migrationsmodell reduziert Migration auf Funktionalität. Der Migrant erscheint primär als Arbeitskraft, als Antwort auf demografischen Wandel, Fachkräftemangel oder wirtschaftliche Bedürfnisse. Integration wird in diesem Modell nicht als eigenständiger Prozess verstanden, sondern als Nebenprodukt der Erwerbstätigkeit. Der Arbeitsplatz ersetzt Sprache, Rechtsbindung und gesellschaftliche Einordnung. Genau hier liegt der systemische Fehler.

    Arbeit schafft Einkommen, nicht Zugehörigkeit. Sie ermöglicht Teilhabe am Markt, aber nicht zwingend Teilhabe am Gemeinwesen. Wer arbeitet, ist noch nicht integriert im rechtlichen, kulturellen und zivilgesellschaftlichen Sinne. Integration verlangt mehr: Sprachkompetenz, Akzeptanz der Rechtsordnung, Verständnis gesellschaftlicher Regeln und die Bereitschaft, sich in eine bestehende Ordnung einzuordnen. Das ökonomische Modell blendet diese Dimensionen aus – mit gravierenden Folgen.

    In Deutschland wurde diese Verkürzung besonders deutlich. Die Politik setzte auf Arbeitsmarktintegration, Qualifizierung und Zugang zu Sozialleistungen, während sie gleichzeitig darauf verzichtete, Integration als verbindliche Voraussetzung für dauerhaften Aufenthalt klar zu definieren. Pflichten wurden relativiert, Erwartungen abgeschwächt, Anforderungen fragmentiert. Integration wurde zu einer individuellen Option, nicht zu einer staatlich eingeforderten Verpflichtung.

    Das Ergebnis ist eine Form der funktionalen Integration ohne gesellschaftliche Integration. Menschen sind wirtschaftlich eingebunden, bleiben jedoch sozial und normativ distanziert. Es entstehen Parallelstrukturen, nicht aus bewusster Abgrenzung, sondern aus fehlender Orientierung. Wo der Staat keine klaren Maßstäbe setzt, entsteht kein gemeinsamer Referenzrahmen. Der Rechtsstaat verliert seine ordnende Kraft.

    Besonders problematisch ist dabei die politische Illusion, wirtschaftliche Nützlichkeit könne normative Defizite kompensieren. Solange jemand arbeitet, so die implizite Logik, soll auf weitergehende Integrationsanforderungen verzichtet werden. Doch diese Logik ist kurzsichtig. Sie verschiebt Konflikte in die Zukunft und entkoppelt Aufenthalt von Zugehörigkeit. Sobald wirtschaftliche Bedingungen sich ändern oder soziale Spannungen zunehmen, fehlt dem Staat jede Grundlage, um Integration einzufordern oder Konsequenzen zu ziehen.

    Das ökonomische Modell führt damit nicht zu Stabilität, sondern zu Fragilität. Es produziert ein dauerhaftes Ungleichgewicht zwischen Rechten und Pflichten. Rechte werden gewährt, ohne dass klare Erwartungen formuliert werden. Pflichten werden vorausgesetzt, ohne dass sie eingefordert werden. In einem solchen System ist Scheitern vorprogrammiert – nicht aus ideologischen Gründen, sondern aus institutioneller Logik.

    Die aktuellen politischen Reaktionen sind Ausdruck dieses Scheiterns. Steigende Skepsis in der Bevölkerung, Vertrauensverlust in staatliche Institutionen, Polarisierung der Migrationsdebatte. Der Ruf nach strengeren Kontrollen und konsequenteren Rückführungen ist nicht Ursache, sondern Folge eines Modells, das Integration nie ernsthaft eingefordert hat. Wo Integration ausbleibt, bleibt dem Staat nur die nachträgliche Korrektur durch Zwang.

    Ein zukunftsfähiges Migrationssystem muss daher mit dieser Verkürzung brechen. Arbeit kann Integration unterstützen, aber sie nicht ersetzen. Integration muss als eigenständiger, rechtlich relevanter Prozess begriffen werden, mit klaren Anforderungen und überprüfbaren Kriterien. Dauerhafter Aufenthalt darf nicht allein an ökonomische Verwertbarkeit geknüpft sein, sondern an die tatsächliche Einordnung in die Rechts- und Gesellschaftsordnung.

    Solange Europa – und Deutschland im Besonderen – an dem Glauben festhält, Arbeit sei gleich Integration, wird sich das System weiter von innen heraus destabilisieren. Nicht weil Migration an sich problematisch wäre, sondern weil sie auf ein reduziertes, unvollständiges Modell gestützt wird. Das Scheitern des ökonomischen Ansatzes ist kein moralisches Urteil. Es ist eine nüchterne Feststellung staatlicher Realität.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Lobbyist
    EU-Transparenzregister Nr. 280782895721-36

    Articoli

  • L’immigrazione come funzione economica: origine e crisi di un paradigma

    Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

    Nel primo episodio abbiamo chiarito un punto fondamentale: l’immigrazione non è un fatto naturale né un processo automatico, ma un rapporto giuridico che deve essere governato fino in fondo. In questa puntata facciamo un passo ulteriore e affrontiamo uno dei pilastri impliciti del dibattito contemporaneo, spesso dato per scontato e raramente messo in discussione: l’idea che l’immigrazione sia, prima di tutto, una funzione economica.

    Questo paradigma non nasce per caso. Si afferma progressivamente nel secondo dopoguerra, quando i flussi migratori vengono letti come risposta strutturale al fabbisogno di manodopera. L’immigrato è, in questa prospettiva, una risorsa produttiva. Entra perché serve, resta perché lavora, si stabilizza perché contribuisce. È uno schema lineare, apparentemente razionale, che ha avuto una sua coerenza storica in contesti ben delimitati, ma che nel tempo è stato trasformato in una vera e propria ideologia di sistema.

    Il passaggio decisivo avviene quando il lavoro smette di essere una delle condizioni del soggiorno e diventa il suo fondamento esclusivo. Il titolo di soggiorno non è più lo strumento attraverso cui lo Stato governa la presenza dello straniero, ma il riflesso automatico di una posizione lavorativa. Il diritto si ritrae, l’economia avanza. E con essa avanza un’idea semplificata: se lavori, resti; se resti abbastanza a lungo, ti integri; se ti integri, la permanenza diventa irreversibile.

    È qui che il paradigma economicista mostra la sua prima crepa. Perché il lavoro, per sua natura, è instabile, diseguale, discontinuo. Non misura il rispetto delle regole, non garantisce l’adesione ai valori costituzionali, non assicura l’integrazione sociale. E soprattutto non può sostituirsi allo Stato nel valutare se una presenza sul territorio sia compatibile, sostenibile e legittima nel tempo.

    In Italia questo approccio trova una delle sue espressioni più emblematiche nel sistema dei flussi di ingresso per lavoro. Il cosiddetto decreto flussi nasce come strumento di programmazione, ma nel tempo si trasforma in un meccanismo di sanatoria permanente, spesso postuma, nella quale il lavoro viene utilizzato per regolarizzare ciò che è già avvenuto, non per governare ciò che deve avvenire. L’ingresso non è selezionato, è assorbito. La permanenza non è valutata, è tollerata. L’integrazione non è verificata, è presunta.

    Il risultato è un rovesciamento silenzioso delle categorie giuridiche. Il tempo diventa il vero fattore legittimante. Più si resta, più si diventa intoccabili. Più si accumulano anni di presenza, più lo Stato perde la capacità di incidere. Ma il tempo, di per sé, non integra. Il tempo non educa, non responsabilizza, non costruisce appartenenza. Il tempo, senza regole applicate, produce solo radicamenti irregolari e conflitti latenti.

    Il mercato del lavoro, a sua volta, non è un soggetto neutro. Non ha interesse all’integrazione, ma alla prestazione. Non valuta la legalità complessiva della presenza, ma la convenienza immediata. Affidare al mercato una funzione che è propria dello Stato significa accettare una delega impropria, che finisce per svuotare la sovranità decisionale senza produrre vera inclusione.

    La crisi di questo paradigma è oggi evidente. Non solo nei dati sull’integrazione fallita, sulle seconde generazioni in difficoltà, sulla marginalità urbana, ma anche sul piano istituzionale. Lo Stato si trova a gestire presenze che non ha selezionato, che non ha verificato, che non riesce più a governare. E quando prova a intervenire, lo fa in modo episodico, emergenziale, spesso tardivo.

    È qui che diventa necessario un cambio di prospettiva. L’immigrazione non può essere ridotta a funzione economica senza perdere la sua dimensione giuridica. Il lavoro è uno strumento, non un fondamento. È una componente dell’integrazione, non la sua garanzia. Senza un sistema di regole chiare, di verifiche effettive e di conseguenze applicate, il lavoro diventa un alibi, non una soluzione.

    In questo senso, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce anche come risposta alla crisi dell’approccio economicista. Non per negare il valore del lavoro, ma per rimetterlo al suo posto. All’interno di un sistema nel quale lo Stato torna a esercitare la sua funzione di governo, e nel quale la permanenza non è il risultato automatico dell’utilità economica, ma l’esito di un percorso verificabile.

    Nel prossimo episodio affronteremo proprio questo passaggio decisivo: il superamento dell’idea di utilità e l’introduzione della responsabilità. Perché se l’immigrazione è un rapporto giuridico, allora la permanenza non è un diritto acquisito, ma una condizione che deve essere continuamente legittimata.

    Articoli

  • L’errore originario dell’Unione europea: integrare senza decidere chi può restare

    C’è un errore di fondo, mai corretto e anzi progressivamente aggravato, che segna tutta la gestione europea del fenomeno migratorio: l’Unione europea ha costruito un sistema di integrazione senza aver mai chiarito, in modo politico e giuridicamente vincolante, chi abbia titolo a restare sul territorio europeo.
    È un errore originario, perché viene prima di ogni singola scelta normativa, prima dei fondi, dei programmi, dei piani d’azione e delle riforme procedurali. Ed è un errore che continua a produrre effetti distorsivi, come dimostra anche il recente dossier OCSE sull’andamento delle politiche migratorie e di integrazione.

    Nel linguaggio delle istituzioni europee – e degli organismi che ne condividono l’impostazione, come l’OCSE – l’integrazione è diventata una sorta di processo permanente, qualcosa che si avvia automaticamente con l’ingresso sul territorio e che, una volta avviato, tende a legittimare la permanenza stessa. Il punto, però, è che l’Unione europea non ha mai compiuto l’atto preliminare essenziale: decidere chi può restare e chi no, sulla base di criteri chiari, verificabili e soprattutto reversibili.

    Il dossier OCSE 2025 lo conferma in modo quasi paradigmatico. L’integrazione viene presentata come un obiettivo in sé, come un investimento economico e sociale, come uno strumento per rispondere alle esigenze dei mercati del lavoro e all’invecchiamento demografico. Ma ciò che manca, sistematicamente, è il collegamento tra integrazione e legittimità della permanenza. L’integrazione viene misurata, accompagnata, finanziata, monitorata, ma non viene mai utilizzata come criterio selettivo. Non esiste, nel modello descritto dal dossier, un momento in cui si dica apertamente: se l’integrazione non riesce, la permanenza deve cessare.

    È qui che emerge la contraddizione insanabile con il paradigma Integrazione o ReImmigrazione. In quel paradigma l’integrazione non è una promessa indefinita né un processo unilaterale, ma un dovere sostanziale, che riguarda il lavoro, la lingua, il rispetto delle regole e la convivenza con la comunità ospitante. Ed è un dovere che ha una conseguenza: chi non si integra non può restare. Senza questa conseguenza, l’integrazione perde ogni forza normativa e diventa una formula retorica.

    L’Unione europea, invece, ha scelto un’altra strada. Ha preferito parlare di inclusione, accompagnamento, partecipazione, senza mai affrontare il nodo della selezione. Il risultato è un sistema che integra senza decidere, che accoglie senza delimitare, che gestisce senza governare. Il dossier OCSE fotografa perfettamente questa impostazione quando descrive politiche di integrazione sempre più sofisticate, digitalizzate, orientate al lavoro, ma del tutto sganciate da una valutazione politica del diritto a restare.

    Ancora più significativo è il modo in cui il dossier tratta il tema dei ritorni. I rimpatri e le politiche di ritorno vengono collocati in un ambito separato, quasi residuale, legato all’irregolarità formale o al rigetto delle domande di protezione. Non vengono mai concepiti come l’esito fisiologico di un fallimento dell’integrazione. Questo significa, in concreto, che una persona può rimanere per anni all’interno dei sistemi di accoglienza e integrazione europei senza mai essere realmente integrata, senza mai essere messa di fronte a una scelta chiara, senza mai uscire dal sistema.

    È qui che si manifesta l’errore originario dell’Unione europea: aver rimosso il concetto di limite. Nel modello europeo non esiste un “punto di arresto” dell’integrazione, non esiste un momento in cui lo Stato – o l’Unione – dica che il percorso non ha funzionato e che, di conseguenza, la permanenza non è più giustificata. Tutto viene rinviato, prorogato, assorbito in nuove misure, nuovi programmi, nuove regolarizzazioni di fatto o di diritto.

    Il dossier OCSE, pur nella sua pretesa neutralità tecnica, diventa così uno specchio fedele di questo fallimento politico. Mostra un’Europa capace di analizzare dati, costruire indicatori, finanziare progetti, ma incapace di assumersi la responsabilità fondamentale di ogni politica migratoria: decidere chi fa parte della comunità e chi no. Senza questa decisione, l’integrazione resta un processo vuoto, e la società ospitante viene privata di ogni certezza.

    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce esattamente per colmare questo vuoto. Non nega l’integrazione, ma la restituisce al suo significato autentico: non un diritto automatico, bensì una condizione. E soprattutto ricolloca la ReImmigrazione non come una sconfitta, ma come una componente strutturale di un sistema serio, credibile e sostenibile.

    Finché l’Unione europea continuerà a integrare senza decidere chi può restare, continuerà a produrre disordine normativo, conflitto sociale e sfiducia democratica. Il dossier OCSE 2025 lo dimostra involontariamente: senza il coraggio della decisione, la gestione non basta.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione EuropeaID 280782895721-36

    Articoli

  • Relazione sull’attività di divulgazione giuridica svolta nel corso dell’anno 2025

    Il think tank ReImmigrazione.com opera su un impianto giuridicamente strutturato e su un’attività continuativa di analisi normativa e giurisprudenziale, intesa come presupposto essenziale per una discussione seria, informata e responsabile sui temi dell’immigrazione, dell’integrazione e delle politiche di rimpatrio.
    In questa prospettiva, la trasparenza dei dati e la chiarezza metodologica costituiscono elementi imprescindibili per qualificare il dibattito pubblico e sottrarlo a semplificazioni ideologiche o narrazioni distorte.

    Il presente documento rende conto, in modo verificabile e prudenziale, dell’attività di divulgazione giuridica svolta nel corso dell’anno 2025, che costituisce il fondamento tecnico e professionale del paradigma «Integrazione o ReImmigrazione».

    Circa 172.000 fruizioni complessive nel periodo gennaio 2025 – gennaio 2026

    Nel corso del 2025 la mia attività professionale di avvocato, svolta prevalentemente nell’ambito del diritto dell’immigrazione, si è accompagnata a un’intensa e continuativa attività di divulgazione giuridica, finalizzata a favorire una maggiore comprensione di istituti normativi, orientamenti giurisprudenziali e profili procedurali di particolare rilevanza pubblica.

    L’attività di divulgazione ha affiancato l’esercizio della professione forense e si è sviluppata attraverso la produzione e diffusione di contenuti informativi e di approfondimento giuridico, con l’obiettivo di rendere accessibili temi complessi del diritto dell’immigrazione, mantenendo un approccio rigoroso alle fonti normative e giurisprudenziali e nel rispetto dei principi di correttezza e continenza propri della funzione dell’avvocato.

    In un’ottica di trasparenza e correttezza informativa, si ritiene opportuno rendere pubblici alcuni dati aggregati relativi alla fruizione dei contenuti divulgativi nel periodo gennaio 2025 – gennaio 2026.

    Nel periodo considerato, i contenuti giuridici diffusi nell’ambito di tale attività hanno registrato circa 172.000 fruizioni complessive, intese come:

    • letture di articoli e contributi informativi;
    • visualizzazioni di contenuti video;
    • ascolti di contenuti audio e podcast.

    Il dato si riferisce esclusivamente a forme di effettivo consumo dei contenuti e non include metriche di mera esposizione o visibilità, adottando un criterio prudenziale e metodologicamente rigoroso.

    I contenuti hanno riguardato, in particolare:

    • profili normativi e giurisprudenziali del diritto dell’immigrazione;
    • chiarimenti di carattere procedurale;
    • riflessioni di ordine sistemico su istituti e politiche migratorie;
    • contributi informativi rivolti sia ai cittadini interessati sia agli operatori del settore.

    All’attività di divulgazione si è affiancata una diffusione informativa sui canali social professionali, in particolare su LinkedIn, dove nel medesimo periodo i contenuti pubblicati hanno registrato oltre 112.000 impressioni, raggiungendo circa 47.000 utenti unici.
    Tali dati sono indicati separatamente in quanto riferiti a metriche di diffusione e non rientrano nel computo delle fruizioni sopra richiamate.

    La presente relazione intende offrire una rappresentazione sintetica e verificabile dell’impatto informativo di un’attività di divulgazione giuridica strettamente connessa all’esercizio della professione forense e all’elaborazione analitica del think tank ReImmigrazione.com, svolta nel rispetto dei doveri di correttezza, rigore e responsabilità che caratterizzano la funzione dell’avvocato.

    L’attività di divulgazione proseguirà anche nel 2026, in continuità con l’impegno professionale e analitico sopra delineato, con l’obiettivo di contribuire a una maggiore consapevolezza giuridica in materia di diritto dell’immigrazione e delle sue ricadute normative e sociali.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Foro di Bologna

    Articoli

  • Immigration as an Economic Function: The Rise and Crisis of a Paradigm

    Welcome to a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.
    I am Attorney Fabio Loscerbo.

    For several decades, immigration in Western democracies has been governed through a predominantly economic lens. Entry has been justified by labor shortages, permanence by productivity, and integration by employment and time. Immigration policy has been reduced to a question of workforce supply, demographic compensation, and macroeconomic balance. In this framework, the foreign national is not treated primarily as a legal subject, but as an economic variable.

    This approach did not emerge by accident. It developed in a historical context marked by industrial demand, aging populations, and the belief that markets could regulate social processes more efficiently than law. Immigration became a tool to correct labor imbalances, and legal status became a byproduct of economic usefulness. If someone worked, paid taxes, and filled a gap in the labor market, permanence was implicitly legitimized. Integration was assumed to follow naturally.

    The problem is that this paradigm confuses correlation with causation. Employment does not produce integration by itself. Economic participation does not guarantee adherence to legal norms, civic values, or institutional loyalty. Yet immigration systems increasingly acted as if labor absorption were sufficient to justify long-term presence. Law stepped back, and economics took its place.

    This shift had profound consequences. When immigration is governed as an economic function, the State progressively abandons its evaluative role. Decisions about who stays and under what conditions are no longer framed as legal judgments, but as outcomes of market dynamics. Permanence consolidates by inertia, not by verification. Over time, the distinction between lawful stay and indefinite presence becomes blurred, and return is expelled from the system, treated as an anomaly rather than as a possible legal outcome.

    One of the clearest symptoms of this crisis is the way immigration is measured and discussed. Migrants are often described in terms of contribution to GDP, fiscal balance, or labor supply. These indicators may be relevant for economic analysis, but they are structurally incapable of governing a legal relationship. A legal system cannot be built on macroeconomic averages. Law requires individual assessment, conditions, and consequences.

    The economic paradigm also produced a dangerous simplification: the idea that regulating entry is sufficient. States invested enormous energy in managing quotas, visas, and recruitment channels, while largely neglecting what happens after entry. Integration was delegated to time, to the market, or to social services. The result was a system efficient at opening the door, but structurally incapable of managing permanence.

    This failure becomes evident when economic conditions change. When labor demand fluctuates, or when migrants lose their employment, the system reveals its fragility. If permanence is justified only by utility, what happens when that utility disappears? Without a legal framework based on responsibility and conditionality, the State has no coherent answer. Presence remains, but justification dissolves.

    Another structural flaw of the economic paradigm is its incapacity to deal with security and social cohesion. By treating migrants primarily as workers, the system downplays conduct, compliance with legal norms, and compatibility with the constitutional order. When problems emerge—radicalization, criminal behavior, or persistent non-compliance—they are perceived as external failures rather than as symptoms of a governance vacuum. The State intervenes late, often in an emergency-driven and disproportionate manner.

    This is why the economic paradigm ultimately undermines both integration and enforcement. By removing law from the center of immigration governance, it produces a system that is permissive without being inclusive, tolerant without being structured. Integration becomes a rhetorical promise, and return becomes politically untouchable.

    The paradigm Integration or ReImmigration starts by rejecting this reduction. It does not deny the role of labor or the relevance of economic participation. Work matters, but it is only one element of integration, not its foundation. Immigration cannot be governed as a market process, because it involves sovereignty, public order, and fundamental rights.

    Reintroducing law means reasserting that immigration is a legal relationship. Entry is authorized, not owed. Stay is conditional, not automatic. Permanence must be justified over time, not presumed. And when those conditions are not met, the legal system must be capable of concluding the process without hysteria or improvisation.

    The crisis of the economic paradigm is therefore not a failure of immigration itself, but a failure of governance. It shows what happens when the State renounces its normative role and delegates decisions to impersonal forces. In the next episode, we will examine the necessary correction to this model: the transition from utility to responsibility, and the restoration of immigration as a structured legal relationship.

    Thank you for listening.

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  • Komplementärer Schutz und ReImmigration

    Anmerkungen zum Beschluss des Tribunals von Cagliari, R.G. Nr. 5109/2024, erlassen am 23. Dezember 2025

    In der deutschen Debatte über Migration und Rückführung besteht häufig ein grundlegendes Missverständnis: Jede Form des Schutzes vor Abschiebung wird faktisch als Schritt in Richtung dauerhaften Aufenthalts interpretiert. Diese Gleichsetzung ist weder rechtlich zwingend noch systematisch korrekt. Sie unterminiert vielmehr die innere Kohärenz des Aufenthaltsrechts.

    Ein aktueller Beschluss des Tribunals von Cagliari, Abteilung für Einwanderung, Aktenzeichen (R.G.) Nummer 5109/2024, erlassen am 23. Dezember 2025, bietet einen aufschlussreichen Vergleich für die deutsche Rechtsordnung. In diesem Verfahren hat das italienische Gericht ausdrücklich den Flüchtlingsstatus sowie den subsidiären Schutz verneint und allein einen sogenannten komplementären Schutz anerkannt.

    Dieser Schutz begründet kein Aufenthaltsrecht im positiven Sinne. Er stellt vielmehr ein rechtliches Abschiebungshindernis dar, das aus verfassungsrechtlichen und völkerrechtlichen Verpflichtungen des Staates folgt. Die Entscheidung beruht nicht auf einer integrationspolitischen Bewertung, sondern auf der Feststellung, dass eine Abschiebung zum Zeitpunkt der Entscheidung unverhältnismäßig wäre und fundamentale Rechte verletzen würde.

    Systematisch entspricht dieser Ansatz der deutschen Unterscheidung zwischen Aufenthaltsrecht und Abschiebungsverbot. Der komplementäre Schutz fungiert als temporäre Sperre der Rückführung, nicht als Grundlage eines dauerhaften Status. Seine Funktion ist negativ und begrenzend: Er verhindert eine rechtswidrige Maßnahme, ohne ein Bleiberecht zu schaffen.

    Gerade aus Sicht des deutschen Rechtsstaats ist dieser Punkt zentral. Der Richter hebt die Durchsetzungskompetenz des Staates nicht auf, sondern unterwirft sie einer Verhältnismäßigkeitsprüfung, wie sie auch im deutschen Verwaltungs- und Verfassungsrecht selbstverständlich ist. Die staatliche Befugnis zur Rückführung bleibt bestehen, wird jedoch an die Bindung an höherrangiges Recht geknüpft.

    Hier setzt das Konzept der ReImmigration an. ReImmigration bedeutet nicht die Negation von Schutzmechanismen. Sie bedeutet vielmehr die Wiederherstellung der Systemlogik, nach der Schutz und Rückführung funktional aufeinander folgen. Schutz ist zulässig und geboten, solange rechtliche Abschiebungshindernisse bestehen. Rückführung wird zur regulären Konsequenz, sobald diese Hindernisse entfallen.

    Der Beschluss des Tribunals von Cagliari vom 23. Dezember 2025, R.G. Nummer 5109/2024, zeigt exemplarisch, dass diese Logik praktikabel ist. Der Schutz wird individuell begründet, zeitlich offen, aber rechtlich begrenzt. Er ist nicht mit einer stillschweigenden Regularisierung verbunden und enthält keine automatische Perspektive auf Daueraufenthalt.

    Für den deutschen Kontext ist diese Differenzierung von besonderer Bedeutung. Ein Aufenthaltsrecht, das temporäre Schutzinstrumente faktisch in dauerhafte Status umwandelt, verliert seine innere Konsistenz. Ein Rechtsstaat hingegen gewinnt an Glaubwürdigkeit, wenn er Schutz gewährt, ohne den Endpunkt aus dem Blick zu verlieren.

    Komplementärer Schutz ist daher kein Ausdruck staatlicher Schwäche. Er ist Ausdruck rechtlicher Präzision. Die ReImmigration bildet das notwendige Gegenstück: Sie stellt sicher, dass das System nicht im Ausnahmezustand verharrt, sondern nach Wegfall der Schutzgründe wieder zur Regel zurückkehrt.

    Ein Migrationsrecht, das Schutz kennt, aber keine Rückführung mehr zulässt, ist strukturell defekt. Der Beschluss von Cagliari erinnert daran, dass Rechtsschutz und Durchsetzung keine Gegensätze sind, sondern Bestandteile eines funktionierenden Rechtsstaates.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Anwaltskammer Bologna
    Eingetragen im Transparenzregister der Europäischen Union

    Articoli

  • Mobility Without Accountability: The Bologna Case Seen from Post-Brexit Britain

    For a British reader, the homicide that occurred in Bologna is not primarily an emotional story, nor a question of European identity. It is a clear case of policy failure. The kind of event that raises a typically British question: did the system work, or did it not?
    Viewed from a post-Brexit United Kingdom, Bologna becomes a test case of the European Union’s ability to manage the real-world consequences of its own policies. It is not a British failure. It is a European one, observed from the outside.

    Bologna as a failure of early intervention
    According to media reports, the suspect in the Bologna homicide was a European Union citizen, lawfully present, but living for a long time in a condition of extreme marginality, without stable employment, housing, or social integration, and visibly present around the railway station area.
    For a UK audience, this detail is decisive. Not because it explains the crime, but because it shows that the situation was known and tolerated. The system did not react early. It allowed a condition of obvious non-integration to persist without triggering any corrective response. In British terms, this is a textbook case of policy inertia.

    Integration as behaviour, not identity
    In the British debate, integration has never been about identity or cultural assimilation. It has always been understood as behaviour within the shared public space. Respect for rules, contribution to the community, and the absence of persistent disorder.
    Seen through this lens, the Bologna case is not about who the individual was, but about how he lived within the community, and how long that situation was tolerated without consequence. For a British reader, integration without consequences is not integration at all. It is simply a refusal to govern.

    The European Union observed from the outside
    The United Kingdom left the European Union partly because of a perceived imbalance between rights granted and responsibilities enforced. From outside the EU, the Bologna case reinforces that perception.
    The EU constructed free movement as a structural right, but never created an effective mechanism to address failed integration. When a person is legally present yet clearly non-integrated, the European system struggles to act. Tolerance becomes indefinite, and intervention arrives only after irreversible damage.
    For a British audience, this confirms a familiar lesson: systems that refuse to act early inevitably end up acting too late.


    Integration or ReImmigrazione as a common-sense response
    In this context, the paradigm Integration or ReImmigrazione can be understood by a UK audience not as an ideological doctrine, but as a common-sense administrative response. It is not deportation, and it is not criminal punishment. It is the withdrawal of tolerance when integration has clearly failed and no realistic prospect of recovery exists.
    From a British perspective, the issue is not moral but functional. A system that recognises integration only in theory, and never attaches consequences to its failure, cannot be taken seriously.

    Europe’s unresolved ambiguity
    The Bologna case exposes a structural ambiguity that the UK chose no longer to manage from within. The European Union has never decided whether it wants to be a genuine political community with shared responsibility, or merely a system of mobility with nationally fragmented accountability.
    If the EU were to evolve into a truly integrated framework, with shared responsibility for social policy, public order, and enforcement, the problem would largely disappear. But as long as that evolution remains unresolved, member states are left to absorb the consequences of European decisions alone.
    From a British point of view, this unresolved ambiguity is precisely what makes the system fragile.

    Bologna as a European case study
    For the UK audience, Bologna is not an ideological argument against Europe. It is a case study. It shows what happens when policy prioritises abstract principles and indefinitely postpones practical consequences.
    The lesson is simple and difficult to contest: a system that refuses to intervene early ends up intervening only after harm has occurred. In this sense, Bologna is not a tragic anomaly, but a predictable outcome of a policy without accountability.
    Seen from post-Brexit Britain, Integration or ReImmigrazione appears not as a provocation, but as an attempt to correct a structural weakness that the European Union continues to defer.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lawyer – EU Transparency Register Lobbyist
    EU Transparency Register No. 280782895721-36

  • Citizenship Is Not Absolute: Integration, Accountability, and Revocation

    Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.”
    My name is Fabio Loscerbo, and I am an Italian attorney.

    Today I want to speak directly to a UK audience about a principle that is becoming increasingly relevant across Western democracies: citizenship is not an absolute or untouchable status.

    For many years, public debate has treated citizenship as a final destination. Once granted, it was assumed to be permanent, regardless of how it had been obtained. Time itself was seen as enough to transform even serious irregularities into settled rights. This approach may appear inclusive, but in reality it weakens the rule of law and empties integration of its legal meaning.

    A recent decision at the highest level of Italian administrative law has reaffirmed a very clear principle: when citizenship is obtained through false documents or deception, the State retains the power to revoke it, even many years later. There can be no legitimate expectation where the benefit was acquired through fraud. Time does not cure illegality.

    This is not a marginal or technical issue. It goes to the heart of how a democratic State defines membership. Citizenship is not a reward automatically produced by residence or by the passage of time. It is a serious legal status, built on honesty, loyalty, and respect for the legal order from the very beginning.

    When citizenship is lawfully acquired, it is strong and fully protected. But when it rests on false premises, it lacks any solid foundation. In those circumstances, revocation is not arbitrary power; it is the restoration of legality.

    This brings us directly to the paradigm Integration or ReImmigration. Integration is not a narrative or a moral posture. It is a legal and social process based on responsibility, compliance with the rules, and genuine adherence to the institutions and values of the host country. When these elements are absent, integration fails.

    Revoking citizenship in such cases is not an ideological act. It is the State reaffirming a basic truth: membership of the national community cannot be built on a legal falsehood. Rights obtained through deception undermine the very idea of citizenship before it even begins.

    There is another point that deserves particular attention in the UK context. ReImmigration is not an extreme or exceptional measure; it is an ordinary function of the State. When integration does not occur, when legal conditions collapse, and when the bond with the legal order exists only on paper, the State must retain the capacity to act. Without embarrassment and without denial.

    A system that never revokes is a system that does not truly govern. And a system that does not govern does not integrate. It accumulates tension, erodes public trust, and weakens social cohesion. By contrast, a State that verifies, corrects, and—when necessary—revokes, is a credible State. And credibility is the foundation of real integration.

    Citizenship therefore returns to its original meaning in public law: a demanding bond, not an inviolable shield. A bond grounded in truthful premises and continuous respect for the rules.

    Integration or ReImmigration is not a provocation. It is a framework for legal seriousness and democratic stability.
    Either integration is real, lawful, and responsibility-based, or the State must have the courage to say no and restore the legal order, including through revocation and return.

    Thank you for listening.
    Until the next episode.

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  • À propos du décret du Tribunal de Cagliari, section immigration, R.G. n° 5109/2024, rendu le 23 décembre 2025

    Dans le débat français sur l’immigration, une confusion persistante continue d’alimenter les tensions politiques et juridiques : toute mesure de protection contre l’éloignement est souvent perçue comme une forme déguisée de régularisation définitive. Cette lecture est juridiquement erronée et fragilise, en réalité, la crédibilité même de l’État.

    Un récent décret du Tribunal de Cagliari, section spécialisée en matière d’immigration, rôle général numéro 5109/2024, rendu le 23 décembre 2025, offre un éclairage utile pour comprendre ce que doit être une protection complémentaire correctement intégrée dans un État de droit.

    Dans cette affaire, le juge italien a expressément exclu la reconnaissance du statut de réfugié ainsi que de la protection subsidiaire. La décision ne crée donc aucun droit automatique au séjour durable. Elle se limite à constater que, à un moment donné, l’éloignement de l’intéressé serait contraire aux obligations constitutionnelles et internationales de l’État, notamment en matière de respect de la dignité humaine, de santé et de vie privée et familiale.

    La protection complémentaire se présente ainsi comme une mesure de sauvegarde, et non comme un instrument de stabilisation. Elle agit comme une limite juridique à l’éloignement, lorsque celui-ci serait disproportionné au regard des droits fondamentaux garantis par les normes supérieures. Sa fonction est négative et temporaire : empêcher l’exécution d’une mesure d’éloignement illégale, non conférer un droit positif à rester.

    Cette logique est parfaitement familière au droit français. Elle s’inscrit dans la tradition du contrôle de proportionnalité, tel qu’il est exercé par le juge administratif et, plus largement, par les juridictions européennes. Le juge n’abolit pas la compétence de l’État en matière d’éloignement ; il en encadre l’exercice afin de garantir le respect de l’État de droit.

    C’est précisément dans ce cadre que s’inscrit le paradigme de la ReImmigration. Contrairement à une lecture idéologique, la ReImmigration ne nie pas l’existence des protections juridiques. Elle repose au contraire sur une distinction claire entre protection et installation, entre sauvegarde temporaire et droit au séjour durable.

    La ReImmigration affirme que le retour doit redevenir une conséquence normale et juridiquement encadrée, dès lors que les raisons ayant justifié la protection complémentaire ont disparu. Il ne s’agit ni d’une sanction, ni d’un choix politique arbitraire, mais du fonctionnement ordinaire d’un système cohérent.

    Le décret du Tribunal de Cagliari du 23 décembre 2025, rôle général numéro 5109/2024, illustre cette cohérence. Le juge protège lorsque l’éloignement serait contraire aux droits fondamentaux, mais ne transforme pas cette protection en régularisation implicite. L’autorité de l’État est préservée précisément parce que la protection est limitée, motivée et réversible.

    Dans le contexte français, où le débat oscille trop souvent entre humanitarisme abstrait et discours sécuritaire, cette approche rappelle une évidence juridique : un État fort est un État qui protège lorsqu’il le doit, et qui éloigne lorsqu’il le peut. Dissocier la protection complémentaire de toute automaticité vers la régularisation est la condition indispensable pour restaurer la crédibilité du droit des étrangers.

    La protection complémentaire n’est pas l’échec de l’éloignement. Elle en est la condition de légitimité. La ReImmigration, en retour, en est l’achèvement logique.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Registre de transparence de l’Union européenne n° 280782895721-36

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  • Quand l’intégration échoue, l’État s’affaiblit : le cas de Bologne et la crise européenne de l’ordre public


    Le fait de chroniques survenu à Bologne ne saurait être réduit à sa seule dimension pénale. Comme tout acte criminel, il relèvera de l’appréciation des juridictions compétentes. Sa portée réelle est toutefois plus profonde. Il révèle ce qui se produit lorsque l’intégration échoue durablement et que l’État recule dans l’espace public, laissant la marginalité s’installer comme une condition permanente.
    Lu à travers les catégories propres à la tradition juridique et politique française, le cas de Bologne n’est pas une anomalie italienne. Il constitue le symptôme d’une crise européenne de l’autorité publique, née d’une mobilité sans intégration et d’un affaiblissement progressif de l’ordre républicain.

    Le fait de Bologne comme rupture du pacte social
    Selon les informations rapportées par la presse, le suspect de l’homicide de Bologne est un citoyen de l’Union européenne vivant depuis longtemps dans une situation de forte marginalité, sans intégration stable sur les plans du logement, du travail ou de la vie sociale, présent de manière habituelle dans l’enceinte de la gare. Il ne s’agit donc pas d’un séjour irrégulier au sens juridique, mais d’une présence formellement licite et substantiellement étrangère à la communauté dans laquelle elle s’inscrivait.
    Cet élément est déterminant. Il montre que le problème n’est pas l’illégalité, mais l’absence d’intégration entendue comme adhésion aux règles communes. Lorsqu’une présence se maintient dans l’espace public sans lien réel avec la collectivité, l’État cesse d’être perçu comme une autorité et devient un simple spectateur.

    L’intégration comme adhésion, non comme coexistence
    Dans la tradition républicaine française, l’intégration n’a jamais été conçue comme une simple coexistence des différences. Elle a toujours impliqué l’adhésion à un cadre commun, fait de langue, de règles, de valeurs et de respect de l’ordre public. À ce titre, l’intégration relève du devoir civique et non d’un choix facultatif.
    Le cas de Bologne illustre ce qui se produit lorsque cette exigence est vidée de sa substance. Le statut juridique, en l’occurrence la citoyenneté européenne, devient un alibi qui dispense de toute évaluation substantielle du comportement et de la participation à la vie collective. Il en résulte une présence ni véritablement intégrée ni réellement gouvernée.

    L’espace public et le recul de l’État
    Pour un lecteur français, le lieu où s’est déroulé le fait — l’espace de la gare — est loin d’être neutre. Les gares, à l’instar des quartiers périphériques, sont des espaces symboliques de l’autorité de l’État. Lorsqu’ils deviennent des lieux de marginalité durable, l’État envoie un signal implicite de renoncement.
    Le problème n’est pas l’événement isolé, mais la constitution de zones où l’ordre républicain n’est plus exercé de manière effective. Dans ces espaces, l’intégration échoue et l’insécurité progresse, faute d’une autorité publique visible, cohérente et assumée.

    Union européenne et responsabilité républicaine
    C’est ici qu’apparaît une tension structurelle. L’Union européenne a instauré la libre circulation interne, tout en laissant aux États membres l’entière responsabilité de l’ordre public, de la sécurité et de la cohésion sociale. L’Europe organise la mobilité ; la République en assume les conséquences.
    Cette dissymétrie est politiquement fragile. Lorsque l’intégration échoue, aucune autorité européenne n’intervient. L’État national doit faire face seul aux effets, souvent sans instruments adaptés et sous la pression d’un discours qui confond ouverture et abandon de l’autorité.

    Intégration ou ReImmigrazione comme cohérence républicaine
    C’est dans ce contexte que le paradigme Intégration ou ReImmigrazione prend tout son sens. Il ne s’agit ni d’une mesure punitive ni d’une stigmatisation. Il s’agit de la réaffirmation d’un principe républicain fondamental : il ne peut exister de présence durable dans l’espace public sans adhésion aux règles communes.
    La ReImmigrazione n’est pas une sanction pénale. Elle constitue une décision administrative prenant acte de l’échec de l’intégration et refusant que la non-intégration devienne une situation permanente, tolérée au nom d’une conception abstraite de la mobilité.

    Le choix européen : intégration commune ou retour de l’autorité étatique
    À ce stade, la question dépasse largement le cas de Bologne. Elle concerne l’avenir même de l’Union européenne. Si l’Union devait évoluer vers une véritable communauté politique, dotée d’une intégration sociale commune, de politiques partagées et d’une responsabilité européenne en matière d’ordre public, le problème serait résolu à la racine.
    Mais tant que l’Union restera une union de mobilité, sans intégration commune des personnes, les États ne peuvent renoncer à leurs instruments d’autorité. Dans ce cadre, la ReImmigrazione apparaît non comme une dérive idéologique, mais comme une conséquence logique.

    Bologne comme signal européen
    Le cas de Bologne n’est pas un fait divers local. Il constitue un signal européen. Il montre ce qui advient lorsque l’intégration échoue et que l’État hésite à exercer son autorité dans l’espace public. Sans intégration réelle, il n’y a ni cohésion, ni sécurité, et sans sécurité, l’idée même de République s’affaiblit.
    Intégration ou ReImmigrazione n’est pas une provocation. C’est une réponse rationnelle à une crise que l’Europe ne peut plus se permettre d’ignorer.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avocat – Lobbyiste inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne
    Registre de transparence de l’UE n° 280782895721-36

  • When Integration Is Optional, Societies Fragment

    One of the most persistent illusions in modern migration policy is the belief that integration happens automatically. Give people time, access to work, and legal protection, and integration will follow. Europe has built its entire migration framework on this assumption—and it is now paying the price.

    The European Union’s migration policies have focused relentlessly on procedures: how to admit, process, relocate, or return migrants. What they have consistently failed to do is treat integration as a binding civic obligation. Instead, integration has been left to chance, goodwill, or economic absorption. The result is not coexistence, but fragmentation.

    Europe’s experience shows a hard truth: integration does not happen by accident. When it is optional, it becomes selective. When it is selective, it produces parallel societies rather than shared ones. And when parallel societies emerge, social cohesion erodes—quietly at first, then visibly.

    At the heart of the problem lies a conceptual error. European policymakers have largely equated integration with employment. If a migrant works, pays taxes, and avoids criminal conduct, integration is assumed to be underway. But work alone does not integrate. Employment can provide income, not belonging. It does not ensure linguistic competence, civic loyalty, respect for legal norms, or identification with constitutional values.

    Historically, the United States understood this. American immigration was never based solely on labor needs. It was tied—sometimes imperfectly, but deliberately—to civic assimilation: language acquisition, acceptance of constitutional principles, and adherence to shared rules. Integration was not merely encouraged; it was expected.

    Europe abandoned this expectation without replacing it with anything coherent. Multicultural tolerance became a substitute for integration, and neutrality replaced authority. The state stopped asking newcomers to adapt meaningfully to the host society, assuming that diversity itself would generate cohesion. It did not.

    When integration is not required, the state loses its ability to shape outcomes. Social norms cease to be shared. Legal rules are respected selectively. Trust between communities weakens. Native populations perceive loss of control, while migrants themselves are left without clear expectations or pathways to belonging. The vacuum is filled not by inclusion, but by resentment—on all sides.

    The consequences are now evident across Europe. Urban segregation has intensified. Political polarization has increased. Immigration has become a permanent source of instability rather than renewal. Governments respond by tightening procedures and expanding enforcement, but these are downstream reactions. They address symptoms, not causes.

    From an American perspective, this matters deeply. The United States is engaged in its own debate over assimilation versus multiculturalism, enforcement versus accommodation. Europe offers a cautionary tale. You can expand rights indefinitely, but without obligations, rights lose their integrative function. They become transactional, not transformative.

    Integration is not a moral gesture. It is a governance requirement. States that fail to define and demand it do not become more open—they become more fragile. Social fragmentation is not the result of diversity itself, but of diversity without a common civic framework.

    Europe’s mistake was not compassion. It was ambiguity. By refusing to define what integration means—and by declining to require it—the EU allowed migration to drift away from state authority and social cohesion. The outcome was predictable.

    For the United States, the lesson is clear. A migration system that does not demand integration will not remain humane or stable. It will eventually harden, polarize, and radicalize. Integration must be explicit, enforceable, and central—or societies will fragment, and the political backlash will follow.

    Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Policy Advocate
    EU Transparency Register ID 280782895721-36

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  • Staatsbürgerschaft ist nicht unwiderruflich: Integration, Verantwortung und Entzug

    Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts „Integration oder ReImmigration“.
    Mein Name ist Rechtsanwalt Fabio Loscerbo.

    Heute wende ich mich an das deutschsprachige Publikum, um über ein zentrales Thema moderner Rechtsstaaten zu sprechen: Staatsbürgerschaft ist kein unwiderruflicher Status.

    Über Jahre hinweg wurde die Staatsbürgerschaft als endgültiger Endpunkt dargestellt. Einmal verliehen, sollte sie unantastbar sein – unabhängig davon, unter welchen Voraussetzungen sie erlangt wurde. Der bloße Zeitablauf wurde als ausreichend angesehen, um selbst schwerwiegende Mängel in rechtlich gesicherte Positionen zu verwandeln. Diese Vorstellung schwächt den Staat und entleert den Begriff der Integration seines rechtlichen Inhalts.

    Eine jüngste Stellungnahme des höchsten italienischen Verwaltungsgerichts setzt hier einen klaren Gegenakzent. Sie stellt unmissverständlich fest: Wurde die Staatsbürgerschaft auf der Grundlage falscher Unterlagen oder einer unzutreffenden Darstellung der Tatsachen erlangt, behält der Staat das Recht, sie auch nach vielen Jahren zu entziehen. Ein schutzwürdiges Vertrauen kann dort nicht entstehen, wo der Vorteil durch Täuschung erlangt wurde. Zeit legalisiert keinen Betrug.

    Dabei handelt es sich nicht um eine bloß technische Frage. Es geht um ein grundlegendes staatsrechtliches Prinzip. Staatsbürgerschaft ist keine automatische Belohnung und keine dauerhafte Amnestie für vergangenes Fehlverhalten. Sie ist ein anspruchsvoller Rechtsstatus, der Loyalität, Ehrlichkeit und Respekt gegenüber der Rechtsordnung von Anfang an voraussetzt.

    Ist die Staatsbürgerschaft rechtmäßig erworben, ist sie stark und geschützt. Beruht sie jedoch auf falschen Voraussetzungen, fehlt ihr das rechtliche Fundament. In solchen Fällen ist der Entzug kein Akt der Willkür, sondern die Wiederherstellung der Rechtmäßigkeit.

    Genau an diesem Punkt setzt das Paradigma Integration oder ReImmigration an. Integration ist kein politisches Schlagwort und kein emotionales Versprechen. Sie ist ein rechtlicher und gesellschaftlicher Prozess, der auf individueller Verantwortung, Regelbefolgung und tatsächlicher Bindung an die staatliche Ordnung beruht. Fehlen diese Elemente, scheitert Integration.

    Der Entzug der Staatsbürgerschaft ist daher keine ideologische Sanktion. Er ist Ausdruck staatlicher Souveränität und verdeutlicht einen einfachen Grundsatz: Die Zugehörigkeit zur staatlichen Gemeinschaft darf niemals auf einer rechtlichen Unwahrheit beruhen. Wer Rechte durch Täuschung erlangt, zerstört den rechtlichen und gesellschaftlichen Pakt bereits im Ansatz.

    Gerade für das deutsche Publikum ist ein weiterer Aspekt von Bedeutung: ReImmigration ist kein Ausnahmeinstrument, sondern eine normale Funktion des Rechtsstaats. Wenn Integration nicht stattfindet, wenn die rechtlichen Voraussetzungen entfallen und die Bindung an die Rechtsordnung nur noch formal besteht, muss der Staat handlungsfähig bleiben. Ohne Zögern und ohne ideologische Scheuklappen.

    Ein Staat, der niemals entzieht, kontrolliert nicht. Und ein Staat, der nicht kontrolliert, integriert nicht. Er produziert Spannungen, untergräbt Vertrauen und gefährdet den sozialen Zusammenhalt. Ein Staat hingegen, der überprüft, korrigiert und – wenn nötig – entzieht, ist glaubwürdig. Und Glaubwürdigkeit ist die Voraussetzung für echte Integration.

    Staatsbürgerschaft kehrt damit zu ihrem ursprünglichen Verständnis im öffentlichen Recht zurück: als anspruchsvolle Bindung, nicht als unantastbarer Schutzschild. Eine Bindung, die auf Wahrheit und fortdauernder Rechtsachtung beruht.

    Integration oder ReImmigration ist keine Provokation. Es ist ein ordnungspolitischer Ansatz für demokratische Gesellschaften.
    Entweder Integration ist real, rechtlich fundiert und verantwortungsgetragen – oder der Staat muss den Mut haben, Nein zu sagen und die Rechtsordnung wiederherzustellen, auch durch Entzug und Rückführung.

    Vielen Dank fürs Zuhören.
    Bis zur nächsten Folge.

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  • Complementary Protection and ReImmigration

    Lessons from an Italian Court Decision (Tribunal of Cagliari, R.G. No. 5109/2024, December 23, 2025)

    In the American debate on immigration enforcement, one recurring problem is conceptual confusion: every form of protection against removal is often perceived as a step toward permanent settlement. This assumption is not only inaccurate, but legally dangerous. It weakens enforcement, undermines public trust, and blurs the distinction between lawful immigration and temporary humanitarian safeguards.

    A recent Italian court decision offers a useful comparative perspective. On December 23, 2025, the Tribunal of Cagliari, Immigration Section, issued a decree in case R.G. No. 5109/2024, recognizing what Italian law defines as complementary protection. While the legal framework is European, the underlying logic is highly relevant for an American audience.

    The decision did not grant asylum. It did not recognize refugee status. It did not create a pathway to permanent residence. Instead, the court identified a temporary legal barrier to removal, grounded in constitutional and international obligations that prohibit expulsion when removal would result in serious violations of fundamental rights.

    This distinction matters.

    Complementary protection, as applied by the Italian court, functions as a negative safeguard, not a positive immigration benefit. Its purpose is not to authorize long-term stay, but to prevent removal when the state is legally barred from executing it. The protection exists only as long as the obstacle to removal exists. Once that obstacle disappears, the legal basis for remaining disappears as well.

    In U.S. terms, this logic is closer to withholding of removal or Convention Against Torture protection than to asylum. It is protection without settlement, relief without amnesty, and legality without regularization.

    The Cagliari decision explicitly rejected refugee status and subsidiary protection. The court intervened solely because removal, at that specific moment, would have conflicted with binding legal obligations related to health, dignity, and proportionality. The judgment reaffirmed that immigration enforcement remains legitimate, but only within the boundaries imposed by higher norms.

    This approach highlights a crucial principle: enforcement credibility depends on legal restraint, not its absence.

    Here is where the concept of ReImmigration becomes central. ReImmigration does not mean indiscriminate deportation, nor does it deny humanitarian safeguards. It means recognizing return as a normal and lawful outcome once temporary protections are no longer justified. Protection and return are not opposites; they are sequential functions of a coherent legal system.

    The Italian case demonstrates that a state can protect individuals when removal is unlawful while preserving the authority to enforce return when it becomes lawful again. There is no contradiction between due process and enforcement—only between clarity and confusion.

    For American policymakers, judges, and legal scholars, the lesson is straightforward. The real threat to immigration enforcement is not judicial oversight, but the transformation of temporary protections into de facto permanent status. When every barrier to removal is treated as an implicit right to remain, the system collapses under its own incoherence.

    Complementary protection, properly understood, strengthens the rule of law. It draws a clear line between:

    • protection and immigration,
    • legality and discretion,
    • humanitarian restraint and sovereign authority.

    ReImmigration completes that line. It restores return as a lawful, predictable, and non-punitive outcome once protection is no longer required. Not as ideology, but as legal function.

    The Italian decree of December 23, 2025, case R.G. No. 5109/2024, reminds us of a fundamental truth: a system that cannot end protection cannot govern immigration. Protection must exist—but so must its endpoint.

    That balance is not weakness. It is the essence of the rule of law.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Bologna Bar
    Registered EU Transparency Register No. 280782895721-36

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  • Mobilität ohne Integration: das europäische Scheitern und der Fall Bologna


    Der Vorfall in Bologna ist nicht allein wegen seiner strafrechtlichen Dimension von Bedeutung. Er wird von den zuständigen Gerichten zu klären sein. Seine eigentliche Relevanz liegt jedoch auf einer anderen Ebene. Er macht eine strukturelle Schwäche der Europäischen Union sichtbar: die Schaffung einer Freizügigkeit ohne eine gemeinsame Verantwortung für die Integration von Menschen.
    Darin liegt heute eines der zentralen Versäumnisse der europäischen Ordnung.

    Der Fall Bologna als Warnsignal
    Nach den öffentlichen Berichten handelt es sich bei dem Tatverdächtigen um einen Unionsbürger, der seit längerer Zeit in einem Zustand ausgeprägter sozialer Marginalität lebte, ohne stabile Wohn- oder Arbeitssituation und ohne erkennbare soziale Integration, mit dauerhafter Präsenz im Umfeld des Bahnhofs. Es geht somit nicht um einen illegalen Aufenthalt, sondern um eine formell rechtmäßige und faktisch nicht integrierte Präsenz.
    Dieser Umstand ist entscheidend. Er zeigt, dass das Problem nicht aus Rechtswidrigkeit entsteht, sondern aus der langfristigen Duldung von Nicht-Integration. Der Fall Bologna erklärt das europäische Scheitern nicht – er macht es sichtbar.

    Rechtlicher Status als politisches Alibi
    Im europäischen Diskurs hat sich schleichend eine problematische Gleichsetzung von rechtlichem Status und Integration etabliert. Die Unionsbürgerschaft wird faktisch als ausreichende Legitimation für einen dauerhaften Aufenthalt verstanden, unabhängig von sozialer Einbindung, Verantwortung oder Teilnahme am Gemeinwesen.
    Das Ergebnis ist ein strukturelles Paradox: rechtlich zulässige Präsenz bei gleichzeitiger sozialer Desintegration. Eine solche Konstellation untergräbt langfristig Ordnung, belastet kommunale Strukturen und schwächt die Fähigkeit des Staates, den öffentlichen Raum wirksam zu steuern.

    Europäische Union und Bundesstaat: ein entscheidender Unterschied
    Die Europäische Union ist kein voll ausgebildeter Bundesstaat. Die Mitgliedstaaten haben ihre Souveränität in zentralen Bereichen wie öffentlicher Ordnung, sozialer Sicherung, innerer Sicherheit und territorialer Verwaltung bewahrt. Gleichzeitig wurde eine unionsweite Freizügigkeit geschaffen, ohne eine gemeinsame Integrationsarchitektur aufzubauen.
    Die Mobilität wurde europäisiert, die Integration blieb national. Scheitert Integration, existiert keine europäische Ebene, die Verantwortung übernimmt. Die Folgen treffen die Aufnahmestaaten und letztlich die Kommunen, insbesondere sensible urbane Räume wie Bahnhöfe oder Innenstädte.
    Aus ordnungspolitischer Sicht handelt es sich um ein klassisches Organisationsversagen.

    Das europäische Tabu der verpflichtenden Integration
    In Europa besteht ein politisches Tabu, Integration als Verpflichtung zu begreifen. Die Möglichkeit, dass auch Unionsbürger an Integration scheitern können, wird kaum thematisiert. Ohne verbindliche Anforderungen verliert Integration jedoch ihren normativen Gehalt und reduziert sich auf eine unverbindliche Zielbeschreibung.
    Dabei war die Freizügigkeit niemals bedingungslos konzipiert. Sie setzte stets Eigenständigkeit, Regelbefolgung und die Wahrung der öffentlichen Ordnung voraus. Was fehlt, ist nicht die rechtliche Grundlage, sondern die Bereitschaft, aus einem dauerhaften Integrationsversagen Konsequenzen zu ziehen.

    Integration oder ReImmigrazione als Ordnungselement
    Vor diesem Hintergrund gewinnt das Paradigma Integration oder ReImmigrazione seine Bedeutung. Es handelt sich nicht um eine strafrechtliche Maßnahme und nicht um eine symbolische Abschottung. ReImmigrazione ist als verwaltungsrechtliche Konsequenz eines strukturellen Integrationsversagens zu verstehen, eingebettet in rechtsstaatliche Garantien und Verhältnismäßigkeit.
    Integration bleibt der vorrangige Weg. Scheitert sie jedoch dauerhaft und ohne realistische Perspektive, muss der Staat über ein Instrument verfügen, das die Kohärenz des Systems wahrt und eine dauerhafte Nicht-Integration nicht normalisiert.

    Die eigentliche Frage: welche Europäische Union?
    An diesem Punkt stellt sich nicht die Frage, ob ReImmigrazione mit der Europäischen Union vereinbar ist, sondern welche Europäische Union angestrebt wird.
    Bleibt die Union ein Verbund souveräner Staaten mit gemeinsamer Mobilität, aber nationaler Verantwortung für soziale Ordnung, Sicherheit und Integration, dann sind staatliche Eingriffsmöglichkeiten bei Integrationsversagen unvermeidlich – auch gegenüber Unionsbürgern.
    Entwickelt sich die Union hingegen zu einer echten föderalen Ordnung mit gemeinsamer Sozialpolitik, gemeinsamer Integrationsverantwortung und einheitlicher Durchsetzung, würde sich das Problem strukturell auflösen. Eine solche Entwicklung ist bislang jedoch ausgeblieben.

    Bologna als europäischer Wendepunkt
    Der Fall Bologna ist kein isolierter Ausnahmefall. Er markiert einen Wendepunkt, an dem die Ambivalenz der europäischen Konstruktion offen zutage tritt. Solange die Union die Frage der gemeinsamen Integration nicht beantwortet, werden die Folgen des Scheiterns auf die Mitgliedstaaten und ihre Kommunen abgewälzt.
    Integration oder ReImmigrazione ist keine ideologische Provokation. Es ist die logische Konsequenz einer Europäischen Union, die Freizügigkeit geschaffen hat, ohne zugleich eine gemeinsame Integration der Menschen zu organisieren. Solange diese strukturelle Spannung ungelöst bleibt, wird sich das Problem immer wieder neu stellen.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Lobbyist im EU-Transparenzregister
    EU-Transparenzregister Nr. 280782895721-36

  • La citoyenneté n’est pas irréversible : intégration, responsabilité et retrait

    Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast « Intégration ou ReImmigration ».
    Je suis Maître Fabio Loscerbo.

    Aujourd’hui, je m’adresse au public francophone pour aborder une question centrale dans toutes les démocraties occidentales : la citoyenneté n’est pas, et ne doit pas être, un statut irréversible.

    Pendant longtemps, la citoyenneté a été présentée comme un point d’arrivée définitif. Une fois accordée, elle serait intangible, indépendamment des conditions dans lesquelles elle a été obtenue. Le simple écoulement du temps suffirait à transformer toute irrégularité en droit acquis. Cette vision, très répandue dans le débat public, affaiblit pourtant l’État et vide l’intégration de toute substance juridique réelle.

    Un récent avis rendu par la plus haute juridiction administrative italienne affirme un principe clair : lorsque la citoyenneté a été obtenue sur la base de documents faux ou d’une représentation mensongère de la réalité, l’État conserve le pouvoir de la retirer, même de nombreuses années plus tard. Il n’existe aucun droit à la confiance légitime lorsque l’avantage a été obtenu par la fraude. Le temps ne régularise pas le mensonge.

    Il ne s’agit pas d’un détail technique réservé aux juristes. C’est un message politique et institutionnel fort. La citoyenneté n’est ni une récompense automatique ni une amnistie permanente du passé. C’est un statut juridique exigeant, fondé sur la loyauté, la sincérité et le respect de l’ordre juridique dès l’origine.

    Lorsqu’elle est légalement acquise, la citoyenneté est solide et pleinement légitime. Mais lorsqu’elle repose sur des bases viciées, elle ne peut être considérée comme intangible. Dans ces cas, le retrait n’est pas un abus de pouvoir : c’est le rétablissement de la légalité.

    C’est ici que s’inscrit le paradigme Intégration ou ReImmigration. L’intégration n’est pas un slogan ni une émotion. C’est un processus juridique et social fondé sur la responsabilité individuelle, le respect des règles communes et l’adhésion effective aux valeurs et aux institutions du pays d’accueil. Lorsque ces conditions font défaut, l’intégration échoue.

    Le retrait de la citoyenneté n’est donc pas une sanction idéologique. Il s’agit pour l’État de réaffirmer sa souveraineté et de rappeler un principe fondamental : l’appartenance à la communauté nationale ne peut jamais être fondée sur un mensonge juridique. Les droits obtenus par la fraude rompent le pacte civique avant même sa naissance.

    Il faut également le dire clairement : la ReImmigration n’est pas une mesure extrême, mais une fonction normale de l’État. Lorsque l’intégration n’a pas lieu, lorsque les conditions juridiques disparaissent, lorsque le lien avec l’ordre juridique n’est que formel, l’État doit être en mesure d’agir. Sans tabou, sans hypocrisie.

    Un système qui ne retire jamais est un système qui ne contrôle plus. Et un système qui ne contrôle plus n’intègre pas : il accumule des tensions, mine la confiance et fragilise la cohésion sociale. À l’inverse, un État qui vérifie, corrige et, si nécessaire, retire, est un État crédible. Et la crédibilité est la condition indispensable d’une intégration réelle.

    La citoyenneté retrouve ainsi sa nature originelle en droit public : un lien exigeant, et non un bouclier intouchable. Un lien fondé sur la vérité des faits et sur le respect continu des règles.

    Intégration ou ReImmigration n’est pas une provocation. C’est un cadre rationnel pour gouverner les sociétés démocratiques.
    Soit l’intégration est réelle et fondée sur la légalité et la responsabilité, soit l’État doit avoir le courage de dire non et de rétablir l’ordre juridique, y compris par le retrait et le retour.

    Merci de votre écoute.
    À très bientôt pour un nouvel épisode.

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  • Tribunale di Firenze, decreto del 24 dicembre 2025: la protezione complementare come snodo giuridico tra integrazione e ReImmigrazione

    Il decreto emesso dal Tribunale Ordinario di Firenze – Sezione specializzata in materia di immigrazione – in data 24 dicembre 2025 costituisce un passaggio di rilievo nel quadro giuridico attuale in materia di protezione complementare e, più in generale, nella riflessione sul futuro della gestione del fenomeno migratorio in Italia. Non si tratta soltanto di una decisione favorevole sul piano individuale, ma di un provvedimento che consente di leggere, in controluce, il rapporto strutturale tra protezione complementare e ReImmigrazione.

    Il Collegio fiorentino ha riconosciuto il diritto al rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell’art. 19, commi 1 e 1.1, del d.lgs. 286/1998, valorizzando in modo rigoroso e analitico il percorso di radicamento sociale, lavorativo e abitativo maturato dal ricorrente nel corso della permanenza sul territorio nazionale. La decisione si colloca nel solco tracciato dalla giurisprudenza di legittimità più recente, che ha chiarito come le modifiche introdotte dal d.l. 20/2023 non abbiano espunto dall’ordinamento la tutela della vita privata e familiare, ma ne abbiano piuttosto ridefinito i criteri di bilanciamento.

    Particolarmente significativa è l’impostazione seguita dal Tribunale di Firenze, che restituisce alla protezione complementare la sua funzione autentica: non una misura generalizzata, né un surrogato delle protezioni maggiori, ma uno strumento di garanzia fondato su una valutazione individuale, concreta e proporzionata. Il giudice accerta in modo puntuale l’effettività dell’integrazione, verificando la stabilità lavorativa, l’autonomia economica, la sistemazione abitativa, le relazioni sociali e l’assenza di profili di pericolosità per l’ordine pubblico.

    È proprio questo approccio che consente di cogliere il nesso profondo tra protezione complementare e ReImmigrazione. La decisione non mette in discussione il principio del rimpatrio, né lo svuota di contenuto. Al contrario, lo presuppone come regola ordinaria del sistema. Ciò che emerge con chiarezza è che il rimpatrio diventa giuridicamente insostenibile quando si traduce in una compressione sproporzionata di diritti fondamentali maturati attraverso un percorso di integrazione reale e verificabile.

    In questa prospettiva, integrazione e ReImmigrazione non sono categorie antagoniste, ma elementi complementari di un medesimo paradigma. La protezione complementare opera come strumento di selezione giuridica: tutela chi ha dimostrato di saper rispettare le regole, di lavorare, di inserirsi stabilmente nella comunità nazionale. Simmetricamente, rafforza la legittimità di politiche di ReImmigrazione nei confronti di chi non intraprende alcun percorso di integrazione o lo rifiuta consapevolmente.

    Il decreto del Tribunale di Firenze del 24 dicembre 2025 dimostra che il diritto può ancora svolgere una funzione ordinante. La protezione complementare non è un ostacolo alla governabilità dei flussi, ma uno strumento che consente allo Stato di distinguere, sulla base di criteri giuridicamente fondati, tra chi può restare e chi deve rientrare nel Paese di origine. È in questo equilibrio – rigoroso, selettivo e non ideologico – che si colloca il paradigma della ReImmigrazione: integrazione come obbligo, protezione come eccezione qualificata, rimpatrio come conseguenza fisiologica dell’assenza di entrambi.

    Il Tribunale di Firenze offre, con questo provvedimento, un esempio concreto di come tale equilibrio possa essere costruito e difeso sul piano giuridico, senza rinunciare né alla tutela dei diritti fondamentali né all’esigenza di un governo serio e responsabile del fenomeno migratorio.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Lobbyista
    Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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  • Italy’s Urban Violence and the Failure of Second-Generation Integration


    The recent stabbing of a fifteen-year-old in Milan, injured while trying to stop a robbery involving other minors, is not merely a criminal incident. It is a symptom of a deeper structural failure in how Italy—and more broadly Europe—has managed the integration of second-generation immigrants.

    From a U.S. perspective, the key point is this: the problem is not immigration as such, but the assumption that integration happens automatically over time. In Italy, as in many European countries, policymakers long believed that being born or raised on national territory, attending public schools, and speaking the local language would naturally produce social cohesion. That assumption is now proving incorrect.

    Second generations occupy a legally and socially paradoxical position. They are formally included—often educated entirely within the host country—yet in many cases remain detached from the normative framework of the state, particularly with regard to respect for rules, authority, and public order. When violent behavior emerges at an early age, it signals not marginal poverty alone, but a breakdown in the transmission of legal norms.

    The Italian case highlights a crucial difference between European and American approaches. In the United States, integration has historically been understood as a demanding process, tied to civic identity, shared rules, and enforceable consequences. In much of Europe, integration has been treated as a one-way entitlement rather than a reciprocal obligation. Rights were expanded, while duties were left vague or politically untouchable.

    This has produced a governance gap. When integration fails, European legal systems often lack credible alternatives. Deportation mechanisms are weak, cultural non-compliance is tolerated in the name of social peace, and the state hesitates to assert authority for fear of political backlash. The result is not inclusion, but parallel social dynamics, particularly in urban areas.

    The Milan stabbing should therefore be read as a warning. It shows what happens when the state loses the ability to distinguish between integration achieved and integration merely presumed. Public space becomes contested, violence normalizes, and minors are drawn into conflict at an early stage.

    This is why the paradigm of “Integration or ReImmigration” has emerged in Italy. It is not a slogan, and it is not rooted in ethnic or racial logic. It is a governance framework based on a simple principle:
    integration must be measurable, enforceable, and conditional. Where it succeeds, it should be fully protected. Where it fails, the legal system must provide alternative pathways, including structured return to the country of origin, consistent with fundamental rights.

    Without this paradigm shift, episodes like the one in Milan will become increasingly common—not only in Italy, but across Europe. For American observers, the lesson is clear: multicultural societies require strong states, clear rules, and the political courage to enforce them. When integration is reduced to a rhetorical promise rather than a legal process, instability is the predictable outcome.

    Avv. Fabio Loscerbo
    EU Transparency Register Lobbyist – ID 280782895721-36

  • Protezione complementare e ReImmigrazione

    A margine del decreto del Tribunale di Cagliari, Sezione immigrazione, R.G. numero 5109/2024, emesso il 23 dicembre 2025

    Nel dibattito contemporaneo sull’immigrazione si continua a registrare una persistente ambiguità concettuale: la tendenza a sovrapporre la funzione della protezione complementare a quella dell’integrazione stabile, trasformando una misura di garanzia in un titolo di permanenza sostanzialmente definitivo. È un equivoco che il diritto positivo non giustifica e che la giurisprudenza, se letta correttamente, continua a smentire.

    Un esempio emblematico è rappresentato dal decreto del Tribunale di Cagliari, Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea, R.G. numero 5109/2024, emesso in data 23 dicembre 2025, con cui è stato riconosciuto il diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell’art. 19, comma 1.1, del d.lgs. 286/1998, nella formulazione successiva al decreto-legge numero 20 del 2023, convertito dalla legge numero 50 del 2023 12766422s accoglimento ricorso.

    La decisione è interessante non tanto per l’esito favorevole al ricorrente, quanto per il perimetro giuridico entro cui il Collegio colloca la protezione complementare. Il Tribunale, infatti, esclude espressamente la sussistenza dei presupposti per lo status di rifugiato e per la protezione sussidiaria, riconoscendo la tutela esclusivamente in funzione del divieto di rimpatrio derivante da obblighi costituzionali e internazionali, con particolare riferimento al diritto alla salute, alla dignità della persona e alla vita privata e familiare.

    È un passaggio centrale: la protezione complementare viene ricondotta alla sua natura di misura residuale e di chiusura del sistema, non a una forma alternativa di protezione maggiore. Il Tribunale ribadisce che essa opera come limite all’esercizio del potere espulsivo dello Stato, quando l’allontanamento determinerebbe una violazione dell’art. 19 del Testo Unico Immigrazione, in combinato disposto con l’art. 5, comma 6, e con gli obblighi derivanti dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

    Questa impostazione è perfettamente coerente con una lettura ordinata e non ideologica del sistema. La protezione complementare non è concepita come strumento di stabilizzazione automatica, né come canale generalizzato di integrazione. La sua funzione è negativa, non positiva: impedire il rimpatrio quando questo non è giuridicamente consentito, non attribuire un diritto incondizionato a rimanere.

    È proprio su questo punto che si innesta il paradigma della ReImmigrazione. Lungi dall’essere in contraddizione con la protezione complementare, la ReImmigrazione ne rappresenta il naturale completamento logico. Uno Stato di diritto è tale se sa riconoscere le tutele quando sono dovute, ma anche se è in grado di ripristinare la regola del ritorno quando cessano le condizioni che giustificavano la deroga.

    Il decreto del Tribunale di Cagliari del 23 dicembre 2025, ruolo generale numero 5109/2024, dimostra che il sistema dispone già degli strumenti per operare questo equilibrio. Il riconoscimento della protezione speciale avviene sulla base di una valutazione individualizzata, fondata su elementi contingenti e verificabili: condizioni di salute, accesso alle cure, percorso lavorativo, assenza di pericoli per l’ordine e la sicurezza pubblica. Nulla, nella decisione, consente di trasformare tale tutela in un diritto irreversibile alla permanenza.

    Ed è questo il punto che spesso viene rimosso nel dibattito pubblico: la protezione complementare non sospende la sovranità dello Stato, ma ne disciplina l’esercizio. Se l’integrazione è effettiva e conforme alle regole, potrà trovare riconoscimento nei canali ordinari previsti dall’ordinamento. Se invece l’integrazione fallisce, o se le condizioni ostative al rimpatrio vengono meno, la ReImmigrazione non è una scelta politica discrezionale, ma una conseguenza giuridicamente fisiologica.

    Continuare a presentare la protezione complementare come una scorciatoia verso la stabilizzazione significa snaturare l’istituto e indebolire l’intero sistema. Ricondurla, invece, alla sua funzione originaria – tutela dei diritti fondamentali senza automatismi – consente di ristabilire un equilibrio credibile tra protezione, integrazione e ritorno.

    È su questo equilibrio che si misura oggi la tenuta dello Stato di diritto in materia di immigrazione. Ed è su questo terreno che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione si colloca come proposta giuridicamente coerente e politicamente responsabile.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea numero 280782895721-36

    Articoli

  • Europe’s Failure: Free Movement Without Integration and the Bologna Case


    The homicide that occurred in Bologna should not be read merely as a tragic criminal event. It will be investigated and judged as such. Its deeper significance lies elsewhere. The case exposes a structural failure at the heart of the European Union: the creation of free movement without a common system of integration for people.
    This is Europe’s unresolved contradiction, and Bologna has made it impossible to ignore.

    The Bologna case as a revealing episode
    According to public reporting, the suspect in the Bologna homicide is a citizen of the European Union who had been living in a condition of severe social marginality, without stable housing, work, or social integration, and who was consistently present around the railway station area. This was not a case of illegal presence. On the contrary, it was a situation of formal legality combined with total social non-integration.
    That distinction is crucial. The problem revealed by the Bologna case is not illegality, but the long-term tolerance of complete non-integration. The event does not explain Europe’s failure. It reveals it.

    Legal status as a political alibi
    Over time, European discourse has blurred the line between legal status and integration. EU citizenship has increasingly functioned as a shield against any substantive assessment of social behavior, responsibility, or participation in the host society.
    The result is a dangerous paradox: individuals who are legally entitled to remain, yet entirely disconnected from the social fabric in which they live. Marginality becomes permanent, normalized, and institutionally ignored—until it produces irreversible consequences.

    Why the U.S. analogy does not apply
    An American reader might instinctively draw a comparison with internal mobility in the United States, such as a Californian relocating to Texas. But that analogy does not hold.
    The United States is a fully federal state. California and Texas are not sovereign entities. They share a unified political identity, a federal welfare system, and centralized enforcement mechanisms. Freedom of movement within the U.S. rests on an integration that already exists at the federal level.
    The European Union is fundamentally different. Its member states have retained sovereignty over public order, welfare, security, and territory. Mobility was built before integration, not after.

    Mobility without common integration
    This is the core of Europe’s failure. The European Union created a uniform right to move, but never built a common system of social integration. There is no European welfare state, no shared housing policy, no unified framework for managing social marginality.
    When integration collapses, no European authority intervenes. Responsibility falls entirely on the host state and, ultimately, on local communities. Railway stations, city centers, and peripheral urban areas become the places where this failure materializes.

    The European taboo of mandatory integration
    Europe has embraced a political taboo: the idea that integration is optional and that EU citizenship exempts individuals from any substantive obligation to integrate. This belief is ideological, not legal.
    EU law never established unconditional free movement. It has always presupposed self-sufficiency, respect for public order, and responsible behavior. What has been missing is not the legal basis, but the political will to enforce it.
    Protecting formal status while ignoring social reality is not inclusion. It is abdication.

    Integration or ReImmigrazione as a response to systemic failure
    It is in this context that the paradigm of Integration or ReImmigrazione becomes relevant. ReImmigrazione is not a criminal sanction, nor a disguised form of deportation. It is an administrative response to the recognition of a structural failure of integration, applied with legal safeguards and due process.
    Integration must remain the primary objective. But when integration fails persistently and structurally, return to the country of origin must once again become a legitimate option, even for EU citizens. Not as punishment, but as a way to prevent permanent non-integration from becoming an accepted social condition.

    Bologna as a European turning point
    The Bologna case is not an isolated Italian incident. It is a European turning point. It demonstrates that the distinction between EU citizens and non-EU migrants is no longer sufficient to govern social reality.
    If integration is the foundation of coexistence, it must apply to everyone. If it does not apply to EU citizens, the paradigm remains incomplete. And integration without obligations is not integration at all—it is merely postponement.
    Europe now faces a choice it can no longer avoid. Either it builds a genuine common framework for integrating people, or it must accept that member states retain the right to intervene when integration fails. Integration or ReImmigrazione is not an ideological provocation. It is the logical consequence of a system that no longer works.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lawyer – EU Transparency Register Lobbyist
    EU Transparency Register No. 280782895721-36

    • New York, oltre 2.100 arresti ICE: la sicurezza è il bersaglio, l’irregolarità è il criterio
      Tra il 27 luglio e il 29 agosto 2026, l’Immigration and Customs Enforcement ha arrestato 2.197 cittadini stranieri nello Stato di New York nell’ambito dell’operazione “Rotten Apple”. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha presentato il risultato il 1° settembre come una vasta azione contro persone irregolari con precedenti per omicidio, stupro, sequestro, traffico di droga e appartenenza a gang. La tensione emerge dalle stesse parole dell’amministrazione. Da un lato il segretario Markwayne Mullin ha descritto gli arrestati come i “peggiori tra i peggiori”; dall’altro, rispondendo alla stampa, ha precisato che la presenza di una condanna penale non è una condizione necessaria: per l’ICE è sufficiente che la persona sia soggetta all’applicazione della legge migratoria. La cronaca locale di ABC7 New York ha registrato entrambe le affermazioni, insieme alla contestazione della governatrice Kathy Hochul, che chiede di conoscere quanti arrestati siano effettivamente autori di reati gravi. La distinzione giuridica è decisiva. L’Enforcement and Removal Operations identifica, arresta, trattiene e avvia alla rimozione gli stranieri ritenuti in violazione della normativa federale. Si tratta di enforcement migratorio, in larga parte amministrativo: l’arresto dell’ICE non equivale a una nuova condanna penale e non coincide automaticamente con l’espulsione eseguita. Tra il fermo, l’eventuale detenzione e il rimpatrio possono intervenire verifiche sullo status, domande di protezione, ricorsi e decisioni del giudice dell’immigrazione. Il conflitto con New York riguarda soprattutto la cooperazione tra autorità. Il Governo federale accusa Stato e città di ostacolare la consegna all’ICE delle persone già detenute localmente. I cosiddetti immigration detainers, disciplinati anche dall’art. 287.7 del titolo 8 del Code of Federal Regulations, consentono all’agenzia di chiedere che uno straniero potenzialmente rimovibile resti a disposizione per il trasferimento in custodia federale. Le politiche “sanctuary” limitano questa collaborazione; non cancellano però la competenza federale sull’immigrazione. L’operazione mostra un risultato reale quando sottrae alla circolazione persone condannate per violenze gravi o individuate come pericolose. In questi casi la protezione della collettività e l’esecuzione delle conseguenze migratorie della condanna sono obiettivi legittimi. Una politica di integrazione credibile non può ignorare la rottura radicale delle regole comuni rappresentata da omicidi, stupri o sequestri. Il problema nasce quando gli esempi più gravi vengono usati per definire l’intero gruppo. Il comunicato federale elenca singoli casi e rivendica oltre duemila arresti, ma non pubblica una ripartizione completa tra condannati, imputati, persone già destinatarie di un ordine definitivo di rimozione e soggetti fermati soltanto per irregolarità del soggiorno. Senza questa scomposizione non è possibile verificare quale quota dell’operazione abbia colpito minacce concrete alla sicurezza e quale abbia perseguito il più ampio obiettivo del controllo migratorio. Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, i due piani non devono essere confusi. Chi ha commesso reati gravissimi può essere avviato alla ReImmigrazione nel rispetto della valutazione individuale, delle garanzie processuali e del principio di non-refoulement. Chi è semplicemente privo di titolo resta assoggettato alla legge, ma non può essere trasformato retoricamente in assassino o stupratore per rendere più semplice il consenso all’espulsione. Il numero di arresti misura la capacità operativa dello Stato federale; non dimostra da solo né la sicurezza prodotta né la correttezza di ogni singolo procedimento. Se Washington vuole sostenere che 2.197 arresti hanno reso New York più sicura, deve pubblicare 2.197 ragioni verificabili. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Malesia, il visto multiplo si restringe a 31 nazionalità: quattro finalità, ma manca ancora la lista
      Dal 1° settembre 2026 la Malesia non rende più disponibile il Multiple Entry Visa a tutte le nazionalità. Secondo l’avviso pubblicato il 2 settembre dal Dipartimento dell’Immigrazione, il MEV è ora limitato ai cittadini di 31 Paesi e a quattro finalità: viaggi “fly & cruise”, affari, cure mediche e turismo matrimoniale. Il dato più rilevante è la direzione della marcia. Nel novembre 2023 il ministro dell’Interno aveva presentato il MEV fino a 30 giorni come una misura destinata a “tutti i turisti”, dentro un piano di liberalizzazione volto ad attrarre visitatori e investitori; il Governo aveva però già annunciato una verifica dell’efficacia e dei rischi di sicurezza. La ricostruzione del Malay Mail permette oggi di misurare la contraddizione: meno di tre anni dopo, l’accesso multiplo passa dall’apertura generalizzata alla selezione per passaporto e scopo del viaggio. Nel quadro amministrativo malese, il visto a ingressi multipli non equivale a un permesso di residenza. La disciplina generale pubblicata dall’Immigrazione lo distingue dal visto a ingresso singolo: consente più accessi nel periodo di validità, ma ogni permanenza resta normalmente limitata a 30 giorni e non è prorogabile. La novità non chiude quindi le frontiere e non trasforma automaticamente in irregolare chi non rientra nei nuovi requisiti; restringe una specifica facilitazione di mobilità ripetuta. È altrettanto importante non estendere la portata dell’annuncio oltre ciò che dice. L’avviso riguarda il MEV offerto attraverso MyVISA per le finalità indicate e non annuncia la soppressione dei permessi di lavoro, studio o soggiorno di lungo periodo, né dei programmi speciali disciplinati separatamente. Per i viaggiatori esclusi restano da verificare, in base alla cittadinanza e alla ragione del viaggio, l’esenzione dal visto oppure la possibilità di richiedere un ingresso singolo. La conseguenza pratica è tuttavia concreta. Chi usa la Malesia come snodo regionale per appuntamenti d’affari, percorsi sanitari o itinerari combinati dovrà dimostrare sia l’appartenenza a una nazionalità ammessa sia una finalità riconosciuta. La comodità di più ingressi diventa un beneficio selettivo, mentre per gli altri ogni nuovo viaggio può richiedere una procedura distinta. Qui emerge il punto debole del provvedimento. Nell’avviso pubblico esaminato non compare l’elenco delle 31 nazionalità e non sono precisati criteri di selezione, trattamento delle domande già presentate o regime dei visti già rilasciati. L’amministrazione invita semplicemente a pianificare il viaggio secondo la nuova politica e a consultare il portale MyVISA. Una misura efficace dal giorno precedente alla pubblicazione, ma priva nel medesimo avviso dei suoi elementi applicativi essenziali, trasferisce sui viaggiatori e sugli operatori il rischio dell’incertezza. La scelta può rispondere a esigenze legittime di controllo, prevenzione degli abusi e concentrazione delle facilitazioni sui flussi ritenuti economicamente utili. Ma senza dati sui risultati della liberalizzazione del 2023 e senza la lista ufficiale dei beneficiari non è ancora possibile valutarne proporzionalità ed efficacia. Il numero “31” comunica selettività; da solo non spiega perché alcuni passaporti siano affidabili e altri no. Non siamo davanti a una politica di integrazione o di ritorno, bensì alla regolazione dell’ingresso temporaneo. Proprio per questo il principio decisivo è più semplice: lo Stato può graduare le condizioni di accesso, ma deve renderle conoscibili prima che producano effetti. Una frontiera può essere selettiva; non dovrebbe essere opaca. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli
      Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli Il Giappone si prepara a destinare risorse senza precedenti alla gestione dell’immigrazione e della crescente presenza straniera. Il Ministero della Giustizia ha inserito nella propria richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2027 una somma complessiva di 80,7 miliardi di yen, pari a circa 500 milioni di euro, destinata alle politiche migratorie e agli interventi rivolti agli stranieri residenti. La cifra è più che doppia rispetto allo stanziamento iniziale previsto per l’esercizio precedente. Occorre precisare che si tratta ancora di una richiesta formulata dal Ministero, destinata a essere esaminata dal Ministero delle Finanze prima dell’approvazione definitiva del bilancio. La scelta politica, tuttavia, appare già sufficientemente chiara: Tokyo non intende più considerare l’aumento della popolazione straniera come un fenomeno temporaneo, marginale o governabile esclusivamente attraverso le tradizionali procedure amministrative di ingresso e soggiorno. Secondo quanto riferito dal Mainichi Shimbun il 27 agosto 2026, la richiesta comprende 26,3 miliardi di yen per il sistema JESTA, la futura autorizzazione elettronica di viaggio giapponese; 4,4 miliardi per la digitalizzazione dei controlli migratori, compresi nuovi varchi dotati di riconoscimento facciale; 15,5 miliardi per le politiche di convivenza e integrazione, fra le quali rientrano l’insegnamento della lingua giapponese e delle conoscenze necessarie alla vita quotidiana; ulteriori 1,2 miliardi sarebbero infine destinati al contrasto del soggiorno irregolare e all’accelerazione dell’allontanamento delle persone raggiunte da provvedimenti definitivi di espulsione. Fonte: https://mainichi.jp/english/articles/20260827/p2g/00m/0na/006000c La notizia è particolarmente significativa perché mostra un approccio assai diverso da quello che continua a dominare in una parte rilevante dell’Europa. Il Giappone non sceglie fra controllo e integrazione, quasi che finanziare l’uno significhi necessariamente rinunciare all’altra. Considera invece i due elementi come parti della medesima politica pubblica. Si rafforzano i controlli prima dell’ingresso, si investe nella capacità amministrativa di conoscere chi entra e chi soggiorna, si accelera l’esecuzione dei provvedimenti nei confronti di chi non possiede più un titolo legittimo per rimanere; contemporaneamente, si destinano risorse considerevoli all’apprendimento della lingua e delle regole necessarie per vivere nella società giapponese. È un’impostazione che nasce dalla consapevolezza di una trasformazione ormai difficilmente reversibile. Anche il Giappone è attraversato da un grave declino demografico, dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente necessità di manodopera straniera. Per molto tempo il Paese ha cercato di rispondere a questa esigenza senza definirsi formalmente come una società di immigrazione. Oggi, tuttavia, l’aumento degli stranieri residenti e dei lavoratori provenienti dall’estero rende insufficiente quella tradizionale prudenza terminologica. Quando la presenza straniera diventa strutturale, infatti, non è più sufficiente disciplinare gli ingressi. Diventa necessario governare ciò che avviene dopo l’ingresso e impedire che l’immigrazione produca progressivamente comunità separate, unite al resto della popolazione soltanto dal luogo di residenza o dal rapporto di lavoro. La lingua assume, in questa prospettiva, un’importanza decisiva. Non rappresenta semplicemente uno strumento utile per trovare un impiego o rivolgersi agli uffici pubblici, ma costituisce la prima infrastruttura dell’appartenenza. Senza una lingua comune diventa più difficile comprendere le leggi, partecipare alla vita collettiva, seguire il percorso scolastico dei figli, instaurare relazioni al di fuori della propria comunità di origine e riconoscersi progressivamente nella società nella quale si è scelto di vivere. È significativo che il programma giapponese non si limiti all’insegnamento linguistico, ma comprenda anche l’acquisizione delle conoscenze necessarie alla vita quotidiana. Dietro questa espressione apparentemente amministrativa si trova un principio politico importante: l’integrazione non può essere affidata interamente alla spontaneità dei rapporti sociali, perché richiede la conoscenza concreta delle regole, delle istituzioni e dei comportamenti fondamentali della comunità ospitante. La scelta giapponese non deve essere idealizzata. Resta da verificare come verranno distribuite le risorse, quali risultati saranno effettivamente misurati e quale parte della richiesta sopravvivrà all’esame finanziario. Né può essere automaticamente trasferita in Europa, dove il quadro costituzionale, il sistema di protezione dei diritti e la storia delle migrazioni presentano caratteristiche differenti. Il dato politico, tuttavia, rimane. Tokyo sembra avere compreso che una società ordinata non si costruisce scegliendo alternativamente fra apertura e chiusura, fra accoglienza ed espulsione, fra tutela degli stranieri e sicurezza della popolazione. Si costruisce stabilendo regole differenti per situazioni differenti: controllo effettivo degli ingressi, integrazione concreta di chi soggiorna legalmente e ritorno di chi non possiede più le condizioni per rimanere. In Europa, invece, la discussione continua troppo spesso a essere prigioniera di una contrapposizione ideologica. Da una parte vi è chi considera sufficiente aumentare i controlli e i rimpatri, senza affrontare il problema dei milioni di stranieri che vivono legittimamente e stabilmente nel continente. Dall’altra vi è chi invoca l’integrazione come un diritto o come un generico obiettivo sociale, rifiutando però di definirne i contenuti, di verificarne gli esiti e di collegarla alla responsabilità individuale di chi sceglie di stabilirsi nel Paese. Il Giappone propone implicitamente una terza impostazione: investire nell’integrazione proprio perché si intende mantenere il controllo dell’immigrazione. La conoscenza linguistica, la comprensione delle regole e la convivenza ordinata non sono presentate come concessioni simboliche alla popolazione straniera, ma come condizioni necessarie per tutelare la coesione della società nel suo complesso. È precisamente su questo terreno che il caso giapponese si avvicina al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Chi entra legalmente e partecipa realmente alla società deve poter trovare un percorso di stabilizzazione chiaro, verificabile e coerente. Chi rimane irregolarmente o è destinatario di un provvedimento definitivo di allontanamento non può invece essere assorbito indefinitamente attraverso la semplice tolleranza amministrativa dell’illegalità. La differenza rispetto alla visione economicista è evidente. Una politica puramente economica si limita a domandare quanti lavoratori stranieri siano necessari per compensare il calo della popolazione attiva. Una politica nazionale deve invece domandarsi quali conseguenze produrranno quegli ingressi sulla composizione della società, sulla scuola, sulle città, sui servizi pubblici e sulla capacità delle generazioni future di riconoscersi all’interno della stessa comunità. La decisione giapponese dimostra, almeno nelle intenzioni, che l’aumento dell’immigrazione non deve necessariamente comportare la rinuncia al controllo e che il rafforzamento dei controlli non deve necessariamente tradursi nell’abbandono dell’integrazione. È una lezione semplice, ma ancora largamente ignorata in Europa: uno Stato serio controlla chi entra, integra chi ha titolo per rimanere e rende effettivo il ritorno di chi deve lasciare il territorio. Se una sola di queste tre funzioni viene meno, la politica migratoria perde il proprio equilibrio e finisce inevitabilmente per produrre irregolarità, separazione sociale o entrambe. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Londra libera le carceri espellendo i detenuti stranieri: una scelta di buon senso che l’Europa ha dimenticato
      Nel suo primo intervento alla Camera dei Comuni da capo del Governo, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha annunciato l’intenzione di aumentare il numero dei detenuti stranieri rimpatriati, inserendo la misura nel più ampio progetto di riforma del sistema penitenziario. La notizia è stata diffusa dal Prime Minister’s Office il 1° settembre 2026 e riguarda i cosiddetti foreign national offenders: cittadini stranieri condannati per reati commessi nel Regno Unito e destinati, quando ne ricorrano le condizioni giuridiche, all’allontanamento dal territorio nazionale. La proposta nasce da un problema concreto che non può più essere affrontato attraverso formule rassicuranti: le carceri britanniche sono sottoposte a una pressione crescente e lo Stato continua a utilizzare posti, personale e risorse pubbliche per trattenere persone che, una volta conclusa la vicenda penale o raggiunta la fase nella quale la legge ne consente il trasferimento, non hanno più titolo per rimanere nel Paese. Il principio affermato da Burnham è difficilmente contestabile. Se uno straniero, accolto o comunque ammesso sul territorio britannico, commette reati di gravità tale da determinare una condanna e la conseguente espulsione, la permanenza in Gran Bretagna non può trasformarsi in un diritto acquisito. Il titolo di soggiorno presuppone il rispetto dell’ordinamento che lo riconosce; quando questo rapporto viene gravemente infranto, lo Stato ha il diritto — e, in determinate circostanze, il dovere — di porvi termine. Naturalmente, l’espulsione non può diventare una scorciatoia utilizzata per eludere l’esecuzione della pena. Il condannato straniero non deve ricevere un trattamento più favorevole rispetto al cittadino britannico soltanto perché può essere rimpatriato. La questione consiste, piuttosto, nel coordinare l’esecuzione penale con l’allontanamento: mediante il trasferimento nel Paese di origine, l’applicazione dei programmi di rimpatrio anticipato previsti dalla legislazione britannica oppure l’espulsione immediatamente successiva al periodo di detenzione richiesto dalla legge. Il quadro giuridico del Regno Unito già contempla l’espulsione dei cittadini stranieri condannati. La sezione 32 dello UK Borders Act 2007 stabilisce, in linea generale, la deportazione dei cittadini stranieri condannati nel Regno Unito a una pena detentiva di almeno dodici mesi, ferme restando le eccezioni previste dalla legge, gli obblighi internazionali e la tutela dei diritti fondamentali. Esistono inoltre meccanismi che consentono l’allontanamento prima della conclusione integrale della pena, proprio per evitare che il sistema penitenziario continui a sostenere costi che potrebbero essere legittimamente trasferiti sullo Stato di cittadinanza. Il vero problema, dunque, non è l’assenza delle norme, ma la distanza che spesso separa la decisione di espulsione dalla sua esecuzione effettiva. Ricorsi, difficoltà nell’identificazione, mancata cooperazione consolare, assenza dei documenti di viaggio e ostacoli diplomatici possono prolungare per mesi o per anni la presenza del condannato sul territorio britannico. In altri casi, terminata la pena, lo straniero viene trasferito in un centro di trattenimento oppure rimesso in libertà nell’attesa che l’allontanamento diventi concretamente possibile. È in questa zona grigia che lo Stato perde autorevolezza. Una misura di espulsione che rimane sulla carta non protegge la collettività, non riduce la pressione sulle carceri e non produce alcuna conseguenza effettiva nei confronti di chi ha violato gravemente le regole della comunità nazionale. L’annuncio di Burnham avrà quindi valore soltanto se sarà accompagnato da accordi di riammissione funzionanti, procedure amministrative avviate prima della scarcerazione, identificazione tempestiva dei detenuti stranieri e capacità concreta di organizzare i rimpatri. Resta fermo il divieto di allontanare una persona verso un Paese nel quale correrebbe un rischio reale di persecuzione, tortura o trattamenti inumani e degradanti. Devono inoltre essere valutate, nei casi previsti, le condizioni familiari e la vita privata costruita nel Regno Unito. Ma queste garanzie, essenziali in uno Stato di diritto, non possono essere trasformate in un sistema di eccezioni talmente esteso da rendere ineseguibile ogni espulsione. La tutela individuale impone una valutazione rigorosa; non impone allo Stato di rinunciare preventivamente alla propria potestà di allontanamento. La scelta britannica rivela, ancora una volta, il cambiamento in corso nelle politiche migratorie occidentali. Dopo anni nei quali l’attenzione pubblica è stata concentrata quasi esclusivamente sull’ingresso e sull’accoglienza, numerosi governi stanno tornando a interrogarsi sulla permanenza: chi può rimanere, a quali condizioni e quali conseguenze devono derivare dalla violazione grave delle regole comuni. Il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” parte precisamente da questo punto. La permanenza dello straniero non può essere considerata una condizione irreversibile, indipendente dal comportamento tenuto nel Paese ospitante. Chi rispetta le leggi, partecipa alla vita della comunità e intraprende un percorso effettivo di integrazione deve trovare istituzioni capaci di riconoscere e consolidare tale percorso. Chi, al contrario, manifesta attraverso gravi condotte criminali un radicale rifiuto delle regole comuni non può pretendere che la società ospitante continui a sostenerne indefinitamente la presenza. Espellere i detenuti stranieri che possono essere legittimamente rimpatriati non rappresenta una forma di ostilità verso l’immigrazione. Significa distinguere l’integrazione dalla semplice permanenza fisica e riaffermare che l’appartenenza a una comunità politica comporta diritti, ma anche responsabilità. Le carceri non possono diventare il luogo nel quale vengono occultate le conseguenze di una politica migratoria incapace di decidere chi debba restare e chi, dopo avere gravemente violato il patto di convivenza, debba tornare nel proprio Paese. La Gran Bretagna sembra averlo compreso. Ora dovrà dimostrare di saper trasformare l’annuncio in rimpatri effettivi. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani?
      Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani? Le nuove proiezioni demografiche confermano un dato che, da anni, attraversa il dibattito pubblico italiano: il nostro Paese invecchia, registra poche nascite e vede progressivamente ridursi la propria popolazione in età lavorativa. Secondo le più recenti previsioni dell’ISTAT, nel 2030 l’Italia avrà ancora una popolazione prossima ai 59 milioni di residenti. A prima vista, dunque, il crollo demografico potrebbe apparire meno imminente di quanto spesso venga rappresentato. Ma è precisamente qui che occorre evitare una lettura superficiale dei numeri. Il problema italiano non consiste soltanto nel sapere quanti saremo. Consiste nel comprendere come sarà composta quella popolazione, quali trasformazioni attraverserà, quale rapporto esisterà tra generazioni, quale peso avranno i flussi migratori e, soprattutto, quale capacità avrà lo Stato di trasformare una crescente presenza straniera in autentica appartenenza alla comunità nazionale. Le proiezioni demografiche mostrano infatti che il saldo naturale italiano continuerà a essere negativo. I decessi saranno superiori alle nascite e una parte rilevante della tenuta numerica della popolazione dipenderà dal saldo migratorio positivo. In altri termini, senza immigrazione la diminuzione della popolazione italiana sarebbe sensibilmente più rapida. Da questa constatazione viene però ricavata troppo spesso una conclusione che non è contenuta nei dati: poiché l’Italia ha meno nascite, allora avrebbe necessariamente bisogno di una crescente immigrazione, quasi che il problema demografico possa essere affrontato attraverso una semplice sostituzione numerica della popolazione. È una visione economicista e, prima ancora, riduttiva della società. Una nazione non è una società per azioni nella quale sia sufficiente sostituire i lavoratori che escono con altri lavoratori che entrano. La continuità di una comunità politica non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei residenti, il gettito contributivo o la disponibilità di manodopera. Essa dipende anche dall’esistenza di una lingua comune, dalla condivisione delle regole fondamentali, dall’adesione ai principi costituzionali, dalla partecipazione alla vita civile e dalla possibilità di riconoscersi progressivamente in una storia collettiva. Per questo la vera domanda demografica non è soltanto: quanti abitanti avrà l’Italia nel 2030? La domanda più seria è un’altra: chi saranno gli italiani del 2030, del 2040 e del 2050? È evidente che una parte crescente della futura popolazione italiana avrà origini migratorie. Si tratta di un processo già in corso e destinato ad acquistare un peso sempre maggiore. Proprio per questa ragione la questione dell’integrazione non può più essere trattata come un capitolo marginale delle politiche migratorie, né come un generico auspicio affidato al trascorrere del tempo. Se l’immigrazione è destinata a incidere strutturalmente sulla composizione futura della popolazione italiana, allora l’integrazione deve diventare una delle principali politiche pubbliche dello Stato. Non può essere sufficiente stabilire chi entra. Occorre stabilire anche quale percorso debba compiere chi rimane. La politica migratoria italiana si è occupata per decenni prevalentemente di ingressi, permessi di soggiorno, sanatorie, quote di lavoro, protezione internazionale e rimpatri. Molto meno si è occupata della fase successiva, cioè del rapporto che si costruisce tra lo straniero stabilmente presente e la comunità nazionale. È qui che emerge uno dei limiti più evidenti dell’attuale sistema. L’integrazione viene spesso descritta come un processo spontaneo. Si presume che la permanenza prolungata nel territorio, il lavoro o la frequenza scolastica producano automaticamente appartenenza. Ma l’esperienza europea dimostra che non sempre è così. Possono esistere seconde e terze generazioni perfettamente integrate e, nello stesso tempo, comunità che continuano a vivere secondo codici culturali, sociali e talvolta normativi largamente separati da quelli della società ospitante. Il tempo, da solo, non integra. La cittadinanza, da sola, non integra. Il lavoro, da solo, non integra. L’integrazione è invece un processo complesso che riguarda lingua, istruzione, autonomia economica, rispetto delle norme, adesione ai principi costituzionali, rapporti sociali, partecipazione civica e riconoscimento reciproco tra individuo e comunità. Ed è precisamente per questo che essa dovrebbe progressivamente diventare anche misurabile. Una politica migratoria adulta dovrebbe essere capace di distinguere chi compie realmente un percorso di inserimento da chi, invece, mantiene una condizione di sostanziale estraneità rispetto alla società nella quale vive. Questo ragionamento acquista ancora maggiore importanza se si osservano le proiezioni demografiche di lungo periodo. La riduzione della popolazione italiana non si fermerà al 2030. Nei decenni successivi potrebbe accelerare sensibilmente, mentre aumenterà il peso delle fasce più anziane e diminuirà quello della popolazione in età lavorativa. In questo scenario l’immigrazione continuerà inevitabilmente a essere presentata come una delle possibili risposte al problema demografico. Ma proprio perché il suo peso potrebbe crescere, diventa indispensabile superare l’idea che qualsiasi immigrazione produca automaticamente un beneficio per il Paese. Occorre interrogarsi sulla qualità dei flussi, sulla sostenibilità territoriale, sulla capacità di assorbimento delle comunità locali, sulle competenze professionali, sul rispetto delle regole e sulla disponibilità a inserirsi nel modello sociale e costituzionale italiano. Un’immigrazione numericamente elevata ma scarsamente integrata può infatti produrre costi sociali destinati a emergere soltanto nel lungo periodo. Al contrario, un’immigrazione selezionata, regolata e accompagnata da un serio percorso di integrazione può contribuire alla crescita economica e alla stabilità demografica senza trasformarsi in un fattore di frammentazione sociale. È in questa prospettiva che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume un significato che va ben oltre la gestione dell’immigrazione irregolare. Il principio è semplice: chi entra legalmente e costruisce realmente il proprio percorso all’interno della società italiana deve poter trovare condizioni chiare per consolidare la propria permanenza e la propria appartenenza. Chi invece rifiuta persistentemente il percorso di integrazione, quando l’ordinamento lo consenta e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e internazionali, non può pretendere che la permanenza diventi automaticamente definitiva per il solo trascorrere del tempo. Non si tratta di costruire una società chiusa. Si tratta esattamente del contrario: costruire una società capace di accogliere senza dissolversi. Nel dibattito demografico italiano manca spesso questa distinzione. Si parla di lavoratori da importare, di contributi previdenziali, di posti vacanti, di natalità e di pensioni. Molto più raramente si parla della comunità che queste persone saranno chiamate a comporre. Eppure il problema decisivo dei prossimi decenni sarà proprio questo. L’Italia del futuro sarà inevitabilmente diversa dall’Italia di oggi. La trasformazione demografica è già iniziata e nessuna politica seria può ignorarla. Ma diverso non significa necessariamente disgregato. La politica ha ancora la possibilità di governare questa trasformazione. Può scegliere una immigrazione prevalentemente quantitativa, utilizzata per tamponare anno dopo anno il calo della popolazione. Oppure può costruire una politica migratoria nella quale ingresso, permanenza e integrazione siano parti di un unico percorso. Nel 2030 potremmo essere ancora quasi 59 milioni. Il punto, tuttavia, non sarà quanti saremo. Il punto sarà se continueremo a riconoscerci come parte della stessa comunità nazionale. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Britain’s visa brake targets passports. A durable migration system should target risk
      Britain’s visa brake targets passports. A durable migration system should target risk The United Kingdom’s new “visa brake” marks a significant change in the way legal migration is being used to manage pressure on the asylum system. Since 26 March 2026, Student visa applications from nationals of Afghanistan, Cameroon, Myanmar and Sudan are refused, while Afghan nationals are also refused entry clearance on the Skilled Worker route. The Home Office introduced the measure after a sharp rise in asylum claims by people who had originally entered through lawful visa routes. The policy addresses a real problem. In the year ending September 2025, 38 per cent of asylum seekers had previously entered the United Kingdom on a visa or with other relevant documentation, and the Government identified particularly high ratios of subsequent asylum claims among several national cohorts. A State is entitled to respond when a legal route is being used in ways that undermine the coherence of the immigration system. Border control does not begin only at Dover or in the Channel; it also begins with the integrity of visa policy. Yet the present mechanism raises a second question: whether nationality should become the principal proxy for migration risk. The visa brake is deliberately categorical. It applies because of the passport held by the main applicant, not because of an individual assessment of that applicant’s personal circumstances, university, sponsor, professional history, finances, previous travel, family position or compliance record. That may produce administrative simplicity, but it can also turn group-level statistics into consequences for individuals who have done nothing to misuse the system. The paradigm “Integration or ReImmigration” points towards a different architecture. Migration control should be firm, but responsibility should remain individual. Where evidence shows that a route is generating abuse, the answer should not necessarily be to abandon scrutiny in favour of nationality-based exclusion. It may be more coherent to intensify checks, demand stronger proof of study or employment, monitor sponsors more effectively, use risk indicators transparently and act decisively against fraud. A system that distinguishes credible applicants from abusive ones is harder to administer than a blanket brake, but it is also more consistent with a rule-of-law approach. The same principle applies after admission. Entry, integration, settlement and return are different legal stages and should not be collapsed into one another. A person admitted as a student or worker should comply with the purpose of the route. If protection is later sought, the asylum claim must be assessed individually and without prejudice. If protection is refused and no other lawful basis for residence exists, return should be effective. If a person remains lawfully for the long term, integration should become progressively more relevant through language, economic autonomy, respect for the law, social participation and stable ties to British society. Britain therefore needs more than a mechanism for reducing visa numbers. It needs a system capable of identifying risk before entry, deciding protection claims quickly, enforcing negative decisions and rewarding genuine integration when lawful residence becomes long-term. The objective should not be fewer migrants as an end in itself, but a migration system in which lawful admission, individual responsibility and enforceable outcomes are aligned. That is how confidence in immigration control is rebuilt. The visa brake may be understandable as an emergency instrument. It should not become the model for the future. ReImmigrazione offers a different proposition: control without collective suspicion, integration without automatic permanence, and return without abandoning due process. For Britain, the real test is whether it can move from broad restrictions towards a system that is simultaneously more selective, more individualised and more enforceable. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Singapore, otto lavori si aprono a nove Paesi: la carenza di manodopera non cancella i limiti
      Dal 1° settembre 2026 Singapore consente alle imprese di assumere lavoratori con Work Permit provenienti da nove Paesi “non tradizionali” in otto ulteriori occupazioni. L’estensione riguarda assistenti di volo, babysitter e addetti alla prima infanzia, educatori, assistenti degli insegnanti, macellai e pescivendoli, addetti ai chioschi alimentari, aiuti cucina e camerieri. La misura, annunciata a marzo, è ora operativa e compare nell’elenco aggiornato dal Ministero del Lavoro di Singapore. Il fatto è rilevante perché Singapore non presenta l’ingresso di lavoratori stranieri come un’apertura generale. Lo utilizza invece come una valvola selettiva nei settori in cui è difficile reperire personale locale: ristorazione, servizi sociali e trasporto aereo. La contraddizione è evidente e concreta: un’economia che difende con rigore la composizione del proprio mercato del lavoro riconosce, nello stesso tempo, che alcuni servizi essenziali non funzionano senza nuova manodopera dall’estero. Il quadro istituzionale è quello della Non-Traditional Sources Occupation List. Le aziende dei servizi e della manifattura possono così assumere, per le mansioni autorizzate, cittadini di Bangladesh, Bhutan, Cambogia, India, Laos, Myanmar, Filippine, Sri Lanka e Thailandia. Non si tratta però di un permesso aperto: il lavoratore può svolgere soltanto l’occupazione indicata nel titolo e l’impresa deve possedere le licenze richieste per il settore interessato. Restano inoltre due limiti misurabili. I titolari di Work Permit assunti attraverso questa lista non possono superare l’8% dell’organico dell’impresa e devono ricevere una retribuzione mensile fissa di almeno 2.000 dollari di Singapore. Il sistema, descritto anche nella comunicazione ufficiale del 3 marzo, prova quindi a evitare che la carenza di personale diventi una giustificazione per comprimere senza limiti salari e occupazione locale. La scelta conta anche per la qualità dell’immigrazione lavorativa. Singapore non apre categorie astratte, ma individua mansioni, Paesi di reclutamento, soglie salariali, quote e datori autorizzati. Come ha ricostruito la testata locale Channel NewsAsia, l’allargamento risponde a carenze precise. È un modello amministrativamente esigente, che collega l’ingresso a un fabbisogno verificabile anziché a una previsione generica. Il risultato, tuttavia, non può essere giudicato dal numero dei permessi rilasciati. Bisognerà verificare quanti posti restino effettivamente scoperti, se la soglia salariale venga rispettata, quanto durino i rapporti di lavoro e se i controlli impediscano l’impiego in mansioni diverse da quelle autorizzate. Una politica selettiva funziona soltanto se la selezione continua dopo l’ingresso, attraverso ispezioni, tracciabilità del datore e tutela del lavoratore dalla dipendenza eccessiva da un unico impiego. Resta poi il nodo della permanenza. Il Work Permit risponde alla domanda immediata dell’economia, ma non costruisce automaticamente una prospettiva stabile per chi lavora per anni in servizi strutturali, acquisisce esperienza e diventa parte del funzionamento quotidiano del Paese. Se il bisogno è davvero temporaneo, deve esistere un ritorno ordinato alla fine del rapporto; se diventa permanente, il sistema deve poter distinguere chi ha sviluppato competenze e radicamento da chi conserva soltanto un titolo legato al datore. Singapore offre così una lezione meno semplice della contrapposizione tra frontiere aperte e chiuse. Ammette che il lavoro straniero è necessario, ma rifiuta di trasformare la necessità in assenza di regole. Il banco di prova sarà dimostrare che quote, salari e vincoli professionali proteggano davvero sia il mercato locale sia chi viene chiamato a colmarne le carenze: governare l’immigrazione comincia dalla selezione, ma si misura nei risultati. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Thailandia, il visto non serve ma il soggiorno si dimezza: dal 15 settembre il turismo torna a 30 giorni
      La Thailandia ha trasformato in diritto vigente una stretta annunciata da mesi. Con quattro provvedimenti pubblicati il 31 agosto 2026 nella Gazzetta Reale, Bangkok ha abrogato il regime eccezionale che consentiva fino a 60 giorni senza visto ai cittadini di 93 Paesi e territori. Le nuove regole entreranno in vigore il 15 settembre 2026: per i cittadini di 60 Paesi e territori, tra cui Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, India e Giappone, il soggiorno turistico senza visto sarà limitato a 30 giorni. La contraddizione è evidente. La Thailandia dipende in misura rilevante dal turismo internazionale, ma considera ormai il soggiorno lungo senza visto anche una possibile porta laterale per attività lavorative, economiche o illegali. Il Governo presenta quindi la riforma come un equilibrio fra facilitazione dei viaggi, sicurezza, reciprocità e contrasto all’abuso dei privilegi d’ingresso. La frontiera resta aperta al turista, ma cessa di offrire automaticamente due mesi di permanenza. Il quadro giuridico è ora definito. La comunicazione ufficiale del Dipartimento governativo per le pubbliche relazioni aveva precisato che i provvedimenti sarebbero diventati efficaci quindici giorni dopo la pubblicazione. La Gazzetta Reale del 31 agosto ha fatto decorrere quel termine. Il vecchio schema dei 60 giorni scompare; Mauritius e Seychelles ottengono un’esenzione di 15 giorni, mentre il visto all’arrivo resta per Azerbaijan, Belarus e Serbia. La disciplina finale è però meno semplice di uno slogan restrittivo. Restano in vigore gli accordi bilaterali separati, che riconoscono durate diverse ad alcuni Stati, anche fino a 90 giorni. Inoltre, chi entrerà prima del 15 settembre conserverà il periodo autorizzato secondo la normativa precedente. Non vi è quindi una riduzione retroattiva dei soggiorni già concessi, ma un cambiamento delle condizioni applicabili ai nuovi ingressi. Un altro elemento riguarda le frontiere terrestri. Il nuovo regime reintroduce, in via generale, il limite di due ingressi senza visto per anno solare attraverso i valichi di terra, con eccezioni per Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore. Per chi desidera restare oltre i primi trenta giorni rimane possibile chiedere una proroga fino a ulteriori trenta giorni, ma l’estensione non è automatica: dipende dalla valutazione dell’autorità d’immigrazione. Perché questa riforma conta? Il regime del 2024 non riguardava soltanto il turismo in senso stretto, ma consentiva anche determinate attività lavorative di breve durata e impegni d’affari. La nuova esenzione è invece formulata espressamente per finalità turistiche. La differenza non è nominale: l’ingresso agevolato non può essere trasformato in una forma impropria di soggiorno lavorativo o di permanenza prolungata. Chi vuole lavorare, studiare, investire o risiedere deve utilizzare il canale giuridico corrispondente. Il risultato della stretta non potrà essere misurato soltanto dal numero di ingressi negati o di soggiorni ridotti. Dovrà essere verificato se diminuiranno gli abusi, il lavoro irregolare e le permanenze oltre termine senza produrre un danno sproporzionato al turismo regolare. La cronaca locale del Bangkok Post e la ricostruzione normativa di VisasNews mostrano che la vera novità non è l’annuncio politico, ma la certezza della data e delle categorie interessate. La scelta thailandese fissa dunque un confine concettuale prima ancora che temporale: facilitare l’ingresso non significa rinunciare a qualificare la permanenza. Un sistema serio distingue il visitatore da chi intende stabilirsi e accompagna il controllo con percorsi legali leggibili. Dimezzare il soggiorno turistico può chiudere una zona grigia; funzionerà soltanto se, accanto alla regola, resteranno accessibili e coerenti le vie regolari per lavoro, studio, investimento e residenza. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Kuwait, finisce la proroga automatica dei visti: l’emergenza proteggeva il soggiorno, ora torna la scadenza
      Dal 1° settembre 2026 il Kuwait ha cessato la proroga automatica di tutte le tipologie di visto di visita per le persone presenti nel Paese e ha ripristinato le ordinarie durate legali dei permessi di assenza per i residenti che si trovano all’estero. Non è un annuncio programmatico: da oggi tornano a operare le scadenze, le procedure e i controlli previsti dal sistema ordinario di ingresso e soggiorno, come stabilito dal Ministero dell’Interno kuwaitiano. La misura eccezionale era nata durante la crisi regionale seguita allo scontro tra Stati Uniti e Iran, quando attacchi e chiusure dello spazio aereo avevano impedito o reso incerti numerosi viaggi. Il Kuwait aveva allora riconosciuto un mese aggiuntivo ai visti di visita scaduti o in scadenza e un permesso di assenza supplementare di tre mesi ai residenti bloccati fuori dal Paese, con elaborazione automatica e senza pagamento di tasse o sanzioni. La ricostruzione è confermata dall’avviso di EY sulla decisione iniziale del Ministero. La tensione giuridica è chiara. Durante l’emergenza, applicare rigidamente una scadenza avrebbe trasformato l’impossibilità di viaggiare in una violazione amministrativa; con il ritorno alla normalità, mantenere indefinitamente la deroga avrebbe invece svuotato di significato la durata dei titoli. La protezione temporanea era giustificata dall’impedimento oggettivo, non destinata a diventare un nuovo regime permanente. Il passaggio alle regole ordinarie richiede però una precisazione essenziale: il 1° settembre non rappresenta una data unica entro la quale tutti i residenti all’estero devono rientrare. Il comunicato del Ministero, ripreso dalla testata kuwaitiana Al‑Wifaq, mantiene il periodo aggiuntivo per chi ha lasciato il Kuwait entro il 31 agosto. La scadenza individuale deve essere verificata sul certificato di residenza disponibile nell’applicazione pubblica Sahel, indicata come riferimento ufficiale. Per i visitatori presenti in Kuwait, invece, cessa l’estensione generalizzata e tornano le durate previste per la specifica categoria di visto. Per i residenti all’estero torna a contare il limite di assenza associato al proprio titolo, mentre l’autorizzazione supplementare già maturata continua a produrre effetti nei casi indicati. Khaleej Times ricorda che il permesso di assenza consente normalmente agli stranieri residenti di rimanere fuori dal Paese oltre il periodo ordinario senza perdere la residenza. Perché conta? Nei sistemi del Golfo la regolarità della presenza straniera dipende strettamente dalla continuità del titolo, dal rapporto tra ingresso e residenza e dal rispetto delle scadenze amministrative. Una proroga automatica può evitare che migliaia di situazioni diventino irregolari per cause indipendenti dalla volontà dell’interessato; la sua cessazione, però, rende decisivi la qualità dell’informazione pubblica, l’accessibilità degli strumenti digitali e la corretta determinazione della data applicabile a ciascuno. Al momento non risultano pubblicati dati complessivi sul numero di visitatori e residenti interessati, né sugli esiti prodotti dalle deroghe. La valutazione della misura non può quindi fermarsi all’annuncio della normalizzazione. Occorrerà verificare quante persone abbiano potuto conservare legalmente il soggiorno durante la crisi, quante siano rientrate e quante rischino ora sanzioni o perdita del titolo per errori nella lettura delle scadenze. Una procedura automatica è efficace soltanto se rimane comprensibile quando l’automatismo finisce. Il caso kuwaitiano mostra una distinzione utile anche per il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: la permanenza può essere condizionata al rispetto delle regole, ma lo Stato deve separare l’inadempimento volontario dall’impossibilità causata da guerra, chiusure aeree o forza maggiore. Sospendere temporaneamente le conseguenze è buona amministrazione; ripristinarle quando l’impedimento cessa è governo del soggiorno. La regola conserva autorevolezza proprio quando sa essere eccezionalmente flessibile e poi torna applicabile con date individuali, informazioni certe e responsabilità verificabili. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Italia-Spagna, 180.000 controlli e 31 ingressi negati: la proroga di Schengen deve provare la necessità
      Dal 1° al 16 settembre 2026 l’Italia continuerà a controllare i passeggeri in arrivo dalla Spagna attraverso i collegamenti aerei e marittimi. La misura, introdotta il 1° agosto dopo l’ingresso massiccio di migranti a Ceuta, è stata prorogata per altri quindici giorni; Madrid ha risposto mantenendo per lo stesso periodo i controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia. La nuova durata risulta dalla notifica pubblicata dalla Commissione europea ed è stata confermata il 31 agosto dai due governi. La contraddizione è evidente: due Stati Schengen si controllano reciprocamente per una crisi nata alla frontiera esterna spagnola in Nord Africa. Roma richiama il rischio di movimenti secondari da Ceuta e la persistenza delle condizioni di sicurezza che avevano giustificato il primo intervento. Madrid replica che i migranti entrati nell’enclave non hanno raggiunto la penisola e considera la misura italiana priva di un collegamento concreto con i flussi effettivi. L’eccezione alla libera circolazione diventa così anche uno strumento di pressione politica tra partner europei. I risultati disponibili consentono però una prima verifica. Secondo i dati riferiti dal Ministero dell’Interno italiano e ricostruiti da El País, in un mese l’Italia ha identificato direttamente circa 180.000 persone, verificato quasi mezzo milione di viaggiatori attraverso le liste dei passeggeri, negato l’ingresso a 31 persone e disposto tre arresti. Sul versante opposto, la Spagna ha controllato 1.066 voli e 12.337 viaggiatori di Paesi terzi provenienti dall’Italia, impiegando circa 1.800 funzionari. Il quadro giuridico non vieta questi controlli, ma li sottopone a condizioni rigorose. Il Codice frontiere Schengen consente a uno Stato di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne in presenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. La stessa Commissione europea ricorda che deve trattarsi di una misura di ultima istanza, limitata allo stretto necessario per durata e ambito e rispettosa dei principi di necessità e proporzionalità. La proroga, quindi, non può essere giustificata soltanto ripetendo l’allarme iniziale. Occorre dimostrare che il rischio sia ancora attuale e che strumenti meno invasivi non siano sufficienti. ANSA riferisce che la Commissione sta valutando proprio la motivazione e la proporzionalità della scelta italiana. Il controllo resta una prerogativa nazionale, ma il suo esercizio è inserito in un sistema europeo di notifica, monitoraggio e responsabilità. I numeri non dimostrano automaticamente che l’operazione sia inutile: un controllo di frontiera può produrre prevenzione, acquisire informazioni e accertare posizioni diverse dal semplice rifiuto d’ingresso. Ma 31 ingressi negati su 180.000 identificazioni impongono di distinguere il risultato operativo dalla forza simbolica della misura. Più l’incidenza degli esiti è contenuta, più precisa deve essere la spiegazione pubblica del rischio che giustifica il costo amministrativo e la compressione della libera circolazione. Per il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il punto non è scegliere tra frontiere senza controlli e controlli senza fine. Identificare chi entra, verificare il titolo di soggiorno e impedire movimenti irregolari sono funzioni legittime dello Stato. Ma la gestione della permanenza e, quando ne ricorrono i presupposti, del ritorno richiede decisioni individuali, cooperazione tra autorità e capacità esecutiva: un controllo tra due Paesi membri non sostituisce né l’integrazione di chi può restare né il rimpatrio di chi non ha titolo. La proroga italo-spagnola conta perché mette alla prova la regola più delicata di Schengen: la frontiera interna può tornare, ma non deve diventare ordinaria per inerzia. La sicurezza non perde credibilità quando viene misurata; la perde quando l’eccezione sopravvive più a lungo delle prove che la sostengono. Governare l’immigrazione significa anche sapere quando controllare e quando restituire ai cittadini la libertà che il controllo ha temporaneamente limitato. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Costa Rica, 10.480 persone possono uscire dal limbo dell’asilo: la regolarizzazione comincia dal radicamento
      Dal 1° settembre 2026 la Costa Rica riceve le domande per la nuova Categoría Especial Temporal Complementaria, una via di soggiorno destinata ai cittadini di Nicaragua, Venezuela, Cuba e Colombia rimasti per anni sospesi tra una richiesta di asilo non decisa e un diniego che non si è tradotto in un ritorno. La Direzione generale della migrazione accetterà le istanze, esclusivamente su appuntamento, fino al 1° settembre 2027. La platea non coincide con tutti gli stranieri irregolari. Possono accedere coloro che hanno chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato tra il 1° giugno 2014 e il 7 maggio 2026, la cui domanda sia ancora pendente, sia stata dichiarata manifestamente infondata oppure sia stata definitivamente respinta. Devono inoltre aver vissuto continuativamente nel Paese dalla presentazione dell’istanza, non possedere un’altra categoria migratoria e non poter utilizzare una via ordinaria di regolarizzazione. La permanenza pregressa diventa così un requisito da dimostrare, non un semplice effetto del tempo trascorso. Chi supera l’esame ottiene un titolo di due anni, rinnovabile per periodi uguali, e può lavorare legalmente sia come dipendente sia in proprio. La procedura richiede prova dell’identità, certificazione di nascita, precedenti penali, rilievi delle impronte e documenti di radicamento. Come riferisce il quotidiano costaricano La Nación, possono valere l’iscrizione a scuola, la frequenza scolastica dei figli, le cure ricevute nel sistema sanitario pubblico o altri rapporti documentati con le istituzioni. Non è quindi una sanatoria indiscriminata. Sono esclusi coloro che costituiscono una minaccia per la sicurezza o l’ordine pubblico e chi ha riportato condanne per reati dolosi negli ultimi dieci anni; sono previsti controlli nelle banche dati nazionali e internazionali. Dopo l’accoglimento occorre inoltre completare la documentazione entro tre mesi e dimostrare l’iscrizione alla Caja Costarricense de Seguro Social. Il titolo offre lavoro e stabilità, ma collega la permanenza a identità verificabile, rispetto delle regole e partecipazione al sistema sociale. La contraddizione emerge dai numeri. Secondo la stima comunicata dalla stessa amministrazione e riportata da El País América, i potenziali beneficiari sono circa 10.480, mentre all’inizio del 2026 le domande di asilo in attesa di risposta erano circa 318.000. La nuova categoria riconosce dunque un fatto istituzionale: una parte dell’irregolarità non nasce dall’elusione dei controlli, ma dall’incapacità dello Stato di decidere entro tempi ragionevoli. Trasformare quel ritardo in un percorso regolare è più serio che lasciare migliaia di persone in una zona grigia, disponibili al lavoro informale e prive di una prospettiva giuridica. Ma la categoria complementare costaricana non equivale allo status di rifugiato e non risolve l’intero arretrato. Inoltre, come osservano le cronache locali, ottenere certificati dal Paese di origine può risultare difficile proprio per chi sostiene di essere perseguitato, mentre ogni familiare deve presentare una domanda autonoma. Una procedura selettiva è legittima; deve però evitare che il requisito documentale renda impossibile provare una condizione reale. Il collegamento con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce qui in modo naturale. La Costa Rica non presume l’integrazione e non ordina un ritorno soltanto perché il fascicolo è stato respinto: verifica continuità della presenza, rapporti con scuola e sanità, possibilità di lavoro, identità e condotta. Chi soddisfa questi criteri può uscire dall’incertezza; chi rappresenta un pericolo o non possiede i requisiti resta sottoposto alle procedure di diniego, espulsione o ritorno previste dalla legge. I risultati dovranno essere misurati sul numero delle domande effettivamente presentate e accolte, sull’emersione del lavoro, sull’iscrizione alla sicurezza sociale, sulla riduzione dell’arretrato e sulla capacità di definire la posizione di chi resta escluso. La Costa Rica prova a convertire il tempo perduto dall’amministrazione in una valutazione individuale del radicamento. Se funzionerà, non avrà semplicemente regolarizzato 10.480 persone: avrà dimostrato che tra l’attesa indefinita e l’espulsione proclamata esiste una terza via, fondata su criteri verificabili e decisioni finalmente eseguibili. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Anche l’AfD apre all’immigrazione: lavoro, lingua e integrazione diventano criteri per restare
      Una delle indicazioni più interessanti sul futuro delle politiche migratorie europee arriva, paradossalmente, da una forza politica che ha costruito una parte considerevole della propria identità sulla critica dell’immigrazione. In Germania, Leif-Erik Holm, leader dell’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’immigrazione lavorativa straniera mirata e selettiva. Secondo quanto riportato il 31 agosto 2026 da DIE ZEIT, sulla base di un lancio dpa, Holm ha sostenuto la necessità di consentire l’ingresso di lavoratori stranieri quando essi rispondano a precise esigenze del mercato del lavoro tedesco, richiamando in particolare la conoscenza della lingua e la destinazione verso settori nei quali esiste una concreta carenza di manodopera. La dichiarazione merita attenzione non tanto perché rappresenti una conversione dell’AfD a una politica migratoria aperta – interpretazione che sarebbe evidentemente eccessiva – quanto perché mostra quanto stia cambiando la stessa struttura del dibattito europeo sull’immigrazione. Il punto centrale non sembra più essere semplicemente stabilire se essere favorevoli o contrari all’immigrazione. Una simile contrapposizione, che per molti anni ha dominato il confronto politico europeo, appare progressivamente insufficiente. La questione diventa piuttosto stabilire quale immigrazione ammettere, secondo quali criteri, con quali condizioni di permanenza e quale rapporto debba esistere tra ingresso, lavoro, conoscenza linguistica e integrazione. È significativo che questa impostazione emerga proprio nell’AfD. Holm non rinuncia infatti alla linea fortemente restrittiva del partito nei confronti dell’immigrazione irregolare e dei rimpatri. Al contrario, le due posizioni vengono presentate come complementari: maggiore fermezza nei confronti di chi non possiede le condizioni per soggiornare legalmente e, contemporaneamente, disponibilità verso un’immigrazione qualificata, controllata e funzionale alle necessità economiche della Germania. È una distinzione destinata probabilmente ad assumere un peso crescente nel dibattito europeo. L’Europa deve infatti confrontarsi contemporaneamente con almeno due esigenze che non possono essere affrontate separatamente. Da un lato vi è la necessità di recuperare effettività nella gestione dell’immigrazione irregolare, delle procedure di rimpatrio e dell’esecuzione delle decisioni amministrative. Dall’altro vi sono sistemi economici e demografici che, in numerosi settori, continuano ad avere bisogno di lavoratori provenienti dall’estero. Considerare queste due esigenze incompatibili significa continuare a ragionare secondo categorie politiche ormai insufficienti. Una politica migratoria può essere rigorosa sul controllo delle frontiere e sull’esecuzione dei rimpatri e, nello stesso tempo, organizzare canali di ingresso legale per le persone che possano effettivamente inserirsi nel tessuto economico e sociale. Anzi, proprio la capacità di distinguere queste situazioni potrebbe costituire uno degli elementi fondamentali di una politica migratoria credibile. Ma la dichiarazione di Holm contiene un elemento ancora più interessante: il riferimento alla lingua tedesca. La conoscenza linguistica non viene considerata semplicemente come una competenza accessoria del lavoratore straniero. Diventa uno dei criteri attraverso i quali valutare la sua capacità di inserirsi nella società di destinazione. Il lavoro, quindi, non esaurisce il problema dell’immigrazione. L’immigrato non è soltanto forza lavoro: è una persona destinata, almeno potenzialmente, a vivere stabilmente all’interno di una comunità nazionale. Ed è precisamente in questo passaggio che il tema dell’integrazione torna inevitabilmente al centro. Per troppo tempo una parte del dibattito europeo ha oscillato fra due estremi: considerare l’immigrazione quasi esclusivamente come una questione umanitaria oppure affrontarla prevalentemente come problema di ordine pubblico e controllo delle frontiere. Entrambe le prospettive colgono aspetti reali, ma nessuna delle due è sufficiente a governare un fenomeno strutturale. Tra l’ingresso e il rimpatrio esiste infatti uno spazio decisivo: la permanenza. È in quello spazio che occorre verificare se una persona lavora, conosce progressivamente la lingua, rispetta l’ordinamento, partecipa alla vita economica e sociale e costruisce un rapporto effettivo con la comunità nella quale ha scelto di vivere. È qui che il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare il baricentro della politica migratoria. L’integrazione non può continuare a essere considerata una formula generica, affidata esclusivamente alla spontaneità dei percorsi individuali o misurata soltanto attraverso il trascorrere del tempo. Deve diventare un percorso riconoscibile, verificabile e progressivo, collegato alla permanenza dello straniero e accompagnato da strumenti che consentano di misurarne concretamente l’evoluzione. La stessa conoscenza della lingua, richiamata da Holm come elemento rilevante per l’immigrazione lavorativa, rappresenta soltanto una delle dimensioni possibili. Accanto ad essa devono essere considerate la stabilità lavorativa, la formazione, il rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, le relazioni sociali, la partecipazione alla comunità e la capacità di costruire nel tempo un’autonomia reale. Questo non significa trasformare l’integrazione in uno strumento punitivo. Significa, al contrario, attribuirle finalmente un valore giuridico e politico concreto. Chi costruisce un percorso effettivo di integrazione deve poter vedere riconosciuto quel percorso anche nelle decisioni che riguardano la propria permanenza. Parallelamente, lo Stato deve tornare ad avere la capacità di distinguere tra chi possiede i presupposti per consolidare la propria presenza e chi, non avendo titolo per rimanere, deve essere effettivamente accompagnato verso il rimpatrio. La dichiarazione proveniente dal Meclemburgo-Pomerania Anteriore è dunque interessante proprio perché dimostra quanto questa distinzione stia progressivamente superando i tradizionali confini politici. Quando persino una forza come l’AfD riconosce che un’immigrazione lavorativa straniera può essere necessaria, purché selezionata, linguisticamente preparata e collegata alle esigenze della società di destinazione, significa che il vero confronto europeo dei prossimi anni potrebbe non essere più semplicemente tra apertura e chiusura. Il confronto sarà sempre più tra immigrazione governata e immigrazione subita. E governare l’immigrazione significa avere il coraggio di tenere insieme ciò che per troppo tempo è stato separato: selezione degli ingressi, legalità della permanenza, lavoro, lingua, integrazione e, quando vengono meno i presupposti per restare, effettività del ritorno. È su questa capacità di distinguere che si misurerà la credibilità delle future politiche migratorie europee. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Svezia, una pena oltre la multa può portare all’espulsione: la sentenza non è ancora il rimpatrio
      Dal 1° settembre 2026 la Svezia applica una disciplina molto più severa dell’espulsione conseguente a reato. Secondo la decisione del Riksdag, diventa regola generale che una condanna a una sanzione più grave della sola pena pecuniaria possa condurre all’allontanamento dello straniero. Non si tratta di un automatismo assoluto, ma di un netto spostamento dell’equilibrio: l’espulsione entra stabilmente nel processo penale anche per fatti che prima non raggiungevano la soglia richiesta. Fino a ieri, ricorda la televisione pubblica SVT, occorreva in via ordinaria una pena detentiva di almeno sei mesi oppure un rischio di recidiva. Il Governo stima che le espulsioni disposte per reato possano passare da circa 500 a circa 3.000 l’anno. È una previsione, non ancora un risultato: la moltiplicazione delle sentenze non dimostra da sola né l’aumento dei rimpatri effettivi né la riduzione della criminalità. La riforma interviene su più passaggi. I pubblici ministeri devono chiedere l’espulsione nei casi previsti; nella valutazione giudiziaria acquistano maggior peso gravità e natura del reato; viene eliminata la speciale protezione finora riconosciuta a chi era arrivato in Svezia prima dei quindici anni; i divieti di reingresso si allungano e, per i reati più gravi, possono non avere scadenza. La stampa locale segnala inoltre che il giudice penale non deve più rinunciare all’espulsione perché, al momento della condanna, l’esecuzione appare difficilmente praticabile. Qui emerge la contraddizione più importante. La legge separa la decisione dall’esecuzione: il tribunale stabilisce se vi siano i presupposti per espellere, mentre gli eventuali impedimenti al rimpatrio vengono esaminati dopo l’espiazione della pena dal Migrationsverket e dalla giustizia amministrativa. Un Paese di origine può non collaborare, l’identità può non essere documentata oppure il ritorno può esporre la persona a un rischio vietato dal diritto internazionale. La sentenza, dunque, crea il titolo per l’allontanamento; non crea automaticamente il volo, il documento consolare o la destinazione legalmente accessibile. Nemmeno le garanzie internazionali scompaiono. La proposta governativa approvata mantiene per i rifugiati condizioni qualificate: l’espulsione per reato richiede, in sostanza, un fatto eccezionalmente grave e un serio pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, in coerenza con il diritto dell’Unione e la Convenzione di Ginevra. Restano inoltre gli ostacoli assoluti all’esecuzione. Rinviare il controllo alla fase esecutiva non significa cancellarlo. La riforma conta perché rende esplicita una scelta politica: la commissione di un reato grave o comunque punito oltre la multa può interrompere il rapporto di permanenza con chi non è cittadino. Il collegamento con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce qui dai fatti, ma richiede precisione. L’integrazione non può essere dichiarata riuscita ignorando condotte criminali accertate; nello stesso tempo, il ritorno non può essere ridotto a una conseguenza simbolica, pronunciata senza una destinazione lecita e senza una valutazione individuale. I risultati andranno quindi misurati su almeno tre livelli: quante espulsioni saranno ordinate, quante saranno realmente eseguite e quale effetto produrranno sulla recidiva e sulla sicurezza. Se crescerà soltanto il primo numero, la Svezia avrà ampliato il divario tra diritto scritto e capacità amministrativa. Se invece decisione, cooperazione consolare, tutela delle vittime e rispetto del non-refoulement procederanno insieme, la riforma potrà essere valutata come una politica pubblica e non come un semplice messaggio elettorale. Una pena può chiudere il percorso di permanenza; solo uno Stato capace può trasformare quella conclusione in un ritorno legittimo ed effettivo. La nuova legge svedese alza la soglia della responsabilità richiesta agli stranieri. Dal 1° settembre, però, alza anche la soglia della responsabilità delle istituzioni chiamate a eseguirla. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Oltre le porte aperte e le espulsioni collettive: una terza via per governare l’immigrazione

      Il confronto politico sull’immigrazione continua a oscillare tra due estremi. Da una parte, la pretesa che l’accoglienza possa essere separata da qualsiasi verifica successiva; dall’altra, l’idea che il problema possa essere risolto attraverso allontanamenti indiscriminati o criteri fondati sull’appartenenza.

      Entrambe le impostazioni rinunciano a governare davvero il fenomeno. La prima trascura i doveri connessi alla permanenza; la seconda cancella le storie individuali e si espone a evidenti contrasti con i principi costituzionali ed europei.

      “Integrazione o ReImmigrazione” propone una terza via: ingressi regolati, percorsi di integrazione effettivi, controlli periodici e decisioni individuali quando il percorso fallisce. Chi si integra deve essere riconosciuto e messo nelle condizioni di partecipare pienamente alla società. Chi rifiuta stabilmente le regole fondamentali della convivenza non può pretendere che il proprio soggiorno sia sottratto a ogni valutazione.

      Governare l’immigrazione significa distinguere, verificare e decidere. È questo il confronto che sarà sviluppato nella conferenza del 10 ottobre a Padova.

      ReImmigrazione – Quale futuro per l’identità europea?
      Sabato 10 ottobre 2026, ore 15:00
      Via Piovese 140, Padova
      Con Lamberto Rimondini e Avv. Fabio Loscerbo
      Prenotazioni: 349 7780167 – info@levibrazionidelsapere.it
      www.reimmigrazione.com

      New York, oltre 2.100 arresti ICE: la sicurezza è il bersaglio, l’irregolarità è il criterio

      Tra il 27 luglio e il 29 agosto 2026, l’Immigration and Customs Enforcement ha arrestato 2.197 cittadini stranieri nello Stato di New York nell’ambito dell’operazione “Rotten Apple”. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha presentato il risultato il 1° settembre come una vasta azione contro persone irregolari con precedenti per omicidio, stupro, sequestro, traffico di…

      Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli

      Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli Il Giappone si prepara a destinare risorse senza precedenti alla gestione dell’immigrazione e della crescente presenza straniera. Il Ministero della Giustizia ha inserito nella propria richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2027 una somma complessiva di 80,7 miliardi di yen,…

    • Stati Uniti, oltre 100 espulsi verso otto Paesi africani: il Paese terzo diventa la destinazione
      Più di cento persone espulse dagli Stati Uniti in dieci giorni, tre voli dell’Immigration and Customs Enforcement e otto destinazioni africane: Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Eswatini, Liberia, Ruanda e Sierra Leone. Il dato emerge da documenti governativi interni ottenuti da CBS News, nell’inchiesta aggiornata il 30 agosto 2026. Nessuno dei destinatari, provenienti tra l’altro da Afghanistan, Cuba, Nicaragua, Iran, Nepal, Turchia e Venezuela, era cittadino del Paese africano nel quale è stato trasferito. Il fatto nuovo non è l’esistenza delle espulsioni verso Paesi terzi, già sperimentate da Washington, ma la loro trasformazione da casi isolati a strumento operativo su più rotte. Secondo i documenti esaminati dall’emittente, molti espulsi non avevano precedenti penali diversi dalle violazioni della disciplina sull’ingresso o sul soggiorno. La giustificazione dell’allontanamento e quella della destinazione, dunque, diventano due questioni separate: un ordine di rimozione può essere eseguibile, ma resta da spiegare perché debba concludersi in uno Stato con il quale la persona non ha cittadinanza, storia o legami. La legge statunitense contempla questa possibilità. La sequenza prevista dalla sezione 241 dell’Immigration and Nationality Act, codificata in 8 U.S.C. § 1231(b)(2), consente di individuare Paesi alternativi quando la destinazione principale non è praticabile. Anche la protezione denominata withholding of removal impedisce il trasferimento verso il Paese nel quale è stato riconosciuto il rischio di persecuzione, ma non attribuisce automaticamente un diritto generale alla permanenza negli Stati Uniti e non esclude in assoluto una rimozione verso un altro Stato. Questo non rende irrilevanti il procedimento e la sicurezza della nuova destinazione. Nel 2025 una corte federale aveva imposto preavviso e possibilità effettiva di far valere il timore di persecuzioni o torture prima delle deportazioni verso Paesi terzi. La Corte Suprema, nel procedimento DHS v. D.V.D., ha sospeso quel provvedimento cautelare e poi chiarito che non poteva essere fatto rispettare attraverso un successivo ordine correttivo. È una decisione processuale che ha riaperto l’operatività dei trasferimenti; non equivale, da sola, a dichiarare sicura ogni destinazione o corretta ogni singola procedura. Il caso più netto è quello di un afghano di 24 anni trasferito a Bangui. Come ha verificato anche Associated Press, un giudice dell’immigrazione gli aveva riconosciuto protezione dal ritorno in Afghanistan per il rischio legato alla collaborazione dei fratelli con le forze sostenute dagli Stati Uniti; uno di loro, pilota addestrato dagli americani, era stato ucciso dai talebani. Washington non lo ha rimandato a Kabul: lo ha inviato nella Repubblica Centrafricana insieme ad afghani, iraniani, nepalesi e nicaraguensi. Qui emerge la contraddizione istituzionale. Il Dipartimento di Stato mantiene per la Repubblica Centrafricana il livello massimo di allerta, “Do not travel”, richiamando disordini, criminalità, sequestri, mine, terrorismo e servizi sanitari estremamente limitati. Un avviso destinato ai cittadini americani non coincide giuridicamente con la valutazione individuale richiesta in materia di non respingimento. Ma la distanza tra le due rappresentazioni resta evidente: lo stesso apparato federale che descrive il Paese come troppo pericoloso per i propri cittadini lo utilizza come luogo di consegna per stranieri privi di legami locali. L’enforcement migratorio non termina quando un aereo decolla. Se il ritorno nel Paese d’origine è escluso, il trasferimento verso uno Stato terzo deve almeno produrre una posizione giuridica conoscibile, condizioni di accoglienza o custodia verificabili e una prospettiva concreta: permanenza regolare, integrazione possibile oppure successivo rientro compatibile con la protezione dovuta. Senza questi elementi, l’espulsione chiude il fascicolo americano ma trasferisce altrove l’irregolarità, la dipendenza e il rischio. Gli Stati Uniti stanno dimostrando che la capacità materiale di eseguire una rimozione può essere ampliata con accordi internazionali. Il vero risultato, però, non si misura con il numero dei Paesi disposti a ricevere un volo. Si misura con ciò che accade dopo l’atterraggio. Una politica dei rimpatri è effettiva quando costruisce un esito legale e stabile; quando cambia soltanto continente al problema, resta soprattutto una politica di consegna. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • El arraigo español puede ser una tercera vía entre la regularización automática y la expulsión indiscrimina da
      España ha convertido el arraigo en uno de los instrumentos más relevantes de su política migratoria. A 31 de marzo de 2026, 423.606 personas extranjeras tenían una autorización de residencia en vigor por esta vía, y durante 2025 se concedieron 221.802 autorizaciones. Ya no estamos, por tanto, ante una figura marginal o excepcional en sentido práctico, sino ante un mecanismo estructural para resolver situaciones de permanencia irregular vinculadas a relaciones sociales, familiares, laborales o formativas efectivamente desarrolladas en el país. El Reglamento de Extranjería aprobado por el Real Decreto 1155/2024 reorganizó este sistema en cinco modalidades —segunda oportunidad, sociolaboral, social, socioformativo y familiar— y redujo, con carácter general, a dos años el periodo de permanencia exigido para varias de ellas. La lógica jurídica es significativa: el ordenamiento no mira únicamente al modo en que una persona entró en España, sino también a la posición real que ha construido después dentro de la sociedad. Trabajo, formación, vínculos familiares y relaciones sociales adquieren así un valor jurídico concreto. Este enfoque contiene una intuición que merece ser preservada. Una política migratoria seria no debería tratar de manera idéntica a quien acaba de entrar irregularmente, a quien ha perdido un permiso después de años de residencia y a quien puede acreditar vínculos estables con la comunidad. La responsabilidad individual exige precisamente distinguir. La permanencia debe depender de circunstancias personales verificables, no de categorías colectivas ni de automatismos ideológicos. Pero el arraigo presenta también un riesgo evidente. Si el transcurso del tiempo acaba convirtiéndose, por sí solo, en la principal puerta de acceso a la regularidad, la frontera entre permanencia irregular e integración efectiva se debilita. España no debería confundir presencia prolongada con integración. El tiempo es un dato, no un resultado. Para consolidar una situación de residencia deben adquirir relevancia elementos como la autonomía económica, el cumplimiento de las obligaciones legales, la estabilidad de los vínculos familiares y sociales, el esfuerzo formativo y, cuando resulte necesario, el aprendizaje lingüístico. La evolución normativa de 2026 apunta ya parcialmente en esa dirección. La reforma introducida por el Real Decreto 316/2026 permite, en determinados procedimientos de arraigo sociolaboral, trabajar provisionalmente mientras se tramita la solicitud y vincula la continuidad de algunas autorizaciones a la búsqueda activa de empleo. El sistema empieza así a valorar trayectorias y comportamientos posteriores a la concesión, no únicamente requisitos estáticos cumplidos en el momento inicial. Ese enfoque podría desarrollarse con mayor coherencia y transparencia. La otra parte del modelo debe ser igualmente clara. Cuando, tras una evaluación individual con todas las garantías, una persona no dispone de un título de residencia, no acredita un arraigo jurídicamente relevante y no concurre ninguna causa de protección, la decisión de retorno debe poder ejecutarse efectivamente. Un sistema que crea vías de permanencia para quienes demuestran vínculos reales pierde legitimidad si, al mismo tiempo, las decisiones definitivas de salida quedan sistemáticamente sin cumplimiento. España puede ofrecer a Europa una vía distinta tanto de las regularizaciones automáticas y periódicas como de las propuestas de expulsión colectiva. El arraigo, bien configurado, permite construir un modelo basado en control de fronteras, evaluación individual, integración verificable, seguridad jurídica y retorno efectivo cuando no existe fundamento para permanecer. Esa es precisamente la lógica de Integrazione o ReImmigrazione: no decidir por nacionalidades o por consignas, sino gobernar la inmigración persona por persona, con derechos, deberes y consecuencias jurídicas reales. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • La radicalizzazione delle seconde generazioni dimostra perché controllare le frontiere non basta: l’Europa de ve iniziare a controllare anche l’integrazione
      Il 26 agosto 2026, Analisi Difesa ha pubblicato un articolo di Giusy Calabrò, dal titolo «Migrazioni irregolari, radicalizzazione minorile e il rischio terrorismo», nel quale viene affrontato un fenomeno che, pur collocandosi naturalmente all’interno del dibattito sulla sicurezza, finisce inevitabilmente per porre una questione assai più ampia, perché la presenza di giovani radicalizzati appartenenti alle seconde generazioni o comunque cresciuti stabilmente nelle società europee costringe a interrogarsi non soltanto sulla capacità degli Stati di controllare le proprie frontiere, ma soprattutto sulla capacità delle società europee di trasformare una presenza prolungata sul territorio in una reale appartenenza politica, civile e costituzionale. Il tema assume un rilievo particolare in una fase storica nella quale l’Europa sembra avere finalmente abbandonato, almeno in parte, quella visione quasi esclusivamente emergenziale e assistenziale dell’immigrazione che per molti anni ha concentrato l’attenzione sull’accoglienza, sulla redistribuzione dei richiedenti asilo e sulla necessità economica di nuova manodopera straniera, riportando invece al centro del confronto pubblico il controllo degli ingressi, il contrasto all’immigrazione irregolare, l’effettività dei rimpatri e, più in generale, il diritto dello Stato di stabilire chi possa entrare, chi possa permanere e chi, non avendo titolo per rimanere, debba lasciare il territorio nazionale. Si tratta di un mutamento necessario, perché nessuna politica migratoria può essere realmente tale se rinuncia preliminarmente all’esercizio della sovranità sulle frontiere e alla distinzione tra immigrazione regolare e irregolare; tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato immaginare che il ritorno del controllo statale sui confini possa, da solo, esaurire il problema migratorio, poiché una parte crescente delle difficoltà che oggi attraversano le società europee riguarda persone che quella frontiera l’hanno attraversata molti anni fa oppure, nel caso delle seconde generazioni, non l’hanno attraversata affatto. È proprio questo l’elemento che il fenomeno della radicalizzazione homegrown rende difficilmente eludibile. Naturalmente occorre evitare ogni indebita sovrapposizione tra immigrazione e terrorismo, poiché una simile equazione sarebbe priva di fondamento empirico e finirebbe per attribuire a intere comunità responsabilità che appartengono soltanto a singoli individui o a specifici ambienti ideologici; ma riconoscere questa necessaria distinzione non significa poter ignorare il problema opposto, vale a dire il fatto che esistano soggetti nati, cresciuti o comunque socializzati per anni nelle società europee che, nonostante la lunga permanenza sul territorio, sviluppano una radicale estraneità rispetto ai principi fondamentali della comunità politica nella quale vivono. Quando ciò accade, la questione non può più essere ridotta alla domanda su chi abbia attraversato la frontiera, perché per un ragazzo di seconda generazione quella frontiera è stata attraversata dai genitori molti anni prima, mentre lui è cresciuto frequentando scuole europee, vivendo nelle nostre città, utilizzando servizi pubblici, infrastrutture sociali e strumenti di comunicazione digitali pienamente inseriti nel nostro contesto; se, al termine di questo percorso, si sviluppa comunque un’identità radicalmente antagonista verso la società nella quale si è cresciuti, appare evidente che il problema non riguarda più soltanto il controllo dell’ingresso, ma ciò che è avvenuto — o non è avvenuto — durante il lungo periodo successivo. Ed è esattamente in questo spazio che dovrebbe collocarsi una nuova concezione dell’integrazione. Per troppo tempo l’integrazione è stata considerata come una conseguenza quasi spontanea della permanenza, quasi che la semplice presenza prolungata sul territorio, il lavoro, la frequentazione scolastica o il possesso di un titolo di soggiorno fossero sufficienti, con il passare degli anni, a produrre automaticamente appartenenza; ma l’esperienza dimostra che il tempo può misurare la durata della permanenza senza necessariamente misurare la profondità dell’inserimento sociale, culturale e politico, perché una persona può vivere per decenni all’interno di una società senza riconoscersi realmente nei suoi principi fondamentali, può conoscerne la lingua e continuare tuttavia a percepirne le istituzioni come estranee, può lavorare regolarmente e allo stesso tempo riconoscersi esclusivamente in una comunità religiosa, etnica o identitaria separata. È precisamente questa possibilità che impone un cambio di paradigma. L’integrazione non può più essere trattata come un semplice auspicio, una formula programmatica o un processo affidato quasi interamente alla spontaneità delle dinamiche sociali; deve diventare un principio giuridicamente rilevante e, soprattutto, un vero e proprio dovere, perché chi sceglie di stabilire in modo durevole il proprio centro di vita all’interno di una comunità nazionale non può essere considerato soltanto titolare di diritti nei confronti di quella comunità, ma deve assumere anche una responsabilità rispetto alla propria appartenenza. Il paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» muove esattamente da questa impostazione: la permanenza stabile sul territorio nazionale deve essere accompagnata da un dovere di integrazione che non ha nulla a che vedere con l’assimilazione forzata o con la cancellazione delle identità culturali, religiose o familiari di origine, ma che riguarda il riconoscimento di un nucleo di principi fondamentali senza i quali una società pluralista rischia di trasformarsi progressivamente in una somma di comunità parallele, reciprocamente estranee e unite soltanto dalla condivisione dello stesso spazio geografico. In una democrazia costituzionale, il pluralismo rappresenta certamente un valore, ma proprio perché è un valore esso presuppone un terreno comune all’interno del quale le differenze possano convivere: la dignità della persona, la libertà individuale, la parità tra uomo e donna, la libertà religiosa, il rifiuto della violenza, il rispetto delle istituzioni democratiche, l’autonomia delle scelte personali e la prevalenza dell’ordinamento statale rispetto a regole comunitarie o religiose incompatibili con i principi costituzionali. È su questo terreno comune che dovrebbe misurarsi il dovere di integrazione. Chi sceglie stabilmente di vivere in Italia dovrebbe essere chiamato non soltanto a rispettare formalmente la legge, requisito evidentemente minimo e comune a chiunque si trovi sul territorio dello Stato, ma a riconoscere quei principi che definiscono l’identità costituzionale della Repubblica e che rendono possibile la convivenza tra persone provenienti da tradizioni, culture e ordinamenti sociali profondamente differenti. È proprio per questa ragione che il dovere di integrazione dovrebbe trovare un riconoscimento espresso nella Costituzione italiana. Una simile proposta non rappresenterebbe una rottura con l’impianto costituzionale vigente, ma potrebbe invece essere letta come un suo sviluppo coerente, perché la Costituzione italiana già costruisce il rapporto tra individuo e comunità politica attraverso una relazione inscindibile tra diritti e doveri: l’articolo 2, infatti, mentre riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, richiede contemporaneamente l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, mostrando con chiarezza come l’appartenenza alla comunità non possa essere concepita esclusivamente come una posizione passiva di vantaggio nei confronti dello Stato. La presenza stabile di milioni di persone provenienti da esperienze culturali, religiose e sociali differenti rende oggi necessario interrogarsi su come quel principio possa essere declinato rispetto al fenomeno migratorio, evitando sia l’errore di trasformare la Costituzione in un regolamento amministrativo, sia quello opposto di continuare a considerare l’integrazione come una materia priva di una vera dimensione giuridica. Una norma costituzionale sul dovere di integrazione dovrebbe, per sua natura, limitarsi a fissare un principio generale, lasciando alla legge ordinaria la definizione degli strumenti concreti, degli indicatori e delle garanzie; il punto essenziale sarebbe affermare che chi sceglie di vivere stabilmente nella Repubblica è tenuto a integrarsi nella comunità nazionale nel rispetto dei principi fondamentali della Costituzione, riconoscendo così che la permanenza prolungata non costituisce una condizione giuridicamente neutra, ma determina l’insorgere di una responsabilità nei confronti della società nella quale si è scelto di vivere. Soltanto successivamente il legislatore potrebbe individuare gli elementi attraverso i quali dare concretezza a questo principio: la conoscenza della lingua italiana, la conoscenza essenziale dell’ordinamento, il rispetto dell’obbligo scolastico, l’accettazione della parità tra uomo e donna, il rispetto della libertà individuale, la partecipazione alla vita sociale e l’assenza di comportamenti incompatibili con i principi fondamentali dell’ordinamento potrebbero costituire alcuni dei parametri utili, purché inseriti in un sistema proporzionato, garantito e sottratto a qualsiasi automatismo irragionevole. Il punto decisivo, tuttavia, viene prima di ogni possibile indicatore: occorre riconoscere che integrarsi non può più essere considerato facoltativo, perché una persona che vive stabilmente all’interno di una comunità nazionale, costruisce qui il proprio futuro, vi educa i propri figli e beneficia delle libertà e delle opportunità che quell’ordinamento garantisce non può mantenere indefinitamente un rapporto puramente esterno con la comunità politica nella quale vive, come se la permanenza fosse un fatto esclusivamente amministrativo, privo di qualsiasi implicazione sul piano dell’appartenenza e della responsabilità. Per molti anni il dibattito europeo sull’immigrazione ha sviluppato in modo estremamente approfondito la dimensione dei diritti dello straniero, e ciò era certamente necessario, perché la tutela della dignità, della vita familiare, della protezione internazionale, dell’accesso al lavoro e delle garanzie giurisdizionali costituisce parte integrante dello Stato di diritto; molto meno spazio, invece, è stato riservato alla domanda speculare, vale a dire che cosa possa legittimamente essere richiesto a chi decide di stabilirsi in maniera duratura all’interno di quella stessa comunità. Eppure una società politica non può essere costruita soltanto come somma di diritti individuali, perché ogni comunità stabile presuppone anche responsabilità condivise, limiti comuni e un nucleo di principi rispetto ai quali non può esistere una neutralità assoluta. La questione diventa particolarmente evidente quando si osservano le seconde generazioni: se dopo venti o trent’anni dalla prima immigrazione continuano a emergere fenomeni di segregazione sociale, estraneità identitaria, rifiuto dei principi costituzionali o, nei casi estremi, radicalizzazione, allora l’idea secondo la quale il tempo sarebbe sufficiente a produrre automaticamente integrazione deve essere radicalmente rimessa in discussione. Il fenomeno homegrown insegna esattamente questo: una persona può essere cresciuta all’interno della società europea senza necessariamente sviluppare un sentimento di appartenenza alla sua comunità politica, e quando il percorso arriva alla radicalizzazione gli strumenti dell’intelligence, della prevenzione antiterrorismo e del diritto penale diventano inevitabilmente necessari, ma intervengono quando il processo di estraneazione è ormai giunto a una fase avanzata. Una politica dell’integrazione dovrebbe invece collocarsi molto prima, nel momento in cui si definisce che cosa significa vivere stabilmente all’interno di una comunità nazionale e quali responsabilità derivino da questa scelta. È significativo che l’articolo pubblicato da Analisi Difesa sottolinei come la sola regolazione dei flussi migratori non sia sufficiente ad affrontare il fenomeno della radicalizzazione e richiami la necessità di un coinvolgimento più ampio di famiglie, scuole, associazioni territoriali, forze dell’ordine e istituzioni; il passaggio successivo, però, dovrebbe essere quello di riconoscere che simili politiche acquistano una vera coerenza soltanto se vengono ricondotte a un principio generale, capace di attribuire all’integrazione non il carattere di una semplice raccomandazione, ma quello di una responsabilità giuridicamente e politicamente rilevante. Quel principio dovrebbe essere il dovere di integrazione: non una formula simbolica, non un programma volontario e neppure un impegno affidato esclusivamente alla buona volontà delle singole amministrazioni, ma un criterio costituzionale destinato a orientare nel tempo la legislazione, le politiche pubbliche e il rapporto tra permanenza e appartenenza. La questione, naturalmente, va ben oltre il fenomeno della radicalizzazione islamista, che rappresenta soltanto il caso più drammatico e visibile di una problematica molto più ampia: il rapporto tra immigrazione permanente e tenuta della comunità politica nazionale. Per decenni l’Europa si è domandata quante persone potessero entrare; oggi ha finalmente ricominciato a interrogarsi su quante persone debbano essere rimpatriate quando non hanno diritto a rimanere; ma la domanda destinata a diventare centrale nei prossimi anni è probabilmente un’altra, e cioè quale dovere incomba su chi, invece, ha titolo per restare e sceglie di costruire stabilmente il proprio futuro all’interno della società europea. Il paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» offre una risposta precisa: chi non ha titolo per permanere deve essere rimpatriato secondo le regole dell’ordinamento, mentre chi ha titolo per restare deve assumere un dovere di integrazione rispetto alla comunità nella quale ha scelto di vivere. Le due dimensioni non sono contrapposte, ma costituiscono le due parti di una medesima politica migratoria, perché uno Stato che controlla rigorosamente le frontiere ma rinuncia a interrogarsi su ciò che avviene dopo l’ingresso governa soltanto l’inizio del fenomeno e lascia sostanzialmente incontrollate le sue conseguenze di lungo periodo. Il vero banco di prova, in questa prospettiva, non è soltanto rappresentato dalla prima generazione, ma soprattutto dalla seconda, perché è lì che si misura se l’immigrazione abbia prodotto una reale integrazione oppure soltanto una presenza prolungata sul territorio. La domanda decisiva è capire se, dopo vent’anni, i figli delle persone immigrate si percepiscano pienamente come parte della stessa comunità nazionale nella quale sono cresciuti oppure continuino a riconoscersi in realtà separate che condividono con il resto della popolazione soltanto il territorio, senza condividere realmente il medesimo spazio civico e costituzionale. Una società democratica può e deve essere culturalmente plurale, ma per poter restare tale deve conservare un nucleo politico e costituzionale comune, perché quando anche quel nucleo viene meno il pluralismo cessa di essere convivenza tra differenze e rischia di trasformarsi in una progressiva frammentazione della comunità. È per questo che il dovere di integrazione non rappresenta una limitazione del pluralismo, ma può diventare una delle condizioni necessarie per conservarlo. L’Europa ha costruito strumenti sempre più sofisticati per controllare chi attraversa le proprie frontiere; il passaggio successivo consiste nel comprendere che il governo dell’immigrazione non termina al momento dell’ingresso, ma prosegue per anni e, in molti casi, per generazioni. L’Italia potrebbe assumere in questo campo una posizione innovativa, affermando nella propria Costituzione un principio semplice ma destinato ad avere conseguenze profonde: chi sceglie stabilmente di vivere nella Repubblica assume il dovere di integrarsi nella comunità nazionale e di riconoscere i principi fondamentali sui quali quella comunità è costruita. Perché l’integrazione non può più essere affidata alla speranza che il trascorrere del tempo produca spontaneamente ciò che la politica non ha mai avuto il coraggio di definire. Deve diventare un dovere costituzionale. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
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    • Complementary Protection after Decree-Law No. 20 of 2023: Constitutional and International Obligations as an Autonomous Legal Basis for Protection

      A Comment on the Decision of the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section, 10 July 2026

      Fabio Loscerbo

      Abstract

      The decision adopted on 10 July 2026 by the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section makes a significant contribution to the interpretation of complementary protection following the amendments introduced by Decree-Law No. 20 of 10 March 2023. Although the Commission rejected the application for refugee status and subsidiary protection, it found substantial grounds for concluding that the applicant’s removal would be contrary to Italy’s constitutional and international obligations. Protection was recognised on the basis of the combined assessment of personal vulnerability, origin from a poor rural environment, limited education, responsibilities towards a wife, three children and an elderly mother, as well as the employment-based integration and economic independence achieved in Italy. The decision is particularly important because the application was formalised after the entry into force of Decree-Law No. 20 of 2023 and therefore did not fall within the transitional regime preserving the previous wording of Article 19(1.1) of Legislative Decree No. 286/1998. It demonstrates that the removal of the express statutory reference to private and family life did not eliminate complementary protection from the Italian legal system. Constitutional, international and European obligations continue to operate as autonomous limits on the State’s power of removal. Within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, the decision also confirms that migration governance must be based on an individual, substantive and dynamic assessment: integration cannot be presumed, but when it has been effectively demonstrated, it cannot be disregarded.

      Keywords: complementary protection; constitutional obligations; international obligations; migrant integration; vulnerability; Article 19 of Legislative Decree No. 286/1998; Article 8 ECHR; Decree-Law No. 20/2023; migration governance; Integrazione o ReImmigrazione.

      The decision adopted on 10 July 2026 by the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section is significant beyond the circumstances of the individual administrative case. It provides an opportunity to address one of the most important questions arising after the reform introduced by Decree-Law No. 20 of 10 March 2023: whether the deletion from Article 19(1.1) of Legislative Decree No. 286/1998 of the express reference to private and family life substantially abolished complementary protection based on personal and social rootedness, or whether that form of protection continues to derive from the constitutional and international obligations binding the Italian State.

      The Commission examined the application of a Moroccan national born in 1982 and originating from a village in the province of Youssoufia. The applicant stated that he had left Morocco in September 2022 and had entered Italy the following month, after travelling by air to Türkiye and then following the Balkan route on foot. He expressly identified economic and family reasons as the basis for his departure: his purpose was to secure better living conditions for his wife, three children and mother, who remained in Morocco.

      The facts did not disclose the traditional elements of persecution required by the 1951 Geneva Convention. The applicant had not alleged threats relating to race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion. He had instead described structural poverty, the absence of regular employment, unsafe and precarious work in the construction sector and his inability to ensure adequate education and living conditions for his children.

      The Commission considered credible both the applicant’s geographical origin and the family’s economic deprivation, as well as the economic reasons underlying his migration. It nevertheless correctly found that those circumstances were not sufficient to justify refugee status. Migration motivated exclusively by the search for improved economic opportunities remains outside the Convention definition of a refugee unless the economic deprivation itself results from persecution or discrimination linked to one of the protected grounds.

      The distinction between an economic migrant and a refugee is therefore clearly maintained. That distinction remains essential to the coherence of the legal system, even though it is frequently blurred in public debate. International protection cannot become a general labour-migration channel, nor can it be granted solely because a person has left the country of origin in order to improve material living conditions. Such an interpretation would alter the function of the Geneva Convention and confuse legal categories based on different conditions and purposes.

      The rejection of international protection does not, however, exhaust the assessment that the State is required to conduct. Complementary protection operates precisely within this residual but legally decisive area.

      Complementary protection is distinct from refugee status and subsidiary protection. It encompasses the forms of national protection through which constitutional, international and European obligations are implemented where the conditions for international protection are absent, but removal would nevertheless result in a disproportionate violation of the person’s fundamental rights.

      In the case under examination, the Commission also excluded subsidiary protection. There was no evidence that the applicant faced a risk of the death penalty, torture or inhuman or degrading treatment under Article 14(a) and (b) of Legislative Decree No. 251/2007. Nor was the applicant’s area of origin in Morocco affected by an internal or international armed conflict and indiscriminate violence exposing civilians to a serious and individual threat within the meaning of Article 14(c).

      The Commission nevertheless continued its examination by turning to Italy’s constitutional and international obligations. This is the legally most significant aspect of the decision.

      The decision expressly acknowledges that the applicant had formalised his application after the entry into force of Decree-Law No. 20 of 2023. The transitional provision contained in Article 7(2) of that decree was therefore not applicable. That provision preserved the former version of Article 19(1.1) only for applications submitted before the reform entered into force or where the foreign national had already received an invitation from the competent Police Headquarters to submit the application.

      The issue was therefore not whether the legal framework introduced by Decree-Law No. 130 of 2020 could continue to apply under transitional rules. The Commission instead recognised complementary protection through the direct application of Italy’s constitutional and international obligations.

      This approach is significant because it prevents the 2023 reform from being interpreted as having entirely abolished protection based on private life, social integration and personal vulnerability. The legislature removed from Article 19 certain sentences that expressly identified family ties, social integration and duration of residence as relevant criteria. It could not, however, remove the binding force of the Constitution, the European Convention on Human Rights or the Charter of Fundamental Rights of the European Union.

      Ordinary legislation remains subject to higher-ranking legal constraints. Articles 2 and 3 of the Italian Constitution continue to require the protection of inviolable rights and compliance with equality, reasonableness and proportionality. Article 8 ECHR continues to protect private and family life. Article 7 of the Charter of Fundamental Rights of the European Union provides an equivalent guarantee within the scope of European Union law.

      The State’s power to control the entry, residence and removal of foreign nationals is not absolute. Removal must pursue a legitimate aim, have a legal basis and comply with proportionality. Where the consequences of return impose an excessive burden on the individual’s fundamental rights in comparison with the public interest pursued, removal cannot lawfully be carried out.

      The Commission identified a complex combination of relevant circumstances. The applicant originated from a rural background, had received limited education and supported a family composed of his wife, three children between five and twelve years of age and an elderly mother. In Morocco he had worked as a day labourer in the construction sector, without a contract, for very low wages and under unsafe working conditions. In Italy, by contrast, he had begun lawful employment and had obtained an open-ended contract in October 2023. His income enabled him to support himself independently and to provide his family in Morocco with more dignified living conditions.

      The documentary evidence confirmed the continuity and substance of that process. The file contained payslips covering the first months of 2026, an INPS social-security statement from October 2023 to March 2026, the employment contract converted into an open-ended arrangement, receipts for remittances sent to Morocco, the children’s birth certificates and the marriage certificate.

      Occupational integration was therefore not inferred from a subjective declaration of willingness to integrate. It was established through objective evidence: continuous employment, contractual stability, social-security contributions, economic independence and the ability to discharge family responsibilities.

      The Commission understood these elements as constituting a complex form of vulnerability. The decision was not based solely on the poverty existing in the country of origin, because a mere difference between Italian and Moroccan economic conditions could not automatically justify complementary protection. The legally relevant factor was the interaction between the applicant’s original personal condition, his family responsibilities and the process of autonomy and integration actually achieved in Italy.

      Protection was not recognised simply because the applicant enjoyed better economic opportunities in Italy. Such reasoning would transform complementary protection into a disguised form of economic migration. The decisive issue was the disproportionate impact that removal would have on the life he had constructed and on the responsibilities he had assumed.

      The decision states that the combined effect of those circumstances would make return detrimental to the applicant’s fundamental rights and would cause a substantial impairment of their enjoyment. The Commission also found that there were no national-security, public-order or public-safety grounds capable of justifying a restriction of those rights.

      The reference to a “combination of factors” is especially important. Complementary protection does not necessarily depend on one decisive circumstance. It may emerge from the converging assessment of several elements, none of which would be sufficient if examined in isolation.

      Vulnerability, in this sense, is not an abstract or rigidly predetermined category. It results from the person’s concrete exposure to a serious impairment of fundamental rights. It may derive from age, health, family circumstances, social background, economic precariousness, the migration journey or the degree of integration achieved in the host country.

      At the same time, vulnerability must retain legal boundaries. Not every situation of economic hardship is legally relevant vulnerability. Not every improvement in living conditions creates a right to remain. Complementary protection requires a rigorous assessment of the seriousness of the consequences of return and of their effective impact on fundamental rights.

      The Livorno decision is important precisely because it does not equate vulnerability with poverty. Rural origin and poor economic conditions are only part of the assessment. They acquire legal significance when combined with limited education, extensive family responsibilities, precarious and unsafe employment in the country of origin and, above all, the stable process of autonomy achieved in Italy.

      Employment plays a central role, although not an exclusively economic one. It enables the applicant to support himself without public assistance, pay social-security contributions, sustain his family and assume a responsible position within the productive system. The open-ended contract and the continuity of contributions demonstrate that the employment was neither episodic nor merely instrumental.

      The decision therefore reflects a substantive conception of complementary protection based on an overall assessment of the person. Even after the express list of private-life criteria was removed from the statutory text in 2023, the administration remains required to examine employment, stability, family responsibilities, economic autonomy and the practical consequences of removal.

      The legislative reform changed the wording of Article 19 but did not eliminate the legal problem. Where a foreign national has developed a private life through employment, autonomy, social relationships and the assumption of responsibilities, the State cannot limit its analysis to the finding that the person does not qualify for international protection. It must also determine whether return is compatible with fundamental rights and proportionality.

      The decision fits coherently within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm. That paradigm begins from the proposition that migration cannot be governed through automatic rules. Entry into the territory cannot in itself create a presumption of permanent residence. Equally, what the individual achieves after entry cannot be treated as legally irrelevant.

      The applicant had expressly left Morocco for economic reasons. He was not a refugee and did not face serious harm within the categories of subsidiary protection. That conclusion must be stated without ambiguity. Nevertheless, his position had changed during his stay in Italy. He had secured stable employment, achieved economic independence, paid contributions and undertaken the concrete responsibility of supporting his family.

      It is this transformation that must be assessed.

      The “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm does not treat integration as a presumed attribute of every foreign national, nor as a political formula capable of justifying every form of continued residence. Integration must be demonstrated through conduct, results and effective social ties.

      In the present case, those elements were documented. Integration was not merely occupational, although employment was its main indicator. It also comprised economic autonomy, family support, continuity of social-security contributions and the sustained assumption of responsibility.

      The Commission therefore adopted an individualised decision. It did not transform all economic migrants into beneficiaries of complementary protection. It distinguished the position of this applicant on the basis of his concrete trajectory and the disproportionate consequences of return.

      This method should inform migration governance more generally. A policy based only on admission is incomplete. A policy based exclusively on return is equally inadequate. Between admission and removal lies the period of residence, during which the results of integration must be assessed.

      Complementary protection can perform an essential function in this phase. It prevents removal from being ordered blindly, without regard to the transformation of the person’s life. It is not a general regularisation mechanism, but an individual safeguard grounded in fundamental rights.

      A rigorous application of complementary protection nevertheless requires transparent criteria. Stable employment, continuity of contributions, economic autonomy, housing, language knowledge, family ties, social participation and conduct consistent with the legal order may all constitute relevant indicators.

      None of these factors should operate automatically. An employment contract alone cannot prevent removal. Equally, the absence of a high income cannot exclude protection where other forms of vulnerability exist or where absolute prohibitions of removal apply.

      The assessment must remain comprehensive, individual and proportionate.

      The Livorno decision also raises a broader question concerning the relationship between complementary protection and ordinary channels of labour migration. The fact that an economic migrant later receives protection does not mean that complementary protection should replace migration planning. On the contrary, the case reveals the deficiencies of a system that fails to connect actual labour demand with lawful and accessible admission channels.

      The applicant possessed skills in the construction sector and obtained an open-ended employment contract. His presence therefore responded to a real labour-market demand. Yet the stabilisation of his legal position occurred through the protection system rather than through an ordinary labour-migration route.

      This imbalance cannot be ignored. Complementary protection must remain an instrument for safeguarding fundamental rights and should not become a structural remedy for failures in the management of labour migration. Where the labour market permanently absorbs foreign workers already present in the territory, the State should provide ordinary legal mechanisms capable of recognising that integration without placing functions on the protection system that do not properly belong to it.

      Within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, the response should be more coherent. Admissions should be planned according to the country’s actual economic and social needs. Residence should be accompanied by an assessment of integration. Removal should be the result of an individual decision where the right to remain is absent, meaningful integration has not been established and no constitutional, international or European limitation prevents return.

      ReImmigrazione is therefore not a collective measure and cannot be based on nationality, ethnicity or membership of a general category. It represents the possible individual outcome of a legal assessment. Where integration has instead been effectively achieved and removal would produce a disproportionate violation of fundamental rights, the legal system must recognise the continuation of residence.

      The decision of 10 July 2026 demonstrates that this distinction can be made at the administrative stage. It was not necessary to await judicial proceedings before acknowledging the relevance of constitutional and international obligations. The Commission examined the applicant’s personal circumstances, rejected international protection and then independently determined that complementary protection was applicable.

      The formal outcome consisted of transmitting the file to the competent Provincial Chief of Police under Article 32(3) of Legislative Decree No. 25/2008 for the issuance of the corresponding residence permit. The substantive outcome, however, was the recognition of complementary protection founded on the prohibition of removal contrary to fundamental rights.

      The decision therefore has importance beyond the individual proceedings. It confirms that, even after the 2023 reform, constitutional and international obligations remain an effective source of protection. Complementary protection does not depend exclusively on the continued presence of an express formula in Article 19. It derives from the overall system of guarantees and from the obligation to interpret immigration law consistently with the Constitution, the ECHR and European Union law.

      Complementary protection survives the legislative amendment because the rights it is intended to protect survive.

      The decision should not be interpreted as an automatic restoration of the pre-2023 legal framework. The Commission did not generally reapply the criteria removed by the legislature. It treated higher-ranking legal obligations as an autonomous parameter and carried out a concrete assessment of the disproportionate consequences of return.

      That distinction must remain clear. Otherwise, one would risk either depriving the legislative reform of any effect or attributing to it consequences incompatible with the hierarchy of legal sources.

      The appropriate balance lies in recognising that the legislature may regulate the conditions and procedures of residence, but cannot exempt administrative action from compliance with fundamental rights. Where removal would affect the person’s life in a disproportionate manner, the administration must prevent its execution and recognise the complementary protection required by the legal order.

      The Livorno decision points towards a possible future development. Complementary protection should be understood as a constitutional closing clause within the immigration system, applicable where international protection cannot be recognised but removal would nevertheless conflict with the State’s constitutional, international or European obligations.

      It cannot become a general title based solely on occupational integration, but neither can it disregard integration when integration has become the concrete structure of the individual’s private life.

      The principle emerging from the decision may be expressed as follows: the economic motive underlying migration does not create a right to international protection, but the trajectory developed after arrival may become relevant to complementary protection where removal would cause a disproportionate impairment of fundamental rights.

      The applicant was not protected merely because he was poor, nor simply because he was employed. Protection was recognised because his original vulnerability, family responsibilities and integration achieved in Italy formed an individual situation in which return would excessively interfere with the effective enjoyment of fundamental rights.

      Rational migration governance requires precisely this capacity to distinguish. Not everyone who arrives can remain. Not everyone who falls outside the categories of international protection may be removed without further assessment. Employment does not automatically create a right of residence, but a stable and documented integration process cannot be treated as legally irrelevant.

      The real alternative is not between reception and return. It is between a policy based on collective automatic rules and a policy capable of assessing individuals, conduct and outcomes.

      The decision of the Florence Territorial Commission – Livorno Section demonstrates that complementary protection can be one of the instruments through which this assessment is performed. It safeguards fundamental rights while also introducing an element of responsibility into the governance of residence.

      Within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, integration must be concrete, verifiable and progressive. Where it has been achieved, it must produce legal consequences. Where it is absent, and no other legal title or prohibition of removal exists, residence cannot be regarded as irreversible.

      Complementary protection does not contradict this framework. It constitutes one of its necessary legal limits and, at the same time, one of the instruments through which individual situations may be distinguished.

      Fabio Loscerbo
      Attorney admitted to practise before the Italian Supreme Court
      Registered representative of interests before the Italian Chamber of Deputies in the field of immigration
      Registered in the European Union Transparency Register, No. 280782895721-36, in the field of migration and asylum
      ORCID: 0009-0004-7030-0428

      Italia-Spagna, 180.000 controlli e 31 ingressi negati: la proroga di Schengen deve provare la necessità

      Dal 1° al 16 settembre 2026 l’Italia continuerà a controllare i passeggeri in arrivo dalla Spagna attraverso i collegamenti aerei e marittimi. La misura, introdotta il 1° agosto dopo l’ingresso massiccio di migranti a Ceuta, è stata prorogata per altri quindici giorni; Madrid ha risposto mantenendo per lo stesso periodo i controlli sui viaggiatori provenienti…

      Anche l’AfD apre all’immigrazione: lavoro, lingua e integrazione diventano criteri per restare

      Una delle indicazioni più interessanti sul futuro delle politiche migratorie europee arriva, paradossalmente, da una forza politica che ha costruito una parte considerevole della propria identità sulla critica dell’immigrazione. In Germania, Leif-Erik Holm, leader dell’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’immigrazione lavorativa straniera mirata e selettiva. Secondo quanto riportato il 31…

    • Il caso Venezia dimostra perché l’Italia dovrebbe inserire il dovere di integrazione nella Costituzione
      Il dibattito apertosi a Venezia intorno alla realizzazione di una moschea e alle dichiarazioni attribuite a Miah Rhitu rischia di essere rapidamente consumato secondo le consuete dinamiche della polemica politica: da una parte chi leggerà quelle parole come la dimostrazione dell’incompatibilità tra Islam e società occidentale, dall’altra chi considererà qualsiasi critica come un tentativo di limitare la libertà religiosa delle comunità musulmane. Entrambe le letture, a mio avviso, rischiano di perdere la questione più importante. Il problema emerso a Venezia non riguarda infatti soltanto una moschea, una candidata o una comunità religiosa. Riguarda una domanda molto più generale che l’Italia, dopo oltre trent’anni di immigrazione strutturale, continua a rinviare: quale rapporto deve esistere tra i diritti riconosciuti a chi vive nel nostro Paese e il dovere di inserirsi progressivamente nella comunità costituzionale che quei diritti garantisce? È una domanda che conduce direttamente alla proposta, già avanzata nell’ambito del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, di introdurre nella Costituzione italiana un vero e proprio dovere di integrazione. Occorre innanzitutto chiarire che cosa questa proposta non significa. Non significa subordinare la libertà religiosa al gradimento della maggioranza. Non significa chiedere allo straniero di abbandonare la propria cultura. Non significa pretendere che un musulmano smetta di essere musulmano, che una famiglia bengalese rinunci alle proprie tradizioni o che le seconde generazioni cancellino il legame con il Paese dal quale provengono i propri genitori. Soprattutto, non significa introdurre nella Costituzione un dovere di assimilazione. Significa qualcosa di profondamente diverso: costituzionalizzare l’integrazione come principio di reciprocità tra la Repubblica e chi sceglie di costruire stabilmente in essa la propria esistenza. Ed è precisamente il caso veneziano a mostrarne la necessità. Secondo quanto riportato dalla stampa, Miah Rhitu avrebbe affermato, nell’ambito della discussione sulla moschea, che «la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa». Nel precedente articolo abbiamo spiegato perché una simile formulazione, se confermata nel suo contesto, pone un problema che supera enormemente la polemica politica contingente. La libertà religiosa è un diritto fondamentale riconosciuto dall’articolo 19 della Costituzione. La pari dignità sociale e l’eguaglianza senza distinzione di sesso e religione sono altrettanto saldamente collocate nell’articolo 3. Non siamo dunque davanti a due ordinamenti differenti che devono negoziare tra loro, né a due sistemi di valori tra i quali lo Stato debba ricercare un compromesso. Esiste un solo ordinamento costituzionale. Ed è all’interno di quell’ordinamento che la libertà religiosa deve essere pienamente garantita e la parità tra uomo e donna deve essere altrettanto pienamente rispettata. Proprio qui emerge, tuttavia, una caratteristica della nostra Costituzione che merita oggi una riflessione. La Costituzione italiana nasce nel 1948, all’indomani della dittatura e della guerra, in un Paese che conosceva fenomeni migratori profondamente differenti da quelli contemporanei e che, soprattutto, sarebbe rimasto ancora per decenni un Paese prevalentemente di emigrazione. Sarebbe storicamente improprio rimproverare ai Costituenti di non avere previsto una trasformazione sociale che sarebbe diventata strutturale soltanto molti decenni dopo. La Costituzione contiene già principi capaci di governare una società pluralista. L’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; l’articolo 3 pone l’eguaglianza al centro dell’ordinamento; gli articoli 8 e 19 costruiscono uno spazio amplissimo per il pluralismo religioso; l’articolo 10 disciplina la condizione dello straniero nel quadro delle norme e dei trattati internazionali. Non partiamo dunque da un vuoto costituzionale. E neppure l’ordinamento ordinario ignora completamente il problema dell’integrazione. L’articolo 4-bis del Testo unico sull’immigrazione ha introdotto l’Accordo di integrazione, collegando determinati percorsi di soggiorno alla conoscenza della lingua italiana, dei principi fondamentali della Costituzione e dell’organizzazione delle istituzioni pubbliche. Ma proprio l’esperienza maturata negli ultimi decenni dimostra che questo non basta. L’integrazione continua ad essere prevalentemente trattata come politica amministrativa, mentre dovrebbe progressivamente diventare un principio ordinatore della politica migratoria. La differenza non è terminologica. Se l’integrazione rimane soltanto un programma amministrativo, essa dipende inevitabilmente dagli indirizzi dei governi, dalle disponibilità finanziarie, dai progetti territoriali e dalle differenti sensibilità politiche. Se invece viene riconosciuta come principio costituzionale, cambia la stessa struttura del rapporto tra immigrazione e Repubblica. I diritti rimangono diritti. Ma accanto ai diritti compare chiaramente una responsabilità. La Repubblica riconosce alla persona che vive sul proprio territorio dignità, libertà, tutela giurisdizionale, libertà religiosa e, secondo le condizioni previste dall’ordinamento, accesso ai diritti sociali e possibilità di costruire stabilmente in Italia il proprio progetto di vita. Chi sceglie una permanenza stabile dovrebbe assumere, parallelamente, il dovere di partecipare progressivamente alla costruzione dello spazio civico comune. È questo il dovere di integrazione. Non un dovere di diventare culturalmente italiani. Un dovere di diventare costituzionalmente parte della Repubblica. La distinzione è decisiva. Una democrazia liberale non deve entrare nelle case per stabilire quale lingua una famiglia debba parlare, quale cucina debba preferire, quali festività debba celebrare o quale religione debba trasmettere ai propri figli. Tutto ciò appartiene allo spazio della libertà individuale e familiare, entro i limiti posti dall’ordinamento. Ma lo Stato può e deve pretendere qualcosa di differente: conoscenza progressiva della lingua comune, conoscenza delle istituzioni, rispetto delle leggi, partecipazione sociale, riconoscimento della libertà individuale, accettazione dell’eguaglianza tra uomo e donna e rifiuto di sistemi normativi comunitari che pretendano di sovrapporsi all’ordinamento della Repubblica. Non si tratta di imporre una cultura. Si tratta di conservare le condizioni costituzionali che consentono a culture differenti di convivere. Questa distinzione diventerà sempre più importante. L’immigrazione europea sta infatti entrando in una fase profondamente diversa rispetto a quella che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Il problema non riguarda più soltanto gli ingressi, gli sbarchi, i permessi di soggiorno, l’accoglienza e i rimpatri. Milioni di persone provenienti dall’immigrazione vivono stabilmente nelle società europee; stanno crescendo seconde e terze generazioni; aumentano le naturalizzazioni; cittadini provenienti da comunità migranti partecipano alla vita associativa, economica e politica e progressivamente entrano nelle istituzioni. È un processo naturale. Ma proprio per questo occorre chiedersi quale società produrrà. Possiamo scegliere un modello nel quale lo Stato garantisce semplicemente la coesistenza di comunità differenti, lasciando che ciascuna conservi nel tempo una propria struttura sociale, culturale e identitaria sostanzialmente autonoma. Oppure possiamo costruire un modello nel quale le differenze rimangono, ma vengono progressivamente attraversate da un’appartenenza costituzionale comune. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” sceglie esplicitamente questa seconda strada. Ed è per questa ragione che il dovere costituzionale di integrazione rappresenta una delle sue proposte più importanti. La questione, naturalmente, richiede una formulazione giuridica estremamente prudente. Una norma costituzionale non potrebbe trasformare opinioni, convinzioni religiose o comportamenti culturalmente differenti ma leciti in criteri arbitrari per stabilire chi meriti di vivere in Italia. Né potrebbe comprimere i diritti fondamentali che spettano alla persona indipendentemente dal grado di integrazione raggiunto. Il dovere costituzionale dovrebbe operare diversamente. Dovrebbe innanzitutto vincolare la Repubblica stessa. Se esiste un dovere di integrazione, deve infatti esistere contemporaneamente un dovere pubblico di renderla concretamente possibile: insegnamento della lingua, scuola, formazione civica, contrasto alla segregazione territoriale, politiche abitative, accesso regolare al lavoro, partecipazione sociale e strumenti capaci di verificare gli esiti delle politiche adottate. Questa reciprocità è essenziale. Non avrebbe senso chiedere a una persona di integrarsi per poi collocarla per anni in condizioni che favoriscono isolamento, dipendenza assistenziale o concentrazione comunitaria. Ma, nello stesso tempo, non avrebbe senso investire risorse pubbliche nell’integrazione continuando a considerarla una possibilità puramente eventuale, rispetto alla quale la persona interessata non assume alcuna responsabilità. La Repubblica deve creare le condizioni dell’integrazione. Chi sceglie stabilmente la Repubblica deve partecipare al percorso di integrazione. È questo il punto di equilibrio che dovrebbe essere costituzionalizzato. E il caso veneziano permette di comprendere perché la questione non sia astratta. Il problema non consiste nello stabilire se una moschea debba essere il “premio” concesso a una comunità ritenuta sufficientemente integrata. Un diritto costituzionale non funziona in questo modo e la libertà religiosa non può essere trasformata in uno strumento disciplinare. Il problema è un altro. È stabilire quale terreno comune debba esistere affinché moschee, chiese, sinagoghe, convinzioni non religiose, tradizioni culturali differenti e modelli familiari diversi possano convivere all’interno della stessa società senza trasformarla progressivamente in una federazione informale di comunità separate. Quel terreno esiste già. È la Costituzione. Ciò che manca è rendere esplicito che l’integrazione dentro quel terreno comune non rappresenta soltanto un obiettivo auspicabile delle politiche pubbliche, ma costituisce una responsabilità condivisa. Per questo il dibattito aperto a Venezia dovrebbe essere utilizzato per andare oltre Venezia. La domanda non è se dobbiamo scegliere tra libertà religiosa e libertà delle donne. La Costituzione ha già scelto entrambe. La domanda è come garantire che, in una società destinata a diventare sempre più pluralista, continui ad esistere un ordinamento comune sufficientemente forte da garantire entrambe. La risposta del paradigma è chiara: più aumenta il pluralismo culturale, più deve diventare solida l’integrazione costituzionale. Non per cancellare le differenze. Per impedire che le differenze cancellino progressivamente ciò che abbiamo in comune. Dopo decenni nei quali abbiamo discusso quasi esclusivamente dei diritti dell’immigrazione e, negli ultimi anni, prevalentemente del controllo delle frontiere e dei rimpatri, è arrivato il momento di aprire una terza stagione della politica migratoria italiana: quella dell’appartenenza. La Costituzione del 1948 non deve essere stravolta per affrontare l’immigrazione del XXI secolo. Deve essere capace, come è avvenuto altre volte nella storia repubblicana, di confrontarsi con trasformazioni sociali che i Costituenti non potevano materialmente conoscere. La proposta è dunque semplice nella sua formulazione e assai più complessa nella sua attuazione: la Repubblica promuove l’integrazione; chi sceglie stabilmente di farne parte concorre al proprio percorso di integrazione. Non assimilazione. Non multiculturalismo senza confini. Integrazione costituzionale. Perché la Costituzione del futuro non dovrebbe chiedere allo straniero di diventare culturalmente italiano. Dovrebbe però poter chiedere a chi sceglie stabilmente l’Italia di diventare costituzionalmente parte della Repubblica. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Venezia, avevamo chiesto ai candidati quale integrazione volessero. Ora una risposta inquietante
      Quattro mesi fa, durante la campagna per le elezioni comunali di Venezia, su queste pagine avevamo scelto deliberatamente di non partecipare alla polemica più semplice. La presenza di numerosi candidati provenienti dalla comunità bengalese poteva essere raccontata in due modi opposti e, a nostro avviso, entrambi insufficienti: come dimostrazione automatica dell’avvenuta integrazione oppure, al contrario, come prova di una progressiva occupazione comunitaria della rappresentanza politica. Avevamo scelto una terza strada. Avevamo considerato fisiologico che cittadini di origine straniera partecipassero alla vita politica italiana e avevamo formulato nei loro confronti una domanda che ritenevamo molto più importante della loro provenienza: quale integrazione volete guidare? Non era una provocazione. Era una domanda politica. Il 27 aprile avevamo scritto che non basta rappresentare una comunità, occorre guidarne l’integrazione. Due giorni dopo avevamo rivolto pubblicamente ai candidati una serie di interrogativi sul significato dell’integrazione e, tra questi, ve n’era uno che oggi assume un significato particolare: l’integrazione deve comprendere anche l’adesione sostanziale ai principi costituzionali italiani? La questione nasceva dall’osservazione di un fenomeno che non riguardava affatto l’origine bengalese dei candidati. Riguardava il rapporto tra comunità e cittadino. Quando una persona proveniente dall’immigrazione entra nelle istituzioni, infatti, può verificarsi uno dei risultati migliori di un processo migratorio: l’individuo supera progressivamente la propria originaria condizione di straniero, acquisisce cittadinanza, partecipa alla vita pubblica e concorre, insieme agli altri cittadini, alla determinazione dell’indirizzo politico della comunità nazionale. Ma può verificarsi anche un fenomeno differente. La comunità di origine può conservarsi come principale struttura di appartenenza e trasformare la partecipazione politica in una proiezione istituzionale della propria presenza sociale. Il candidato rischia allora di diventare soprattutto il rappresentante di una comunità dentro le istituzioni, anziché un cittadino che, provenendo da quella comunità, partecipa alle istituzioni della Repubblica. La differenza è sottile soltanto apparentemente. È, invece, una delle questioni decisive per il futuro delle democrazie europee. Per questo avevamo insistito sul concetto di individualizzazione civica: l’integrazione dovrebbe progressivamente trasformare l’appartenenza comunitaria da elemento determinante dell’identità pubblica in una delle molte componenti dell’identità personale. Non significa cancellare origini, religione, lingua familiare o tradizioni. Significa impedire che esse diventino strutture politiche parallele attraverso le quali organizzare stabilmente la partecipazione alla società. Oggi quelle domande tornano. E tornano attraverso le parole attribuite proprio a Miah Rhitu, già candidata alle amministrative veneziane in una lista a sostegno di Andrea Martella. Intervenendo nella controversia relativa alla realizzazione di una moschea, Rhitu avrebbe posto una domanda che merita di essere riportata senza deformazioni polemiche: «Qual è l’unità di misura dell’integrazione?». E avrebbe poi affermato che una moschea non può costituire il premio per chi si comporta bene e che «la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa». Nel precedente articolo abbiamo affrontato soprattutto quest’ultima affermazione. La libertà religiosa costituisce un diritto fondamentale riconosciuto dall’articolo 19 della Costituzione, ma si esercita all’interno di un ordinamento nel quale la pari dignità e l’eguaglianza senza distinzione di sesso costituiscono principi fondamentali. Non esiste dunque una scelta politica tra libertà religiosa e libertà femminile, perché entrambe devono trovare realizzazione entro la medesima architettura costituzionale. Qui, tuttavia, interessa un’altra questione. Interessa tornare alle domande formulate durante la campagna elettorale. Perché allora avevamo deliberatamente evitato di chiedere ai candidati di origine bengalese di prendere le distanze dalla propria comunità o dalla propria religione. Avevamo chiesto qualcosa di assai diverso e, probabilmente, più impegnativo: quale modello di integrazione intendete rappresentare e guidare? La dichiarazione odierna non consente naturalmente di ricostruire da sola l’intero pensiero politico di una persona. Sarebbe metodologicamente scorretto trasformare una frase, per quanto significativa, in una sentenza complessiva sull’integrazione individuale di chi l’ha pronunciata. Ma consente di porre nuovamente il problema politico. Se una persona proveniente dall’immigrazione entra nella competizione elettorale e aspira a rappresentare cittadini italiani, il punto non è stabilire quanto abbia conservato della cultura d’origine. Il punto è comprendere quale concezione abbia maturato del rapporto tra quella cultura e l’ordinamento nel quale esercita la propria partecipazione politica. Ed è esattamente ciò che avevamo chiesto prima delle elezioni. La rappresentanza delle comunità migranti può diventare una straordinaria risorsa per l’integrazione quando produce leadership capaci di svolgere una funzione di collegamento: persone che conoscono entrambe le realtà, comprendono le difficoltà dell’inserimento, possiedono la fiducia delle comunità di origine e proprio per questo riescono a favorirne il progressivo ingresso nello spazio civico comune. Una leadership dell’integrazione dovrebbe avere anche il coraggio di dire che alcuni principi non sono oggetto di mediazione interculturale. La parità tra uomo e donna è uno di questi. La libertà individuale è uno di questi. Il diritto di una ragazza di scegliere il proprio percorso di vita indipendentemente dalle aspettative familiari o comunitarie è uno di questi. La libertà religiosa è anch’essa uno di questi. Ed è proprio perché appartengono tutti alla medesima architettura costituzionale che nessuno di essi può essere presentato come il prezzo da pagare per ottenere l’altro. Qui emerge il limite profondo del multiculturalismo quando viene interpretato come semplice coesistenza tra comunità. Uno Stato può riconoscere differenze culturali molto ampie. Può consentire alle persone di conservare tradizioni, praticare religioni differenti, costruire associazioni, mantenere rapporti con i Paesi di origine e trasmettere ai propri figli un patrimonio culturale diverso da quello maggioritario. Ma una democrazia costituzionale non può essere culturalmente neutrale rispetto ai propri principi fondamentali. Se lo diventasse, cesserebbe progressivamente di integrare e comincerebbe semplicemente ad amministrare la convivenza tra comunità. È precisamente ciò che avevamo cercato di spiegare durante le elezioni veneziane. Nel maggio scorso avevamo osservato che il ricorso stesso alle categorie di “voto di comunità” e “rappresentanza etnica” poteva costituire un indicatore di un’integrazione ancora incompiuta: non perché votare un candidato della propria origine sia illegittimo, evidentemente, ma perché una società realmente integrata dovrebbe progressivamente spostare il proprio baricentro dalla comunità all’individuo. Quattro mesi dopo, il problema appare ancora più chiaro. La questione non è impedire alle comunità di avere voce. È capire quale voce arrivi nelle istituzioni. Una voce che rivendica semplicemente diritti per la propria comunità oppure una leadership che, insieme alla rivendicazione dei diritti, assume la responsabilità di accompagnare quella comunità dentro un sistema condiviso di diritti, doveri e principi? È questa la differenza tra rappresentanza comunitaria e leadership dell’integrazione. Ed è una differenza destinata a diventare sempre più importante con l’aumento dei cittadini italiani provenienti dall’immigrazione e con l’ingresso delle seconde generazioni nella vita politica. Sarebbe un errore reagire a questo processo cercando di ostacolarlo. La partecipazione politica dei nuovi cittadini è una conseguenza naturale della trasformazione demografica e sociale del Paese. Ma sarebbe un errore altrettanto grave considerare automaticamente quella partecipazione come prova dell’avvenuta integrazione. Una persona può essere perfettamente inserita nei meccanismi democratici e contemporaneamente proporre una concezione della società fortemente comunitaria. È precisamente per questo che l’integrazione non può essere misurata soltanto attraverso lavoro, reddito, durata della permanenza o acquisizione formale della cittadinanza. Occorre osservare anche quale rapporto si costruisce con lo spazio costituzionale comune. Ed è qui che la domanda posta da Miah Rhitu diventa, paradossalmente, ancora più importante delle sue dichiarazioni sulla libertà delle donne. «Qual è l’unità di misura dell’integrazione?» Quattro mesi fa avevamo posto ai candidati veneziani sostanzialmente la stessa questione. Oggi possiamo finalmente rispondere. L’integrazione può essere misurata. E probabilmente deve esserlo. Non attraverso un arbitrario esame delle coscienze, non chiedendo agli stranieri di rinunciare alla propria identità e neppure costruendo cittadini culturalmente uniformi, ma attraverso indicatori capaci di verificare se la permanenza nel tempo abbia prodotto autonomia, conoscenza linguistica, partecipazione sociale, relazioni esterne alla comunità d’origine, rispetto delle regole e condivisione effettiva del nucleo costituzionale fondamentale. È precisamente il passaggio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di compiere. Per decenni abbiamo domandato agli immigrati di integrarsi senza definire esattamente che cosa significasse essere integrati. Ora una candidata proveniente dall’immigrazione ci domanda quale sia l’unità di misura. È una domanda legittima. E questa volta la politica italiana dovrebbe avere il coraggio di rispondere. Perché il prossimo problema dell’immigrazione italiana non riguarderà soltanto chi entra nel Paese. Riguarderà sempre di più chi, dopo essere entrato, diventa parte della società, acquisisce cittadinanza, entra nelle istituzioni e contribuisce a determinare ciò che l’Italia sarà. Ed è proprio per questo che la domanda formulata prima delle elezioni di Venezia rimane oggi ancora più attuale: quale integrazione vogliamo guidare? Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • «La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazion e
      «La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazione Ci sono frasi che, soprattutto quando vengono pronunciate da chi ha scelto di partecipare alla vita politica italiana, non possono essere archiviate come semplici provocazioni, né liquidate come espressioni infelici estrapolate dal dibattito pubblico. Se confermate nel loro esatto contesto, le parole attribuite a Miah Rhitu, cittadina di origine bengalese già candidata alle elezioni comunali di Venezia in una lista a sostegno del candidato sindaco Andrea Martella, appartengono a questa categoria. Secondo quanto riportato dalla stampa, intervenendo nella discussione sulla realizzazione di una moschea e sul rapporto tra integrazione e libertà religiosa, Rhitu avrebbe affermato: «Una moschea non può essere il premio per chi si comporta bene, la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa». È soprattutto la seconda parte della frase a meritare attenzione. Perché la libertà delle donne non è una variabile politica che possa essere collocata su un piatto della bilancia e confrontata con la libertà religiosa. Non rappresenta una concessione della società italiana alle comunità immigrate, né una particolare sensibilità culturale occidentale alla quale possa contrapporsi, con pari dignità, una differente concezione dei rapporti tra uomo e donna. La parità, la dignità della persona e l’eguaglianza senza distinzione di sesso appartengono all’architettura costituzionale della Repubblica. Allo stesso modo, la libertà religiosa costituisce uno dei cardini dell’ordinamento democratico. L’articolo 19 della Costituzione riconosce a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, individualmente o collettivamente, di farne propaganda e di esercitarne il culto, in pubblico o in privato, nel rispetto dei limiti stabiliti dall’ordinamento. Non esiste dunque alcuna contrapposizione necessaria tra la costruzione di un luogo di culto islamico e la Costituzione italiana, così come sarebbe profondamente sbagliato sostenere che una comunità debba preventivamente dimostrare di essere culturalmente assimilata per poter rivendicare diritti che la Costituzione riconosce alla persona. Ma proprio per questo occorre essere altrettanto chiari sul punto opposto: la libertà religiosa si esercita dentro l’ordinamento costituzionale italiano, non accanto ad esso e certamente non al di sopra di esso. L’articolo 3 della Costituzione proclama la pari dignità sociale e l’eguaglianza davanti alla legge senza distinzione, tra l’altro, di sesso e religione. La libertà religiosa e la parità tra uomo e donna non sono quindi principi appartenenti a due sistemi normativi concorrenti, tra i quali la Repubblica sarebbe chiamata di volta in volta a trovare un compromesso. Sono entrambi principi dell’ordinamento italiano e devono convivere all’interno della medesima cornice costituzionale. Ed è precisamente qui che il caso veneziano assume un significato che supera enormemente la polemica sulla moschea. Durante la campagna per le elezioni comunali di Venezia avevamo dedicato diversi articoli alla presenza di candidati provenienti dalla comunità bengalese. Avevamo sostenuto allora una posizione molto precisa: l’ingresso nella rappresentanza politica di cittadini provenienti dall’immigrazione è un fatto fisiologico in una democrazia, ma la rappresentanza politica non dovrebbe trasformarsi nella semplice proiezione istituzionale delle appartenenze etniche, nazionali o religiose. Avevamo quindi posto una domanda: quale integrazione vogliono guidare coloro che, provenendo dall’immigrazione, entrano nelle istituzioni italiane? La questione torna oggi con una forza ancora maggiore. Secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa, Rhitu avrebbe posto a sua volta una domanda estremamente interessante: «Qual è l’unità di misura dell’integrazione? Quanto bisogna essere integrati per avere questa moschea?». La prima domanda, separata dalla vicenda specifica del luogo di culto, merita una risposta seria. È esattamente il problema che la politica migratoria italiana ha evitato per decenni. Abbiamo parlato continuamente di integrazione senza stabilire che cosa essa significhi concretamente. Abbiamo finanziato programmi di integrazione, sottoscritto accordi, organizzato corsi, costruito strutture amministrative e utilizzato questa parola in migliaia di documenti pubblici, senza arrivare a definire un sistema capace di verificare con sufficiente precisione quando un percorso di integrazione possa considerarsi riuscito, quando presenti criticità e quando, invece, stia producendo separazione sociale e comunitaria. Eppure un’unità di misura dell’integrazione può esistere. Non può naturalmente consistere nell’abbandono della propria religione, delle proprie tradizioni familiari o della propria identità culturale. Integrare non significa trasformare un bengalese, un marocchino o un pakistano in una copia culturale di un italiano. Significa però qualcosa di più della semplice permanenza sul territorio, del possesso di un contratto di lavoro o dell’assenza di condanne penali. Significa conoscenza della lingua, autonomia economica, partecipazione alla società, relazioni che superino progressivamente il perimetro esclusivo della comunità di origine, conoscenza delle istituzioni e, soprattutto, riconoscimento sostanziale dei principi fondamentali sui quali quelle istituzioni sono costruite. Tra questi principi esiste la parità tra uomo e donna. Questo non significa subordinare la libertà religiosa a un esame ideologico preventivo. Significa affermare una cosa molto più semplice: l’integrazione in una democrazia costituzionale presuppone che il pluralismo si sviluppi entro un nucleo di principi comuni che nessuna appartenenza comunitaria può relativizzare. Altrimenti non avremo costruito una società pluralista. Avremo progressivamente costruito comunità differenti che vivono nello stesso territorio, ciascuna portatrice dei propri riferimenti culturali e normativi, mentre lo Stato rinuncia progressivamente a indicare quale sia il terreno comune. È proprio questo il rischio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” cerca di portare al centro del dibattito. Il problema migratorio europeo non può essere affrontato soltanto chiedendosi quante persone entrano, quante lavorano, quante possono essere rimpatriate o quanti nuovi ingressi siano necessari all’economia. Occorre finalmente domandarsi che cosa accade dopo l’ingresso e quale società stiamo costruendo attraverso la permanenza di milioni di persone provenienti da contesti culturali, sociali e talvolta giuridici profondamente differenti. La risposta non può essere la repressione delle differenze. Ma non può essere neppure l’indifferenza dello Stato di fronte ad esse. Esiste uno spazio enorme tra assimilazione e multiculturalismo comunitario. È lo spazio dell’integrazione costituzionale: conservare la propria identità, professare liberamente la propria religione, costruire i propri luoghi di culto e trasmettere ai figli la propria cultura, accettando contemporaneamente che esiste un nucleo di principi comuni che appartiene alla Repubblica nella quale si è scelto di vivere. La libertà delle donne appartiene a quel nucleo. Per questo la discussione aperta a Venezia non riguarda soltanto una moschea e neppure soltanto Miah Rhitu. Riguarda la domanda che l’Italia dovrà inevitabilmente affrontare nei prossimi anni: che cosa intendiamo davvero quando chiediamo a chi arriva di integrarsi? Continuare a non rispondere significa lasciare che siano le singole comunità, con il trascorrere delle generazioni, a fornire ciascuna la propria risposta. Ed è precisamente ciò che uno Stato consapevole della propria identità costituzionale non dovrebbe permettere. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Syrien-Rückkehr: Deutschland braucht Einzelfallprüfung statt politischer Quoten
      Deutschland steht bei der Rückkehr syrischer Schutzberechtigter vor einer Grundsatzfrage, die weit über Syrien hinausweist. Seit dem Sturz des Assad-Regimes hat sich die Entscheidungspraxis des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge deutlich verändert. Nach aktuellen Berichten werden Asylanträge häufiger abgelehnt und bereits gewährte Schutzstatus vermehrt überprüft. Gerade jetzt entscheidet sich, ob Deutschland Rückkehrpolitik als rechtsstaatliche Einzelfallprüfung oder als politisches Mengenproblem versteht. Das deutsche und europäische Asylrecht gibt dafür einen klaren Rahmen vor. Seit dem 12. Juni 2026 gelten für neue Entzugsverfahren die einschlägigen unionsrechtlichen Regelungen, ergänzt durch § 73b AsylG. Entscheidend ist nicht, ob sich die politische Lage in einem Herkunftsstaat allgemein verändert hat, sondern ob die Voraussetzungen des internationalen Schutzes im konkreten Fall weggefallen sind. Eine Rückkehrentscheidung darf deshalb weder an pauschalen Prozentzielen noch an der Staatsangehörigkeit als solcher hängen. Das bedeutet allerdings nicht, dass ein einmal gewährter Schutzstatus dauerhaft unangreifbar wäre. Wenn die tatsächlichen Schutzgründe wesentlich und nachhaltig entfallen sind, muss der Staat die Konsequenzen ziehen können. Ein glaubwürdiges Asylsystem braucht beides: die verlässliche Gewährung von Schutz, solange Schutz notwendig ist, und die tatsächliche Beendigung dieses Schutzes, wenn seine rechtlichen Voraussetzungen nicht mehr bestehen. Rechtsstaatlichkeit ist keine Einbahnstraße. Ebenso wichtig ist jedoch die Trennung zwischen Schutzrecht und Aufenthaltsrecht. Wer seit Jahren in Deutschland lebt, arbeitet, Deutsch spricht, eine Familie gegründet hat und gesellschaftlich eingebunden ist, behält nicht allein wegen dieser Integration automatisch seinen Flüchtlingsstatus. Aber eine belastbare Rückkehrpolitik muss prüfen, welche eigenständigen aufenthaltsrechtlichen Folgen sich aus einem langjährigen, rechtmäßigen und nachweisbar integrierten Aufenthalt ergeben können. Integration darf weder als bloßes Schlagwort missbraucht noch rechtlich ignoriert werden. Hier setzt das Paradigma „Integrazione oder ReImmigrazione“ an. Es lehnt sowohl die Vorstellung ab, jeder einmal aufgenommene Mensch müsse unabhängig von späteren Veränderungen dauerhaft bleiben, als auch die Idee einer kollektiven Rückführung nach Herkunftsgruppen. Der Maßstab muss die einzelne Person sein: Schutzbedarf, Rechtsstatus, Verhalten, Integrationsleistung, familiäre Bindungen und die tatsächliche Möglichkeit einer rechtmäßigen Rückkehr. Verantwortung ist individuell – und deshalb müssen auch staatliche Entscheidungen individuell bleiben. Für Deutschland folgt daraus eine praktische Aufgabe. Das BAMF muss Widerrufs- und Entzugsverfahren zügig, nachvollziehbar und rechtssicher führen; die Ausländerbehörden müssen anschließend aufenthaltsrechtliche Alternativen ebenso sorgfältig prüfen wie bestehende Ausreisepflichten. Gleichzeitig braucht es funktionierende Rückkehrabkommen, Dokumentenbeschaffung und Kooperation mit Herkunftsstaaten. Ein Staat, der Schutzstatus überprüft, aber rechtskräftige Rückkehrentscheidungen anschließend nicht umsetzen kann, erzeugt nur neue Unsicherheit. Die Syrien-Debatte zeigt damit exemplarisch, was eine moderne Migrationspolitik leisten muss: Schutz gewähren, solange er erforderlich ist; Integration konkret bewerten, wo sie rechtlich relevant ist; und Rückkehr durchsetzen, wenn am Ende aller Verfahren kein Aufenthaltsrecht mehr besteht. Deutschland braucht weder pauschale Bleibegarantien noch kollektive Rückkehrquoten, sondern ein belastbares System aus Einzelfallprüfung, Integration, Rechtsschutz und tatsächlicher Vollziehbarkeit. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Complementary Protection, Social Rootedness and Ex Nunc Assessment: The Tribunal of Bologna Recognises the Right to Remain on the Basis of Effective Integration

      A Comment on the Decree of the Tribunal of Bologna, Specialised Section for Immigration, International Protection and the Free Movement of European Union Citizens, 3 August 2026, Case No. 12455/2024

      Fabio Loscerbo

      Abstract

      The decree issued by the Tribunal of Bologna on 3 August 2026 offers a significant contribution to the interpretation of complementary protection based on the right to respect for private life and on the social rootedness developed by a foreign national in the host country. The Tribunal recognised protection in favour of a Pakistani national who, after entering Italy, had undertaken a progressive process of occupational, economic, residential, professional and relational integration. The decision is relevant from several perspectives. First, it clarifies that entries contained in the internal information systems of the administration are not sufficient to prove the lawful service of a decision issued by a Territorial Commission; consequently, the time limit for appeal runs from the date on which the applicant actually became aware of the decision through access to the administrative file. Second, it confirms the application of the legal framework preceding Decree-Law No. 20 of 2023 to applications submitted before 11 March 2023. Third, it recognises the dynamic nature of complementary protection by assigning decisive importance to facts that arose or became consolidated during the judicial proceedings. Employment is not treated as a merely financial fact, but as a structure of private life and as one of the principal settings in which social relationships are formed. The decree fits coherently within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, since it demonstrates that continued residence can neither be presumed nor denied in the abstract, but must be determined through an individual, documented and updated assessment of the degree of integration actually achieved.

      Keywords: complementary protection; social rootedness; private life; occupational integration; ex nunc assessment; Article 8 ECHR; service of administrative decisions; right to remain; Integrazione o ReImmigrazione.

      The decree issued by the Tribunal of Bologna on 3 August 2026 forms part of a broader judicial development in which complementary protection is understood both as an individual limit on the State’s power of removal and as a legal instrument protecting the effective rootedness acquired by a foreign national in the host country.

      The proceedings were brought by a Pakistani national, born in 1997, against the decision of the Bologna Territorial Commission rejecting his application for international protection and declining to recognise any form of complementary protection. During the proceedings, the applicant withdrew his claims for refugee status and subsidiary protection and pursued only complementary protection, to be implemented through the issuance of an Italian residence permit for special protection.

      This limitation of the subject matter of the proceedings is legally significant. The applicant’s position was no longer examined in relation to a risk of persecution or serious harm in the country of origin. The decisive issue was instead the impact that removal would have on the private life he had constructed in Italy. The centre of the assessment was therefore not the original reason for migration, but the transformation of the individual’s position during his stay in the host country.

      Before addressing the substance of the case, the Tribunal resolved an important procedural issue concerning the admissibility and timeliness of the appeal.

      The applicant had not received the Territorial Commission’s decision and had not otherwise become aware of it through lawful service. He learned of the rejection only after his lawyer submitted a formal request for access to the administrative file on 19 August 2024. The administration did not produce a certificate of service, a postal receipt, evidence of an attempted service or any other document capable of proving completion of the notification procedure. It relied only on screenshots taken from its internal information system, which recorded that the decision had not been served because the applicant was allegedly untraceable and that the matter had been assigned to the competent Police Headquarters.

      The Tribunal correctly held that such entries were not sufficient to prove lawful service. Information unilaterally entered into an internal administrative system cannot replace the formal documents through which the law proves that a notification procedure has been completed.

      A principle of broader importance follows from this conclusion. The time limit for judicial review cannot begin to run from a notification merely asserted by the administration. It must begin either when the decision has been properly served in accordance with the applicable legal rules or when the person concerned has obtained actual and demonstrable knowledge of it.

      In the present case, such knowledge was acquired only on 19 August 2024 through access to the administrative file. The appeal lodged on 5 September 2024 was therefore held to be timely and admissible.

      This aspect of the decree extends beyond the circumstances of the individual case. In proceedings concerning international and complementary protection, service of the negative decision directly affects the practical exercise of the right of defence. A defective or unproven notification cannot be treated as a minor internal irregularity when it determines the commencement of short procedural time limits, which in certain procedures may be further reduced. The burden of proving completion of service lies with the administration, which must produce documents with legal evidential value rather than internal entries unsupported by external proof.

      After resolving the procedural issue, the Tribunal examined the applicable substantive law.

      The application for protection had been submitted before 11 March 2023. Consequently, under Article 7(2) of Decree-Law No. 20 of 10 March 2023, converted into Law No. 50 of 5 May 2023, the former wording of Article 19(1.1) of Legislative Decree No. 286/1998 continued to apply. That wording derived from the reform introduced by Decree-Law No. 130 of 2020.

      Under that legal framework, expulsion or removal was prohibited where substantial grounds existed for believing that departure from Italy would result in a violation of the right to respect for private and family life. The assessment had to take account of the nature and effectiveness of family ties, the person’s actual social integration in Italy, the duration of residence and the existence of family, cultural or social ties with the country of origin.

      Decree-Law No. 20 of 2023 amended that legal framework, but expressly preserved the former regime for applications already submitted and for cases in which the foreign national had already received an invitation from the competent Police Headquarters to formalise the application. The Tribunal therefore found that there could be no doubt as to the applicability of the earlier legislation.

      The point is also important from a systemic perspective. Complementary protection cannot be correctly interpreted without a rigorous analysis of transitional law. The date on which the application was submitted may determine not only the substantive criteria to be applied but also the legal characteristics of the residence permit eventually issued, including its duration and convertibility.

      The Bologna decree does not, however, confine itself to a formal application of the earlier legislation. It reconstructs complementary protection as an evolution of the former humanitarian protection and as an autonomous form of protection of social rootedness.

      The Tribunal refers to Order No. 28316 of 2020 of the Italian Supreme Court of Cassation and to Judgment No. 24413 of 2021 of the Joint Sections. The 2020 reform is treated as having broadened the protection previously developed by the case law on humanitarian protection. The foreign national’s rootedness in Italy becomes a limit on the State’s power of removal, grounded not only in Article 3 ECHR but also in Article 8 of the Convention.

      The most innovative aspect is the recognition that vulnerability may arise directly from uprooting.

      Under the earlier case law on humanitarian protection, the court frequently conducted a comparison between the level of integration reached in Italy and the living conditions to which the applicant would be exposed in the country of origin. Complementary protection, as applied in the present decree, recognises that removal itself may constitute the source of the violation.

      Where a foreign national has developed a stable life in the host country, return may cause the immediate loss of professional, social, affective and personal relationships that have become part of that individual’s identity. Vulnerability may therefore arise not only from a pre-existing condition in the country of origin, but also from the abrupt dismantling of the private life constructed in Italy.

      The decree adopts a broad understanding of rootedness. Occupational integration is a particularly significant indicator, but it does not exhaust the assessment. Other relational dimensions falling within the scope of private life under Article 8 ECHR must also be considered.

      Protection is not therefore granted to employment as such. It is granted to the individual whose private and social identity has been structured, among other things, through employment.

      This distinction is essential. An employment contract does not automatically constitute a right of residence and cannot replace the ordinary channels for labour migration. Yet where employment is stable, continuous and accompanied by economic autonomy, training, housing and social relationships, it becomes an integral part of private life.

      In the case examined by the Tribunal, the applicant had entered Italy in 2022 and had begun lawful and continuous employment within a relatively short period. After a number of fixed-term contracts, he entered into a professional apprenticeship contract as a cook and pizza maker, commencing on 14 October 2023 and extending until the end of the training period on 13 October 2028.

      The employment relationship was therefore not episodic. The apprenticeship contract provided not only continuity of employment but also a structured pathway of professional development extending over several years.

      The Tribunal also examined the evolution of the applicant’s income. He had earned EUR 7,396 in 2023, EUR 14,154 in 2024, EUR 6,964 in the first six months of 2025 and an additional EUR 4,650 from July to December 2025. The progressive increase in income had allowed him to achieve economic self-sufficiency and secure independent accommodation.

      Economic autonomy is therefore treated as evidence of effective integration. This does not mean that fundamental rights are made dependent on income or productive capacity. The point is that the ability to support oneself, pursue professional development and obtain accommodation constitutes objective evidence of genuine participation in society.

      The applicant’s participation in vocational training further reinforced this assessment. This element showed that his integration was not limited to the performance of work tasks, but included the acquisition of skills and a sustained investment in a long-term professional project.

      The Tribunal accordingly found that the applicant had rooted his private life in Italy through employment and through the affective, friendly, professional and social relationships developed in the territory.

      In support of that conclusion, the decree refers to the judgment of the European Court of Human Rights in Niemietz v. Germany of 16 December 1992. In that case, the Strasbourg Court observed that there was no reason in principle to exclude professional or business activities from the notion of private life, since it is through working life that many individuals develop a significant, and often the greatest, part of their relationships with the outside world.

      The reference is particularly appropriate. In immigration law, employment is frequently reduced to an economic requirement measured through income, contractual duration or contributions. The perspective of Article 8 ECHR instead requires employment to be considered also as a setting of personal fulfilment and social relationship-building.

      A worker does not merely generate income. He or she develops skills, relationships of trust, routines, responsibilities and a recognised social position. The forced interruption of that process may therefore interfere with private life in a substantive sense.

      The Tribunal also considered the progressive weakening of the applicant’s ties with Pakistan. His residence in Italy and the consolidation of his personal life had gradually reduced the intensity of his relationships with the country of origin. The presence of family members in Pakistan and the continuation of limited, mainly telephone-based contact were not considered sufficient to neutralise the rootedness acquired in Italy.

      This part of the reasoning must be read carefully. The existence of family members in the country of origin is not irrelevant, but it cannot automatically be relied upon to deny the private life developed in the host country. What must be examined is the effectiveness and intensity of the relationships, rather than the merely formal existence of a family connection.

      The Tribunal further found no national-security, public-order or public-safety grounds capable of justifying removal. No adverse elements concerning the applicant’s conduct had emerged. In the absence of such grounds, the rootedness he had achieved could not lawfully be sacrificed.

      The balancing exercise required by Article 19(1.1) is not abstract. Public-security reasons must be based on specific facts concerning the conduct of the individual. A general reference to the State’s interest in immigration control is not sufficient.

      Where a risk of violation of private life has been established, removal may be carried out only if it is necessary and proportionate in relation to concrete overriding public interests. Complementary protection therefore gives rise to a subjective right to remain where expulsion would cause a serious impairment of personal identity and dignity and no prevailing public interest justifies that outcome.

      The decree is also significant because of the importance it assigns to ex nunc assessment.

      The Tribunal considered facts that arose or became consolidated during the judicial proceedings. Rootedness was not assessed only by reference to the applicant’s circumstances at the time of the Territorial Commission’s decision. The court examined the subsequent development of his employment, income, housing and professional training.

      Protection was therefore recognised on the basis of the applicant’s current situation. Judicial proceedings concerning complementary protection cannot be reduced to a retrospective review of the legality of the administrative refusal. The court must determine whether removal, at the time of judgment, would comply with fundamental rights.

      An ex nunc assessment is consistent with the very nature of integration. Integration is a process that may strengthen or deteriorate over time. A historical snapshot is not sufficient to describe the person’s present legal and social position.

      The court must therefore consider subsequent developments, particularly where administrative and judicial proceedings extend over a prolonged period. To disregard those developments would mean deciding the case on the basis of a reality that no longer exists.

      In the present case, the Tribunal found that sudden removal would have caused manifest harm, requiring the applicant to seek a new form of rootedness in a country he had left years earlier. The convergence of the positive factors therefore led to the recognition of complementary protection.

      This approach is fully consistent with the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm.

      The paradigm begins from the need to distinguish individual positions through the assessment of integration. Entry into the territory is not sufficient to create an automatic and permanent right to remain. At the same time, return cannot be ordered while disregarding what the individual has built during residence.

      The case decided by the Tribunal of Bologna demonstrates that integration may be assessed through concrete indicators: continuity of employment, progression of income, economic self-sufficiency, housing, vocational training, social relationships, the absence of adverse public-order considerations and the weakening of ties with the country of origin.

      None of these indicators operates in isolation. The apprenticeship contract alone would not necessarily have justified protection. Income alone would not have proved rootedness. Housing alone would not have established private life. It is the convergence of those factors that demonstrates the existence of a stable life project.

      The “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm does not therefore propose an automatic reward based on employment. It calls for an overall assessment of the person.

      Employment is one of the principal indicators because it reveals participation, responsibility, social relationships and autonomy. It must nevertheless be situated within a broader evaluation including individual conduct, personal relationships, knowledge of the social environment, vocational development and actual compliance with the fundamental rules of coexistence.

      Where such integration has been genuinely achieved, the legal order cannot treat it as irrelevant. Removal must be subject to a strict proportionality assessment.

      Within the paradigm, ReImmigrazione does not identify a collective policy of return based on nationality or origin. It represents the possible outcome of an individual legal assessment where the person lacks a right to remain, has not established a legally relevant integration process and is not protected against return by constitutional, international or European obligations.

      That outcome was not possible in the present case. The applicant’s positive trajectory in Italy, the absence of security concerns and the serious impairment that would have resulted from uprooting required the recognition of complementary protection.

      The decree also demonstrates that integration should not be assessed only once, at the initial administrative stage. The assessment must be updated over time. Positive personal development must be capable of influencing the legal status of the foreign national, just as a serious and current deterioration may be relevant in procedures in which the law permits renewed examination.

      Complementary protection thus becomes an instrument for governing residence. It does not replace the rules on admission and cannot be used as an ordinary labour-migration channel. It intervenes, however, where the person’s actual situation no longer corresponds to the original administrative classification.

      The applicant was no longer merely the recipient of a negative asylum decision. He had become a worker engaged in a multi-year professional pathway, economically self-sufficient, housed independently and socially connected to the territory.

      A system unable to recognise this transformation would produce decisions that might be formally consistent but substantively unjust.

      The decree also raises a question of legislative policy. At present, the assessment of integration often emerges only during litigation. It is the court, after several years, that reconstructs the applicant’s trajectory through contracts, social-security statements, payslips, training certificates and housing documents.

      A more rational system should anticipate this evaluation. The administration should have procedures capable of assessing integration periodically, with transparent criteria, participation by the person concerned and effective judicial review.

      Integration should not remain a category used occasionally to correct the deficiencies of the system. It should become one of the ordinary criteria through which residence is governed.

      The decree finally addresses the legal characteristics of the residence permit resulting from recognition. Because the application had been submitted before the entry into force of Decree-Law No. 20 of 2023, the permit remained subject to the former regime: it had a duration of two years, permitted employment, was renewable and could be converted into a residence permit for employment purposes.

      The Tribunal therefore recognised the applicant’s right to complementary protection and ordered the file to be transmitted to the territorially competent Chief of Police for the issuance of a two-year, renewable and convertible residence permit. Legal costs were fully compensated because the decision was based on an ex nunc assessment of facts that had arisen or become consolidated during the proceedings.

      The decision on costs once again confirms the dynamic nature of the protection recognised. The success of the claim did not necessarily derive from the original unlawfulness of the administrative decision, but from the substantive situation established at the time of judgment.

      Complementary protection does not merely correct the past. It governs the present.

      The principle emerging from the Bologna decree may be stated clearly: the private life of a foreign national is composed not only of family ties in the strict sense, but also of employment, training, housing, autonomy and social relationships developed in the host country. Where those factors demonstrate effective rootedness, return cannot be ordered without determining whether it would cause a serious and disproportionate impairment of personal identity and dignity.

      Not every presence produces rootedness. Not every employment contract demonstrates integration. Not every period of residence creates a right to remain.

      But where rootedness has been effectively proved, the State cannot act as though it did not exist.

      The decree confirms that complementary protection is one of the principal areas in which immigration law may overcome the sterile opposition between automatic permanence and indiscriminate return.

      The proper method is individual assessment.

      That is also the logic of the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm: to verify what the person has actually constructed, to recognise integration where it exists and to permit ReImmigrazione where it does not, always within the limits imposed by fundamental rights and the legal order.

      Fabio Loscerbo
      Attorney admitted to practise before the Italian Supreme Court
      Registered representative of interests before the Italian Chamber of Deputies in the field of immigration
      Registered in the European Union Transparency Register, No. 280782895721-36, in the field of migration and asylum
      ORCID: 0009-0004-7030-0428

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  • La cittadinanza non è irreversibile: integrazione, responsabilità e revoca

    Benvenuto in un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
    Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo.

    Oggi parliamo di un tema che segna un punto di svolta nel modo in cui lo Stato italiano guarda alla cittadinanza: la fine dell’idea che la cittadinanza sia irreversibile.

    Per anni si è diffusa una convinzione pericolosa, quasi un dogma: una volta concessa, la cittadinanza diventerebbe intoccabile, a prescindere da come sia stata ottenuta. Il tempo, secondo questa impostazione, trasformerebbe qualunque vizio in un diritto acquisito. È una visione che ha progressivamente indebolito lo Stato e svuotato di contenuto il concetto stesso di integrazione.

    Il recente parere del Consiglio di Stato ribalta questa narrazione. Con chiarezza afferma un principio semplice ma fondamentale: se la cittadinanza è stata ottenuta sulla base di documenti falsi o di una rappresentazione non veritiera della realtà, lo Stato conserva il potere di revocarla, anche a distanza di anni. Non esiste affidamento giuridicamente tutelabile quando il vantaggio è stato conseguito mediante l’inganno. Il tempo non sana la frode.

    Questo non è un dettaglio tecnico. È un messaggio giuridico e politico insieme. La cittadinanza non è un premio automatico, né una sanatoria permanente del passato. È uno status serio, che presuppone correttezza, lealtà e rispetto delle regole fin dall’origine. Proprio per questo, quando è legittimamente acquisita, è forte. Ma quando nasce viziata, può e deve essere rimossa.

    Ed è qui che il discorso si collega direttamente al paradigma integrazione o ReImmigrazione. L’integrazione non è uno slogan, non è un fatto emotivo, non è una dichiarazione di intenti. È un processo giuridico e sociale che si fonda su responsabilità individuale, rispetto delle regole e adesione reale all’ordinamento dello Stato. Se uno di questi elementi manca, l’integrazione fallisce.

    La revoca della cittadinanza, in questi casi, non è una punizione ideologica. È il ripristino della legalità. È lo Stato che riafferma la propria sovranità e afferma che l’appartenenza alla comunità nazionale non può fondarsi su una menzogna giuridica. Chi ottiene diritti attraverso l’inganno rompe il patto prima ancora di entrarvi.

    Questo episodio ci dice anche un’altra cosa, spesso rimossa dal dibattito pubblico: la ReImmigrazione non è un’eccezione estrema, ma una funzione ordinaria dello Stato. Quando l’integrazione non c’è, quando i presupposti giuridici vengono meno, quando il legame con l’ordinamento è solo formale, lo Stato deve essere in grado di trarne le conseguenze. Senza complessi, senza ipocrisie.

    Un sistema che non revoca mai è un sistema che non controlla. E un sistema che non controlla non integra: accumula conflitti, produce sfiducia, alimenta disgregazione sociale. Al contrario, uno Stato che verifica, corregge e, se necessario, revoca, è uno Stato credibile. Ed è proprio la credibilità dello Stato la condizione necessaria per una integrazione autentica.

    La cittadinanza torna così a essere ciò che è sempre stata nel diritto pubblico: un legame esigente, non un sigillo irreversibile. Un legame che si fonda sulla verità dei presupposti e sulla continuità del rispetto delle regole.

    Integrazione o ReImmigrazione non è una provocazione. È una scelta di civiltà giuridica.
    O si costruisce integrazione vera, fondata su legalità e responsabilità, oppure lo Stato deve avere il coraggio di dire no e di ripristinare l’ordine giuridico, anche attraverso la revoca e il ritorno.

    Alla prossima puntata.

    Articoli

  • Milano, un quindicenne accoltellato e il fallimento dell’integrazione delle seconde generazioni


    Il recente episodio avvenuto a Milano, che ha visto un quindicenne accoltellato nel contesto di una rapina (Milano, quindicenne accoltellato dopo aver difeso un amico da rapina | Sky TG24 https://share.google/UJoujZXTtbqDZUJG0) , non può essere archiviato come un fatto di cronaca isolato. Esso assume rilievo in quanto indice di una criticità strutturale, riconducibile al fallimento dell’attuale modello di integrazione, in particolare con riferimento alle seconde generazioni.

    Sul piano giuridico-istituzionale, l’integrazione non è un fenomeno sociologico spontaneo, né un esito automatico della crescita sul territorio nazionale. Essa costituisce un processo normativamente orientato, che presuppone l’effettiva adesione ai valori costituzionali, il rispetto delle regole dell’ordinamento e l’assunzione di doveri civici verificabili. L’assenza di tali presupposti determina una frattura tra appartenenza formale e integrazione sostanziale.

    Il coinvolgimento di minori rappresenta un elemento particolarmente significativo. Quando la violenza emerge in età adolescenziale, viene meno la funzione ordinatrice delle istituzioni deputate alla trasmissione delle regole – famiglia, scuola, contesto sociale – e si manifesta una crisi del modello di inclusione, non un semplice problema repressivo. In termini di sistema, ciò segnala un deficit di governabilità.

    La lettura esclusivamente fondata sull’emarginazione socio-economica appare, a questo punto, insufficiente. Pur potendo costituire un fattore di contesto, l’emarginazione non spiega né giustifica condotte incompatibili con l’ordinamento. Dal punto di vista giuridico, la vulnerabilità non sospende l’obbligo di conformarsi alle regole, né può tradursi in una neutralizzazione permanente della responsabilità.

    È in questo quadro che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non si tratta di una contrapposizione ideologica, ma di una impostazione funzionale: l’integrazione deve essere intesa come obbligo reciproco, fondato su parametri chiari, controllabili e, in caso di insuccesso, suscettibili di conseguenze giuridiche. Quando tali parametri non vengono rispettati, l’ordinamento deve prevedere strumenti alternativi coerenti, inclusi percorsi di rientro nel Paese di origine, nel rispetto delle garanzie fondamentali.

    Il caso di Milano dimostra che l’attuale approccio, fondato su un’idea di integrazione automatica e priva di obblighi effettivi, non è più sostenibile. In assenza di un cambio di paradigma, episodi di violenza urbana tenderanno a moltiplicarsi, trasformandosi da eccezioni a elementi strutturali del contesto urbano.

    La questione, dunque, non è emotiva né contingente. È una questione di architettura dell’ordinamento e di capacità dello Stato di governare i processi sociali complessi. Ignorare il fallimento dell’integrazione equivale a rinunciare preventivamente alla sicurezza giuridica e alla coesione sociale.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • La France contre elle-même : intégration sans obligations et État affaibli

    La France a longtemps incarné, en Europe, le modèle républicain de l’intégration. La laïcité, l’égalité devant la loi, l’universalité des règles juridiques ont constitué le socle d’un pacte clair : vivre sur le territoire de la République signifiait adhérer à un cadre commun, indépendamment de l’origine, de la culture ou de la religion. Aujourd’hui, ce modèle est de plus en plus contesté, non pas frontalement, mais par un lent déplacement du sens même de l’intégration.

    Le débat public français ne porte plus sur les moyens de rendre effectifs les devoirs liés à l’intégration, mais sur la légitimité même de les exiger. La loi n’est plus conçue comme un cadre commun intangible, mais comme une norme discutable, ajustable, parfois perçue comme oppressive lorsqu’elle s’applique de manière uniforme. L’intégration cesse alors d’être un processus juridique pour devenir une revendication politique unilatérale.

    C’est dans ce contexte que s’inscrivent les prises de position d’une partie de la gauche radicale, dont le député Carlos Martens Bilongo est l’une des figures les plus emblématiques. Son discours repose sur une idée centrale : l’État républicain ne serait pas un arbitre neutre, mais un instrument historiquement construit par et pour une majorité dominante. Dès lors, exiger l’adhésion à des règles communes serait assimilable à une forme d’assimilation contrainte, voire de violence symbolique.

    Le problème n’est pas le constat des tensions sociales ou des discriminations réelles. Le problème est la solution proposée. En substituant à l’obligation juridique un principe général de reconnaissance identitaire, on affaiblit la fonction même de la loi. La norme cesse d’être un repère commun pour devenir un objet de négociation permanente entre l’État et des groupes définis par leur appartenance culturelle.

    Cette logique place la France face à une contradiction profonde. Le modèle républicain reposait sur l’idée que l’égalité naît précisément de l’universalité de la règle. En relativisant la loi au nom de la différence, on fragilise cette égalité et l’on transforme l’État en médiateur entre communautés, plutôt qu’en garant d’un cadre commun. L’intégration, vidée de toute exigence normative, se mue en simple coexistence.

    Les conséquences sont visibles. Une intégration sans obligations ne produit ni cohésion ni responsabilité. Elle nourrit des systèmes parallèles de normes sociales et délégitime l’autorité publique. Lorsque l’État renonce à fixer des limites claires, il envoie un message implicite : le respect des règles communes est optionnel, conditionnel, négociable. À moyen terme, cette renonciation mine la confiance dans les institutions et affaiblit la capacité de l’État à maintenir l’ordre juridique.

    Le paradigme Intégration ou Réimmigration part de cette constatation. L’intégration ne peut être un droit sans contreparties. Elle suppose l’acceptation effective des règles, des obligations et des limites posées par l’État de droit. Lorsque cette intégration échoue de manière manifeste et durable, le retour dans le pays d’origine ne constitue pas une sanction morale, mais une fonction ordinaire de l’État, indispensable à la crédibilité du système juridique.

    Les positions qui, comme celles défendues par Carlos Martens Bilongo, remettent en cause la légitimité même des obligations communes ne proposent pas une réforme de l’intégration : elles en organisent la dissolution. C’est un choix politique assumé, mais incompatible avec l’idée d’un État capable de garantir la cohésion sociale et l’égalité devant la loi.

    La France est aujourd’hui confrontée à un choix décisif. Poursuivre sur la voie d’une intégration sans obligations, c’est accepter un État progressivement affaibli, réduit à la gestion administrative des différences. Réaffirmer une intégration exigeante, fondée sur des règles communes et la responsabilité individuelle, c’est au contraire préserver la fonction structurante du droit. Ce choix n’est ni idéologique ni abstrait : il engage l’avenir même de la République.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyiste inscrit au Registre pour la transparence de l’Union européenne – ID 280782895721-36

    Articoli

  • Integrazione o ReImmigrazione anche per i cittadini UE? Il caso Bologna come spartiacque

    Il fatto di cronaca avvenuto a Bologna impone una riflessione che va oltre l’emozione, oltre la contingenza giudiziaria e oltre la facile semplificazione mediatica. Non perché il diritto debba arretrare di fronte alla tragedia, ma perché proprio nei momenti di rottura emergono i limiti dei paradigmi esistenti.
    Il sospettato del delitto è un cittadino dell’Unione europea, non un extra-comunitario. Questo dato, che nei primi resoconti appare quasi come una nota a margine, in realtà è il punto dirimente dell’intera vicenda. Perché obbliga a porsi una domanda che per troppo tempo è stata elusa: il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione può continuare a valere solo per chi proviene da Paesi terzi, oppure deve estendersi anche ai cittadini comunitari?

    Oltre lo status formale: integrazione come fatto sostanziale
    Nel dibattito pubblico italiano ed europeo si è consolidata una convinzione implicita: che la “cittadinanza UE” sia di per sé sinonimo di integrazione, o quantomeno che renda superflua ogni verifica sostanziale. È una convinzione comoda, ma giuridicamente e socialmente infondata.
    Il diritto dell’Unione europea non ha mai previsto una libertà di circolazione assoluta, sganciata da qualsiasi requisito. La libera circolazione presuppone un minimo di integrazione reale, che si traduce in autosufficienza economica, rispetto delle regole, assenza di pericoli per l’ordine pubblico. Quando questi presupposti vengono meno, lo Stato membro non solo può, ma deve interrogarsi sulle conseguenze.
    Il caso di Bologna mostra esattamente questo cortocircuito: status regolare, integrazione assente. Una presenza stabile sul territorio, ma al di fuori di qualsiasi circuito lavorativo, abitativo e sociale; una marginalità tollerata, normalizzata, fino a diventare invisibile alle istituzioni. Fino a quando non esplode.

    Il tabù europeo: cittadini UE senza integrazione
    Estendere il paradigma Integrazione o ReImmigrazione ai cittadini UE significa rompere un tabù. Significa affermare che l’appartenenza all’Unione non è una licenza a vivere ai margini, né un’esenzione permanente da ogni obbligo di inserimento sociale.
    Questo non equivale a criminalizzare la povertà o la marginalità. Al contrario: significa riconoscere che l’abbandono istituzionale è esso stesso un fattore di rischio, per la persona e per la collettività. L’idea che basti il “passaporto europeo” a risolvere ogni problema è una finzione che ha prodotto zone franche di irresponsabilità, soprattutto nelle aree urbane più sensibili, come le stazioni ferroviarie.

    Il caso Bologna come spartiacque
    Il fatto di Bologna segna uno spartiacque perché rende evidente una verità scomoda: l’integrazione non può essere facoltativa, e non può essere selettiva in base alla provenienza geografica. Se l’integrazione è il fondamento della convivenza, allora deve valere per tutti. E se l’integrazione manca in modo strutturale e persistente, anche per i cittadini UE deve esistere una seconda opzione, giuridicamente regolata e garantita: la ReImmigrazione nel Paese di origine.
    Non si tratta di punizione, ma di coerenza del sistema. Un ordinamento che pretende di garantire sicurezza, diritti e coesione sociale non può accettare che l’assenza totale di integrazione resti priva di conseguenze solo perché coperta da uno status formale.

    Una scelta che non può più essere rinviata
    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce per ristabilire un principio semplice: nessuna società può reggere senza regole condivise e senza responsabilità reciproche. Il caso Bologna dimostra che limitarlo agli extra-comunitari significa lasciarlo incompiuto.
    La domanda non è più se estenderlo anche ai cittadini UE.
    La vera domanda è: quanto ancora possiamo permetterci di non farlo.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – EU Transparency Register Lobbyist
    Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

    • New York, oltre 2.100 arresti ICE: la sicurezza è il bersaglio, l’irregolarità è il criterio
      Tra il 27 luglio e il 29 agosto 2026, l’Immigration and Customs Enforcement ha arrestato 2.197 cittadini stranieri nello Stato di New York nell’ambito dell’operazione “Rotten Apple”. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha presentato il risultato il 1° settembre come una vasta azione contro persone irregolari con precedenti per omicidio, stupro, sequestro, traffico di droga e appartenenza a gang. La tensione emerge dalle stesse parole dell’amministrazione. Da un lato il segretario Markwayne Mullin ha descritto gli arrestati come i “peggiori tra i peggiori”; dall’altro, rispondendo alla stampa, ha precisato che la presenza di una condanna penale non è una condizione necessaria: per l’ICE è sufficiente che la persona sia soggetta all’applicazione della legge migratoria. La cronaca locale di ABC7 New York ha registrato entrambe le affermazioni, insieme alla contestazione della governatrice Kathy Hochul, che chiede di conoscere quanti arrestati siano effettivamente autori di reati gravi. La distinzione giuridica è decisiva. L’Enforcement and Removal Operations identifica, arresta, trattiene e avvia alla rimozione gli stranieri ritenuti in violazione della normativa federale. Si tratta di enforcement migratorio, in larga parte amministrativo: l’arresto dell’ICE non equivale a una nuova condanna penale e non coincide automaticamente con l’espulsione eseguita. Tra il fermo, l’eventuale detenzione e il rimpatrio possono intervenire verifiche sullo status, domande di protezione, ricorsi e decisioni del giudice dell’immigrazione. Il conflitto con New York riguarda soprattutto la cooperazione tra autorità. Il Governo federale accusa Stato e città di ostacolare la consegna all’ICE delle persone già detenute localmente. I cosiddetti immigration detainers, disciplinati anche dall’art. 287.7 del titolo 8 del Code of Federal Regulations, consentono all’agenzia di chiedere che uno straniero potenzialmente rimovibile resti a disposizione per il trasferimento in custodia federale. Le politiche “sanctuary” limitano questa collaborazione; non cancellano però la competenza federale sull’immigrazione. L’operazione mostra un risultato reale quando sottrae alla circolazione persone condannate per violenze gravi o individuate come pericolose. In questi casi la protezione della collettività e l’esecuzione delle conseguenze migratorie della condanna sono obiettivi legittimi. Una politica di integrazione credibile non può ignorare la rottura radicale delle regole comuni rappresentata da omicidi, stupri o sequestri. Il problema nasce quando gli esempi più gravi vengono usati per definire l’intero gruppo. Il comunicato federale elenca singoli casi e rivendica oltre duemila arresti, ma non pubblica una ripartizione completa tra condannati, imputati, persone già destinatarie di un ordine definitivo di rimozione e soggetti fermati soltanto per irregolarità del soggiorno. Senza questa scomposizione non è possibile verificare quale quota dell’operazione abbia colpito minacce concrete alla sicurezza e quale abbia perseguito il più ampio obiettivo del controllo migratorio. Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, i due piani non devono essere confusi. Chi ha commesso reati gravissimi può essere avviato alla ReImmigrazione nel rispetto della valutazione individuale, delle garanzie processuali e del principio di non-refoulement. Chi è semplicemente privo di titolo resta assoggettato alla legge, ma non può essere trasformato retoricamente in assassino o stupratore per rendere più semplice il consenso all’espulsione. Il numero di arresti misura la capacità operativa dello Stato federale; non dimostra da solo né la sicurezza prodotta né la correttezza di ogni singolo procedimento. Se Washington vuole sostenere che 2.197 arresti hanno reso New York più sicura, deve pubblicare 2.197 ragioni verificabili. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Malesia, il visto multiplo si restringe a 31 nazionalità: quattro finalità, ma manca ancora la lista
      Dal 1° settembre 2026 la Malesia non rende più disponibile il Multiple Entry Visa a tutte le nazionalità. Secondo l’avviso pubblicato il 2 settembre dal Dipartimento dell’Immigrazione, il MEV è ora limitato ai cittadini di 31 Paesi e a quattro finalità: viaggi “fly & cruise”, affari, cure mediche e turismo matrimoniale. Il dato più rilevante è la direzione della marcia. Nel novembre 2023 il ministro dell’Interno aveva presentato il MEV fino a 30 giorni come una misura destinata a “tutti i turisti”, dentro un piano di liberalizzazione volto ad attrarre visitatori e investitori; il Governo aveva però già annunciato una verifica dell’efficacia e dei rischi di sicurezza. La ricostruzione del Malay Mail permette oggi di misurare la contraddizione: meno di tre anni dopo, l’accesso multiplo passa dall’apertura generalizzata alla selezione per passaporto e scopo del viaggio. Nel quadro amministrativo malese, il visto a ingressi multipli non equivale a un permesso di residenza. La disciplina generale pubblicata dall’Immigrazione lo distingue dal visto a ingresso singolo: consente più accessi nel periodo di validità, ma ogni permanenza resta normalmente limitata a 30 giorni e non è prorogabile. La novità non chiude quindi le frontiere e non trasforma automaticamente in irregolare chi non rientra nei nuovi requisiti; restringe una specifica facilitazione di mobilità ripetuta. È altrettanto importante non estendere la portata dell’annuncio oltre ciò che dice. L’avviso riguarda il MEV offerto attraverso MyVISA per le finalità indicate e non annuncia la soppressione dei permessi di lavoro, studio o soggiorno di lungo periodo, né dei programmi speciali disciplinati separatamente. Per i viaggiatori esclusi restano da verificare, in base alla cittadinanza e alla ragione del viaggio, l’esenzione dal visto oppure la possibilità di richiedere un ingresso singolo. La conseguenza pratica è tuttavia concreta. Chi usa la Malesia come snodo regionale per appuntamenti d’affari, percorsi sanitari o itinerari combinati dovrà dimostrare sia l’appartenenza a una nazionalità ammessa sia una finalità riconosciuta. La comodità di più ingressi diventa un beneficio selettivo, mentre per gli altri ogni nuovo viaggio può richiedere una procedura distinta. Qui emerge il punto debole del provvedimento. Nell’avviso pubblico esaminato non compare l’elenco delle 31 nazionalità e non sono precisati criteri di selezione, trattamento delle domande già presentate o regime dei visti già rilasciati. L’amministrazione invita semplicemente a pianificare il viaggio secondo la nuova politica e a consultare il portale MyVISA. Una misura efficace dal giorno precedente alla pubblicazione, ma priva nel medesimo avviso dei suoi elementi applicativi essenziali, trasferisce sui viaggiatori e sugli operatori il rischio dell’incertezza. La scelta può rispondere a esigenze legittime di controllo, prevenzione degli abusi e concentrazione delle facilitazioni sui flussi ritenuti economicamente utili. Ma senza dati sui risultati della liberalizzazione del 2023 e senza la lista ufficiale dei beneficiari non è ancora possibile valutarne proporzionalità ed efficacia. Il numero “31” comunica selettività; da solo non spiega perché alcuni passaporti siano affidabili e altri no. Non siamo davanti a una politica di integrazione o di ritorno, bensì alla regolazione dell’ingresso temporaneo. Proprio per questo il principio decisivo è più semplice: lo Stato può graduare le condizioni di accesso, ma deve renderle conoscibili prima che producano effetti. Una frontiera può essere selettiva; non dovrebbe essere opaca. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli
      Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli Il Giappone si prepara a destinare risorse senza precedenti alla gestione dell’immigrazione e della crescente presenza straniera. Il Ministero della Giustizia ha inserito nella propria richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2027 una somma complessiva di 80,7 miliardi di yen, pari a circa 500 milioni di euro, destinata alle politiche migratorie e agli interventi rivolti agli stranieri residenti. La cifra è più che doppia rispetto allo stanziamento iniziale previsto per l’esercizio precedente. Occorre precisare che si tratta ancora di una richiesta formulata dal Ministero, destinata a essere esaminata dal Ministero delle Finanze prima dell’approvazione definitiva del bilancio. La scelta politica, tuttavia, appare già sufficientemente chiara: Tokyo non intende più considerare l’aumento della popolazione straniera come un fenomeno temporaneo, marginale o governabile esclusivamente attraverso le tradizionali procedure amministrative di ingresso e soggiorno. Secondo quanto riferito dal Mainichi Shimbun il 27 agosto 2026, la richiesta comprende 26,3 miliardi di yen per il sistema JESTA, la futura autorizzazione elettronica di viaggio giapponese; 4,4 miliardi per la digitalizzazione dei controlli migratori, compresi nuovi varchi dotati di riconoscimento facciale; 15,5 miliardi per le politiche di convivenza e integrazione, fra le quali rientrano l’insegnamento della lingua giapponese e delle conoscenze necessarie alla vita quotidiana; ulteriori 1,2 miliardi sarebbero infine destinati al contrasto del soggiorno irregolare e all’accelerazione dell’allontanamento delle persone raggiunte da provvedimenti definitivi di espulsione. Fonte: https://mainichi.jp/english/articles/20260827/p2g/00m/0na/006000c La notizia è particolarmente significativa perché mostra un approccio assai diverso da quello che continua a dominare in una parte rilevante dell’Europa. Il Giappone non sceglie fra controllo e integrazione, quasi che finanziare l’uno significhi necessariamente rinunciare all’altra. Considera invece i due elementi come parti della medesima politica pubblica. Si rafforzano i controlli prima dell’ingresso, si investe nella capacità amministrativa di conoscere chi entra e chi soggiorna, si accelera l’esecuzione dei provvedimenti nei confronti di chi non possiede più un titolo legittimo per rimanere; contemporaneamente, si destinano risorse considerevoli all’apprendimento della lingua e delle regole necessarie per vivere nella società giapponese. È un’impostazione che nasce dalla consapevolezza di una trasformazione ormai difficilmente reversibile. Anche il Giappone è attraversato da un grave declino demografico, dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente necessità di manodopera straniera. Per molto tempo il Paese ha cercato di rispondere a questa esigenza senza definirsi formalmente come una società di immigrazione. Oggi, tuttavia, l’aumento degli stranieri residenti e dei lavoratori provenienti dall’estero rende insufficiente quella tradizionale prudenza terminologica. Quando la presenza straniera diventa strutturale, infatti, non è più sufficiente disciplinare gli ingressi. Diventa necessario governare ciò che avviene dopo l’ingresso e impedire che l’immigrazione produca progressivamente comunità separate, unite al resto della popolazione soltanto dal luogo di residenza o dal rapporto di lavoro. La lingua assume, in questa prospettiva, un’importanza decisiva. Non rappresenta semplicemente uno strumento utile per trovare un impiego o rivolgersi agli uffici pubblici, ma costituisce la prima infrastruttura dell’appartenenza. Senza una lingua comune diventa più difficile comprendere le leggi, partecipare alla vita collettiva, seguire il percorso scolastico dei figli, instaurare relazioni al di fuori della propria comunità di origine e riconoscersi progressivamente nella società nella quale si è scelto di vivere. È significativo che il programma giapponese non si limiti all’insegnamento linguistico, ma comprenda anche l’acquisizione delle conoscenze necessarie alla vita quotidiana. Dietro questa espressione apparentemente amministrativa si trova un principio politico importante: l’integrazione non può essere affidata interamente alla spontaneità dei rapporti sociali, perché richiede la conoscenza concreta delle regole, delle istituzioni e dei comportamenti fondamentali della comunità ospitante. La scelta giapponese non deve essere idealizzata. Resta da verificare come verranno distribuite le risorse, quali risultati saranno effettivamente misurati e quale parte della richiesta sopravvivrà all’esame finanziario. Né può essere automaticamente trasferita in Europa, dove il quadro costituzionale, il sistema di protezione dei diritti e la storia delle migrazioni presentano caratteristiche differenti. Il dato politico, tuttavia, rimane. Tokyo sembra avere compreso che una società ordinata non si costruisce scegliendo alternativamente fra apertura e chiusura, fra accoglienza ed espulsione, fra tutela degli stranieri e sicurezza della popolazione. Si costruisce stabilendo regole differenti per situazioni differenti: controllo effettivo degli ingressi, integrazione concreta di chi soggiorna legalmente e ritorno di chi non possiede più le condizioni per rimanere. In Europa, invece, la discussione continua troppo spesso a essere prigioniera di una contrapposizione ideologica. Da una parte vi è chi considera sufficiente aumentare i controlli e i rimpatri, senza affrontare il problema dei milioni di stranieri che vivono legittimamente e stabilmente nel continente. Dall’altra vi è chi invoca l’integrazione come un diritto o come un generico obiettivo sociale, rifiutando però di definirne i contenuti, di verificarne gli esiti e di collegarla alla responsabilità individuale di chi sceglie di stabilirsi nel Paese. Il Giappone propone implicitamente una terza impostazione: investire nell’integrazione proprio perché si intende mantenere il controllo dell’immigrazione. La conoscenza linguistica, la comprensione delle regole e la convivenza ordinata non sono presentate come concessioni simboliche alla popolazione straniera, ma come condizioni necessarie per tutelare la coesione della società nel suo complesso. È precisamente su questo terreno che il caso giapponese si avvicina al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Chi entra legalmente e partecipa realmente alla società deve poter trovare un percorso di stabilizzazione chiaro, verificabile e coerente. Chi rimane irregolarmente o è destinatario di un provvedimento definitivo di allontanamento non può invece essere assorbito indefinitamente attraverso la semplice tolleranza amministrativa dell’illegalità. La differenza rispetto alla visione economicista è evidente. Una politica puramente economica si limita a domandare quanti lavoratori stranieri siano necessari per compensare il calo della popolazione attiva. Una politica nazionale deve invece domandarsi quali conseguenze produrranno quegli ingressi sulla composizione della società, sulla scuola, sulle città, sui servizi pubblici e sulla capacità delle generazioni future di riconoscersi all’interno della stessa comunità. La decisione giapponese dimostra, almeno nelle intenzioni, che l’aumento dell’immigrazione non deve necessariamente comportare la rinuncia al controllo e che il rafforzamento dei controlli non deve necessariamente tradursi nell’abbandono dell’integrazione. È una lezione semplice, ma ancora largamente ignorata in Europa: uno Stato serio controlla chi entra, integra chi ha titolo per rimanere e rende effettivo il ritorno di chi deve lasciare il territorio. Se una sola di queste tre funzioni viene meno, la politica migratoria perde il proprio equilibrio e finisce inevitabilmente per produrre irregolarità, separazione sociale o entrambe. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Londra libera le carceri espellendo i detenuti stranieri: una scelta di buon senso che l’Europa ha dimenticato
      Nel suo primo intervento alla Camera dei Comuni da capo del Governo, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha annunciato l’intenzione di aumentare il numero dei detenuti stranieri rimpatriati, inserendo la misura nel più ampio progetto di riforma del sistema penitenziario. La notizia è stata diffusa dal Prime Minister’s Office il 1° settembre 2026 e riguarda i cosiddetti foreign national offenders: cittadini stranieri condannati per reati commessi nel Regno Unito e destinati, quando ne ricorrano le condizioni giuridiche, all’allontanamento dal territorio nazionale. La proposta nasce da un problema concreto che non può più essere affrontato attraverso formule rassicuranti: le carceri britanniche sono sottoposte a una pressione crescente e lo Stato continua a utilizzare posti, personale e risorse pubbliche per trattenere persone che, una volta conclusa la vicenda penale o raggiunta la fase nella quale la legge ne consente il trasferimento, non hanno più titolo per rimanere nel Paese. Il principio affermato da Burnham è difficilmente contestabile. Se uno straniero, accolto o comunque ammesso sul territorio britannico, commette reati di gravità tale da determinare una condanna e la conseguente espulsione, la permanenza in Gran Bretagna non può trasformarsi in un diritto acquisito. Il titolo di soggiorno presuppone il rispetto dell’ordinamento che lo riconosce; quando questo rapporto viene gravemente infranto, lo Stato ha il diritto — e, in determinate circostanze, il dovere — di porvi termine. Naturalmente, l’espulsione non può diventare una scorciatoia utilizzata per eludere l’esecuzione della pena. Il condannato straniero non deve ricevere un trattamento più favorevole rispetto al cittadino britannico soltanto perché può essere rimpatriato. La questione consiste, piuttosto, nel coordinare l’esecuzione penale con l’allontanamento: mediante il trasferimento nel Paese di origine, l’applicazione dei programmi di rimpatrio anticipato previsti dalla legislazione britannica oppure l’espulsione immediatamente successiva al periodo di detenzione richiesto dalla legge. Il quadro giuridico del Regno Unito già contempla l’espulsione dei cittadini stranieri condannati. La sezione 32 dello UK Borders Act 2007 stabilisce, in linea generale, la deportazione dei cittadini stranieri condannati nel Regno Unito a una pena detentiva di almeno dodici mesi, ferme restando le eccezioni previste dalla legge, gli obblighi internazionali e la tutela dei diritti fondamentali. Esistono inoltre meccanismi che consentono l’allontanamento prima della conclusione integrale della pena, proprio per evitare che il sistema penitenziario continui a sostenere costi che potrebbero essere legittimamente trasferiti sullo Stato di cittadinanza. Il vero problema, dunque, non è l’assenza delle norme, ma la distanza che spesso separa la decisione di espulsione dalla sua esecuzione effettiva. Ricorsi, difficoltà nell’identificazione, mancata cooperazione consolare, assenza dei documenti di viaggio e ostacoli diplomatici possono prolungare per mesi o per anni la presenza del condannato sul territorio britannico. In altri casi, terminata la pena, lo straniero viene trasferito in un centro di trattenimento oppure rimesso in libertà nell’attesa che l’allontanamento diventi concretamente possibile. È in questa zona grigia che lo Stato perde autorevolezza. Una misura di espulsione che rimane sulla carta non protegge la collettività, non riduce la pressione sulle carceri e non produce alcuna conseguenza effettiva nei confronti di chi ha violato gravemente le regole della comunità nazionale. L’annuncio di Burnham avrà quindi valore soltanto se sarà accompagnato da accordi di riammissione funzionanti, procedure amministrative avviate prima della scarcerazione, identificazione tempestiva dei detenuti stranieri e capacità concreta di organizzare i rimpatri. Resta fermo il divieto di allontanare una persona verso un Paese nel quale correrebbe un rischio reale di persecuzione, tortura o trattamenti inumani e degradanti. Devono inoltre essere valutate, nei casi previsti, le condizioni familiari e la vita privata costruita nel Regno Unito. Ma queste garanzie, essenziali in uno Stato di diritto, non possono essere trasformate in un sistema di eccezioni talmente esteso da rendere ineseguibile ogni espulsione. La tutela individuale impone una valutazione rigorosa; non impone allo Stato di rinunciare preventivamente alla propria potestà di allontanamento. La scelta britannica rivela, ancora una volta, il cambiamento in corso nelle politiche migratorie occidentali. Dopo anni nei quali l’attenzione pubblica è stata concentrata quasi esclusivamente sull’ingresso e sull’accoglienza, numerosi governi stanno tornando a interrogarsi sulla permanenza: chi può rimanere, a quali condizioni e quali conseguenze devono derivare dalla violazione grave delle regole comuni. Il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” parte precisamente da questo punto. La permanenza dello straniero non può essere considerata una condizione irreversibile, indipendente dal comportamento tenuto nel Paese ospitante. Chi rispetta le leggi, partecipa alla vita della comunità e intraprende un percorso effettivo di integrazione deve trovare istituzioni capaci di riconoscere e consolidare tale percorso. Chi, al contrario, manifesta attraverso gravi condotte criminali un radicale rifiuto delle regole comuni non può pretendere che la società ospitante continui a sostenerne indefinitamente la presenza. Espellere i detenuti stranieri che possono essere legittimamente rimpatriati non rappresenta una forma di ostilità verso l’immigrazione. Significa distinguere l’integrazione dalla semplice permanenza fisica e riaffermare che l’appartenenza a una comunità politica comporta diritti, ma anche responsabilità. Le carceri non possono diventare il luogo nel quale vengono occultate le conseguenze di una politica migratoria incapace di decidere chi debba restare e chi, dopo avere gravemente violato il patto di convivenza, debba tornare nel proprio Paese. La Gran Bretagna sembra averlo compreso. Ora dovrà dimostrare di saper trasformare l’annuncio in rimpatri effettivi. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani?
      Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani? Le nuove proiezioni demografiche confermano un dato che, da anni, attraversa il dibattito pubblico italiano: il nostro Paese invecchia, registra poche nascite e vede progressivamente ridursi la propria popolazione in età lavorativa. Secondo le più recenti previsioni dell’ISTAT, nel 2030 l’Italia avrà ancora una popolazione prossima ai 59 milioni di residenti. A prima vista, dunque, il crollo demografico potrebbe apparire meno imminente di quanto spesso venga rappresentato. Ma è precisamente qui che occorre evitare una lettura superficiale dei numeri. Il problema italiano non consiste soltanto nel sapere quanti saremo. Consiste nel comprendere come sarà composta quella popolazione, quali trasformazioni attraverserà, quale rapporto esisterà tra generazioni, quale peso avranno i flussi migratori e, soprattutto, quale capacità avrà lo Stato di trasformare una crescente presenza straniera in autentica appartenenza alla comunità nazionale. Le proiezioni demografiche mostrano infatti che il saldo naturale italiano continuerà a essere negativo. I decessi saranno superiori alle nascite e una parte rilevante della tenuta numerica della popolazione dipenderà dal saldo migratorio positivo. In altri termini, senza immigrazione la diminuzione della popolazione italiana sarebbe sensibilmente più rapida. Da questa constatazione viene però ricavata troppo spesso una conclusione che non è contenuta nei dati: poiché l’Italia ha meno nascite, allora avrebbe necessariamente bisogno di una crescente immigrazione, quasi che il problema demografico possa essere affrontato attraverso una semplice sostituzione numerica della popolazione. È una visione economicista e, prima ancora, riduttiva della società. Una nazione non è una società per azioni nella quale sia sufficiente sostituire i lavoratori che escono con altri lavoratori che entrano. La continuità di una comunità politica non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei residenti, il gettito contributivo o la disponibilità di manodopera. Essa dipende anche dall’esistenza di una lingua comune, dalla condivisione delle regole fondamentali, dall’adesione ai principi costituzionali, dalla partecipazione alla vita civile e dalla possibilità di riconoscersi progressivamente in una storia collettiva. Per questo la vera domanda demografica non è soltanto: quanti abitanti avrà l’Italia nel 2030? La domanda più seria è un’altra: chi saranno gli italiani del 2030, del 2040 e del 2050? È evidente che una parte crescente della futura popolazione italiana avrà origini migratorie. Si tratta di un processo già in corso e destinato ad acquistare un peso sempre maggiore. Proprio per questa ragione la questione dell’integrazione non può più essere trattata come un capitolo marginale delle politiche migratorie, né come un generico auspicio affidato al trascorrere del tempo. Se l’immigrazione è destinata a incidere strutturalmente sulla composizione futura della popolazione italiana, allora l’integrazione deve diventare una delle principali politiche pubbliche dello Stato. Non può essere sufficiente stabilire chi entra. Occorre stabilire anche quale percorso debba compiere chi rimane. La politica migratoria italiana si è occupata per decenni prevalentemente di ingressi, permessi di soggiorno, sanatorie, quote di lavoro, protezione internazionale e rimpatri. Molto meno si è occupata della fase successiva, cioè del rapporto che si costruisce tra lo straniero stabilmente presente e la comunità nazionale. È qui che emerge uno dei limiti più evidenti dell’attuale sistema. L’integrazione viene spesso descritta come un processo spontaneo. Si presume che la permanenza prolungata nel territorio, il lavoro o la frequenza scolastica producano automaticamente appartenenza. Ma l’esperienza europea dimostra che non sempre è così. Possono esistere seconde e terze generazioni perfettamente integrate e, nello stesso tempo, comunità che continuano a vivere secondo codici culturali, sociali e talvolta normativi largamente separati da quelli della società ospitante. Il tempo, da solo, non integra. La cittadinanza, da sola, non integra. Il lavoro, da solo, non integra. L’integrazione è invece un processo complesso che riguarda lingua, istruzione, autonomia economica, rispetto delle norme, adesione ai principi costituzionali, rapporti sociali, partecipazione civica e riconoscimento reciproco tra individuo e comunità. Ed è precisamente per questo che essa dovrebbe progressivamente diventare anche misurabile. Una politica migratoria adulta dovrebbe essere capace di distinguere chi compie realmente un percorso di inserimento da chi, invece, mantiene una condizione di sostanziale estraneità rispetto alla società nella quale vive. Questo ragionamento acquista ancora maggiore importanza se si osservano le proiezioni demografiche di lungo periodo. La riduzione della popolazione italiana non si fermerà al 2030. Nei decenni successivi potrebbe accelerare sensibilmente, mentre aumenterà il peso delle fasce più anziane e diminuirà quello della popolazione in età lavorativa. In questo scenario l’immigrazione continuerà inevitabilmente a essere presentata come una delle possibili risposte al problema demografico. Ma proprio perché il suo peso potrebbe crescere, diventa indispensabile superare l’idea che qualsiasi immigrazione produca automaticamente un beneficio per il Paese. Occorre interrogarsi sulla qualità dei flussi, sulla sostenibilità territoriale, sulla capacità di assorbimento delle comunità locali, sulle competenze professionali, sul rispetto delle regole e sulla disponibilità a inserirsi nel modello sociale e costituzionale italiano. Un’immigrazione numericamente elevata ma scarsamente integrata può infatti produrre costi sociali destinati a emergere soltanto nel lungo periodo. Al contrario, un’immigrazione selezionata, regolata e accompagnata da un serio percorso di integrazione può contribuire alla crescita economica e alla stabilità demografica senza trasformarsi in un fattore di frammentazione sociale. È in questa prospettiva che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume un significato che va ben oltre la gestione dell’immigrazione irregolare. Il principio è semplice: chi entra legalmente e costruisce realmente il proprio percorso all’interno della società italiana deve poter trovare condizioni chiare per consolidare la propria permanenza e la propria appartenenza. Chi invece rifiuta persistentemente il percorso di integrazione, quando l’ordinamento lo consenta e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e internazionali, non può pretendere che la permanenza diventi automaticamente definitiva per il solo trascorrere del tempo. Non si tratta di costruire una società chiusa. Si tratta esattamente del contrario: costruire una società capace di accogliere senza dissolversi. Nel dibattito demografico italiano manca spesso questa distinzione. Si parla di lavoratori da importare, di contributi previdenziali, di posti vacanti, di natalità e di pensioni. Molto più raramente si parla della comunità che queste persone saranno chiamate a comporre. Eppure il problema decisivo dei prossimi decenni sarà proprio questo. L’Italia del futuro sarà inevitabilmente diversa dall’Italia di oggi. La trasformazione demografica è già iniziata e nessuna politica seria può ignorarla. Ma diverso non significa necessariamente disgregato. La politica ha ancora la possibilità di governare questa trasformazione. Può scegliere una immigrazione prevalentemente quantitativa, utilizzata per tamponare anno dopo anno il calo della popolazione. Oppure può costruire una politica migratoria nella quale ingresso, permanenza e integrazione siano parti di un unico percorso. Nel 2030 potremmo essere ancora quasi 59 milioni. Il punto, tuttavia, non sarà quanti saremo. Il punto sarà se continueremo a riconoscerci come parte della stessa comunità nazionale. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Britain’s visa brake targets passports. A durable migration system should target risk
      Britain’s visa brake targets passports. A durable migration system should target risk The United Kingdom’s new “visa brake” marks a significant change in the way legal migration is being used to manage pressure on the asylum system. Since 26 March 2026, Student visa applications from nationals of Afghanistan, Cameroon, Myanmar and Sudan are refused, while Afghan nationals are also refused entry clearance on the Skilled Worker route. The Home Office introduced the measure after a sharp rise in asylum claims by people who had originally entered through lawful visa routes. The policy addresses a real problem. In the year ending September 2025, 38 per cent of asylum seekers had previously entered the United Kingdom on a visa or with other relevant documentation, and the Government identified particularly high ratios of subsequent asylum claims among several national cohorts. A State is entitled to respond when a legal route is being used in ways that undermine the coherence of the immigration system. Border control does not begin only at Dover or in the Channel; it also begins with the integrity of visa policy. Yet the present mechanism raises a second question: whether nationality should become the principal proxy for migration risk. The visa brake is deliberately categorical. It applies because of the passport held by the main applicant, not because of an individual assessment of that applicant’s personal circumstances, university, sponsor, professional history, finances, previous travel, family position or compliance record. That may produce administrative simplicity, but it can also turn group-level statistics into consequences for individuals who have done nothing to misuse the system. The paradigm “Integration or ReImmigration” points towards a different architecture. Migration control should be firm, but responsibility should remain individual. Where evidence shows that a route is generating abuse, the answer should not necessarily be to abandon scrutiny in favour of nationality-based exclusion. It may be more coherent to intensify checks, demand stronger proof of study or employment, monitor sponsors more effectively, use risk indicators transparently and act decisively against fraud. A system that distinguishes credible applicants from abusive ones is harder to administer than a blanket brake, but it is also more consistent with a rule-of-law approach. The same principle applies after admission. Entry, integration, settlement and return are different legal stages and should not be collapsed into one another. A person admitted as a student or worker should comply with the purpose of the route. If protection is later sought, the asylum claim must be assessed individually and without prejudice. If protection is refused and no other lawful basis for residence exists, return should be effective. If a person remains lawfully for the long term, integration should become progressively more relevant through language, economic autonomy, respect for the law, social participation and stable ties to British society. Britain therefore needs more than a mechanism for reducing visa numbers. It needs a system capable of identifying risk before entry, deciding protection claims quickly, enforcing negative decisions and rewarding genuine integration when lawful residence becomes long-term. The objective should not be fewer migrants as an end in itself, but a migration system in which lawful admission, individual responsibility and enforceable outcomes are aligned. That is how confidence in immigration control is rebuilt. The visa brake may be understandable as an emergency instrument. It should not become the model for the future. ReImmigrazione offers a different proposition: control without collective suspicion, integration without automatic permanence, and return without abandoning due process. For Britain, the real test is whether it can move from broad restrictions towards a system that is simultaneously more selective, more individualised and more enforceable. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Singapore, otto lavori si aprono a nove Paesi: la carenza di manodopera non cancella i limiti
      Dal 1° settembre 2026 Singapore consente alle imprese di assumere lavoratori con Work Permit provenienti da nove Paesi “non tradizionali” in otto ulteriori occupazioni. L’estensione riguarda assistenti di volo, babysitter e addetti alla prima infanzia, educatori, assistenti degli insegnanti, macellai e pescivendoli, addetti ai chioschi alimentari, aiuti cucina e camerieri. La misura, annunciata a marzo, è ora operativa e compare nell’elenco aggiornato dal Ministero del Lavoro di Singapore. Il fatto è rilevante perché Singapore non presenta l’ingresso di lavoratori stranieri come un’apertura generale. Lo utilizza invece come una valvola selettiva nei settori in cui è difficile reperire personale locale: ristorazione, servizi sociali e trasporto aereo. La contraddizione è evidente e concreta: un’economia che difende con rigore la composizione del proprio mercato del lavoro riconosce, nello stesso tempo, che alcuni servizi essenziali non funzionano senza nuova manodopera dall’estero. Il quadro istituzionale è quello della Non-Traditional Sources Occupation List. Le aziende dei servizi e della manifattura possono così assumere, per le mansioni autorizzate, cittadini di Bangladesh, Bhutan, Cambogia, India, Laos, Myanmar, Filippine, Sri Lanka e Thailandia. Non si tratta però di un permesso aperto: il lavoratore può svolgere soltanto l’occupazione indicata nel titolo e l’impresa deve possedere le licenze richieste per il settore interessato. Restano inoltre due limiti misurabili. I titolari di Work Permit assunti attraverso questa lista non possono superare l’8% dell’organico dell’impresa e devono ricevere una retribuzione mensile fissa di almeno 2.000 dollari di Singapore. Il sistema, descritto anche nella comunicazione ufficiale del 3 marzo, prova quindi a evitare che la carenza di personale diventi una giustificazione per comprimere senza limiti salari e occupazione locale. La scelta conta anche per la qualità dell’immigrazione lavorativa. Singapore non apre categorie astratte, ma individua mansioni, Paesi di reclutamento, soglie salariali, quote e datori autorizzati. Come ha ricostruito la testata locale Channel NewsAsia, l’allargamento risponde a carenze precise. È un modello amministrativamente esigente, che collega l’ingresso a un fabbisogno verificabile anziché a una previsione generica. Il risultato, tuttavia, non può essere giudicato dal numero dei permessi rilasciati. Bisognerà verificare quanti posti restino effettivamente scoperti, se la soglia salariale venga rispettata, quanto durino i rapporti di lavoro e se i controlli impediscano l’impiego in mansioni diverse da quelle autorizzate. Una politica selettiva funziona soltanto se la selezione continua dopo l’ingresso, attraverso ispezioni, tracciabilità del datore e tutela del lavoratore dalla dipendenza eccessiva da un unico impiego. Resta poi il nodo della permanenza. Il Work Permit risponde alla domanda immediata dell’economia, ma non costruisce automaticamente una prospettiva stabile per chi lavora per anni in servizi strutturali, acquisisce esperienza e diventa parte del funzionamento quotidiano del Paese. Se il bisogno è davvero temporaneo, deve esistere un ritorno ordinato alla fine del rapporto; se diventa permanente, il sistema deve poter distinguere chi ha sviluppato competenze e radicamento da chi conserva soltanto un titolo legato al datore. Singapore offre così una lezione meno semplice della contrapposizione tra frontiere aperte e chiuse. Ammette che il lavoro straniero è necessario, ma rifiuta di trasformare la necessità in assenza di regole. Il banco di prova sarà dimostrare che quote, salari e vincoli professionali proteggano davvero sia il mercato locale sia chi viene chiamato a colmarne le carenze: governare l’immigrazione comincia dalla selezione, ma si misura nei risultati. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Thailandia, il visto non serve ma il soggiorno si dimezza: dal 15 settembre il turismo torna a 30 giorni
      La Thailandia ha trasformato in diritto vigente una stretta annunciata da mesi. Con quattro provvedimenti pubblicati il 31 agosto 2026 nella Gazzetta Reale, Bangkok ha abrogato il regime eccezionale che consentiva fino a 60 giorni senza visto ai cittadini di 93 Paesi e territori. Le nuove regole entreranno in vigore il 15 settembre 2026: per i cittadini di 60 Paesi e territori, tra cui Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, India e Giappone, il soggiorno turistico senza visto sarà limitato a 30 giorni. La contraddizione è evidente. La Thailandia dipende in misura rilevante dal turismo internazionale, ma considera ormai il soggiorno lungo senza visto anche una possibile porta laterale per attività lavorative, economiche o illegali. Il Governo presenta quindi la riforma come un equilibrio fra facilitazione dei viaggi, sicurezza, reciprocità e contrasto all’abuso dei privilegi d’ingresso. La frontiera resta aperta al turista, ma cessa di offrire automaticamente due mesi di permanenza. Il quadro giuridico è ora definito. La comunicazione ufficiale del Dipartimento governativo per le pubbliche relazioni aveva precisato che i provvedimenti sarebbero diventati efficaci quindici giorni dopo la pubblicazione. La Gazzetta Reale del 31 agosto ha fatto decorrere quel termine. Il vecchio schema dei 60 giorni scompare; Mauritius e Seychelles ottengono un’esenzione di 15 giorni, mentre il visto all’arrivo resta per Azerbaijan, Belarus e Serbia. La disciplina finale è però meno semplice di uno slogan restrittivo. Restano in vigore gli accordi bilaterali separati, che riconoscono durate diverse ad alcuni Stati, anche fino a 90 giorni. Inoltre, chi entrerà prima del 15 settembre conserverà il periodo autorizzato secondo la normativa precedente. Non vi è quindi una riduzione retroattiva dei soggiorni già concessi, ma un cambiamento delle condizioni applicabili ai nuovi ingressi. Un altro elemento riguarda le frontiere terrestri. Il nuovo regime reintroduce, in via generale, il limite di due ingressi senza visto per anno solare attraverso i valichi di terra, con eccezioni per Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore. Per chi desidera restare oltre i primi trenta giorni rimane possibile chiedere una proroga fino a ulteriori trenta giorni, ma l’estensione non è automatica: dipende dalla valutazione dell’autorità d’immigrazione. Perché questa riforma conta? Il regime del 2024 non riguardava soltanto il turismo in senso stretto, ma consentiva anche determinate attività lavorative di breve durata e impegni d’affari. La nuova esenzione è invece formulata espressamente per finalità turistiche. La differenza non è nominale: l’ingresso agevolato non può essere trasformato in una forma impropria di soggiorno lavorativo o di permanenza prolungata. Chi vuole lavorare, studiare, investire o risiedere deve utilizzare il canale giuridico corrispondente. Il risultato della stretta non potrà essere misurato soltanto dal numero di ingressi negati o di soggiorni ridotti. Dovrà essere verificato se diminuiranno gli abusi, il lavoro irregolare e le permanenze oltre termine senza produrre un danno sproporzionato al turismo regolare. La cronaca locale del Bangkok Post e la ricostruzione normativa di VisasNews mostrano che la vera novità non è l’annuncio politico, ma la certezza della data e delle categorie interessate. La scelta thailandese fissa dunque un confine concettuale prima ancora che temporale: facilitare l’ingresso non significa rinunciare a qualificare la permanenza. Un sistema serio distingue il visitatore da chi intende stabilirsi e accompagna il controllo con percorsi legali leggibili. Dimezzare il soggiorno turistico può chiudere una zona grigia; funzionerà soltanto se, accanto alla regola, resteranno accessibili e coerenti le vie regolari per lavoro, studio, investimento e residenza. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Kuwait, finisce la proroga automatica dei visti: l’emergenza proteggeva il soggiorno, ora torna la scadenza
      Dal 1° settembre 2026 il Kuwait ha cessato la proroga automatica di tutte le tipologie di visto di visita per le persone presenti nel Paese e ha ripristinato le ordinarie durate legali dei permessi di assenza per i residenti che si trovano all’estero. Non è un annuncio programmatico: da oggi tornano a operare le scadenze, le procedure e i controlli previsti dal sistema ordinario di ingresso e soggiorno, come stabilito dal Ministero dell’Interno kuwaitiano. La misura eccezionale era nata durante la crisi regionale seguita allo scontro tra Stati Uniti e Iran, quando attacchi e chiusure dello spazio aereo avevano impedito o reso incerti numerosi viaggi. Il Kuwait aveva allora riconosciuto un mese aggiuntivo ai visti di visita scaduti o in scadenza e un permesso di assenza supplementare di tre mesi ai residenti bloccati fuori dal Paese, con elaborazione automatica e senza pagamento di tasse o sanzioni. La ricostruzione è confermata dall’avviso di EY sulla decisione iniziale del Ministero. La tensione giuridica è chiara. Durante l’emergenza, applicare rigidamente una scadenza avrebbe trasformato l’impossibilità di viaggiare in una violazione amministrativa; con il ritorno alla normalità, mantenere indefinitamente la deroga avrebbe invece svuotato di significato la durata dei titoli. La protezione temporanea era giustificata dall’impedimento oggettivo, non destinata a diventare un nuovo regime permanente. Il passaggio alle regole ordinarie richiede però una precisazione essenziale: il 1° settembre non rappresenta una data unica entro la quale tutti i residenti all’estero devono rientrare. Il comunicato del Ministero, ripreso dalla testata kuwaitiana Al‑Wifaq, mantiene il periodo aggiuntivo per chi ha lasciato il Kuwait entro il 31 agosto. La scadenza individuale deve essere verificata sul certificato di residenza disponibile nell’applicazione pubblica Sahel, indicata come riferimento ufficiale. Per i visitatori presenti in Kuwait, invece, cessa l’estensione generalizzata e tornano le durate previste per la specifica categoria di visto. Per i residenti all’estero torna a contare il limite di assenza associato al proprio titolo, mentre l’autorizzazione supplementare già maturata continua a produrre effetti nei casi indicati. Khaleej Times ricorda che il permesso di assenza consente normalmente agli stranieri residenti di rimanere fuori dal Paese oltre il periodo ordinario senza perdere la residenza. Perché conta? Nei sistemi del Golfo la regolarità della presenza straniera dipende strettamente dalla continuità del titolo, dal rapporto tra ingresso e residenza e dal rispetto delle scadenze amministrative. Una proroga automatica può evitare che migliaia di situazioni diventino irregolari per cause indipendenti dalla volontà dell’interessato; la sua cessazione, però, rende decisivi la qualità dell’informazione pubblica, l’accessibilità degli strumenti digitali e la corretta determinazione della data applicabile a ciascuno. Al momento non risultano pubblicati dati complessivi sul numero di visitatori e residenti interessati, né sugli esiti prodotti dalle deroghe. La valutazione della misura non può quindi fermarsi all’annuncio della normalizzazione. Occorrerà verificare quante persone abbiano potuto conservare legalmente il soggiorno durante la crisi, quante siano rientrate e quante rischino ora sanzioni o perdita del titolo per errori nella lettura delle scadenze. Una procedura automatica è efficace soltanto se rimane comprensibile quando l’automatismo finisce. Il caso kuwaitiano mostra una distinzione utile anche per il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: la permanenza può essere condizionata al rispetto delle regole, ma lo Stato deve separare l’inadempimento volontario dall’impossibilità causata da guerra, chiusure aeree o forza maggiore. Sospendere temporaneamente le conseguenze è buona amministrazione; ripristinarle quando l’impedimento cessa è governo del soggiorno. La regola conserva autorevolezza proprio quando sa essere eccezionalmente flessibile e poi torna applicabile con date individuali, informazioni certe e responsabilità verificabili. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Italia-Spagna, 180.000 controlli e 31 ingressi negati: la proroga di Schengen deve provare la necessità
      Dal 1° al 16 settembre 2026 l’Italia continuerà a controllare i passeggeri in arrivo dalla Spagna attraverso i collegamenti aerei e marittimi. La misura, introdotta il 1° agosto dopo l’ingresso massiccio di migranti a Ceuta, è stata prorogata per altri quindici giorni; Madrid ha risposto mantenendo per lo stesso periodo i controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia. La nuova durata risulta dalla notifica pubblicata dalla Commissione europea ed è stata confermata il 31 agosto dai due governi. La contraddizione è evidente: due Stati Schengen si controllano reciprocamente per una crisi nata alla frontiera esterna spagnola in Nord Africa. Roma richiama il rischio di movimenti secondari da Ceuta e la persistenza delle condizioni di sicurezza che avevano giustificato il primo intervento. Madrid replica che i migranti entrati nell’enclave non hanno raggiunto la penisola e considera la misura italiana priva di un collegamento concreto con i flussi effettivi. L’eccezione alla libera circolazione diventa così anche uno strumento di pressione politica tra partner europei. I risultati disponibili consentono però una prima verifica. Secondo i dati riferiti dal Ministero dell’Interno italiano e ricostruiti da El País, in un mese l’Italia ha identificato direttamente circa 180.000 persone, verificato quasi mezzo milione di viaggiatori attraverso le liste dei passeggeri, negato l’ingresso a 31 persone e disposto tre arresti. Sul versante opposto, la Spagna ha controllato 1.066 voli e 12.337 viaggiatori di Paesi terzi provenienti dall’Italia, impiegando circa 1.800 funzionari. Il quadro giuridico non vieta questi controlli, ma li sottopone a condizioni rigorose. Il Codice frontiere Schengen consente a uno Stato di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne in presenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. La stessa Commissione europea ricorda che deve trattarsi di una misura di ultima istanza, limitata allo stretto necessario per durata e ambito e rispettosa dei principi di necessità e proporzionalità. La proroga, quindi, non può essere giustificata soltanto ripetendo l’allarme iniziale. Occorre dimostrare che il rischio sia ancora attuale e che strumenti meno invasivi non siano sufficienti. ANSA riferisce che la Commissione sta valutando proprio la motivazione e la proporzionalità della scelta italiana. Il controllo resta una prerogativa nazionale, ma il suo esercizio è inserito in un sistema europeo di notifica, monitoraggio e responsabilità. I numeri non dimostrano automaticamente che l’operazione sia inutile: un controllo di frontiera può produrre prevenzione, acquisire informazioni e accertare posizioni diverse dal semplice rifiuto d’ingresso. Ma 31 ingressi negati su 180.000 identificazioni impongono di distinguere il risultato operativo dalla forza simbolica della misura. Più l’incidenza degli esiti è contenuta, più precisa deve essere la spiegazione pubblica del rischio che giustifica il costo amministrativo e la compressione della libera circolazione. Per il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il punto non è scegliere tra frontiere senza controlli e controlli senza fine. Identificare chi entra, verificare il titolo di soggiorno e impedire movimenti irregolari sono funzioni legittime dello Stato. Ma la gestione della permanenza e, quando ne ricorrono i presupposti, del ritorno richiede decisioni individuali, cooperazione tra autorità e capacità esecutiva: un controllo tra due Paesi membri non sostituisce né l’integrazione di chi può restare né il rimpatrio di chi non ha titolo. La proroga italo-spagnola conta perché mette alla prova la regola più delicata di Schengen: la frontiera interna può tornare, ma non deve diventare ordinaria per inerzia. La sicurezza non perde credibilità quando viene misurata; la perde quando l’eccezione sopravvive più a lungo delle prove che la sostengono. Governare l’immigrazione significa anche sapere quando controllare e quando restituire ai cittadini la libertà che il controllo ha temporaneamente limitato. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Costa Rica, 10.480 persone possono uscire dal limbo dell’asilo: la regolarizzazione comincia dal radicamento
      Dal 1° settembre 2026 la Costa Rica riceve le domande per la nuova Categoría Especial Temporal Complementaria, una via di soggiorno destinata ai cittadini di Nicaragua, Venezuela, Cuba e Colombia rimasti per anni sospesi tra una richiesta di asilo non decisa e un diniego che non si è tradotto in un ritorno. La Direzione generale della migrazione accetterà le istanze, esclusivamente su appuntamento, fino al 1° settembre 2027. La platea non coincide con tutti gli stranieri irregolari. Possono accedere coloro che hanno chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato tra il 1° giugno 2014 e il 7 maggio 2026, la cui domanda sia ancora pendente, sia stata dichiarata manifestamente infondata oppure sia stata definitivamente respinta. Devono inoltre aver vissuto continuativamente nel Paese dalla presentazione dell’istanza, non possedere un’altra categoria migratoria e non poter utilizzare una via ordinaria di regolarizzazione. La permanenza pregressa diventa così un requisito da dimostrare, non un semplice effetto del tempo trascorso. Chi supera l’esame ottiene un titolo di due anni, rinnovabile per periodi uguali, e può lavorare legalmente sia come dipendente sia in proprio. La procedura richiede prova dell’identità, certificazione di nascita, precedenti penali, rilievi delle impronte e documenti di radicamento. Come riferisce il quotidiano costaricano La Nación, possono valere l’iscrizione a scuola, la frequenza scolastica dei figli, le cure ricevute nel sistema sanitario pubblico o altri rapporti documentati con le istituzioni. Non è quindi una sanatoria indiscriminata. Sono esclusi coloro che costituiscono una minaccia per la sicurezza o l’ordine pubblico e chi ha riportato condanne per reati dolosi negli ultimi dieci anni; sono previsti controlli nelle banche dati nazionali e internazionali. Dopo l’accoglimento occorre inoltre completare la documentazione entro tre mesi e dimostrare l’iscrizione alla Caja Costarricense de Seguro Social. Il titolo offre lavoro e stabilità, ma collega la permanenza a identità verificabile, rispetto delle regole e partecipazione al sistema sociale. La contraddizione emerge dai numeri. Secondo la stima comunicata dalla stessa amministrazione e riportata da El País América, i potenziali beneficiari sono circa 10.480, mentre all’inizio del 2026 le domande di asilo in attesa di risposta erano circa 318.000. La nuova categoria riconosce dunque un fatto istituzionale: una parte dell’irregolarità non nasce dall’elusione dei controlli, ma dall’incapacità dello Stato di decidere entro tempi ragionevoli. Trasformare quel ritardo in un percorso regolare è più serio che lasciare migliaia di persone in una zona grigia, disponibili al lavoro informale e prive di una prospettiva giuridica. Ma la categoria complementare costaricana non equivale allo status di rifugiato e non risolve l’intero arretrato. Inoltre, come osservano le cronache locali, ottenere certificati dal Paese di origine può risultare difficile proprio per chi sostiene di essere perseguitato, mentre ogni familiare deve presentare una domanda autonoma. Una procedura selettiva è legittima; deve però evitare che il requisito documentale renda impossibile provare una condizione reale. Il collegamento con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce qui in modo naturale. La Costa Rica non presume l’integrazione e non ordina un ritorno soltanto perché il fascicolo è stato respinto: verifica continuità della presenza, rapporti con scuola e sanità, possibilità di lavoro, identità e condotta. Chi soddisfa questi criteri può uscire dall’incertezza; chi rappresenta un pericolo o non possiede i requisiti resta sottoposto alle procedure di diniego, espulsione o ritorno previste dalla legge. I risultati dovranno essere misurati sul numero delle domande effettivamente presentate e accolte, sull’emersione del lavoro, sull’iscrizione alla sicurezza sociale, sulla riduzione dell’arretrato e sulla capacità di definire la posizione di chi resta escluso. La Costa Rica prova a convertire il tempo perduto dall’amministrazione in una valutazione individuale del radicamento. Se funzionerà, non avrà semplicemente regolarizzato 10.480 persone: avrà dimostrato che tra l’attesa indefinita e l’espulsione proclamata esiste una terza via, fondata su criteri verificabili e decisioni finalmente eseguibili. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Anche l’AfD apre all’immigrazione: lavoro, lingua e integrazione diventano criteri per restare
      Una delle indicazioni più interessanti sul futuro delle politiche migratorie europee arriva, paradossalmente, da una forza politica che ha costruito una parte considerevole della propria identità sulla critica dell’immigrazione. In Germania, Leif-Erik Holm, leader dell’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’immigrazione lavorativa straniera mirata e selettiva. Secondo quanto riportato il 31 agosto 2026 da DIE ZEIT, sulla base di un lancio dpa, Holm ha sostenuto la necessità di consentire l’ingresso di lavoratori stranieri quando essi rispondano a precise esigenze del mercato del lavoro tedesco, richiamando in particolare la conoscenza della lingua e la destinazione verso settori nei quali esiste una concreta carenza di manodopera. La dichiarazione merita attenzione non tanto perché rappresenti una conversione dell’AfD a una politica migratoria aperta – interpretazione che sarebbe evidentemente eccessiva – quanto perché mostra quanto stia cambiando la stessa struttura del dibattito europeo sull’immigrazione. Il punto centrale non sembra più essere semplicemente stabilire se essere favorevoli o contrari all’immigrazione. Una simile contrapposizione, che per molti anni ha dominato il confronto politico europeo, appare progressivamente insufficiente. La questione diventa piuttosto stabilire quale immigrazione ammettere, secondo quali criteri, con quali condizioni di permanenza e quale rapporto debba esistere tra ingresso, lavoro, conoscenza linguistica e integrazione. È significativo che questa impostazione emerga proprio nell’AfD. Holm non rinuncia infatti alla linea fortemente restrittiva del partito nei confronti dell’immigrazione irregolare e dei rimpatri. Al contrario, le due posizioni vengono presentate come complementari: maggiore fermezza nei confronti di chi non possiede le condizioni per soggiornare legalmente e, contemporaneamente, disponibilità verso un’immigrazione qualificata, controllata e funzionale alle necessità economiche della Germania. È una distinzione destinata probabilmente ad assumere un peso crescente nel dibattito europeo. L’Europa deve infatti confrontarsi contemporaneamente con almeno due esigenze che non possono essere affrontate separatamente. Da un lato vi è la necessità di recuperare effettività nella gestione dell’immigrazione irregolare, delle procedure di rimpatrio e dell’esecuzione delle decisioni amministrative. Dall’altro vi sono sistemi economici e demografici che, in numerosi settori, continuano ad avere bisogno di lavoratori provenienti dall’estero. Considerare queste due esigenze incompatibili significa continuare a ragionare secondo categorie politiche ormai insufficienti. Una politica migratoria può essere rigorosa sul controllo delle frontiere e sull’esecuzione dei rimpatri e, nello stesso tempo, organizzare canali di ingresso legale per le persone che possano effettivamente inserirsi nel tessuto economico e sociale. Anzi, proprio la capacità di distinguere queste situazioni potrebbe costituire uno degli elementi fondamentali di una politica migratoria credibile. Ma la dichiarazione di Holm contiene un elemento ancora più interessante: il riferimento alla lingua tedesca. La conoscenza linguistica non viene considerata semplicemente come una competenza accessoria del lavoratore straniero. Diventa uno dei criteri attraverso i quali valutare la sua capacità di inserirsi nella società di destinazione. Il lavoro, quindi, non esaurisce il problema dell’immigrazione. L’immigrato non è soltanto forza lavoro: è una persona destinata, almeno potenzialmente, a vivere stabilmente all’interno di una comunità nazionale. Ed è precisamente in questo passaggio che il tema dell’integrazione torna inevitabilmente al centro. Per troppo tempo una parte del dibattito europeo ha oscillato fra due estremi: considerare l’immigrazione quasi esclusivamente come una questione umanitaria oppure affrontarla prevalentemente come problema di ordine pubblico e controllo delle frontiere. Entrambe le prospettive colgono aspetti reali, ma nessuna delle due è sufficiente a governare un fenomeno strutturale. Tra l’ingresso e il rimpatrio esiste infatti uno spazio decisivo: la permanenza. È in quello spazio che occorre verificare se una persona lavora, conosce progressivamente la lingua, rispetta l’ordinamento, partecipa alla vita economica e sociale e costruisce un rapporto effettivo con la comunità nella quale ha scelto di vivere. È qui che il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare il baricentro della politica migratoria. L’integrazione non può continuare a essere considerata una formula generica, affidata esclusivamente alla spontaneità dei percorsi individuali o misurata soltanto attraverso il trascorrere del tempo. Deve diventare un percorso riconoscibile, verificabile e progressivo, collegato alla permanenza dello straniero e accompagnato da strumenti che consentano di misurarne concretamente l’evoluzione. La stessa conoscenza della lingua, richiamata da Holm come elemento rilevante per l’immigrazione lavorativa, rappresenta soltanto una delle dimensioni possibili. Accanto ad essa devono essere considerate la stabilità lavorativa, la formazione, il rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, le relazioni sociali, la partecipazione alla comunità e la capacità di costruire nel tempo un’autonomia reale. Questo non significa trasformare l’integrazione in uno strumento punitivo. Significa, al contrario, attribuirle finalmente un valore giuridico e politico concreto. Chi costruisce un percorso effettivo di integrazione deve poter vedere riconosciuto quel percorso anche nelle decisioni che riguardano la propria permanenza. Parallelamente, lo Stato deve tornare ad avere la capacità di distinguere tra chi possiede i presupposti per consolidare la propria presenza e chi, non avendo titolo per rimanere, deve essere effettivamente accompagnato verso il rimpatrio. La dichiarazione proveniente dal Meclemburgo-Pomerania Anteriore è dunque interessante proprio perché dimostra quanto questa distinzione stia progressivamente superando i tradizionali confini politici. Quando persino una forza come l’AfD riconosce che un’immigrazione lavorativa straniera può essere necessaria, purché selezionata, linguisticamente preparata e collegata alle esigenze della società di destinazione, significa che il vero confronto europeo dei prossimi anni potrebbe non essere più semplicemente tra apertura e chiusura. Il confronto sarà sempre più tra immigrazione governata e immigrazione subita. E governare l’immigrazione significa avere il coraggio di tenere insieme ciò che per troppo tempo è stato separato: selezione degli ingressi, legalità della permanenza, lavoro, lingua, integrazione e, quando vengono meno i presupposti per restare, effettività del ritorno. È su questa capacità di distinguere che si misurerà la credibilità delle future politiche migratorie europee. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Svezia, una pena oltre la multa può portare all’espulsione: la sentenza non è ancora il rimpatrio
      Dal 1° settembre 2026 la Svezia applica una disciplina molto più severa dell’espulsione conseguente a reato. Secondo la decisione del Riksdag, diventa regola generale che una condanna a una sanzione più grave della sola pena pecuniaria possa condurre all’allontanamento dello straniero. Non si tratta di un automatismo assoluto, ma di un netto spostamento dell’equilibrio: l’espulsione entra stabilmente nel processo penale anche per fatti che prima non raggiungevano la soglia richiesta. Fino a ieri, ricorda la televisione pubblica SVT, occorreva in via ordinaria una pena detentiva di almeno sei mesi oppure un rischio di recidiva. Il Governo stima che le espulsioni disposte per reato possano passare da circa 500 a circa 3.000 l’anno. È una previsione, non ancora un risultato: la moltiplicazione delle sentenze non dimostra da sola né l’aumento dei rimpatri effettivi né la riduzione della criminalità. La riforma interviene su più passaggi. I pubblici ministeri devono chiedere l’espulsione nei casi previsti; nella valutazione giudiziaria acquistano maggior peso gravità e natura del reato; viene eliminata la speciale protezione finora riconosciuta a chi era arrivato in Svezia prima dei quindici anni; i divieti di reingresso si allungano e, per i reati più gravi, possono non avere scadenza. La stampa locale segnala inoltre che il giudice penale non deve più rinunciare all’espulsione perché, al momento della condanna, l’esecuzione appare difficilmente praticabile. Qui emerge la contraddizione più importante. La legge separa la decisione dall’esecuzione: il tribunale stabilisce se vi siano i presupposti per espellere, mentre gli eventuali impedimenti al rimpatrio vengono esaminati dopo l’espiazione della pena dal Migrationsverket e dalla giustizia amministrativa. Un Paese di origine può non collaborare, l’identità può non essere documentata oppure il ritorno può esporre la persona a un rischio vietato dal diritto internazionale. La sentenza, dunque, crea il titolo per l’allontanamento; non crea automaticamente il volo, il documento consolare o la destinazione legalmente accessibile. Nemmeno le garanzie internazionali scompaiono. La proposta governativa approvata mantiene per i rifugiati condizioni qualificate: l’espulsione per reato richiede, in sostanza, un fatto eccezionalmente grave e un serio pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, in coerenza con il diritto dell’Unione e la Convenzione di Ginevra. Restano inoltre gli ostacoli assoluti all’esecuzione. Rinviare il controllo alla fase esecutiva non significa cancellarlo. La riforma conta perché rende esplicita una scelta politica: la commissione di un reato grave o comunque punito oltre la multa può interrompere il rapporto di permanenza con chi non è cittadino. Il collegamento con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce qui dai fatti, ma richiede precisione. L’integrazione non può essere dichiarata riuscita ignorando condotte criminali accertate; nello stesso tempo, il ritorno non può essere ridotto a una conseguenza simbolica, pronunciata senza una destinazione lecita e senza una valutazione individuale. I risultati andranno quindi misurati su almeno tre livelli: quante espulsioni saranno ordinate, quante saranno realmente eseguite e quale effetto produrranno sulla recidiva e sulla sicurezza. Se crescerà soltanto il primo numero, la Svezia avrà ampliato il divario tra diritto scritto e capacità amministrativa. Se invece decisione, cooperazione consolare, tutela delle vittime e rispetto del non-refoulement procederanno insieme, la riforma potrà essere valutata come una politica pubblica e non come un semplice messaggio elettorale. Una pena può chiudere il percorso di permanenza; solo uno Stato capace può trasformare quella conclusione in un ritorno legittimo ed effettivo. La nuova legge svedese alza la soglia della responsabilità richiesta agli stranieri. Dal 1° settembre, però, alza anche la soglia della responsabilità delle istituzioni chiamate a eseguirla. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Oltre le porte aperte e le espulsioni collettive: una terza via per governare l’immigrazione

      Il confronto politico sull’immigrazione continua a oscillare tra due estremi. Da una parte, la pretesa che l’accoglienza possa essere separata da qualsiasi verifica successiva; dall’altra, l’idea che il problema possa essere risolto attraverso allontanamenti indiscriminati o criteri fondati sull’appartenenza.

      Entrambe le impostazioni rinunciano a governare davvero il fenomeno. La prima trascura i doveri connessi alla permanenza; la seconda cancella le storie individuali e si espone a evidenti contrasti con i principi costituzionali ed europei.

      “Integrazione o ReImmigrazione” propone una terza via: ingressi regolati, percorsi di integrazione effettivi, controlli periodici e decisioni individuali quando il percorso fallisce. Chi si integra deve essere riconosciuto e messo nelle condizioni di partecipare pienamente alla società. Chi rifiuta stabilmente le regole fondamentali della convivenza non può pretendere che il proprio soggiorno sia sottratto a ogni valutazione.

      Governare l’immigrazione significa distinguere, verificare e decidere. È questo il confronto che sarà sviluppato nella conferenza del 10 ottobre a Padova.

      ReImmigrazione – Quale futuro per l’identità europea?
      Sabato 10 ottobre 2026, ore 15:00
      Via Piovese 140, Padova
      Con Lamberto Rimondini e Avv. Fabio Loscerbo
      Prenotazioni: 349 7780167 – info@levibrazionidelsapere.it
      www.reimmigrazione.com

      El arraigo español puede ser una tercera vía entre la regularización automática y la expulsión indiscrimina da

      España ha convertido el arraigo en uno de los instrumentos más relevantes de su política migratoria. A 31 de marzo de 2026, 423.606 personas extranjeras tenían una autorización de residencia en vigor por esta vía, y durante 2025 se concedieron 221.802 autorizaciones. Ya no estamos, por tanto, ante una figura marginal o excepcional en sentido…

      La radicalizzazione delle seconde generazioni dimostra perché controllare le frontiere non basta: l’Europa de ve iniziare a controllare anche l’integrazione

      Il 26 agosto 2026, Analisi Difesa ha pubblicato un articolo di Giusy Calabrò, dal titolo «Migrazioni irregolari, radicalizzazione minorile e il rischio terrorismo», nel quale viene affrontato un fenomeno che, pur collocandosi naturalmente all’interno del dibattito sulla sicurezza, finisce inevitabilmente per porre una questione assai più ampia, perché la presenza di giovani radicalizzati appartenenti alle…

    • Stati Uniti, oltre 100 espulsi verso otto Paesi africani: il Paese terzo diventa la destinazione
      Più di cento persone espulse dagli Stati Uniti in dieci giorni, tre voli dell’Immigration and Customs Enforcement e otto destinazioni africane: Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Eswatini, Liberia, Ruanda e Sierra Leone. Il dato emerge da documenti governativi interni ottenuti da CBS News, nell’inchiesta aggiornata il 30 agosto 2026. Nessuno dei destinatari, provenienti tra l’altro da Afghanistan, Cuba, Nicaragua, Iran, Nepal, Turchia e Venezuela, era cittadino del Paese africano nel quale è stato trasferito. Il fatto nuovo non è l’esistenza delle espulsioni verso Paesi terzi, già sperimentate da Washington, ma la loro trasformazione da casi isolati a strumento operativo su più rotte. Secondo i documenti esaminati dall’emittente, molti espulsi non avevano precedenti penali diversi dalle violazioni della disciplina sull’ingresso o sul soggiorno. La giustificazione dell’allontanamento e quella della destinazione, dunque, diventano due questioni separate: un ordine di rimozione può essere eseguibile, ma resta da spiegare perché debba concludersi in uno Stato con il quale la persona non ha cittadinanza, storia o legami. La legge statunitense contempla questa possibilità. La sequenza prevista dalla sezione 241 dell’Immigration and Nationality Act, codificata in 8 U.S.C. § 1231(b)(2), consente di individuare Paesi alternativi quando la destinazione principale non è praticabile. Anche la protezione denominata withholding of removal impedisce il trasferimento verso il Paese nel quale è stato riconosciuto il rischio di persecuzione, ma non attribuisce automaticamente un diritto generale alla permanenza negli Stati Uniti e non esclude in assoluto una rimozione verso un altro Stato. Questo non rende irrilevanti il procedimento e la sicurezza della nuova destinazione. Nel 2025 una corte federale aveva imposto preavviso e possibilità effettiva di far valere il timore di persecuzioni o torture prima delle deportazioni verso Paesi terzi. La Corte Suprema, nel procedimento DHS v. D.V.D., ha sospeso quel provvedimento cautelare e poi chiarito che non poteva essere fatto rispettare attraverso un successivo ordine correttivo. È una decisione processuale che ha riaperto l’operatività dei trasferimenti; non equivale, da sola, a dichiarare sicura ogni destinazione o corretta ogni singola procedura. Il caso più netto è quello di un afghano di 24 anni trasferito a Bangui. Come ha verificato anche Associated Press, un giudice dell’immigrazione gli aveva riconosciuto protezione dal ritorno in Afghanistan per il rischio legato alla collaborazione dei fratelli con le forze sostenute dagli Stati Uniti; uno di loro, pilota addestrato dagli americani, era stato ucciso dai talebani. Washington non lo ha rimandato a Kabul: lo ha inviato nella Repubblica Centrafricana insieme ad afghani, iraniani, nepalesi e nicaraguensi. Qui emerge la contraddizione istituzionale. Il Dipartimento di Stato mantiene per la Repubblica Centrafricana il livello massimo di allerta, “Do not travel”, richiamando disordini, criminalità, sequestri, mine, terrorismo e servizi sanitari estremamente limitati. Un avviso destinato ai cittadini americani non coincide giuridicamente con la valutazione individuale richiesta in materia di non respingimento. Ma la distanza tra le due rappresentazioni resta evidente: lo stesso apparato federale che descrive il Paese come troppo pericoloso per i propri cittadini lo utilizza come luogo di consegna per stranieri privi di legami locali. L’enforcement migratorio non termina quando un aereo decolla. Se il ritorno nel Paese d’origine è escluso, il trasferimento verso uno Stato terzo deve almeno produrre una posizione giuridica conoscibile, condizioni di accoglienza o custodia verificabili e una prospettiva concreta: permanenza regolare, integrazione possibile oppure successivo rientro compatibile con la protezione dovuta. Senza questi elementi, l’espulsione chiude il fascicolo americano ma trasferisce altrove l’irregolarità, la dipendenza e il rischio. Gli Stati Uniti stanno dimostrando che la capacità materiale di eseguire una rimozione può essere ampliata con accordi internazionali. Il vero risultato, però, non si misura con il numero dei Paesi disposti a ricevere un volo. Si misura con ciò che accade dopo l’atterraggio. Una politica dei rimpatri è effettiva quando costruisce un esito legale e stabile; quando cambia soltanto continente al problema, resta soprattutto una politica di consegna. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • El arraigo español puede ser una tercera vía entre la regularización automática y la expulsión indiscrimina da
      España ha convertido el arraigo en uno de los instrumentos más relevantes de su política migratoria. A 31 de marzo de 2026, 423.606 personas extranjeras tenían una autorización de residencia en vigor por esta vía, y durante 2025 se concedieron 221.802 autorizaciones. Ya no estamos, por tanto, ante una figura marginal o excepcional en sentido práctico, sino ante un mecanismo estructural para resolver situaciones de permanencia irregular vinculadas a relaciones sociales, familiares, laborales o formativas efectivamente desarrolladas en el país. El Reglamento de Extranjería aprobado por el Real Decreto 1155/2024 reorganizó este sistema en cinco modalidades —segunda oportunidad, sociolaboral, social, socioformativo y familiar— y redujo, con carácter general, a dos años el periodo de permanencia exigido para varias de ellas. La lógica jurídica es significativa: el ordenamiento no mira únicamente al modo en que una persona entró en España, sino también a la posición real que ha construido después dentro de la sociedad. Trabajo, formación, vínculos familiares y relaciones sociales adquieren así un valor jurídico concreto. Este enfoque contiene una intuición que merece ser preservada. Una política migratoria seria no debería tratar de manera idéntica a quien acaba de entrar irregularmente, a quien ha perdido un permiso después de años de residencia y a quien puede acreditar vínculos estables con la comunidad. La responsabilidad individual exige precisamente distinguir. La permanencia debe depender de circunstancias personales verificables, no de categorías colectivas ni de automatismos ideológicos. Pero el arraigo presenta también un riesgo evidente. Si el transcurso del tiempo acaba convirtiéndose, por sí solo, en la principal puerta de acceso a la regularidad, la frontera entre permanencia irregular e integración efectiva se debilita. España no debería confundir presencia prolongada con integración. El tiempo es un dato, no un resultado. Para consolidar una situación de residencia deben adquirir relevancia elementos como la autonomía económica, el cumplimiento de las obligaciones legales, la estabilidad de los vínculos familiares y sociales, el esfuerzo formativo y, cuando resulte necesario, el aprendizaje lingüístico. La evolución normativa de 2026 apunta ya parcialmente en esa dirección. La reforma introducida por el Real Decreto 316/2026 permite, en determinados procedimientos de arraigo sociolaboral, trabajar provisionalmente mientras se tramita la solicitud y vincula la continuidad de algunas autorizaciones a la búsqueda activa de empleo. El sistema empieza así a valorar trayectorias y comportamientos posteriores a la concesión, no únicamente requisitos estáticos cumplidos en el momento inicial. Ese enfoque podría desarrollarse con mayor coherencia y transparencia. La otra parte del modelo debe ser igualmente clara. Cuando, tras una evaluación individual con todas las garantías, una persona no dispone de un título de residencia, no acredita un arraigo jurídicamente relevante y no concurre ninguna causa de protección, la decisión de retorno debe poder ejecutarse efectivamente. Un sistema que crea vías de permanencia para quienes demuestran vínculos reales pierde legitimidad si, al mismo tiempo, las decisiones definitivas de salida quedan sistemáticamente sin cumplimiento. España puede ofrecer a Europa una vía distinta tanto de las regularizaciones automáticas y periódicas como de las propuestas de expulsión colectiva. El arraigo, bien configurado, permite construir un modelo basado en control de fronteras, evaluación individual, integración verificable, seguridad jurídica y retorno efectivo cuando no existe fundamento para permanecer. Esa es precisamente la lógica de Integrazione o ReImmigrazione: no decidir por nacionalidades o por consignas, sino gobernar la inmigración persona por persona, con derechos, deberes y consecuencias jurídicas reales. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • La radicalizzazione delle seconde generazioni dimostra perché controllare le frontiere non basta: l’Europa de ve iniziare a controllare anche l’integrazione
      Il 26 agosto 2026, Analisi Difesa ha pubblicato un articolo di Giusy Calabrò, dal titolo «Migrazioni irregolari, radicalizzazione minorile e il rischio terrorismo», nel quale viene affrontato un fenomeno che, pur collocandosi naturalmente all’interno del dibattito sulla sicurezza, finisce inevitabilmente per porre una questione assai più ampia, perché la presenza di giovani radicalizzati appartenenti alle seconde generazioni o comunque cresciuti stabilmente nelle società europee costringe a interrogarsi non soltanto sulla capacità degli Stati di controllare le proprie frontiere, ma soprattutto sulla capacità delle società europee di trasformare una presenza prolungata sul territorio in una reale appartenenza politica, civile e costituzionale. Il tema assume un rilievo particolare in una fase storica nella quale l’Europa sembra avere finalmente abbandonato, almeno in parte, quella visione quasi esclusivamente emergenziale e assistenziale dell’immigrazione che per molti anni ha concentrato l’attenzione sull’accoglienza, sulla redistribuzione dei richiedenti asilo e sulla necessità economica di nuova manodopera straniera, riportando invece al centro del confronto pubblico il controllo degli ingressi, il contrasto all’immigrazione irregolare, l’effettività dei rimpatri e, più in generale, il diritto dello Stato di stabilire chi possa entrare, chi possa permanere e chi, non avendo titolo per rimanere, debba lasciare il territorio nazionale. Si tratta di un mutamento necessario, perché nessuna politica migratoria può essere realmente tale se rinuncia preliminarmente all’esercizio della sovranità sulle frontiere e alla distinzione tra immigrazione regolare e irregolare; tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato immaginare che il ritorno del controllo statale sui confini possa, da solo, esaurire il problema migratorio, poiché una parte crescente delle difficoltà che oggi attraversano le società europee riguarda persone che quella frontiera l’hanno attraversata molti anni fa oppure, nel caso delle seconde generazioni, non l’hanno attraversata affatto. È proprio questo l’elemento che il fenomeno della radicalizzazione homegrown rende difficilmente eludibile. Naturalmente occorre evitare ogni indebita sovrapposizione tra immigrazione e terrorismo, poiché una simile equazione sarebbe priva di fondamento empirico e finirebbe per attribuire a intere comunità responsabilità che appartengono soltanto a singoli individui o a specifici ambienti ideologici; ma riconoscere questa necessaria distinzione non significa poter ignorare il problema opposto, vale a dire il fatto che esistano soggetti nati, cresciuti o comunque socializzati per anni nelle società europee che, nonostante la lunga permanenza sul territorio, sviluppano una radicale estraneità rispetto ai principi fondamentali della comunità politica nella quale vivono. Quando ciò accade, la questione non può più essere ridotta alla domanda su chi abbia attraversato la frontiera, perché per un ragazzo di seconda generazione quella frontiera è stata attraversata dai genitori molti anni prima, mentre lui è cresciuto frequentando scuole europee, vivendo nelle nostre città, utilizzando servizi pubblici, infrastrutture sociali e strumenti di comunicazione digitali pienamente inseriti nel nostro contesto; se, al termine di questo percorso, si sviluppa comunque un’identità radicalmente antagonista verso la società nella quale si è cresciuti, appare evidente che il problema non riguarda più soltanto il controllo dell’ingresso, ma ciò che è avvenuto — o non è avvenuto — durante il lungo periodo successivo. Ed è esattamente in questo spazio che dovrebbe collocarsi una nuova concezione dell’integrazione. Per troppo tempo l’integrazione è stata considerata come una conseguenza quasi spontanea della permanenza, quasi che la semplice presenza prolungata sul territorio, il lavoro, la frequentazione scolastica o il possesso di un titolo di soggiorno fossero sufficienti, con il passare degli anni, a produrre automaticamente appartenenza; ma l’esperienza dimostra che il tempo può misurare la durata della permanenza senza necessariamente misurare la profondità dell’inserimento sociale, culturale e politico, perché una persona può vivere per decenni all’interno di una società senza riconoscersi realmente nei suoi principi fondamentali, può conoscerne la lingua e continuare tuttavia a percepirne le istituzioni come estranee, può lavorare regolarmente e allo stesso tempo riconoscersi esclusivamente in una comunità religiosa, etnica o identitaria separata. È precisamente questa possibilità che impone un cambio di paradigma. L’integrazione non può più essere trattata come un semplice auspicio, una formula programmatica o un processo affidato quasi interamente alla spontaneità delle dinamiche sociali; deve diventare un principio giuridicamente rilevante e, soprattutto, un vero e proprio dovere, perché chi sceglie di stabilire in modo durevole il proprio centro di vita all’interno di una comunità nazionale non può essere considerato soltanto titolare di diritti nei confronti di quella comunità, ma deve assumere anche una responsabilità rispetto alla propria appartenenza. Il paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» muove esattamente da questa impostazione: la permanenza stabile sul territorio nazionale deve essere accompagnata da un dovere di integrazione che non ha nulla a che vedere con l’assimilazione forzata o con la cancellazione delle identità culturali, religiose o familiari di origine, ma che riguarda il riconoscimento di un nucleo di principi fondamentali senza i quali una società pluralista rischia di trasformarsi progressivamente in una somma di comunità parallele, reciprocamente estranee e unite soltanto dalla condivisione dello stesso spazio geografico. In una democrazia costituzionale, il pluralismo rappresenta certamente un valore, ma proprio perché è un valore esso presuppone un terreno comune all’interno del quale le differenze possano convivere: la dignità della persona, la libertà individuale, la parità tra uomo e donna, la libertà religiosa, il rifiuto della violenza, il rispetto delle istituzioni democratiche, l’autonomia delle scelte personali e la prevalenza dell’ordinamento statale rispetto a regole comunitarie o religiose incompatibili con i principi costituzionali. È su questo terreno comune che dovrebbe misurarsi il dovere di integrazione. Chi sceglie stabilmente di vivere in Italia dovrebbe essere chiamato non soltanto a rispettare formalmente la legge, requisito evidentemente minimo e comune a chiunque si trovi sul territorio dello Stato, ma a riconoscere quei principi che definiscono l’identità costituzionale della Repubblica e che rendono possibile la convivenza tra persone provenienti da tradizioni, culture e ordinamenti sociali profondamente differenti. È proprio per questa ragione che il dovere di integrazione dovrebbe trovare un riconoscimento espresso nella Costituzione italiana. Una simile proposta non rappresenterebbe una rottura con l’impianto costituzionale vigente, ma potrebbe invece essere letta come un suo sviluppo coerente, perché la Costituzione italiana già costruisce il rapporto tra individuo e comunità politica attraverso una relazione inscindibile tra diritti e doveri: l’articolo 2, infatti, mentre riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, richiede contemporaneamente l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, mostrando con chiarezza come l’appartenenza alla comunità non possa essere concepita esclusivamente come una posizione passiva di vantaggio nei confronti dello Stato. La presenza stabile di milioni di persone provenienti da esperienze culturali, religiose e sociali differenti rende oggi necessario interrogarsi su come quel principio possa essere declinato rispetto al fenomeno migratorio, evitando sia l’errore di trasformare la Costituzione in un regolamento amministrativo, sia quello opposto di continuare a considerare l’integrazione come una materia priva di una vera dimensione giuridica. Una norma costituzionale sul dovere di integrazione dovrebbe, per sua natura, limitarsi a fissare un principio generale, lasciando alla legge ordinaria la definizione degli strumenti concreti, degli indicatori e delle garanzie; il punto essenziale sarebbe affermare che chi sceglie di vivere stabilmente nella Repubblica è tenuto a integrarsi nella comunità nazionale nel rispetto dei principi fondamentali della Costituzione, riconoscendo così che la permanenza prolungata non costituisce una condizione giuridicamente neutra, ma determina l’insorgere di una responsabilità nei confronti della società nella quale si è scelto di vivere. Soltanto successivamente il legislatore potrebbe individuare gli elementi attraverso i quali dare concretezza a questo principio: la conoscenza della lingua italiana, la conoscenza essenziale dell’ordinamento, il rispetto dell’obbligo scolastico, l’accettazione della parità tra uomo e donna, il rispetto della libertà individuale, la partecipazione alla vita sociale e l’assenza di comportamenti incompatibili con i principi fondamentali dell’ordinamento potrebbero costituire alcuni dei parametri utili, purché inseriti in un sistema proporzionato, garantito e sottratto a qualsiasi automatismo irragionevole. Il punto decisivo, tuttavia, viene prima di ogni possibile indicatore: occorre riconoscere che integrarsi non può più essere considerato facoltativo, perché una persona che vive stabilmente all’interno di una comunità nazionale, costruisce qui il proprio futuro, vi educa i propri figli e beneficia delle libertà e delle opportunità che quell’ordinamento garantisce non può mantenere indefinitamente un rapporto puramente esterno con la comunità politica nella quale vive, come se la permanenza fosse un fatto esclusivamente amministrativo, privo di qualsiasi implicazione sul piano dell’appartenenza e della responsabilità. Per molti anni il dibattito europeo sull’immigrazione ha sviluppato in modo estremamente approfondito la dimensione dei diritti dello straniero, e ciò era certamente necessario, perché la tutela della dignità, della vita familiare, della protezione internazionale, dell’accesso al lavoro e delle garanzie giurisdizionali costituisce parte integrante dello Stato di diritto; molto meno spazio, invece, è stato riservato alla domanda speculare, vale a dire che cosa possa legittimamente essere richiesto a chi decide di stabilirsi in maniera duratura all’interno di quella stessa comunità. Eppure una società politica non può essere costruita soltanto come somma di diritti individuali, perché ogni comunità stabile presuppone anche responsabilità condivise, limiti comuni e un nucleo di principi rispetto ai quali non può esistere una neutralità assoluta. La questione diventa particolarmente evidente quando si osservano le seconde generazioni: se dopo venti o trent’anni dalla prima immigrazione continuano a emergere fenomeni di segregazione sociale, estraneità identitaria, rifiuto dei principi costituzionali o, nei casi estremi, radicalizzazione, allora l’idea secondo la quale il tempo sarebbe sufficiente a produrre automaticamente integrazione deve essere radicalmente rimessa in discussione. Il fenomeno homegrown insegna esattamente questo: una persona può essere cresciuta all’interno della società europea senza necessariamente sviluppare un sentimento di appartenenza alla sua comunità politica, e quando il percorso arriva alla radicalizzazione gli strumenti dell’intelligence, della prevenzione antiterrorismo e del diritto penale diventano inevitabilmente necessari, ma intervengono quando il processo di estraneazione è ormai giunto a una fase avanzata. Una politica dell’integrazione dovrebbe invece collocarsi molto prima, nel momento in cui si definisce che cosa significa vivere stabilmente all’interno di una comunità nazionale e quali responsabilità derivino da questa scelta. È significativo che l’articolo pubblicato da Analisi Difesa sottolinei come la sola regolazione dei flussi migratori non sia sufficiente ad affrontare il fenomeno della radicalizzazione e richiami la necessità di un coinvolgimento più ampio di famiglie, scuole, associazioni territoriali, forze dell’ordine e istituzioni; il passaggio successivo, però, dovrebbe essere quello di riconoscere che simili politiche acquistano una vera coerenza soltanto se vengono ricondotte a un principio generale, capace di attribuire all’integrazione non il carattere di una semplice raccomandazione, ma quello di una responsabilità giuridicamente e politicamente rilevante. Quel principio dovrebbe essere il dovere di integrazione: non una formula simbolica, non un programma volontario e neppure un impegno affidato esclusivamente alla buona volontà delle singole amministrazioni, ma un criterio costituzionale destinato a orientare nel tempo la legislazione, le politiche pubbliche e il rapporto tra permanenza e appartenenza. La questione, naturalmente, va ben oltre il fenomeno della radicalizzazione islamista, che rappresenta soltanto il caso più drammatico e visibile di una problematica molto più ampia: il rapporto tra immigrazione permanente e tenuta della comunità politica nazionale. Per decenni l’Europa si è domandata quante persone potessero entrare; oggi ha finalmente ricominciato a interrogarsi su quante persone debbano essere rimpatriate quando non hanno diritto a rimanere; ma la domanda destinata a diventare centrale nei prossimi anni è probabilmente un’altra, e cioè quale dovere incomba su chi, invece, ha titolo per restare e sceglie di costruire stabilmente il proprio futuro all’interno della società europea. Il paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» offre una risposta precisa: chi non ha titolo per permanere deve essere rimpatriato secondo le regole dell’ordinamento, mentre chi ha titolo per restare deve assumere un dovere di integrazione rispetto alla comunità nella quale ha scelto di vivere. Le due dimensioni non sono contrapposte, ma costituiscono le due parti di una medesima politica migratoria, perché uno Stato che controlla rigorosamente le frontiere ma rinuncia a interrogarsi su ciò che avviene dopo l’ingresso governa soltanto l’inizio del fenomeno e lascia sostanzialmente incontrollate le sue conseguenze di lungo periodo. Il vero banco di prova, in questa prospettiva, non è soltanto rappresentato dalla prima generazione, ma soprattutto dalla seconda, perché è lì che si misura se l’immigrazione abbia prodotto una reale integrazione oppure soltanto una presenza prolungata sul territorio. La domanda decisiva è capire se, dopo vent’anni, i figli delle persone immigrate si percepiscano pienamente come parte della stessa comunità nazionale nella quale sono cresciuti oppure continuino a riconoscersi in realtà separate che condividono con il resto della popolazione soltanto il territorio, senza condividere realmente il medesimo spazio civico e costituzionale. Una società democratica può e deve essere culturalmente plurale, ma per poter restare tale deve conservare un nucleo politico e costituzionale comune, perché quando anche quel nucleo viene meno il pluralismo cessa di essere convivenza tra differenze e rischia di trasformarsi in una progressiva frammentazione della comunità. È per questo che il dovere di integrazione non rappresenta una limitazione del pluralismo, ma può diventare una delle condizioni necessarie per conservarlo. L’Europa ha costruito strumenti sempre più sofisticati per controllare chi attraversa le proprie frontiere; il passaggio successivo consiste nel comprendere che il governo dell’immigrazione non termina al momento dell’ingresso, ma prosegue per anni e, in molti casi, per generazioni. L’Italia potrebbe assumere in questo campo una posizione innovativa, affermando nella propria Costituzione un principio semplice ma destinato ad avere conseguenze profonde: chi sceglie stabilmente di vivere nella Repubblica assume il dovere di integrarsi nella comunità nazionale e di riconoscere i principi fondamentali sui quali quella comunità è costruita. Perché l’integrazione non può più essere affidata alla speranza che il trascorrere del tempo produca spontaneamente ciò che la politica non ha mai avuto il coraggio di definire. Deve diventare un dovere costituzionale. Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Serve una Polizia dell’Immigrazione: Controlli, rimpatri e garanzie nello Stato di diritto

      Naturalisation en France : l’examen civique est un début, pas une politique d’intégration

      Depuis le 1er janvier 2026, la France a renforcé les conditions d’accès à la nationalité. Pour une naturalisation ou une réintégration, le demandeur doit désormais justifier d’un niveau B2 de français, à l’écrit comme à l’oral, et réussir un examen civique de quarante questions, portant notamment sur les principes de la République, les institutions, les…

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      A Comment on the Decision of the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section, 10 July 2026 Fabio Loscerbo Abstract The decision adopted on 10 July 2026 by the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section makes a significant contribution to the interpretation of complementary protection following the amendments introduced by…

    • Naturalisation en France : l’examen civique est un début, pas une politique d’intégration
      Depuis le 1er janvier 2026, la France a renforcé les conditions d’accès à la nationalité. Pour une naturalisation ou une réintégration, le demandeur doit désormais justifier d’un niveau B2 de français, à l’écrit comme à l’oral, et réussir un examen civique de quarante questions, portant notamment sur les principes de la République, les institutions, les droits et devoirs, l’histoire, la culture et la vie en société. Le seuil de réussite est fixé à 80 %. Cette évolution traduit une intuition juste : l’accès à la citoyenneté ne peut pas être réduit à l’écoulement du temps ni à la seule régularité administrative du séjour. Le droit français allait déjà dans cette direction. La naturalisation suppose une assimilation à la communauté française, appréciée à travers l’entretien en préfecture, l’insertion professionnelle, le comportement civique, la connaissance de la langue et l’adhésion aux principes essentiels de la République. La nationalité n’est donc pas conçue comme la conséquence automatique d’une présence prolongée, mais comme l’aboutissement d’un parcours dont l’administration doit apprécier la cohérence. C’est précisément sur ce point que la réforme de 2026 mérite d’être prolongée plutôt que simplement durcie. Le paradigme « Integrazione o ReImmigrazione » propose de déplacer le débat d’une logique de seuils formels vers une logique de résultats vérifiables. Réussir un examen ou produire un certificat linguistique est utile, mais cela ne dit pas tout d’un parcours d’intégration. La maîtrise effective de la langue, la stabilité dans le travail, l’autonomie économique, le respect des obligations fiscales et administratives, l’insertion familiale et sociale ainsi que la participation à la vie collective doivent être appréciés ensemble, dans la durée. L’intégration doit pouvoir être constatée, pas simplement présumée parce qu’une formalité a été accomplie. Cette approche n’implique toutefois ni automatisme inverse ni pouvoir discrétionnaire sans limite. Une politique sérieuse de l’intégration doit rester fondée sur l’évaluation individuelle, la motivation des décisions, la possibilité de produire des éléments contradictoires et le contrôle du juge. C’est là que se situe la différence fondamentale entre une politique de gouvernement de l’immigration et les conceptions idéologiques de la remigration collective : on ne juge pas une personne sur son origine, sa nationalité ou l’appartenance supposée à un groupe, mais sur sa situation juridique et son parcours propre. Il faut également distinguer clairement les différents plans du droit. Les exigences d’intégration peuvent légitimement jouer un rôle croissant lorsqu’il s’agit d’accéder à un statut durable ou à la nationalité. Elles ne peuvent en revanche se substituer aux critères juridiques de la protection internationale. Un réfugié est protégé parce qu’il risque des persécutions, non parce qu’il a réussi ou échoué un parcours d’intégration. La protection, le séjour durable et la citoyenneté répondent à des logiques différentes ; les confondre fragiliserait à la fois l’État de droit et la crédibilité de toute politique migratoire. La France doit enfin accepter que l’exigence d’intégration crée aussi des obligations pour l’État. Si le niveau linguistique demandé augmente et si l’examen civique devient plus sélectif, l’accès effectif aux formations, la clarté des critères, l’homogénéité des pratiques préfectorales et la transparence des décisions doivent progresser dans le même temps. À défaut, un dispositif présenté comme un instrument d’intégration risque de devenir une sélection fondée principalement sur le capital scolaire, la capacité financière ou la familiarité avec l’administration. La réforme de 2026 constitue donc un point de départ intéressant, mais elle ne saurait tenir lieu de politique générale. La naturalisation devrait être l’aboutissement d’une intégration réelle, observable et durable, appréciée dans le respect des garanties individuelles. Une France qui sait précisément pourquoi elle accorde la citoyenneté, qui sait mesurer les résultats de ses politiques d’intégration et qui distingue clairement protection, séjour et appartenance nationale disposerait d’un système à la fois plus exigeant, plus lisible et juridiquement plus solide. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Frontiere aperte, rimpatri inefficaci: la contraddizione della politica migratoria europea

      Il caso Venezia dimostra perché l’Italia dovrebbe inserire il dovere di integrazione nella Costituzione

      Il dibattito apertosi a Venezia intorno alla realizzazione di una moschea e alle dichiarazioni attribuite a Miah Rhitu rischia di essere rapidamente consumato secondo le consuete dinamiche della polemica politica: da una parte chi leggerà quelle parole come la dimostrazione dell’incompatibilità tra Islam e società occidentale, dall’altra chi considererà qualsiasi critica come un tentativo di…

      Venezia, avevamo chiesto ai candidati quale integrazione volessero. Ora una risposta inquietante

      Quattro mesi fa, durante la campagna per le elezioni comunali di Venezia, su queste pagine avevamo scelto deliberatamente di non partecipare alla polemica più semplice. La presenza di numerosi candidati provenienti dalla comunità bengalese poteva essere raccontata in due modi opposti e, a nostro avviso, entrambi insufficienti: come dimostrazione automatica dell’avvenuta integrazione oppure, al contrario,…

      «La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazion e

      «La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazione Ci sono frasi che, soprattutto quando vengono pronunciate da chi ha scelto di partecipare alla vita politica italiana, non possono essere archiviate come semplici provocazioni, né liquidate come espressioni infelici estrapolate dal dibattito pubblico. Se confermate nel loro esatto…

    • Complementary Protection after Decree-Law No. 20 of 2023: Constitutional and International Obligations as an Autonomous Legal Basis for Protection

      A Comment on the Decision of the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section, 10 July 2026

      Fabio Loscerbo

      Abstract

      The decision adopted on 10 July 2026 by the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section makes a significant contribution to the interpretation of complementary protection following the amendments introduced by Decree-Law No. 20 of 10 March 2023. Although the Commission rejected the application for refugee status and subsidiary protection, it found substantial grounds for concluding that the applicant’s removal would be contrary to Italy’s constitutional and international obligations. Protection was recognised on the basis of the combined assessment of personal vulnerability, origin from a poor rural environment, limited education, responsibilities towards a wife, three children and an elderly mother, as well as the employment-based integration and economic independence achieved in Italy. The decision is particularly important because the application was formalised after the entry into force of Decree-Law No. 20 of 2023 and therefore did not fall within the transitional regime preserving the previous wording of Article 19(1.1) of Legislative Decree No. 286/1998. It demonstrates that the removal of the express statutory reference to private and family life did not eliminate complementary protection from the Italian legal system. Constitutional, international and European obligations continue to operate as autonomous limits on the State’s power of removal. Within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, the decision also confirms that migration governance must be based on an individual, substantive and dynamic assessment: integration cannot be presumed, but when it has been effectively demonstrated, it cannot be disregarded.

      Keywords: complementary protection; constitutional obligations; international obligations; migrant integration; vulnerability; Article 19 of Legislative Decree No. 286/1998; Article 8 ECHR; Decree-Law No. 20/2023; migration governance; Integrazione o ReImmigrazione.

      The decision adopted on 10 July 2026 by the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section is significant beyond the circumstances of the individual administrative case. It provides an opportunity to address one of the most important questions arising after the reform introduced by Decree-Law No. 20 of 10 March 2023: whether the deletion from Article 19(1.1) of Legislative Decree No. 286/1998 of the express reference to private and family life substantially abolished complementary protection based on personal and social rootedness, or whether that form of protection continues to derive from the constitutional and international obligations binding the Italian State.

      The Commission examined the application of a Moroccan national born in 1982 and originating from a village in the province of Youssoufia. The applicant stated that he had left Morocco in September 2022 and had entered Italy the following month, after travelling by air to Türkiye and then following the Balkan route on foot. He expressly identified economic and family reasons as the basis for his departure: his purpose was to secure better living conditions for his wife, three children and mother, who remained in Morocco.

      The facts did not disclose the traditional elements of persecution required by the 1951 Geneva Convention. The applicant had not alleged threats relating to race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion. He had instead described structural poverty, the absence of regular employment, unsafe and precarious work in the construction sector and his inability to ensure adequate education and living conditions for his children.

      The Commission considered credible both the applicant’s geographical origin and the family’s economic deprivation, as well as the economic reasons underlying his migration. It nevertheless correctly found that those circumstances were not sufficient to justify refugee status. Migration motivated exclusively by the search for improved economic opportunities remains outside the Convention definition of a refugee unless the economic deprivation itself results from persecution or discrimination linked to one of the protected grounds.

      The distinction between an economic migrant and a refugee is therefore clearly maintained. That distinction remains essential to the coherence of the legal system, even though it is frequently blurred in public debate. International protection cannot become a general labour-migration channel, nor can it be granted solely because a person has left the country of origin in order to improve material living conditions. Such an interpretation would alter the function of the Geneva Convention and confuse legal categories based on different conditions and purposes.

      The rejection of international protection does not, however, exhaust the assessment that the State is required to conduct. Complementary protection operates precisely within this residual but legally decisive area.

      Complementary protection is distinct from refugee status and subsidiary protection. It encompasses the forms of national protection through which constitutional, international and European obligations are implemented where the conditions for international protection are absent, but removal would nevertheless result in a disproportionate violation of the person’s fundamental rights.

      In the case under examination, the Commission also excluded subsidiary protection. There was no evidence that the applicant faced a risk of the death penalty, torture or inhuman or degrading treatment under Article 14(a) and (b) of Legislative Decree No. 251/2007. Nor was the applicant’s area of origin in Morocco affected by an internal or international armed conflict and indiscriminate violence exposing civilians to a serious and individual threat within the meaning of Article 14(c).

      The Commission nevertheless continued its examination by turning to Italy’s constitutional and international obligations. This is the legally most significant aspect of the decision.

      The decision expressly acknowledges that the applicant had formalised his application after the entry into force of Decree-Law No. 20 of 2023. The transitional provision contained in Article 7(2) of that decree was therefore not applicable. That provision preserved the former version of Article 19(1.1) only for applications submitted before the reform entered into force or where the foreign national had already received an invitation from the competent Police Headquarters to submit the application.

      The issue was therefore not whether the legal framework introduced by Decree-Law No. 130 of 2020 could continue to apply under transitional rules. The Commission instead recognised complementary protection through the direct application of Italy’s constitutional and international obligations.

      This approach is significant because it prevents the 2023 reform from being interpreted as having entirely abolished protection based on private life, social integration and personal vulnerability. The legislature removed from Article 19 certain sentences that expressly identified family ties, social integration and duration of residence as relevant criteria. It could not, however, remove the binding force of the Constitution, the European Convention on Human Rights or the Charter of Fundamental Rights of the European Union.

      Ordinary legislation remains subject to higher-ranking legal constraints. Articles 2 and 3 of the Italian Constitution continue to require the protection of inviolable rights and compliance with equality, reasonableness and proportionality. Article 8 ECHR continues to protect private and family life. Article 7 of the Charter of Fundamental Rights of the European Union provides an equivalent guarantee within the scope of European Union law.

      The State’s power to control the entry, residence and removal of foreign nationals is not absolute. Removal must pursue a legitimate aim, have a legal basis and comply with proportionality. Where the consequences of return impose an excessive burden on the individual’s fundamental rights in comparison with the public interest pursued, removal cannot lawfully be carried out.

      The Commission identified a complex combination of relevant circumstances. The applicant originated from a rural background, had received limited education and supported a family composed of his wife, three children between five and twelve years of age and an elderly mother. In Morocco he had worked as a day labourer in the construction sector, without a contract, for very low wages and under unsafe working conditions. In Italy, by contrast, he had begun lawful employment and had obtained an open-ended contract in October 2023. His income enabled him to support himself independently and to provide his family in Morocco with more dignified living conditions.

      The documentary evidence confirmed the continuity and substance of that process. The file contained payslips covering the first months of 2026, an INPS social-security statement from October 2023 to March 2026, the employment contract converted into an open-ended arrangement, receipts for remittances sent to Morocco, the children’s birth certificates and the marriage certificate.

      Occupational integration was therefore not inferred from a subjective declaration of willingness to integrate. It was established through objective evidence: continuous employment, contractual stability, social-security contributions, economic independence and the ability to discharge family responsibilities.

      The Commission understood these elements as constituting a complex form of vulnerability. The decision was not based solely on the poverty existing in the country of origin, because a mere difference between Italian and Moroccan economic conditions could not automatically justify complementary protection. The legally relevant factor was the interaction between the applicant’s original personal condition, his family responsibilities and the process of autonomy and integration actually achieved in Italy.

      Protection was not recognised simply because the applicant enjoyed better economic opportunities in Italy. Such reasoning would transform complementary protection into a disguised form of economic migration. The decisive issue was the disproportionate impact that removal would have on the life he had constructed and on the responsibilities he had assumed.

      The decision states that the combined effect of those circumstances would make return detrimental to the applicant’s fundamental rights and would cause a substantial impairment of their enjoyment. The Commission also found that there were no national-security, public-order or public-safety grounds capable of justifying a restriction of those rights.

      The reference to a “combination of factors” is especially important. Complementary protection does not necessarily depend on one decisive circumstance. It may emerge from the converging assessment of several elements, none of which would be sufficient if examined in isolation.

      Vulnerability, in this sense, is not an abstract or rigidly predetermined category. It results from the person’s concrete exposure to a serious impairment of fundamental rights. It may derive from age, health, family circumstances, social background, economic precariousness, the migration journey or the degree of integration achieved in the host country.

      At the same time, vulnerability must retain legal boundaries. Not every situation of economic hardship is legally relevant vulnerability. Not every improvement in living conditions creates a right to remain. Complementary protection requires a rigorous assessment of the seriousness of the consequences of return and of their effective impact on fundamental rights.

      The Livorno decision is important precisely because it does not equate vulnerability with poverty. Rural origin and poor economic conditions are only part of the assessment. They acquire legal significance when combined with limited education, extensive family responsibilities, precarious and unsafe employment in the country of origin and, above all, the stable process of autonomy achieved in Italy.

      Employment plays a central role, although not an exclusively economic one. It enables the applicant to support himself without public assistance, pay social-security contributions, sustain his family and assume a responsible position within the productive system. The open-ended contract and the continuity of contributions demonstrate that the employment was neither episodic nor merely instrumental.

      The decision therefore reflects a substantive conception of complementary protection based on an overall assessment of the person. Even after the express list of private-life criteria was removed from the statutory text in 2023, the administration remains required to examine employment, stability, family responsibilities, economic autonomy and the practical consequences of removal.

      The legislative reform changed the wording of Article 19 but did not eliminate the legal problem. Where a foreign national has developed a private life through employment, autonomy, social relationships and the assumption of responsibilities, the State cannot limit its analysis to the finding that the person does not qualify for international protection. It must also determine whether return is compatible with fundamental rights and proportionality.

      The decision fits coherently within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm. That paradigm begins from the proposition that migration cannot be governed through automatic rules. Entry into the territory cannot in itself create a presumption of permanent residence. Equally, what the individual achieves after entry cannot be treated as legally irrelevant.

      The applicant had expressly left Morocco for economic reasons. He was not a refugee and did not face serious harm within the categories of subsidiary protection. That conclusion must be stated without ambiguity. Nevertheless, his position had changed during his stay in Italy. He had secured stable employment, achieved economic independence, paid contributions and undertaken the concrete responsibility of supporting his family.

      It is this transformation that must be assessed.

      The “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm does not treat integration as a presumed attribute of every foreign national, nor as a political formula capable of justifying every form of continued residence. Integration must be demonstrated through conduct, results and effective social ties.

      In the present case, those elements were documented. Integration was not merely occupational, although employment was its main indicator. It also comprised economic autonomy, family support, continuity of social-security contributions and the sustained assumption of responsibility.

      The Commission therefore adopted an individualised decision. It did not transform all economic migrants into beneficiaries of complementary protection. It distinguished the position of this applicant on the basis of his concrete trajectory and the disproportionate consequences of return.

      This method should inform migration governance more generally. A policy based only on admission is incomplete. A policy based exclusively on return is equally inadequate. Between admission and removal lies the period of residence, during which the results of integration must be assessed.

      Complementary protection can perform an essential function in this phase. It prevents removal from being ordered blindly, without regard to the transformation of the person’s life. It is not a general regularisation mechanism, but an individual safeguard grounded in fundamental rights.

      A rigorous application of complementary protection nevertheless requires transparent criteria. Stable employment, continuity of contributions, economic autonomy, housing, language knowledge, family ties, social participation and conduct consistent with the legal order may all constitute relevant indicators.

      None of these factors should operate automatically. An employment contract alone cannot prevent removal. Equally, the absence of a high income cannot exclude protection where other forms of vulnerability exist or where absolute prohibitions of removal apply.

      The assessment must remain comprehensive, individual and proportionate.

      The Livorno decision also raises a broader question concerning the relationship between complementary protection and ordinary channels of labour migration. The fact that an economic migrant later receives protection does not mean that complementary protection should replace migration planning. On the contrary, the case reveals the deficiencies of a system that fails to connect actual labour demand with lawful and accessible admission channels.

      The applicant possessed skills in the construction sector and obtained an open-ended employment contract. His presence therefore responded to a real labour-market demand. Yet the stabilisation of his legal position occurred through the protection system rather than through an ordinary labour-migration route.

      This imbalance cannot be ignored. Complementary protection must remain an instrument for safeguarding fundamental rights and should not become a structural remedy for failures in the management of labour migration. Where the labour market permanently absorbs foreign workers already present in the territory, the State should provide ordinary legal mechanisms capable of recognising that integration without placing functions on the protection system that do not properly belong to it.

      Within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, the response should be more coherent. Admissions should be planned according to the country’s actual economic and social needs. Residence should be accompanied by an assessment of integration. Removal should be the result of an individual decision where the right to remain is absent, meaningful integration has not been established and no constitutional, international or European limitation prevents return.

      ReImmigrazione is therefore not a collective measure and cannot be based on nationality, ethnicity or membership of a general category. It represents the possible individual outcome of a legal assessment. Where integration has instead been effectively achieved and removal would produce a disproportionate violation of fundamental rights, the legal system must recognise the continuation of residence.

      The decision of 10 July 2026 demonstrates that this distinction can be made at the administrative stage. It was not necessary to await judicial proceedings before acknowledging the relevance of constitutional and international obligations. The Commission examined the applicant’s personal circumstances, rejected international protection and then independently determined that complementary protection was applicable.

      The formal outcome consisted of transmitting the file to the competent Provincial Chief of Police under Article 32(3) of Legislative Decree No. 25/2008 for the issuance of the corresponding residence permit. The substantive outcome, however, was the recognition of complementary protection founded on the prohibition of removal contrary to fundamental rights.

      The decision therefore has importance beyond the individual proceedings. It confirms that, even after the 2023 reform, constitutional and international obligations remain an effective source of protection. Complementary protection does not depend exclusively on the continued presence of an express formula in Article 19. It derives from the overall system of guarantees and from the obligation to interpret immigration law consistently with the Constitution, the ECHR and European Union law.

      Complementary protection survives the legislative amendment because the rights it is intended to protect survive.

      The decision should not be interpreted as an automatic restoration of the pre-2023 legal framework. The Commission did not generally reapply the criteria removed by the legislature. It treated higher-ranking legal obligations as an autonomous parameter and carried out a concrete assessment of the disproportionate consequences of return.

      That distinction must remain clear. Otherwise, one would risk either depriving the legislative reform of any effect or attributing to it consequences incompatible with the hierarchy of legal sources.

      The appropriate balance lies in recognising that the legislature may regulate the conditions and procedures of residence, but cannot exempt administrative action from compliance with fundamental rights. Where removal would affect the person’s life in a disproportionate manner, the administration must prevent its execution and recognise the complementary protection required by the legal order.

      The Livorno decision points towards a possible future development. Complementary protection should be understood as a constitutional closing clause within the immigration system, applicable where international protection cannot be recognised but removal would nevertheless conflict with the State’s constitutional, international or European obligations.

      It cannot become a general title based solely on occupational integration, but neither can it disregard integration when integration has become the concrete structure of the individual’s private life.

      The principle emerging from the decision may be expressed as follows: the economic motive underlying migration does not create a right to international protection, but the trajectory developed after arrival may become relevant to complementary protection where removal would cause a disproportionate impairment of fundamental rights.

      The applicant was not protected merely because he was poor, nor simply because he was employed. Protection was recognised because his original vulnerability, family responsibilities and integration achieved in Italy formed an individual situation in which return would excessively interfere with the effective enjoyment of fundamental rights.

      Rational migration governance requires precisely this capacity to distinguish. Not everyone who arrives can remain. Not everyone who falls outside the categories of international protection may be removed without further assessment. Employment does not automatically create a right of residence, but a stable and documented integration process cannot be treated as legally irrelevant.

      The real alternative is not between reception and return. It is between a policy based on collective automatic rules and a policy capable of assessing individuals, conduct and outcomes.

      The decision of the Florence Territorial Commission – Livorno Section demonstrates that complementary protection can be one of the instruments through which this assessment is performed. It safeguards fundamental rights while also introducing an element of responsibility into the governance of residence.

      Within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, integration must be concrete, verifiable and progressive. Where it has been achieved, it must produce legal consequences. Where it is absent, and no other legal title or prohibition of removal exists, residence cannot be regarded as irreversible.

      Complementary protection does not contradict this framework. It constitutes one of its necessary legal limits and, at the same time, one of the instruments through which individual situations may be distinguished.

      Fabio Loscerbo
      Attorney admitted to practise before the Italian Supreme Court
      Registered representative of interests before the Italian Chamber of Deputies in the field of immigration
      Registered in the European Union Transparency Register, No. 280782895721-36, in the field of migration and asylum
      ORCID: 0009-0004-7030-0428

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      Deutschland steht bei der Rückkehr syrischer Schutzberechtigter vor einer Grundsatzfrage, die weit über Syrien hinausweist. Seit dem Sturz des Assad-Regimes hat sich die Entscheidungspraxis des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge deutlich verändert. Nach aktuellen Berichten werden Asylanträge häufiger abgelehnt und bereits gewährte Schutzstatus vermehrt überprüft. Gerade jetzt entscheidet sich, ob Deutschland Rückkehrpolitik als rechtsstaatliche Einzelfallprüfung…

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    • Il caso Venezia dimostra perché l’Italia dovrebbe inserire il dovere di integrazione nella Costituzione
      Il dibattito apertosi a Venezia intorno alla realizzazione di una moschea e alle dichiarazioni attribuite a Miah Rhitu rischia di essere rapidamente consumato secondo le consuete dinamiche della polemica politica: da una parte chi leggerà quelle parole come la dimostrazione dell’incompatibilità tra Islam e società occidentale, dall’altra chi considererà qualsiasi critica come un tentativo di limitare la libertà religiosa delle comunità musulmane. Entrambe le letture, a mio avviso, rischiano di perdere la questione più importante. Il problema emerso a Venezia non riguarda infatti soltanto una moschea, una candidata o una comunità religiosa. Riguarda una domanda molto più generale che l’Italia, dopo oltre trent’anni di immigrazione strutturale, continua a rinviare: quale rapporto deve esistere tra i diritti riconosciuti a chi vive nel nostro Paese e il dovere di inserirsi progressivamente nella comunità costituzionale che quei diritti garantisce? È una domanda che conduce direttamente alla proposta, già avanzata nell’ambito del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, di introdurre nella Costituzione italiana un vero e proprio dovere di integrazione. Occorre innanzitutto chiarire che cosa questa proposta non significa. Non significa subordinare la libertà religiosa al gradimento della maggioranza. Non significa chiedere allo straniero di abbandonare la propria cultura. Non significa pretendere che un musulmano smetta di essere musulmano, che una famiglia bengalese rinunci alle proprie tradizioni o che le seconde generazioni cancellino il legame con il Paese dal quale provengono i propri genitori. Soprattutto, non significa introdurre nella Costituzione un dovere di assimilazione. Significa qualcosa di profondamente diverso: costituzionalizzare l’integrazione come principio di reciprocità tra la Repubblica e chi sceglie di costruire stabilmente in essa la propria esistenza. Ed è precisamente il caso veneziano a mostrarne la necessità. Secondo quanto riportato dalla stampa, Miah Rhitu avrebbe affermato, nell’ambito della discussione sulla moschea, che «la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa». Nel precedente articolo abbiamo spiegato perché una simile formulazione, se confermata nel suo contesto, pone un problema che supera enormemente la polemica politica contingente. La libertà religiosa è un diritto fondamentale riconosciuto dall’articolo 19 della Costituzione. La pari dignità sociale e l’eguaglianza senza distinzione di sesso e religione sono altrettanto saldamente collocate nell’articolo 3. Non siamo dunque davanti a due ordinamenti differenti che devono negoziare tra loro, né a due sistemi di valori tra i quali lo Stato debba ricercare un compromesso. Esiste un solo ordinamento costituzionale. Ed è all’interno di quell’ordinamento che la libertà religiosa deve essere pienamente garantita e la parità tra uomo e donna deve essere altrettanto pienamente rispettata. Proprio qui emerge, tuttavia, una caratteristica della nostra Costituzione che merita oggi una riflessione. La Costituzione italiana nasce nel 1948, all’indomani della dittatura e della guerra, in un Paese che conosceva fenomeni migratori profondamente differenti da quelli contemporanei e che, soprattutto, sarebbe rimasto ancora per decenni un Paese prevalentemente di emigrazione. Sarebbe storicamente improprio rimproverare ai Costituenti di non avere previsto una trasformazione sociale che sarebbe diventata strutturale soltanto molti decenni dopo. La Costituzione contiene già principi capaci di governare una società pluralista. L’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; l’articolo 3 pone l’eguaglianza al centro dell’ordinamento; gli articoli 8 e 19 costruiscono uno spazio amplissimo per il pluralismo religioso; l’articolo 10 disciplina la condizione dello straniero nel quadro delle norme e dei trattati internazionali. Non partiamo dunque da un vuoto costituzionale. E neppure l’ordinamento ordinario ignora completamente il problema dell’integrazione. L’articolo 4-bis del Testo unico sull’immigrazione ha introdotto l’Accordo di integrazione, collegando determinati percorsi di soggiorno alla conoscenza della lingua italiana, dei principi fondamentali della Costituzione e dell’organizzazione delle istituzioni pubbliche. Ma proprio l’esperienza maturata negli ultimi decenni dimostra che questo non basta. L’integrazione continua ad essere prevalentemente trattata come politica amministrativa, mentre dovrebbe progressivamente diventare un principio ordinatore della politica migratoria. La differenza non è terminologica. Se l’integrazione rimane soltanto un programma amministrativo, essa dipende inevitabilmente dagli indirizzi dei governi, dalle disponibilità finanziarie, dai progetti territoriali e dalle differenti sensibilità politiche. Se invece viene riconosciuta come principio costituzionale, cambia la stessa struttura del rapporto tra immigrazione e Repubblica. I diritti rimangono diritti. Ma accanto ai diritti compare chiaramente una responsabilità. La Repubblica riconosce alla persona che vive sul proprio territorio dignità, libertà, tutela giurisdizionale, libertà religiosa e, secondo le condizioni previste dall’ordinamento, accesso ai diritti sociali e possibilità di costruire stabilmente in Italia il proprio progetto di vita. Chi sceglie una permanenza stabile dovrebbe assumere, parallelamente, il dovere di partecipare progressivamente alla costruzione dello spazio civico comune. È questo il dovere di integrazione. Non un dovere di diventare culturalmente italiani. Un dovere di diventare costituzionalmente parte della Repubblica. La distinzione è decisiva. Una democrazia liberale non deve entrare nelle case per stabilire quale lingua una famiglia debba parlare, quale cucina debba preferire, quali festività debba celebrare o quale religione debba trasmettere ai propri figli. Tutto ciò appartiene allo spazio della libertà individuale e familiare, entro i limiti posti dall’ordinamento. Ma lo Stato può e deve pretendere qualcosa di differente: conoscenza progressiva della lingua comune, conoscenza delle istituzioni, rispetto delle leggi, partecipazione sociale, riconoscimento della libertà individuale, accettazione dell’eguaglianza tra uomo e donna e rifiuto di sistemi normativi comunitari che pretendano di sovrapporsi all’ordinamento della Repubblica. Non si tratta di imporre una cultura. Si tratta di conservare le condizioni costituzionali che consentono a culture differenti di convivere. Questa distinzione diventerà sempre più importante. L’immigrazione europea sta infatti entrando in una fase profondamente diversa rispetto a quella che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Il problema non riguarda più soltanto gli ingressi, gli sbarchi, i permessi di soggiorno, l’accoglienza e i rimpatri. Milioni di persone provenienti dall’immigrazione vivono stabilmente nelle società europee; stanno crescendo seconde e terze generazioni; aumentano le naturalizzazioni; cittadini provenienti da comunità migranti partecipano alla vita associativa, economica e politica e progressivamente entrano nelle istituzioni. È un processo naturale. Ma proprio per questo occorre chiedersi quale società produrrà. Possiamo scegliere un modello nel quale lo Stato garantisce semplicemente la coesistenza di comunità differenti, lasciando che ciascuna conservi nel tempo una propria struttura sociale, culturale e identitaria sostanzialmente autonoma. Oppure possiamo costruire un modello nel quale le differenze rimangono, ma vengono progressivamente attraversate da un’appartenenza costituzionale comune. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” sceglie esplicitamente questa seconda strada. Ed è per questa ragione che il dovere costituzionale di integrazione rappresenta una delle sue proposte più importanti. La questione, naturalmente, richiede una formulazione giuridica estremamente prudente. Una norma costituzionale non potrebbe trasformare opinioni, convinzioni religiose o comportamenti culturalmente differenti ma leciti in criteri arbitrari per stabilire chi meriti di vivere in Italia. Né potrebbe comprimere i diritti fondamentali che spettano alla persona indipendentemente dal grado di integrazione raggiunto. Il dovere costituzionale dovrebbe operare diversamente. Dovrebbe innanzitutto vincolare la Repubblica stessa. Se esiste un dovere di integrazione, deve infatti esistere contemporaneamente un dovere pubblico di renderla concretamente possibile: insegnamento della lingua, scuola, formazione civica, contrasto alla segregazione territoriale, politiche abitative, accesso regolare al lavoro, partecipazione sociale e strumenti capaci di verificare gli esiti delle politiche adottate. Questa reciprocità è essenziale. Non avrebbe senso chiedere a una persona di integrarsi per poi collocarla per anni in condizioni che favoriscono isolamento, dipendenza assistenziale o concentrazione comunitaria. Ma, nello stesso tempo, non avrebbe senso investire risorse pubbliche nell’integrazione continuando a considerarla una possibilità puramente eventuale, rispetto alla quale la persona interessata non assume alcuna responsabilità. La Repubblica deve creare le condizioni dell’integrazione. Chi sceglie stabilmente la Repubblica deve partecipare al percorso di integrazione. È questo il punto di equilibrio che dovrebbe essere costituzionalizzato. E il caso veneziano permette di comprendere perché la questione non sia astratta. Il problema non consiste nello stabilire se una moschea debba essere il “premio” concesso a una comunità ritenuta sufficientemente integrata. Un diritto costituzionale non funziona in questo modo e la libertà religiosa non può essere trasformata in uno strumento disciplinare. Il problema è un altro. È stabilire quale terreno comune debba esistere affinché moschee, chiese, sinagoghe, convinzioni non religiose, tradizioni culturali differenti e modelli familiari diversi possano convivere all’interno della stessa società senza trasformarla progressivamente in una federazione informale di comunità separate. Quel terreno esiste già. È la Costituzione. Ciò che manca è rendere esplicito che l’integrazione dentro quel terreno comune non rappresenta soltanto un obiettivo auspicabile delle politiche pubbliche, ma costituisce una responsabilità condivisa. Per questo il dibattito aperto a Venezia dovrebbe essere utilizzato per andare oltre Venezia. La domanda non è se dobbiamo scegliere tra libertà religiosa e libertà delle donne. La Costituzione ha già scelto entrambe. La domanda è come garantire che, in una società destinata a diventare sempre più pluralista, continui ad esistere un ordinamento comune sufficientemente forte da garantire entrambe. La risposta del paradigma è chiara: più aumenta il pluralismo culturale, più deve diventare solida l’integrazione costituzionale. Non per cancellare le differenze. Per impedire che le differenze cancellino progressivamente ciò che abbiamo in comune. Dopo decenni nei quali abbiamo discusso quasi esclusivamente dei diritti dell’immigrazione e, negli ultimi anni, prevalentemente del controllo delle frontiere e dei rimpatri, è arrivato il momento di aprire una terza stagione della politica migratoria italiana: quella dell’appartenenza. La Costituzione del 1948 non deve essere stravolta per affrontare l’immigrazione del XXI secolo. Deve essere capace, come è avvenuto altre volte nella storia repubblicana, di confrontarsi con trasformazioni sociali che i Costituenti non potevano materialmente conoscere. La proposta è dunque semplice nella sua formulazione e assai più complessa nella sua attuazione: la Repubblica promuove l’integrazione; chi sceglie stabilmente di farne parte concorre al proprio percorso di integrazione. Non assimilazione. Non multiculturalismo senza confini. Integrazione costituzionale. Perché la Costituzione del futuro non dovrebbe chiedere allo straniero di diventare culturalmente italiano. Dovrebbe però poter chiedere a chi sceglie stabilmente l’Italia di diventare costituzionalmente parte della Repubblica. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Venezia, avevamo chiesto ai candidati quale integrazione volessero. Ora una risposta inquietante
      Quattro mesi fa, durante la campagna per le elezioni comunali di Venezia, su queste pagine avevamo scelto deliberatamente di non partecipare alla polemica più semplice. La presenza di numerosi candidati provenienti dalla comunità bengalese poteva essere raccontata in due modi opposti e, a nostro avviso, entrambi insufficienti: come dimostrazione automatica dell’avvenuta integrazione oppure, al contrario, come prova di una progressiva occupazione comunitaria della rappresentanza politica. Avevamo scelto una terza strada. Avevamo considerato fisiologico che cittadini di origine straniera partecipassero alla vita politica italiana e avevamo formulato nei loro confronti una domanda che ritenevamo molto più importante della loro provenienza: quale integrazione volete guidare? Non era una provocazione. Era una domanda politica. Il 27 aprile avevamo scritto che non basta rappresentare una comunità, occorre guidarne l’integrazione. Due giorni dopo avevamo rivolto pubblicamente ai candidati una serie di interrogativi sul significato dell’integrazione e, tra questi, ve n’era uno che oggi assume un significato particolare: l’integrazione deve comprendere anche l’adesione sostanziale ai principi costituzionali italiani? La questione nasceva dall’osservazione di un fenomeno che non riguardava affatto l’origine bengalese dei candidati. Riguardava il rapporto tra comunità e cittadino. Quando una persona proveniente dall’immigrazione entra nelle istituzioni, infatti, può verificarsi uno dei risultati migliori di un processo migratorio: l’individuo supera progressivamente la propria originaria condizione di straniero, acquisisce cittadinanza, partecipa alla vita pubblica e concorre, insieme agli altri cittadini, alla determinazione dell’indirizzo politico della comunità nazionale. Ma può verificarsi anche un fenomeno differente. La comunità di origine può conservarsi come principale struttura di appartenenza e trasformare la partecipazione politica in una proiezione istituzionale della propria presenza sociale. Il candidato rischia allora di diventare soprattutto il rappresentante di una comunità dentro le istituzioni, anziché un cittadino che, provenendo da quella comunità, partecipa alle istituzioni della Repubblica. La differenza è sottile soltanto apparentemente. È, invece, una delle questioni decisive per il futuro delle democrazie europee. Per questo avevamo insistito sul concetto di individualizzazione civica: l’integrazione dovrebbe progressivamente trasformare l’appartenenza comunitaria da elemento determinante dell’identità pubblica in una delle molte componenti dell’identità personale. Non significa cancellare origini, religione, lingua familiare o tradizioni. Significa impedire che esse diventino strutture politiche parallele attraverso le quali organizzare stabilmente la partecipazione alla società. Oggi quelle domande tornano. E tornano attraverso le parole attribuite proprio a Miah Rhitu, già candidata alle amministrative veneziane in una lista a sostegno di Andrea Martella. Intervenendo nella controversia relativa alla realizzazione di una moschea, Rhitu avrebbe posto una domanda che merita di essere riportata senza deformazioni polemiche: «Qual è l’unità di misura dell’integrazione?». E avrebbe poi affermato che una moschea non può costituire il premio per chi si comporta bene e che «la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa». Nel precedente articolo abbiamo affrontato soprattutto quest’ultima affermazione. La libertà religiosa costituisce un diritto fondamentale riconosciuto dall’articolo 19 della Costituzione, ma si esercita all’interno di un ordinamento nel quale la pari dignità e l’eguaglianza senza distinzione di sesso costituiscono principi fondamentali. Non esiste dunque una scelta politica tra libertà religiosa e libertà femminile, perché entrambe devono trovare realizzazione entro la medesima architettura costituzionale. Qui, tuttavia, interessa un’altra questione. Interessa tornare alle domande formulate durante la campagna elettorale. Perché allora avevamo deliberatamente evitato di chiedere ai candidati di origine bengalese di prendere le distanze dalla propria comunità o dalla propria religione. Avevamo chiesto qualcosa di assai diverso e, probabilmente, più impegnativo: quale modello di integrazione intendete rappresentare e guidare? La dichiarazione odierna non consente naturalmente di ricostruire da sola l’intero pensiero politico di una persona. Sarebbe metodologicamente scorretto trasformare una frase, per quanto significativa, in una sentenza complessiva sull’integrazione individuale di chi l’ha pronunciata. Ma consente di porre nuovamente il problema politico. Se una persona proveniente dall’immigrazione entra nella competizione elettorale e aspira a rappresentare cittadini italiani, il punto non è stabilire quanto abbia conservato della cultura d’origine. Il punto è comprendere quale concezione abbia maturato del rapporto tra quella cultura e l’ordinamento nel quale esercita la propria partecipazione politica. Ed è esattamente ciò che avevamo chiesto prima delle elezioni. La rappresentanza delle comunità migranti può diventare una straordinaria risorsa per l’integrazione quando produce leadership capaci di svolgere una funzione di collegamento: persone che conoscono entrambe le realtà, comprendono le difficoltà dell’inserimento, possiedono la fiducia delle comunità di origine e proprio per questo riescono a favorirne il progressivo ingresso nello spazio civico comune. Una leadership dell’integrazione dovrebbe avere anche il coraggio di dire che alcuni principi non sono oggetto di mediazione interculturale. La parità tra uomo e donna è uno di questi. La libertà individuale è uno di questi. Il diritto di una ragazza di scegliere il proprio percorso di vita indipendentemente dalle aspettative familiari o comunitarie è uno di questi. La libertà religiosa è anch’essa uno di questi. Ed è proprio perché appartengono tutti alla medesima architettura costituzionale che nessuno di essi può essere presentato come il prezzo da pagare per ottenere l’altro. Qui emerge il limite profondo del multiculturalismo quando viene interpretato come semplice coesistenza tra comunità. Uno Stato può riconoscere differenze culturali molto ampie. Può consentire alle persone di conservare tradizioni, praticare religioni differenti, costruire associazioni, mantenere rapporti con i Paesi di origine e trasmettere ai propri figli un patrimonio culturale diverso da quello maggioritario. Ma una democrazia costituzionale non può essere culturalmente neutrale rispetto ai propri principi fondamentali. Se lo diventasse, cesserebbe progressivamente di integrare e comincerebbe semplicemente ad amministrare la convivenza tra comunità. È precisamente ciò che avevamo cercato di spiegare durante le elezioni veneziane. Nel maggio scorso avevamo osservato che il ricorso stesso alle categorie di “voto di comunità” e “rappresentanza etnica” poteva costituire un indicatore di un’integrazione ancora incompiuta: non perché votare un candidato della propria origine sia illegittimo, evidentemente, ma perché una società realmente integrata dovrebbe progressivamente spostare il proprio baricentro dalla comunità all’individuo. Quattro mesi dopo, il problema appare ancora più chiaro. La questione non è impedire alle comunità di avere voce. È capire quale voce arrivi nelle istituzioni. Una voce che rivendica semplicemente diritti per la propria comunità oppure una leadership che, insieme alla rivendicazione dei diritti, assume la responsabilità di accompagnare quella comunità dentro un sistema condiviso di diritti, doveri e principi? È questa la differenza tra rappresentanza comunitaria e leadership dell’integrazione. Ed è una differenza destinata a diventare sempre più importante con l’aumento dei cittadini italiani provenienti dall’immigrazione e con l’ingresso delle seconde generazioni nella vita politica. Sarebbe un errore reagire a questo processo cercando di ostacolarlo. La partecipazione politica dei nuovi cittadini è una conseguenza naturale della trasformazione demografica e sociale del Paese. Ma sarebbe un errore altrettanto grave considerare automaticamente quella partecipazione come prova dell’avvenuta integrazione. Una persona può essere perfettamente inserita nei meccanismi democratici e contemporaneamente proporre una concezione della società fortemente comunitaria. È precisamente per questo che l’integrazione non può essere misurata soltanto attraverso lavoro, reddito, durata della permanenza o acquisizione formale della cittadinanza. Occorre osservare anche quale rapporto si costruisce con lo spazio costituzionale comune. Ed è qui che la domanda posta da Miah Rhitu diventa, paradossalmente, ancora più importante delle sue dichiarazioni sulla libertà delle donne. «Qual è l’unità di misura dell’integrazione?» Quattro mesi fa avevamo posto ai candidati veneziani sostanzialmente la stessa questione. Oggi possiamo finalmente rispondere. L’integrazione può essere misurata. E probabilmente deve esserlo. Non attraverso un arbitrario esame delle coscienze, non chiedendo agli stranieri di rinunciare alla propria identità e neppure costruendo cittadini culturalmente uniformi, ma attraverso indicatori capaci di verificare se la permanenza nel tempo abbia prodotto autonomia, conoscenza linguistica, partecipazione sociale, relazioni esterne alla comunità d’origine, rispetto delle regole e condivisione effettiva del nucleo costituzionale fondamentale. È precisamente il passaggio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di compiere. Per decenni abbiamo domandato agli immigrati di integrarsi senza definire esattamente che cosa significasse essere integrati. Ora una candidata proveniente dall’immigrazione ci domanda quale sia l’unità di misura. È una domanda legittima. E questa volta la politica italiana dovrebbe avere il coraggio di rispondere. Perché il prossimo problema dell’immigrazione italiana non riguarderà soltanto chi entra nel Paese. Riguarderà sempre di più chi, dopo essere entrato, diventa parte della società, acquisisce cittadinanza, entra nelle istituzioni e contribuisce a determinare ciò che l’Italia sarà. Ed è proprio per questo che la domanda formulata prima delle elezioni di Venezia rimane oggi ancora più attuale: quale integrazione vogliamo guidare? Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • «La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazion e
      «La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazione Ci sono frasi che, soprattutto quando vengono pronunciate da chi ha scelto di partecipare alla vita politica italiana, non possono essere archiviate come semplici provocazioni, né liquidate come espressioni infelici estrapolate dal dibattito pubblico. Se confermate nel loro esatto contesto, le parole attribuite a Miah Rhitu, cittadina di origine bengalese già candidata alle elezioni comunali di Venezia in una lista a sostegno del candidato sindaco Andrea Martella, appartengono a questa categoria. Secondo quanto riportato dalla stampa, intervenendo nella discussione sulla realizzazione di una moschea e sul rapporto tra integrazione e libertà religiosa, Rhitu avrebbe affermato: «Una moschea non può essere il premio per chi si comporta bene, la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa». È soprattutto la seconda parte della frase a meritare attenzione. Perché la libertà delle donne non è una variabile politica che possa essere collocata su un piatto della bilancia e confrontata con la libertà religiosa. Non rappresenta una concessione della società italiana alle comunità immigrate, né una particolare sensibilità culturale occidentale alla quale possa contrapporsi, con pari dignità, una differente concezione dei rapporti tra uomo e donna. La parità, la dignità della persona e l’eguaglianza senza distinzione di sesso appartengono all’architettura costituzionale della Repubblica. Allo stesso modo, la libertà religiosa costituisce uno dei cardini dell’ordinamento democratico. L’articolo 19 della Costituzione riconosce a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, individualmente o collettivamente, di farne propaganda e di esercitarne il culto, in pubblico o in privato, nel rispetto dei limiti stabiliti dall’ordinamento. Non esiste dunque alcuna contrapposizione necessaria tra la costruzione di un luogo di culto islamico e la Costituzione italiana, così come sarebbe profondamente sbagliato sostenere che una comunità debba preventivamente dimostrare di essere culturalmente assimilata per poter rivendicare diritti che la Costituzione riconosce alla persona. Ma proprio per questo occorre essere altrettanto chiari sul punto opposto: la libertà religiosa si esercita dentro l’ordinamento costituzionale italiano, non accanto ad esso e certamente non al di sopra di esso. L’articolo 3 della Costituzione proclama la pari dignità sociale e l’eguaglianza davanti alla legge senza distinzione, tra l’altro, di sesso e religione. La libertà religiosa e la parità tra uomo e donna non sono quindi principi appartenenti a due sistemi normativi concorrenti, tra i quali la Repubblica sarebbe chiamata di volta in volta a trovare un compromesso. Sono entrambi principi dell’ordinamento italiano e devono convivere all’interno della medesima cornice costituzionale. Ed è precisamente qui che il caso veneziano assume un significato che supera enormemente la polemica sulla moschea. Durante la campagna per le elezioni comunali di Venezia avevamo dedicato diversi articoli alla presenza di candidati provenienti dalla comunità bengalese. Avevamo sostenuto allora una posizione molto precisa: l’ingresso nella rappresentanza politica di cittadini provenienti dall’immigrazione è un fatto fisiologico in una democrazia, ma la rappresentanza politica non dovrebbe trasformarsi nella semplice proiezione istituzionale delle appartenenze etniche, nazionali o religiose. Avevamo quindi posto una domanda: quale integrazione vogliono guidare coloro che, provenendo dall’immigrazione, entrano nelle istituzioni italiane? La questione torna oggi con una forza ancora maggiore. Secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa, Rhitu avrebbe posto a sua volta una domanda estremamente interessante: «Qual è l’unità di misura dell’integrazione? Quanto bisogna essere integrati per avere questa moschea?». La prima domanda, separata dalla vicenda specifica del luogo di culto, merita una risposta seria. È esattamente il problema che la politica migratoria italiana ha evitato per decenni. Abbiamo parlato continuamente di integrazione senza stabilire che cosa essa significhi concretamente. Abbiamo finanziato programmi di integrazione, sottoscritto accordi, organizzato corsi, costruito strutture amministrative e utilizzato questa parola in migliaia di documenti pubblici, senza arrivare a definire un sistema capace di verificare con sufficiente precisione quando un percorso di integrazione possa considerarsi riuscito, quando presenti criticità e quando, invece, stia producendo separazione sociale e comunitaria. Eppure un’unità di misura dell’integrazione può esistere. Non può naturalmente consistere nell’abbandono della propria religione, delle proprie tradizioni familiari o della propria identità culturale. Integrare non significa trasformare un bengalese, un marocchino o un pakistano in una copia culturale di un italiano. Significa però qualcosa di più della semplice permanenza sul territorio, del possesso di un contratto di lavoro o dell’assenza di condanne penali. Significa conoscenza della lingua, autonomia economica, partecipazione alla società, relazioni che superino progressivamente il perimetro esclusivo della comunità di origine, conoscenza delle istituzioni e, soprattutto, riconoscimento sostanziale dei principi fondamentali sui quali quelle istituzioni sono costruite. Tra questi principi esiste la parità tra uomo e donna. Questo non significa subordinare la libertà religiosa a un esame ideologico preventivo. Significa affermare una cosa molto più semplice: l’integrazione in una democrazia costituzionale presuppone che il pluralismo si sviluppi entro un nucleo di principi comuni che nessuna appartenenza comunitaria può relativizzare. Altrimenti non avremo costruito una società pluralista. Avremo progressivamente costruito comunità differenti che vivono nello stesso territorio, ciascuna portatrice dei propri riferimenti culturali e normativi, mentre lo Stato rinuncia progressivamente a indicare quale sia il terreno comune. È proprio questo il rischio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” cerca di portare al centro del dibattito. Il problema migratorio europeo non può essere affrontato soltanto chiedendosi quante persone entrano, quante lavorano, quante possono essere rimpatriate o quanti nuovi ingressi siano necessari all’economia. Occorre finalmente domandarsi che cosa accade dopo l’ingresso e quale società stiamo costruendo attraverso la permanenza di milioni di persone provenienti da contesti culturali, sociali e talvolta giuridici profondamente differenti. La risposta non può essere la repressione delle differenze. Ma non può essere neppure l’indifferenza dello Stato di fronte ad esse. Esiste uno spazio enorme tra assimilazione e multiculturalismo comunitario. È lo spazio dell’integrazione costituzionale: conservare la propria identità, professare liberamente la propria religione, costruire i propri luoghi di culto e trasmettere ai figli la propria cultura, accettando contemporaneamente che esiste un nucleo di principi comuni che appartiene alla Repubblica nella quale si è scelto di vivere. La libertà delle donne appartiene a quel nucleo. Per questo la discussione aperta a Venezia non riguarda soltanto una moschea e neppure soltanto Miah Rhitu. Riguarda la domanda che l’Italia dovrà inevitabilmente affrontare nei prossimi anni: che cosa intendiamo davvero quando chiediamo a chi arriva di integrarsi? Continuare a non rispondere significa lasciare che siano le singole comunità, con il trascorrere delle generazioni, a fornire ciascuna la propria risposta. Ed è precisamente ciò che uno Stato consapevole della propria identità costituzionale non dovrebbe permettere. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Syrien-Rückkehr: Deutschland braucht Einzelfallprüfung statt politischer Quoten
      Deutschland steht bei der Rückkehr syrischer Schutzberechtigter vor einer Grundsatzfrage, die weit über Syrien hinausweist. Seit dem Sturz des Assad-Regimes hat sich die Entscheidungspraxis des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge deutlich verändert. Nach aktuellen Berichten werden Asylanträge häufiger abgelehnt und bereits gewährte Schutzstatus vermehrt überprüft. Gerade jetzt entscheidet sich, ob Deutschland Rückkehrpolitik als rechtsstaatliche Einzelfallprüfung oder als politisches Mengenproblem versteht. Das deutsche und europäische Asylrecht gibt dafür einen klaren Rahmen vor. Seit dem 12. Juni 2026 gelten für neue Entzugsverfahren die einschlägigen unionsrechtlichen Regelungen, ergänzt durch § 73b AsylG. Entscheidend ist nicht, ob sich die politische Lage in einem Herkunftsstaat allgemein verändert hat, sondern ob die Voraussetzungen des internationalen Schutzes im konkreten Fall weggefallen sind. Eine Rückkehrentscheidung darf deshalb weder an pauschalen Prozentzielen noch an der Staatsangehörigkeit als solcher hängen. Das bedeutet allerdings nicht, dass ein einmal gewährter Schutzstatus dauerhaft unangreifbar wäre. Wenn die tatsächlichen Schutzgründe wesentlich und nachhaltig entfallen sind, muss der Staat die Konsequenzen ziehen können. Ein glaubwürdiges Asylsystem braucht beides: die verlässliche Gewährung von Schutz, solange Schutz notwendig ist, und die tatsächliche Beendigung dieses Schutzes, wenn seine rechtlichen Voraussetzungen nicht mehr bestehen. Rechtsstaatlichkeit ist keine Einbahnstraße. Ebenso wichtig ist jedoch die Trennung zwischen Schutzrecht und Aufenthaltsrecht. Wer seit Jahren in Deutschland lebt, arbeitet, Deutsch spricht, eine Familie gegründet hat und gesellschaftlich eingebunden ist, behält nicht allein wegen dieser Integration automatisch seinen Flüchtlingsstatus. Aber eine belastbare Rückkehrpolitik muss prüfen, welche eigenständigen aufenthaltsrechtlichen Folgen sich aus einem langjährigen, rechtmäßigen und nachweisbar integrierten Aufenthalt ergeben können. Integration darf weder als bloßes Schlagwort missbraucht noch rechtlich ignoriert werden. Hier setzt das Paradigma „Integrazione oder ReImmigrazione“ an. Es lehnt sowohl die Vorstellung ab, jeder einmal aufgenommene Mensch müsse unabhängig von späteren Veränderungen dauerhaft bleiben, als auch die Idee einer kollektiven Rückführung nach Herkunftsgruppen. Der Maßstab muss die einzelne Person sein: Schutzbedarf, Rechtsstatus, Verhalten, Integrationsleistung, familiäre Bindungen und die tatsächliche Möglichkeit einer rechtmäßigen Rückkehr. Verantwortung ist individuell – und deshalb müssen auch staatliche Entscheidungen individuell bleiben. Für Deutschland folgt daraus eine praktische Aufgabe. Das BAMF muss Widerrufs- und Entzugsverfahren zügig, nachvollziehbar und rechtssicher führen; die Ausländerbehörden müssen anschließend aufenthaltsrechtliche Alternativen ebenso sorgfältig prüfen wie bestehende Ausreisepflichten. Gleichzeitig braucht es funktionierende Rückkehrabkommen, Dokumentenbeschaffung und Kooperation mit Herkunftsstaaten. Ein Staat, der Schutzstatus überprüft, aber rechtskräftige Rückkehrentscheidungen anschließend nicht umsetzen kann, erzeugt nur neue Unsicherheit. Die Syrien-Debatte zeigt damit exemplarisch, was eine moderne Migrationspolitik leisten muss: Schutz gewähren, solange er erforderlich ist; Integration konkret bewerten, wo sie rechtlich relevant ist; und Rückkehr durchsetzen, wenn am Ende aller Verfahren kein Aufenthaltsrecht mehr besteht. Deutschland braucht weder pauschale Bleibegarantien noch kollektive Rückkehrquoten, sondern ein belastbares System aus Einzelfallprüfung, Integration, Rechtsschutz und tatsächlicher Vollziehbarkeit. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
    • Complementary Protection, Social Rootedness and Ex Nunc Assessment: The Tribunal of Bologna Recognises the Right to Remain on the Basis of Effective Integration

      A Comment on the Decree of the Tribunal of Bologna, Specialised Section for Immigration, International Protection and the Free Movement of European Union Citizens, 3 August 2026, Case No. 12455/2024

      Fabio Loscerbo

      Abstract

      The decree issued by the Tribunal of Bologna on 3 August 2026 offers a significant contribution to the interpretation of complementary protection based on the right to respect for private life and on the social rootedness developed by a foreign national in the host country. The Tribunal recognised protection in favour of a Pakistani national who, after entering Italy, had undertaken a progressive process of occupational, economic, residential, professional and relational integration. The decision is relevant from several perspectives. First, it clarifies that entries contained in the internal information systems of the administration are not sufficient to prove the lawful service of a decision issued by a Territorial Commission; consequently, the time limit for appeal runs from the date on which the applicant actually became aware of the decision through access to the administrative file. Second, it confirms the application of the legal framework preceding Decree-Law No. 20 of 2023 to applications submitted before 11 March 2023. Third, it recognises the dynamic nature of complementary protection by assigning decisive importance to facts that arose or became consolidated during the judicial proceedings. Employment is not treated as a merely financial fact, but as a structure of private life and as one of the principal settings in which social relationships are formed. The decree fits coherently within the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm, since it demonstrates that continued residence can neither be presumed nor denied in the abstract, but must be determined through an individual, documented and updated assessment of the degree of integration actually achieved.

      Keywords: complementary protection; social rootedness; private life; occupational integration; ex nunc assessment; Article 8 ECHR; service of administrative decisions; right to remain; Integrazione o ReImmigrazione.

      The decree issued by the Tribunal of Bologna on 3 August 2026 forms part of a broader judicial development in which complementary protection is understood both as an individual limit on the State’s power of removal and as a legal instrument protecting the effective rootedness acquired by a foreign national in the host country.

      The proceedings were brought by a Pakistani national, born in 1997, against the decision of the Bologna Territorial Commission rejecting his application for international protection and declining to recognise any form of complementary protection. During the proceedings, the applicant withdrew his claims for refugee status and subsidiary protection and pursued only complementary protection, to be implemented through the issuance of an Italian residence permit for special protection.

      This limitation of the subject matter of the proceedings is legally significant. The applicant’s position was no longer examined in relation to a risk of persecution or serious harm in the country of origin. The decisive issue was instead the impact that removal would have on the private life he had constructed in Italy. The centre of the assessment was therefore not the original reason for migration, but the transformation of the individual’s position during his stay in the host country.

      Before addressing the substance of the case, the Tribunal resolved an important procedural issue concerning the admissibility and timeliness of the appeal.

      The applicant had not received the Territorial Commission’s decision and had not otherwise become aware of it through lawful service. He learned of the rejection only after his lawyer submitted a formal request for access to the administrative file on 19 August 2024. The administration did not produce a certificate of service, a postal receipt, evidence of an attempted service or any other document capable of proving completion of the notification procedure. It relied only on screenshots taken from its internal information system, which recorded that the decision had not been served because the applicant was allegedly untraceable and that the matter had been assigned to the competent Police Headquarters.

      The Tribunal correctly held that such entries were not sufficient to prove lawful service. Information unilaterally entered into an internal administrative system cannot replace the formal documents through which the law proves that a notification procedure has been completed.

      A principle of broader importance follows from this conclusion. The time limit for judicial review cannot begin to run from a notification merely asserted by the administration. It must begin either when the decision has been properly served in accordance with the applicable legal rules or when the person concerned has obtained actual and demonstrable knowledge of it.

      In the present case, such knowledge was acquired only on 19 August 2024 through access to the administrative file. The appeal lodged on 5 September 2024 was therefore held to be timely and admissible.

      This aspect of the decree extends beyond the circumstances of the individual case. In proceedings concerning international and complementary protection, service of the negative decision directly affects the practical exercise of the right of defence. A defective or unproven notification cannot be treated as a minor internal irregularity when it determines the commencement of short procedural time limits, which in certain procedures may be further reduced. The burden of proving completion of service lies with the administration, which must produce documents with legal evidential value rather than internal entries unsupported by external proof.

      After resolving the procedural issue, the Tribunal examined the applicable substantive law.

      The application for protection had been submitted before 11 March 2023. Consequently, under Article 7(2) of Decree-Law No. 20 of 10 March 2023, converted into Law No. 50 of 5 May 2023, the former wording of Article 19(1.1) of Legislative Decree No. 286/1998 continued to apply. That wording derived from the reform introduced by Decree-Law No. 130 of 2020.

      Under that legal framework, expulsion or removal was prohibited where substantial grounds existed for believing that departure from Italy would result in a violation of the right to respect for private and family life. The assessment had to take account of the nature and effectiveness of family ties, the person’s actual social integration in Italy, the duration of residence and the existence of family, cultural or social ties with the country of origin.

      Decree-Law No. 20 of 2023 amended that legal framework, but expressly preserved the former regime for applications already submitted and for cases in which the foreign national had already received an invitation from the competent Police Headquarters to formalise the application. The Tribunal therefore found that there could be no doubt as to the applicability of the earlier legislation.

      The point is also important from a systemic perspective. Complementary protection cannot be correctly interpreted without a rigorous analysis of transitional law. The date on which the application was submitted may determine not only the substantive criteria to be applied but also the legal characteristics of the residence permit eventually issued, including its duration and convertibility.

      The Bologna decree does not, however, confine itself to a formal application of the earlier legislation. It reconstructs complementary protection as an evolution of the former humanitarian protection and as an autonomous form of protection of social rootedness.

      The Tribunal refers to Order No. 28316 of 2020 of the Italian Supreme Court of Cassation and to Judgment No. 24413 of 2021 of the Joint Sections. The 2020 reform is treated as having broadened the protection previously developed by the case law on humanitarian protection. The foreign national’s rootedness in Italy becomes a limit on the State’s power of removal, grounded not only in Article 3 ECHR but also in Article 8 of the Convention.

      The most innovative aspect is the recognition that vulnerability may arise directly from uprooting.

      Under the earlier case law on humanitarian protection, the court frequently conducted a comparison between the level of integration reached in Italy and the living conditions to which the applicant would be exposed in the country of origin. Complementary protection, as applied in the present decree, recognises that removal itself may constitute the source of the violation.

      Where a foreign national has developed a stable life in the host country, return may cause the immediate loss of professional, social, affective and personal relationships that have become part of that individual’s identity. Vulnerability may therefore arise not only from a pre-existing condition in the country of origin, but also from the abrupt dismantling of the private life constructed in Italy.

      The decree adopts a broad understanding of rootedness. Occupational integration is a particularly significant indicator, but it does not exhaust the assessment. Other relational dimensions falling within the scope of private life under Article 8 ECHR must also be considered.

      Protection is not therefore granted to employment as such. It is granted to the individual whose private and social identity has been structured, among other things, through employment.

      This distinction is essential. An employment contract does not automatically constitute a right of residence and cannot replace the ordinary channels for labour migration. Yet where employment is stable, continuous and accompanied by economic autonomy, training, housing and social relationships, it becomes an integral part of private life.

      In the case examined by the Tribunal, the applicant had entered Italy in 2022 and had begun lawful and continuous employment within a relatively short period. After a number of fixed-term contracts, he entered into a professional apprenticeship contract as a cook and pizza maker, commencing on 14 October 2023 and extending until the end of the training period on 13 October 2028.

      The employment relationship was therefore not episodic. The apprenticeship contract provided not only continuity of employment but also a structured pathway of professional development extending over several years.

      The Tribunal also examined the evolution of the applicant’s income. He had earned EUR 7,396 in 2023, EUR 14,154 in 2024, EUR 6,964 in the first six months of 2025 and an additional EUR 4,650 from July to December 2025. The progressive increase in income had allowed him to achieve economic self-sufficiency and secure independent accommodation.

      Economic autonomy is therefore treated as evidence of effective integration. This does not mean that fundamental rights are made dependent on income or productive capacity. The point is that the ability to support oneself, pursue professional development and obtain accommodation constitutes objective evidence of genuine participation in society.

      The applicant’s participation in vocational training further reinforced this assessment. This element showed that his integration was not limited to the performance of work tasks, but included the acquisition of skills and a sustained investment in a long-term professional project.

      The Tribunal accordingly found that the applicant had rooted his private life in Italy through employment and through the affective, friendly, professional and social relationships developed in the territory.

      In support of that conclusion, the decree refers to the judgment of the European Court of Human Rights in Niemietz v. Germany of 16 December 1992. In that case, the Strasbourg Court observed that there was no reason in principle to exclude professional or business activities from the notion of private life, since it is through working life that many individuals develop a significant, and often the greatest, part of their relationships with the outside world.

      The reference is particularly appropriate. In immigration law, employment is frequently reduced to an economic requirement measured through income, contractual duration or contributions. The perspective of Article 8 ECHR instead requires employment to be considered also as a setting of personal fulfilment and social relationship-building.

      A worker does not merely generate income. He or she develops skills, relationships of trust, routines, responsibilities and a recognised social position. The forced interruption of that process may therefore interfere with private life in a substantive sense.

      The Tribunal also considered the progressive weakening of the applicant’s ties with Pakistan. His residence in Italy and the consolidation of his personal life had gradually reduced the intensity of his relationships with the country of origin. The presence of family members in Pakistan and the continuation of limited, mainly telephone-based contact were not considered sufficient to neutralise the rootedness acquired in Italy.

      This part of the reasoning must be read carefully. The existence of family members in the country of origin is not irrelevant, but it cannot automatically be relied upon to deny the private life developed in the host country. What must be examined is the effectiveness and intensity of the relationships, rather than the merely formal existence of a family connection.

      The Tribunal further found no national-security, public-order or public-safety grounds capable of justifying removal. No adverse elements concerning the applicant’s conduct had emerged. In the absence of such grounds, the rootedness he had achieved could not lawfully be sacrificed.

      The balancing exercise required by Article 19(1.1) is not abstract. Public-security reasons must be based on specific facts concerning the conduct of the individual. A general reference to the State’s interest in immigration control is not sufficient.

      Where a risk of violation of private life has been established, removal may be carried out only if it is necessary and proportionate in relation to concrete overriding public interests. Complementary protection therefore gives rise to a subjective right to remain where expulsion would cause a serious impairment of personal identity and dignity and no prevailing public interest justifies that outcome.

      The decree is also significant because of the importance it assigns to ex nunc assessment.

      The Tribunal considered facts that arose or became consolidated during the judicial proceedings. Rootedness was not assessed only by reference to the applicant’s circumstances at the time of the Territorial Commission’s decision. The court examined the subsequent development of his employment, income, housing and professional training.

      Protection was therefore recognised on the basis of the applicant’s current situation. Judicial proceedings concerning complementary protection cannot be reduced to a retrospective review of the legality of the administrative refusal. The court must determine whether removal, at the time of judgment, would comply with fundamental rights.

      An ex nunc assessment is consistent with the very nature of integration. Integration is a process that may strengthen or deteriorate over time. A historical snapshot is not sufficient to describe the person’s present legal and social position.

      The court must therefore consider subsequent developments, particularly where administrative and judicial proceedings extend over a prolonged period. To disregard those developments would mean deciding the case on the basis of a reality that no longer exists.

      In the present case, the Tribunal found that sudden removal would have caused manifest harm, requiring the applicant to seek a new form of rootedness in a country he had left years earlier. The convergence of the positive factors therefore led to the recognition of complementary protection.

      This approach is fully consistent with the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm.

      The paradigm begins from the need to distinguish individual positions through the assessment of integration. Entry into the territory is not sufficient to create an automatic and permanent right to remain. At the same time, return cannot be ordered while disregarding what the individual has built during residence.

      The case decided by the Tribunal of Bologna demonstrates that integration may be assessed through concrete indicators: continuity of employment, progression of income, economic self-sufficiency, housing, vocational training, social relationships, the absence of adverse public-order considerations and the weakening of ties with the country of origin.

      None of these indicators operates in isolation. The apprenticeship contract alone would not necessarily have justified protection. Income alone would not have proved rootedness. Housing alone would not have established private life. It is the convergence of those factors that demonstrates the existence of a stable life project.

      The “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm does not therefore propose an automatic reward based on employment. It calls for an overall assessment of the person.

      Employment is one of the principal indicators because it reveals participation, responsibility, social relationships and autonomy. It must nevertheless be situated within a broader evaluation including individual conduct, personal relationships, knowledge of the social environment, vocational development and actual compliance with the fundamental rules of coexistence.

      Where such integration has been genuinely achieved, the legal order cannot treat it as irrelevant. Removal must be subject to a strict proportionality assessment.

      Within the paradigm, ReImmigrazione does not identify a collective policy of return based on nationality or origin. It represents the possible outcome of an individual legal assessment where the person lacks a right to remain, has not established a legally relevant integration process and is not protected against return by constitutional, international or European obligations.

      That outcome was not possible in the present case. The applicant’s positive trajectory in Italy, the absence of security concerns and the serious impairment that would have resulted from uprooting required the recognition of complementary protection.

      The decree also demonstrates that integration should not be assessed only once, at the initial administrative stage. The assessment must be updated over time. Positive personal development must be capable of influencing the legal status of the foreign national, just as a serious and current deterioration may be relevant in procedures in which the law permits renewed examination.

      Complementary protection thus becomes an instrument for governing residence. It does not replace the rules on admission and cannot be used as an ordinary labour-migration channel. It intervenes, however, where the person’s actual situation no longer corresponds to the original administrative classification.

      The applicant was no longer merely the recipient of a negative asylum decision. He had become a worker engaged in a multi-year professional pathway, economically self-sufficient, housed independently and socially connected to the territory.

      A system unable to recognise this transformation would produce decisions that might be formally consistent but substantively unjust.

      The decree also raises a question of legislative policy. At present, the assessment of integration often emerges only during litigation. It is the court, after several years, that reconstructs the applicant’s trajectory through contracts, social-security statements, payslips, training certificates and housing documents.

      A more rational system should anticipate this evaluation. The administration should have procedures capable of assessing integration periodically, with transparent criteria, participation by the person concerned and effective judicial review.

      Integration should not remain a category used occasionally to correct the deficiencies of the system. It should become one of the ordinary criteria through which residence is governed.

      The decree finally addresses the legal characteristics of the residence permit resulting from recognition. Because the application had been submitted before the entry into force of Decree-Law No. 20 of 2023, the permit remained subject to the former regime: it had a duration of two years, permitted employment, was renewable and could be converted into a residence permit for employment purposes.

      The Tribunal therefore recognised the applicant’s right to complementary protection and ordered the file to be transmitted to the territorially competent Chief of Police for the issuance of a two-year, renewable and convertible residence permit. Legal costs were fully compensated because the decision was based on an ex nunc assessment of facts that had arisen or become consolidated during the proceedings.

      The decision on costs once again confirms the dynamic nature of the protection recognised. The success of the claim did not necessarily derive from the original unlawfulness of the administrative decision, but from the substantive situation established at the time of judgment.

      Complementary protection does not merely correct the past. It governs the present.

      The principle emerging from the Bologna decree may be stated clearly: the private life of a foreign national is composed not only of family ties in the strict sense, but also of employment, training, housing, autonomy and social relationships developed in the host country. Where those factors demonstrate effective rootedness, return cannot be ordered without determining whether it would cause a serious and disproportionate impairment of personal identity and dignity.

      Not every presence produces rootedness. Not every employment contract demonstrates integration. Not every period of residence creates a right to remain.

      But where rootedness has been effectively proved, the State cannot act as though it did not exist.

      The decree confirms that complementary protection is one of the principal areas in which immigration law may overcome the sterile opposition between automatic permanence and indiscriminate return.

      The proper method is individual assessment.

      That is also the logic of the “Integrazione o ReImmigrazione” paradigm: to verify what the person has actually constructed, to recognise integration where it exists and to permit ReImmigrazione where it does not, always within the limits imposed by fundamental rights and the legal order.

      Fabio Loscerbo
      Attorney admitted to practise before the Italian Supreme Court
      Registered representative of interests before the Italian Chamber of Deputies in the field of immigration
      Registered in the European Union Transparency Register, No. 280782895721-36, in the field of migration and asylum
      ORCID: 0009-0004-7030-0428

      Haiti, quasi 200.000 ritorni forzati: l’espulsione ha una data, il ritorno ha bisogno di uno Stato

      Il 28 agosto, durante una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è stato comunicato un dato che misura la pressione migratoria dal lato meno osservato: nei primi otto mesi del 2026 quasi 200.000 persone sono state ricondotte forzatamente ad Haiti. Secondo la ricostruzione ufficiale dell’ONU, l’aumento è del 10 per cento rispetto…

      Stati Uniti, il visto non è una licenza di silenzio: bocciate le espulsioni fondate sulle opinioni

      Il 28 agosto la giudice federale Noël Wise, del Northern District of California, ha dichiarato incostituzionale l’impiego di alcune disposizioni dell’Immigration and Nationality Act per revocare visti e avviare procedure di espulsione contro stranieri legalmente presenti a causa di opinioni politiche protette. La decisione, resa in Stanford Daily Publishing Corporation v. Rubio, riguarda la campagna…

    • Israele, 1.334 domande etiopi nel limbo: dopo anni d’attesa, lo Stato accelera verso l’uscita
      Un reportage pubblicato il 29 agosto dal Times of Israel documenta che l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione sta riportando in primo piano fascicoli di richiedenti asilo etiopi rimasti pendenti anche per anni. L’Autorità indica 1.334 domande ancora da decidere; per chi riceve un diniego, l’esito può tradursi nell’ordine di lasciare il Paese e, in mancanza, nell’avvio della procedura di allontanamento. La contraddizione non sta nel fatto che uno Stato esamini finalmente le domande. Sta nel tempo scelto per farlo: l’amministrazione ha lasciato persone e famiglie in una precarietà prolungata e ora accelera quando deve definire la loro uscita. Gli anni trascorsi in Israele, il lavoro e la frequenza scolastica dei figli non trasformano da soli un permesso temporaneo in un diritto alla permanenza. Ma neppure possono essere cancellati come se l’attesa amministrativa non avesse prodotto conseguenze umane e sociali. Il percorso giuridico va tenuto distinto. Israele aveva riconosciuto agli etiopi una protezione collettiva nel novembre 2021, durante la guerra nel Tigray. Il ministro dell’Interno Moshe Arbel ne ha disposto la revoca nel gennaio 2024 e, nel dicembre 2025, l’Alta Corte ha lasciato in piedi quella scelta concedendo quattro mesi per prepararsi alla partenza. La fine della protezione di gruppo, però, non decide automaticamente le singole domande d’asilo: ciascun fascicolo richiede una valutazione individuale delle ragioni invocate e del rischio connesso al ritorno. È qui che la responsabilità passa dall’indirizzo politico al procedimento amministrativo. L’Autorità sostiene che Addis Abeba possa costituire una destinazione praticabile anche quando altre aree dell’Etiopia restano instabili e precisa che le comunicazioni vengono inviate ai recapiti forniti dagli interessati. È una posizione che può essere esaminata caso per caso, non applicata come formula generale. Dopo attese così lunghe, notifica effettiva, motivazione comprensibile e possibilità concreta di ricorso diventano parte sostanziale della legalità del provvedimento. Il quadro del Paese d’origine impone prudenza senza autorizzare conclusioni automatiche. Il Foreign, Commonwealth & Development Office britannico segnala scontri rinnovati nel Tigray, conflitto nell’Amhara e violenze nell’Oromia; il Governo canadese, nell’aggiornamento del 20 agosto, sconsiglia i viaggi non essenziali in gran parte dell’Etiopia e distingue Addis Abeba dalle regioni più pericolose. Questi avvisi non provano che ogni ritorno sia illecito, ma mostrano perché origine regionale, profilo personale e destinazione effettiva non possano essere sostituiti dalla sola etichetta nazionale. Il caso raccontato dal giornale rende visibile ciò che i numeri nascondono. Endalkew Yemani Tesma è arrivato in Israele nel 2008, lavora, ha formato una famiglia e cresce sei figli che parlano e studiano in ebraico. La sua integrazione non è un titolo di soggiorno; è però un fatto reale che l’autorità non dovrebbe scoprire soltanto al momento dell’espulsione. Quanto più lunga è stata l’inerzia pubblica, tanto più accurata deve essere la valutazione delle posizioni individuali, della vita familiare e, se il ritorno viene disposto, delle sue condizioni concrete. Secondo l’UNHCR citato dal Times of Israel, il tasso israeliano di riconoscimento dell’asilo è intorno allo 0,1 per cento. Un dato così basso non dimostra da solo che ogni diniego sia sbagliato, ma rende indispensabili trasparenza sulle decisioni, tempi ragionevoli e controlli effettivi. Smaltire un arretrato non può significare trasformare l’efficienza in una presunzione di rigetto: il controllo dell’immigrazione è credibile quando distingue, motiva ed esegue, non quando recupera anni di ritardo comprimendo le garanzie. Uno Stato può porre fine a una protezione temporanea quando ritiene mutate le condizioni; non può far sparire il tempo che esso stesso ha lasciato trascorrere. L’integrazione non sostituisce la posizione giuridica, ma l’inerzia amministrativa non può diventare una scorciatoia verso l’allontanamento. Prima viene la decisione individuale, poi il controllo della sua legalità e soltanto dopo, se ne ricorrono davvero i presupposti, il ritorno. Avv. Fabio Loscerbo Avvocato Cassazionista Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428 Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
  • Citizenship Is Not Irreversible: Integration, Responsibility, and Revocation

    Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.”
    My name is Attorney Fabio Loscerbo.

    Today I want to talk to the American audience about a concept that is often misunderstood, both in Europe and in the United States: citizenship is not, and should not be, irreversible.

    For a long time, citizenship has been portrayed as a final and untouchable status. Once granted, it is assumed to be permanent, regardless of how it was obtained. Time itself is treated as a cure for any defect, transforming irregularities into acquired rights. This idea may sound reassuring, but in reality it weakens the State and empties integration of any real meaning.

    A recent opinion issued by Italy’s highest administrative court makes this point very clear. If citizenship is obtained through false documents or a false representation of reality, the State retains the power to revoke it, even many years later. There is no legitimate reliance when the benefit was obtained through deception. Time does not legalize fraud.

    This is not a technical detail. It is a fundamental legal and political message. Citizenship is not a reward automatically granted by the passage of time, and it is not a permanent amnesty for past misconduct. It is a serious legal status, built on honesty, loyalty, and respect for the legal order from the very beginning.

    When citizenship is lawfully obtained, it is strong and meaningful. But when it is built on false premises, it has no solid foundation. In those cases, revocation is not arbitrary power. It is the restoration of legality.

    This is exactly where the paradigm Integration or ReImmigration comes into play. Integration is not a slogan. It is not an emotional narrative. It is a legal and social process based on responsibility, respect for the rules, and genuine adherence to the values and institutions of the host country. When these elements are missing, integration fails.

    Revoking citizenship in such cases is not ideological punishment. It is the State reaffirming its sovereignty and making one thing clear: membership in a national community cannot be based on a legal lie. Rights obtained through deception break the social and legal pact before it even begins.

    There is another point that deserves attention, especially for an American audience. ReImmigration is not an extreme measure; it is an ordinary function of the State. When integration does not occur, when legal requirements collapse, and when the bond with the legal order exists only on paper, the State must be able to act. Without hesitation and without hypocrisy.

    A system that never revokes is a system that does not control. And a system that does not control does not integrate. It accumulates tension, erodes trust, and ultimately undermines social cohesion. On the contrary, a State that verifies, corrects, and when necessary revokes, is a credible State. And credibility is the essential condition for real integration.

    Citizenship, therefore, returns to its true nature in public law: a demanding bond, not an untouchable shield. A bond based on truthful premises and continuous respect for the rules.

    Integration or ReImmigration is not a provocation. It is a framework for democratic governance. Either integration is real, grounded in legality and responsibility, or the State must have the courage to say no and restore the legal order, including through revocation and return.

    This is not about exclusion. It is about seriousness. And seriousness is the foundation of any stable democracy.

    Thank you for listening.
    See you in the next episode.

    Articoli

  • La Francia contro sé stessa: integrazione senza obblighi e Stato indebolito

    La Francia è storicamente il laboratorio europeo dell’integrazione repubblicana. Laicità, uguaglianza formale, primato della legge: per decenni questi principi hanno costituito l’ossatura di un modello che chiedeva a chi entrava nello spazio pubblico francese di aderire a un quadro normativo comune, indipendentemente dall’origine culturale o religiosa. Oggi, però, quel modello appare sempre più incrinato. Non per un’improvvisa mancanza di norme, ma per una scelta politica che tende a svuotarle di contenuto vincolante.

    Il dibattito contemporaneo sull’integrazione in Francia non ruota più attorno a come rendere effettiva l’adesione alle regole comuni, bensì a se sia legittimo pretendere tale adesione. È uno spostamento silenzioso ma decisivo. La legge, da fondamento della convivenza, diventa un fattore negoziabile; l’integrazione, da dovere reciproco, si trasforma in un diritto asimmetrico.

    In questo contesto si collocano le prese di posizione di una parte significativa della sinistra radicale francese, di cui è espressione il deputato Carlos Martens Bilongo. Le sue dichiarazioni, pur variamente articolate, condividono una premessa costante: lo Stato repubblicano non sarebbe un arbitro neutrale, ma un dispositivo storicamente “dominante” che impone norme maggioritarie a soggetti minoritari. Da qui la diffidenza verso l’idea stessa di obbligo integrativo e la preferenza per un approccio fondato sul riconoscimento identitario.

    Il punto non è la legittimità del riconoscimento in sé. Ogni Stato democratico riconosce diritti e pluralità. Il problema sorge quando il riconoscimento sostituisce la regola. In questa prospettiva, l’integrazione non è più intesa come adesione a un ordine giuridico comune, ma come richiesta allo Stato di adattarsi a pratiche, sensibilità e codici culturali differenti. La norma arretra, la cultura avanza; il limite viene percepito come una forma di violenza simbolica.

    È qui che la Francia entra in conflitto con sé stessa. Il modello repubblicano classico presupponeva che l’uguaglianza fosse garantita proprio dall’universalità della legge. Indebolire la legge in nome della differenza significa, paradossalmente, indebolire l’eguaglianza. Se le regole diventano flessibili a seconda dell’appartenenza, lo Stato smette di essere uguale per tutti e si trasforma in un mediatore permanente tra comunità.

    Questo slittamento ha conseguenze concrete. Un’integrazione senza obblighi non produce coesione, ma frammentazione. Non costruisce appartenenza, ma parallelismi. Non responsabilizza, ma deresponsabilizza. Quando lo Stato rinuncia a fissare standard chiari di comportamento, il messaggio implicito è che l’adesione alle regole comuni sia opzionale, reversibile, negoziabile. È una rinuncia che si paga nel medio periodo, sul piano della fiducia istituzionale e della tenuta sociale.

    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio dalla constatazione di questo cortocircuito. L’integrazione non può essere un processo unilaterale, in cui lo Stato concede diritti senza pretendere doveri. Deve essere un patto giuridico esigente: chi accetta le regole resta, chi le rifiuta si colloca fuori da quel patto. In quest’ottica, la ReImmigrazione non è una sanzione morale, ma una funzione ordinaria dello Stato di diritto, l’esito logico quando l’integrazione fallisce in modo strutturale.

    Le posizioni che, come quelle di Bilongo, mettono in discussione la legittimità stessa di pretendere l’adesione a regole comuni finiscono per svuotare l’integrazione di ogni contenuto normativo. Non propongono una riforma del modello, ma una sua dissoluzione. È una scelta politica legittima, ma incompatibile con uno Stato che voglia restare tale. Perché uno Stato che non esige, non integra; gestisce.

    La Francia, oggi, si trova davanti a un bivio che riguarda l’intera Europa. Continuare sulla strada dell’integrazione senza obblighi significa accettare uno Stato progressivamente indebolito, incapace di definire i confini della convivenza. Tornare a un’integrazione esigente, fondata su regole comuni e responsabilità individuali, significa invece riaffermare la centralità del diritto come strumento di coesione. Non è una scelta ideologica, ma una scelta di sopravvivenza istituzionale.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    Articoli

  • Maranza, baby gang, seconde generazioni: smettiamola con le etichette. Cominciamo con gli obblighi

    Nel dibattito pubblico italiano degli ultimi mesi, termini come “maranza”, “baby gang” e “seconde generazioni” vengono utilizzati in modo confuso, emotivo e spesso ideologico. Le parole diventano rifugi: servono a non affrontare il nodo reale.
    Il confronto oscilla tra la minimizzazione sociologica del problema e l’allarmismo identitario. In mezzo, quasi assente, resta l’unico terreno serio su cui dovrebbe poggiare qualsiasi politica pubblica: l’effettività dell’integrazione come obbligo giuridico e sociale.

    1. Quando la spiegazione diventa una giustificazione implicita

    Una parte rilevante della narrazione mediatica tende a leggere la violenza giovanile come conseguenza diretta di una presunta “identità negata” delle seconde generazioni. È un’impostazione che emerge chiaramente anche nel servizio RaiNews dedicato ai reati dei minori, dove la risposta viene ricondotta prevalentemente a percorsi di ascolto, inclusione e sostegno educativo.

    Articolo di riferimento:
    https://www.rainews.it/amp/tgr/marche/articoli/2026/01/reati-dei-minori-il-dibattito-tra-sicurezza-e-soluzioni-7307f589-4dfe-485c-a437-0ffb16003a91.html

    Il problema non è riconoscere l’esistenza di fattori sociali complessi. Il problema è trasformare l’analisi delle cause in una sospensione della responsabilità.
    Uno Stato di diritto non può accettare che la violenza venga spiegata come reazione identitaria. Le regole non sono negoziabili: sono il presupposto della convivenza.

    2. Il depotenziamento semantico del problema

    Un secondo filone insiste sul fatto che espressioni come baby gang non abbiano una definizione giuridica. È una tesi sostenuta da Facta e ripresa dal Fatto Quotidiano.

    Riferimenti:
    https://www.facta.news/articoli/miti-baby-gang-italia
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/31/non-odio-litalia-odio-essere-guardato-come-un-criminale-viaggio-tra-le-seconde-generazioni-di-milano-il-procuratore-per-loro-e-piu-dura-si-scontrano-con-la-disillusione/8096824/

    L’osservazione è formalmente corretta ma sostanzialmente fuorviante. Il diritto interviene sui comportamenti, non sulle etichette. La violenza di gruppo, anche se non tipizzata mediaticamente, è un fatto giuridicamente rilevante.

    3. Integrazione come obbligo, non come percezione

    Il cuore del problema sta qui. L’integrazione viene spesso evocata come processo spontaneo, quasi emotivo. In realtà, dal punto di vista giuridico e istituzionale, l’integrazione è un insieme di doveri progressivi: rispetto delle regole, adesione al percorso scolastico, riconoscimento dell’autorità pubblica, convivenza civile.

    Senza questo presupposto, ogni discorso su diritti, appartenenza e cittadinanza è privo di fondamento.

    4. Cittadinanza e appartenenza: l’errore della scorciatoia

    Una parte del dibattito culturale tende a presentare la cittadinanza come risposta identitaria al disagio delle seconde generazioni, come emerge anche dall’intervista pubblicata da Altreconomia.

    Link:
    https://altreconomia.it/appartengo-a-qui-o-a-dove-le-seconde-generazioni-in-italia-allo-specchio/

    Ma la cittadinanza non è una terapia. È l’esito finale di un percorso riuscito, non lo strumento per compensarne il fallimento.

    5. Né negazione né allarmismo

    Le ricostruzioni emergenziali, come quelle pubblicate da Panorama o da La Firenze che Vorrei, hanno il merito di riconoscere l’esistenza del problema, ma rischiano di scivolare nella generalizzazione.

    Riferimenti:
    https://www.panorama.it/attualita/cronaca/maranza-litalia-sotto-assedio-dalle-periferie-ai-centri-storici
    https://lafirenzechevorrei.it/focus-lfcv-il-fenomeno-maranza-tra-subcultura-giovanile-microcriminalita-e-polarizzazione-ideologica/

    Il fenomeno va governato, non urlato.

    6. Come il paradigma Integrazione o ReImmigrazione affronta e risolve il fenomeno

    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, se applicato correttamente, consente di affrontare il fenomeno della violenza giovanile senza ambiguità e senza scorciatoie ideologiche, riportando l’azione pubblica su un terreno di responsabilità, verifica e conseguenze.

    Primo: chiarisce le condizioni di permanenza.
    Chi vive in Italia – anche se minorenne – è inserito in un percorso che non è neutro: la permanenza nel territorio è subordinata al rispetto delle regole fondamentali della convivenza. Questo messaggio, oggi spesso taciuto, è decisivo sul piano preventivo.

    Secondo: trasforma l’integrazione in un percorso verificabile.
    Scuola, formazione, percorsi educativi e misure alternative alla detenzione non sono più strumenti “riparativi” sganciati dal contesto, ma indicatori concreti di adesione al patto sociale. La frequenza scolastica reale, l’assenza di recidiva, il rispetto delle prescrizioni diventano parametri di valutazione dell’integrazione.

    Terzo: introduce conseguenze certe in caso di fallimento.
    Quando il percorso di integrazione fallisce in modo reiterato e strutturale, lo Stato deve avere strumenti chiari per intervenire. La ReImmigrazione non è una sanzione simbolica, ma la conseguenza giuridica del mancato rispetto delle condizioni di permanenza, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.

    Quarto: rafforza l’autorità dello Stato senza criminalizzare l’origine.
    Il paradigma non colpisce l’identità, l’etnia o la provenienza. Colpisce la condotta. In questo modo evita sia la deresponsabilizzazione sociologica sia la generalizzazione securitaria, restituendo allo Stato una funzione ordinatrice e credibile.

    Quinto: ricompone sicurezza e integrazione.
    Sicurezza e integrazione cessano di essere termini contrapposti. La sicurezza diventa la condizione dell’integrazione, e l’integrazione riuscita diventa il presupposto della stabilità sociale. È un modello coerente con la tradizione giuridica europea e con il principio di responsabilità individuale.

    In questa prospettiva, il fenomeno oggi etichettato come “maranza” non viene né negato né demonizzato, ma ricondotto a una categoria governabile: quella dell’integrazione riuscita o fallita. E ciò che è governabile può essere risolto.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Foro di Bologna
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea

    Articoli

  • La cittadinanza non è irreversibile: il Consiglio di Stato apre la stagione delle revoche

    Il parere reso dal Consiglio di Stato, Sezione Prima, Adunanza del 4 dicembre 2025, numero 01416/2025, affare numero 00669/2023, segna un passaggio che va ben oltre il singolo caso esaminato.

    Siamo di fronte a un atto che contribuisce in modo netto alla riscrittura dell’idea stessa di cittadinanza, sottraendola definitivamente alla retorica dell’irreversibilità e riportandola entro il perimetro della legalità sostanziale e della responsabilità individuale.

    Il caso è noto: una cittadinanza italiana concessa nel 2017 e successivamente annullata in autotutela, a distanza di anni, a seguito dell’accertata falsità della documentazione prodotta in sede di domanda. Il ricorrente ha invocato, tra gli altri profili, il decorso del tempo, la buona fede, il principio di affidamento e la violazione dell’articolo 21-nonies della legge numero 241 del 1990. Tutte doglianze respinte.

    Il Consiglio di Stato afferma un principio destinato ad avere un impatto sistemico: non può formarsi alcun affidamento giuridicamente tutelabile quando il vantaggio – anche se risalente nel tempo – è stato conseguito mediante una falsa rappresentazione della realtà. La cittadinanza, in questa prospettiva, non è un diritto intangibile né un punto di arrivo definitivo, ma uno status giuridico che presuppone la legittimità del procedimento che lo ha generato.

    È un passaggio culturale prima ancora che giuridico. Per anni, nel dibattito pubblico italiano, la cittadinanza è stata rappresentata come una sorta di “blindatura” finale, capace di neutralizzare qualsiasi verifica successiva. Questo parere ribalta tale impostazione: lo Stato non perde il potere di correggere i propri atti quando l’illegittimità discende da un comportamento doloso o comunque ingannevole del privato, anche se il tempo è trascorso.

    Non meno rilevante è il chiarimento sul piano procedurale. Il Consiglio di Stato esclude la necessità della comunicazione di avvio del procedimento e di una motivazione rafforzata sull’interesse pubblico, ritenendo che, in presenza di documentazione falsa, tale interesse sia “in re ipsa”. È un’affermazione forte, che riduce sensibilmente lo spazio delle difese meramente formalistiche e riafferma la centralità della sostanza rispetto al rito.

    Letto in chiave più ampia, questo parere si inserisce in una tendenza che riguarda non solo l’Italia, ma l’intero spazio occidentale: la cittadinanza torna a essere uno status esigente, fondato su presupposti verificabili e revocabile quando quei presupposti si rivelano inesistenti o fraudolenti.

    Non è una deriva autoritaria, ma il recupero di una funzione ordinaria dello Stato: garantire che l’appartenenza giuridica alla comunità nazionale non sia il frutto di un inganno tollerato.

    In questa prospettiva, il tema non è la “revoca” in sé, ma il nesso tra cittadinanza, integrazione e responsabilità. Chi entra stabilmente nella comunità statale lo fa assumendo obblighi di lealtà verso l’ordinamento. Quando tale lealtà viene meno all’origine, viene meno anche il fondamento dello status. È esattamente qui che il paradigma integrazione o ReImmigrazione trova una delle sue basi giuridiche più solide: l’integrazione autentica non può poggiare su una menzogna giuridica, e la permanenza nello spazio statale non può essere garantita a prescindere dal rispetto delle regole fondamentali.

    Il parere del Consiglio di Stato non introduce una novità normativa, ma legittima una prassi destinata a consolidarsi. La cittadinanza non è più un punto di non ritorno. È uno status serio, reversibile quando nasce viziato, e proprio per questo più credibile quando è legittimamente acquisito.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato – Lobbista
    Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

    Articoli

  • When Culture Prevails over the Law: The British Case of Cousin Marriage

    In the United Kingdom, a debate has resurfaced that goes far beyond the technicalities of family law. The discussion around whether to ban marriage between first cousins raises a deeper and more uncomfortable question for liberal democracies: what happens when cultural accommodation begins to override the idea of a shared legal standard?

    At present, marriage between first cousins is lawful in England and Wales. This legal permissibility, inherited from a long-standing common law tradition, has rarely been questioned until recent years, when concerns related to public health, social cohesion and integration have entered the political arena. Proposals to introduce a statutory ban have triggered strong reactions, not only in Parliament but also in the wider public debate.

    One of the most emblematic positions to emerge is that of Iqbal Mohamed, an independent Member of Parliament, who has openly opposed the idea of a legal prohibition. His argument is not based on denying medical evidence. On the contrary, he has acknowledged that marriages between close relatives can be associated with increased genetic risks. The core of his position lies elsewhere: the belief that legislation is not the appropriate tool to address practices deeply rooted in certain cultural and familial traditions.

    According to this line of reasoning, the role of the state should be limited to education, awareness campaigns, genetic counselling and voluntary screening, rather than the imposition of binding legal rules. Law, in this view, should step back in favour of so-called “soft” measures, designed to inform rather than to prohibit.

    This approach is revealing. It reflects a broader political philosophy that has shaped British multiculturalism for decades: the idea that the state should remain neutral with respect to cultural practices, intervening only in cases of clear coercion or direct criminal harm. As long as a practice is presented as consensual and culturally meaningful, the threshold for legal intervention is set extremely high.

    The difficulty with this model is not theoretical, but structural. A legal system that consistently refrains from setting common limits risks losing its normative function. Law is not merely an administrative framework; it is also an instrument through which a society defines what it considers acceptable, permissible or incompatible with its core values. When legislation retreats, those boundaries become blurred.

    The cousin marriage debate illustrates this tension with particular clarity. It is not simply about genetics or family structures. It is about whether a liberal state is willing to assert that certain standards apply equally to all, regardless of cultural background. If every sensitive issue is reframed as a matter of cultural autonomy, the very concept of integration becomes hollow.

    Integration, in a legal sense, presupposes convergence towards a shared framework of rules and responsibilities. It cannot be reduced to coexistence without friction. Where the state refuses to articulate limits, integration turns into parallelism: different communities living under the same jurisdiction but guided by different normative references.

    This is not a uniquely British problem, nor is it confined to family law. Similar dynamics can be observed across Europe, particularly in debates on education, gender norms, criminal responsibility and social behaviour. The recurring pattern is the same: when confronted with cultural practices perceived as sensitive, the state often chooses not to choose.

    Yet neutrality is not without consequences. A legal order that avoids conflict at all costs may preserve short-term social peace, but it does so by sacrificing clarity and coherence. Over time, this erosion undermines public trust in the law as a common point of reference.

    The British discussion on cousin marriage therefore matters far beyond its immediate scope. It forces us to confront a fundamental question: can a state remain a state of law if it consistently defers to culture instead of defining common standards?

    From the perspective of the Integration or ReImmigration paradigm, the answer is straightforward. Integration cannot be unconditional or indefinite. It requires rules, expectations and, where necessary, enforceable limits. Where integration fails, and where the state is unwilling to uphold its own normative framework, the system enters a zone of ambiguity that benefits no one.

    The choice, ultimately, is political. Either integration is understood as a demanding process, grounded in shared legal principles, or it dissolves into a form of managed fragmentation. The debate unfolding in the UK today is not about cousin marriage alone. It is about whether culture is allowed to prevail over the law—and what that means for the future of the rule of law itself.

    Avv. Fabio Loscerbo
    EU Transparency Register – Lobbyist ID 280782895721-36

    Articoli

  • Ohne Integrationspflicht verliert der Rechtsstaat seine Steuerungsfähigkeit

    Die europäische Migrationspolitik befindet sich in einer Phase tiefgreifender Neuordnung. Mit dem neuen EU-Migrations- und Asylpakt wird versucht, Verfahren zu beschleunigen, Zuständigkeiten zu klären und staatliche Kontrolle zurückzugewinnen. Doch bei genauer Betrachtung zeigt sich ein strukturelles Defizit, das insbesondere aus rechtsstaatlicher Perspektive problematisch ist: Integration wird nicht als rechtliche Pflicht konzipiert, sondern als soziale Begleiterscheinung. Und genau hier beginnt das Systemversagen.

    Der Rechtsstaat lebt von Klarheit. Er definiert Rechte, aber ebenso Pflichten. Er ermöglicht Aufenthalt, verlangt im Gegenzug jedoch die Einordnung in die bestehende Rechts- und Werteordnung. Wenn diese Logik unterbrochen wird, verliert der Staat seine Steuerungsfähigkeit. Genau das ist in der europäischen Migrationspolitik geschehen: Der Eintritt und der Aufenthalt werden detailliert geregelt, die Bedingungen des Dazugehörens hingegen bleiben diffus.

    Der EU-Pakt setzt auf Verfahren. Screening, Zuständigkeitsverteilung, beschleunigte Entscheidungen, Rückführungen. All dies ist technisch ausgefeilt. Was jedoch fehlt, ist eine normative Antwort auf die zentrale Frage: Unter welchen Voraussetzungen wird aus Anwesenheit Zugehörigkeit? Integration wird nicht als rechtlich verbindlicher Prozess verstanden, sondern als optionaler, nachgelagerter Zustand, abhängig von Arbeitsmarktintegration oder sozialer Anpassung. Für einen Rechtsstaat ist das ein gefährlicher Verzicht.

    Ohne Integrationspflicht wird Aufenthalt entkoppelt von Verantwortung. Der Staat kontrolliert zwar den Grenzübertritt, verzichtet aber darauf, den Verbleib inhaltlich zu strukturieren. Sprache, Rechtsbefolgung, Anerkennung der verfassungsrechtlichen Ordnung und gesellschaftliche Grundregeln werden nicht systematisch eingefordert, sondern vorausgesetzt. Wo Pflichten nicht klar benannt werden, können sie auch nicht durchgesetzt werden. Das Ergebnis ist keine Offenheit, sondern rechtliche Unschärfe.

    Gerade aus deutscher Perspektive ist dies ein zentraler Punkt. Der deutsche Rechtsstaat basiert auf dem Prinzip, dass Integration kein kulturelles Gefühl, sondern eine rechtlich relevante Erwartung ist. Wer dauerhaft bleiben will, muss sich einordnen. Diese Logik wurde in den letzten Jahren zunehmend relativiert – in der Annahme, wirtschaftliche Teilhabe könne rechtliche und gesellschaftliche Integration ersetzen. Die Erfahrung zeigt jedoch: Arbeit allein schafft keine Rechtsbindung.

    Wenn Integration nicht als Pflicht definiert ist, verliert der Staat langfristig die Fähigkeit, zwischen erfolgreicher und gescheiterter Integration zu unterscheiden. Es gibt dann nur noch faktische Anwesenheit oder zwangsweise Beendigung des Aufenthalts. Zwischenstufen, Korrekturen, Anforderungen – all das verschwindet. Der Rechtsstaat wird reaktiv statt gestaltend. Er greift erst ein, wenn Konflikte manifest werden, nicht präventiv durch klare Regeln.

    Die politischen Folgen dieses Defizits sind bekannt. Vertrauensverlust in staatliche Institutionen, Polarisierung der öffentlichen Debatte, wachsende Skepsis gegenüber Migration insgesamt. Nicht weil der Rechtsstaat zu streng wäre, sondern weil er zu unklar ist. Wo Regeln nicht durchgesetzt werden, entsteht der Eindruck von Kontrollverlust – ein Eindruck, der demokratische Systeme nachhaltig beschädigt.

    Ein funktionierender Rechtsstaat benötigt daher eine klare Rückbesinnung auf ein einfaches Prinzip: Dauerhafter Aufenthalt setzt Integration voraus, und Integration ist eine Pflicht. Keine moralische Forderung, sondern eine rechtliche. Keine Frage der Gesinnung, sondern der Ordnung. Ohne diese Verknüpfung bleibt jede Migrationspolitik unvollständig, egal wie effizient ihre Verfahren sind.

    Der EU-Pakt kann nur dann zur Stabilisierung beitragen, wenn er diese Leerstelle schließt. Solange Integration nicht als zentraler Bestandteil staatlicher Steuerung verstanden wird, bleibt der Rechtsstaat geschwächt. Nicht durch Migration an sich, sondern durch den Verzicht, sie rechtlich konsequent zu ordnen.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Lobbyist
    EU-Transparenzregister Nr. 280782895721-36

    Articoli

  • Dall’idea al sistema: perché l’immigrazione va governata fino in fondo

    Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.

    Questo podcast nasce da una constatazione semplice, ma spesso rimossa dal dibattito pubblico: l’immigrazione è uno dei pochi ambiti nei quali lo Stato ha progressivamente rinunciato a governare in modo coerente ciò che formalmente continua a disciplinare con norme, procedure e apparati amministrativi. Si legifera molto, si discute moltissimo, ma si governa poco. E quando il governo del fenomeno viene meno, lo spazio viene occupato dall’emergenza permanente, dalla retorica e dalla conflittualità ideologica.

    “Integrazione o ReImmigrazione” non è uno slogan e non è una provocazione. È una chiave di lettura giuridica e istituzionale. È l’idea che l’immigrazione non possa essere lasciata né al caso né al tempo, né al solo mercato del lavoro, né a una presunta integrazione automatica che si realizzerebbe da sé con il semplice trascorrere degli anni. L’immigrazione è, prima di tutto, un rapporto giuridico tra lo straniero e lo Stato. E come ogni rapporto giuridico serio, ha un inizio, delle condizioni, delle verifiche e anche una possibile conclusione.

    Negli ultimi decenni si è affermata, in modo quasi inconsapevole, una visione riduttiva dell’immigrazione come funzione economica. Lo straniero entra, lavora, resta. Il lavoro diventa il surrogato del diritto. Il tempo diventa il surrogato della legittimazione. Ma questo schema, apparentemente rassicurante, ha prodotto un effetto perverso: ha svuotato lo Stato della capacità di valutare, controllare e decidere. Ha trasformato la permanenza in una conseguenza automatica e l’integrazione in una promessa mai verificata.

    Questo podcast parte da una prospettiva diversa, più tradizionale se vogliamo, ma anche più solida. Lo Stato non è un soggetto che assiste passivamente i processi sociali, né un mero esecutore delle dinamiche economiche. Lo Stato è titolare di una funzione di governo. Governare non significa reprimere, ma decidere. Significa stabilire chi può entrare, a quali condizioni può restare, e cosa accade quando quelle condizioni non vengono rispettate o non si realizzano.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si fonda proprio su questo equilibrio. Da un lato, l’integrazione come percorso serio, esigente, fondato su lavoro, lingua, rispetto delle regole e responsabilità individuale. Dall’altro, la ReImmigrazione come esito fisiologico e legittimo del sistema, quando l’integrazione non si realizza o viene rifiutata. Non come punizione, non come stigma, ma come conseguenza giuridica coerente.

    In queste puntate non troverai un racconto emergenziale dell’immigrazione, né una difesa ideologica dell’accoglienza incondizionata, né una narrazione securitaria fine a se stessa. Troverai invece un ragionamento che prova a rimettere ordine, a ricostruire un sistema, a spiegare perché senza regole applicate e senza capacità di dire anche dei no, lo Stato perde credibilità, e con essa perde anche la capacità di integrare davvero chi ha titolo per restare.

    Questo primo episodio serve proprio a chiarire il punto di partenza. Prima ancora di parlare di asilo, di protezione, di rimpatri o di sicurezza, bisogna recuperare una verità di fondo: l’immigrazione non è un fatto naturale, ma una scelta regolata. E se lo Stato rinuncia a governarla fino in fondo, non produce più integrazione, ma solo permanenze irrisolte, conflitti latenti e disordine giuridico.

    Da qui comincia questo percorso. Dall’idea al sistema. Dalla necessità di tornare a pensare l’immigrazione non come un destino, ma come una responsabilità condivisa, dello Stato e dello straniero.

    Nel prossimo episodio entreremo nel cuore del primo grande equivoco contemporaneo: l’immigrazione come funzione economica e il mito secondo cui il mercato, da solo, sarebbe in grado di integrare.

    Articoli

  • From Idea to System: Governing Immigration Through Responsibility, Protection, and Return

    Welcome to a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.
    I am Attorney Fabio Loscerbo.

    This podcast is not about slogans, emotions, or political shortcuts. It is about law, state responsibility, and the structural failure of how immigration has been governed in Western democracies over the last decades. The paradigm I will discuss in this series—Integration or ReImmigration—does not come from ideology. It comes from legal practice, from courtrooms, from administrative procedures, and from the concrete consequences of policies that have systematically avoided one essential question: under what conditions does a foreign national have the right to remain?

    For too long, immigration has been treated primarily as an economic phenomenon. Entry has been justified by labor demand, permanence by utility, and integration by the mere passage of time. The underlying assumption has been simple and deeply flawed: if someone works, if someone stays long enough, integration will eventually happen, and permanence will become legitimate almost automatically. This assumption has progressively emptied the State of its governing function. Immigration has shifted from being a legal relationship into a social fact, and in many cases into a permanent emergency.

    The project Integration or ReImmigration starts from the opposite premise. Immigration is, first and foremost, a legal relationship between the individual and the State. It is not neutral, it is not automatic, and it is never unconditional. Entry into a territory does not generate a right to remain. Lawful presence does not transform itself into permanence by inertia. And integration is not a cultural aspiration, but a legally relevant obligation.

    This paradigm did not emerge overnight. It developed through years of legal practice in immigration and asylum law, and through close observation of judicial reasoning, especially in cases where traditional categories—such as asylum or international protection—were no longer sufficient to govern real-life situations. Courts were increasingly asked to balance fundamental rights with public interest, vulnerability with responsibility, protection with reversibility. Out of this tension emerged the need for a different legal architecture.

    That architecture is not built on exclusion, but on conditionality. Rights remain protected, but permanence becomes a process rather than a static status. Protection is preserved, but it is no longer confused with automatic stabilization. And return, when necessary, is reintroduced into the legal system not as a punishment or an ideological choice, but as an ordinary and foreseeable function of the State.

    This is the core idea behind ReImmigration. The term does not refer to collective removals, ethnic criteria, or political rhetoric. ReImmigration means something very precise: the lawful conclusion of a migration path when the legal conditions for remaining are no longer satisfied. It presupposes that integration was possible, that the individual was given a real opportunity to comply with the rules of the host society, and that the State exercised its evaluative function through procedures, not arbitrariness.

    What makes this paradigm necessary today is not a change in political mood, but the visible collapse of automatic integration. Across Europe and beyond, we see the same pattern: lawful entry followed by ungoverned permanence, formal regularity without substantive integration, and the progressive loss of State credibility. When the State cannot decide who stays and under what conditions, it stops governing and starts tolerating. And tolerance without rules does not produce integration—it produces fragmentation.

    This podcast is therefore about rebuilding a system. A system where entry, stay, and return are not disconnected moments, but phases of a single legal cycle. A system where protection does not exclude responsibility, and where enforcement does not negate rights. A system where integration has legal meaning, and where its failure has legal consequences.

    In the next episodes, we will move step by step through this reconstruction. We will analyze the crisis of the economic paradigm, the transformation of immigration into a legal process, the role of conditional protection, the relevance of conduct, and finally the legal foundations of ReImmigration as an ordinary function of the State. The goal is not persuasion, but clarity. Because without clarity, immigration policy remains trapped between moralism and denial.

    This is not about being for or against immigration. It is about restoring governability through law.

    Thank you for listening.

    Articoli

  • Quando la cultura prevale sulla legge: il caso britannico del matrimonio tra cugini

    Nel Regno Unito è riemerso un dibattito che, al di là del suo oggetto apparente, pone una questione di fondo che riguarda tutte le democrazie occidentali: fino a che punto lo Stato può – o deve – imporre limiti comuni quando una pratica culturale entra in tensione con l’ordine giuridico e con interessi pubblici rilevanti, come la salute o la coesione sociale.

    Il tema del matrimonio tra primi cugini, tradizionalmente ammesso dall’ordinamento britannico, è tornato al centro dell’agenda politica a seguito di proposte di riforma volte a introdurne il divieto. Non si tratta di una questione folkloristica o marginale. È, piuttosto, un caso emblematico di come il multiculturalismo, quando diventa principio assoluto, finisca per ridisegnare il rapporto tra legge, cultura e sovranità normativa.

    Nel corso del dibattito parlamentare, una posizione ha attirato particolare attenzione: quella del deputato indipendente Iqbal Mohamed, che ha pubblicamente contestato l’idea di un divieto legislativo. La sua presa di posizione è stata chiara: vietare il matrimonio tra cugini non sarebbe né efficace né desiderabile. Pur riconoscendo l’esistenza di rischi sanitari documentati, Mohamed ha sostenuto che la risposta non debba essere normativa, ma “soft”: informazione, screening genetici, sensibilizzazione culturale.

    Questa argomentazione merita di essere analizzata senza scorciatoie ideologiche. Il punto non è se i rischi genetici esistano – dato che nessuno, neppure i contrari al divieto, li nega apertamente – ma se lo Stato possa legittimamente tradurre quel rischio in una regola generale e vincolante. La risposta implicita che emerge da questa impostazione è negativa: quando una pratica è culturalmente radicata in determinate comunità, il diritto dovrebbe arretrare.

    È qui che il caso britannico assume una valenza paradigmatica anche per il pubblico italiano. Non siamo di fronte a una semplice discussione su un istituto del diritto di famiglia, ma a una concezione precisa del ruolo dello Stato. In questa visione, la legge non è più lo strumento attraverso cui si fissano standard comuni, ma un elemento negoziabile, che deve adattarsi alle pluralità culturali presenti sul territorio. La neutralità culturale diventa il criterio supremo, anche quando produce frammentazione normativa.

    Il problema è che una simile impostazione trasforma l’integrazione in una parola priva di contenuto giuridico. Se ogni pratica può rivendicare una legittimazione culturale, se la risposta pubblica si limita alla raccomandazione e all’accompagnamento, allora non esiste più un perimetro chiaro di ciò che è richiesto a chi vive stabilmente nello Stato. L’integrazione non è più adesione a un ordine giuridico comune, ma semplice coesistenza di sistemi paralleli.

    Il caso britannico mostra con chiarezza un meccanismo che conosciamo bene anche in Italia e in Europa: di fronte a pratiche percepite come “sensibili”, lo Stato sceglie di non scegliere. Rinuncia al conflitto normativo, evita la definizione di un limite e affida tutto a strumenti non vincolanti. Ma questa rinuncia ha un costo. Un ordinamento che smette di indicare ciò che è consentito e ciò che non lo è, smette anche di educare alla legalità come valore condiviso.

    Per chi osserva questi fenomeni dal punto di vista del paradigma Integrazione o ReImmigrazione, la lezione è netta. L’integrazione non può essere costruita sulla sospensione permanente della regola. O esiste uno standard comune, valido per tutti, oppure lo Stato accetta implicitamente la frammentazione. In questo secondo scenario, parlare di integrazione diventa una finzione linguistica: ciò che resta è solo la gestione amministrativa della diversità.

    Il dibattito inglese sul matrimonio tra cugini non riguarda, in definitiva, il passato o le tradizioni di alcune comunità. Riguarda il futuro dello Stato di diritto in società sempre più plurali. E pone una domanda che non può più essere elusa: fino a che punto siamo disposti ad accettare che la cultura prevalga sulla legge?

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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  • Ordentliches Gericht Florenz, Entscheidung vom 30. Dezember 2025 (R.G. 788/2024)

    Komplementärer Schutz und ReImmigration: Wenn rechtlicher Schutz staatliche Souveränität stärkt

    In der europäischen Debatte über Migration besteht ein strukturelles Missverständnis, das den Rechtsstaat zunehmend belastet: die Gleichsetzung von rechtlichem Schutz mit einem dauerhaften Aufenthaltsrecht. Diese Vermischung untergräbt die Glaubwürdigkeit staatlichen Handelns und erschwert eine sachliche Migrationspolitik.
    Die Entscheidung des Ordentlichen Gerichts Florenz vom 30. Dezember 2025 im Verfahren R.G. 788/2024 setzt hier einen klaren rechtlichen Maßstab. Der vollständige Text der Entscheidung ist öffentlich abrufbar unter:
    https://www.calameo.com/books/00807977541b94e1f7da1

    Gegenstand der Entscheidung ist der sogenannte komplementäre Schutz, eine residuale Schutzform des italienischen Rechts, die auf verfassungs- und völkerrechtlichen Verpflichtungen beruht. Das Gericht stellt unmissverständlich klar, dass es sich dabei weder um eine allgemeine humanitäre Amnestie noch um einen verdeckten Mechanismus zur automatischen Aufenthaltsverfestigung handelt. Vielmehr ist der komplementäre Schutz als eng begrenztes Instrument konzipiert, das ausschließlich dann eingreift, wenn eine Rückführung zu einer unverhältnismäßigen Verletzung des Privatlebens führen würde.

    Besonders relevant für ein deutsches Publikum ist die methodische Herangehensweise des Gerichts. Der Richter verzichtet bewusst auf Automatismen. Weder der bloße Zeitablauf noch die Dauer eines Verwaltungs- oder Gerichtsverfahrens begründen für sich genommen einen Schutzanspruch. Entscheidend ist allein, ob eine tatsächliche, nachweisbare Integration in die Aufnahmegesellschaft vorliegt. Integration wird nicht vermutet, sondern muss durch konkretes Verhalten und objektive Umstände belegt sein. Der Schutz folgt damit der Verantwortung, nicht umgekehrt.

    Diese Argumentation fügt sich nahtlos in das aus dem deutschen Verfassungsrecht vertraute Prinzip der Verhältnismäßigkeit ein. Der Schutz des Privatlebens schließt staatliche Durchsetzung des Ausländerrechts nicht aus, sondern verlangt eine sorgfältige Abwägung im Einzelfall. Der komplementäre Schutz wird so zu einer Ausnahme, die einer besonderen Rechtfertigung bedarf, und nicht zu einer generellen Regel. Der Staat behält seine Handlungsfähigkeit, ohne seine Bindung an den Rechtsstaat aufzugeben.

    Genau an diesem Punkt berührt die Entscheidung das Paradigma der ReImmigration. ReImmigration bedeutet nicht die Ablehnung von Schutz oder die Relativierung grundlegender Rechte. Sie beruht vielmehr auf einem ordnungspolitischen Grundsatz: Integration ist ein realer sozialer Prozess, der Pflichten einschließt und nicht allein durch Anwesenheit entsteht. Wo Integration tatsächlich gelungen ist, greift der Schutz. Wo sie fehlt, wird die rechtliche und politische Legitimität der Rückführung wiederhergestellt. Ein System, das unterschiedslos schützt, verliert letztlich seine Durchsetzungsfähigkeit. Ein System, das differenziert schützt, stärkt seine Autorität.

    Die Entscheidung des Gerichts von Florenz zeigt, dass rechtlicher Schutz und staatliche Souveränität kein Widerspruch sind. Im Gegenteil: Eine strikt angewandte Schutzregelung erhöht die Legitimität staatlicher Rückführungsentscheidungen. Der Rechtsstaat bleibt handlungsfähig, gerade weil er seine Schutzinstrumente begrenzt und präzise einsetzt.

    Vor dem Hintergrund der deutschen Diskussion über Migration, Ordnung und gesellschaftlichen Zusammenhalt bietet diese Entscheidung eine wichtige Orientierung. Sie macht deutlich, dass Humanität und Durchsetzungskraft keine Gegensätze sind, sondern sich gegenseitig bedingen. Der komplementäre Schutz ist kein Hindernis für ReImmigration, sondern deren rechtliche Voraussetzung. Nur wer klar unterscheidet zwischen tatsächlicher Integration und bloßer Anwesenheit, kann Migration rechtstaatlich steuern.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Rechtsanwalt – Italien
    Eingetragener Lobbyist im Transparenzregister der Europäischen Union Nr. 280782895721-36

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  • Europe’s Migration Crisis Is Not About Numbers. It’s About State Failure

    For years, Europe has described its migration crisis as a problem of scale. Too many arrivals. Too much pressure. Too little solidarity among states. But this narrative misses the real issue. Europe’s migration crisis is not primarily about numbers. It is about state failure.

    The European Union has built one of the most complex migration governance systems in the world. Detailed procedures. Shared databases. Allocation mechanisms. Border screening. Accelerated asylum processes. Return policies. On paper, it looks like a technocratic success. In practice, it has exposed a deeper weakness: the inability of the state to define, enforce, and sustain the conditions of lawful and stable presence.

    The EU’s new Migration and Asylum Pact doubles down on procedures. It focuses on who enters, how quickly decisions are made, and how efficiently people can be relocated or returned. What it does not address—deliberately—is what happens after admission. There is no coherent framework explaining who is expected to become part of European society, under what conditions, and with which obligations. Integration is mentioned, but never structured. It is treated as a downstream social issue, not as a pillar of state authority.

    This omission has consequences. When integration is not defined as a duty, it becomes optional. When it is optional, it stops functioning as a stabilizing force. The state can regulate entry, but it cannot govern presence. Over time, this produces parallel societies, legal ambiguity, and loss of institutional credibility. The result is not inclusion, but fragmentation.

    From an American perspective, this should sound familiar. The debate in the United States often focuses on border control versus humanitarian access. Europe shows what happens when you win the procedural battle but lose the civic one. You can process claims faster. You can expand databases. You can increase returns. But if you never establish integration as a condition of staying—clear, enforceable, and measurable—the system erodes from within.

    Europe did not lose control because it was too open. It lost control because it stopped demanding integration as a condition of permanence. Work alone became the implicit test of legitimacy. As long as someone was economically useful, deeper questions of language, civic loyalty, legal culture, and social norms were postponed indefinitely. This economic shortcut proved politically and socially unsustainable.

    The predictable reaction has been political backlash. As integration failed silently, insecurity grew visibly. Trust in institutions declined. Immigration became a catalyst for polarization rather than cohesion. Governments responded by tightening procedures even further, reinforcing borders and returns—treating symptoms rather than causes. The cycle repeats.

    This is why Europe should not be seen as a model to emulate, but as a warning to study. Migration systems fail not when states are compassionate, but when they are ambiguous. A functioning system requires more than efficient processing. It requires state authority exercised through clear expectations: who may stay, why, and under which obligations.

    Integration is not a moral slogan. It is a governance tool. When states abandon it, they do not get openness—they get instability. Europe’s experience demonstrates a hard truth: without integration as a binding condition, migration policy becomes reactive, brittle, and politically explosive.

    For the United States, the lesson is simple but urgent. Border security matters. Legal pathways matter. But without a clear integration framework grounded in civic obligation and rule adherence, even the most sophisticated system will fail. Not because it is too strict or too lenient—but because it no longer governs.

    Fabio Loscerbo
    Attorney at Law – Policy Advocate
    EU Transparency Register ID 280782895721-36

    Articoli

  • Integrazione, seconde generazioni e ReImmigrazione: il caso di Bologna come dato di sistema

    L’episodio verificatosi nel centro di Bologna, tra via Rizzoli e via Indipendenza, conclusosi con l’arresto di un giovane di origine tunisina, regolarmente presente sul territorio nazionale ma già noto alle forze dell’ordine, non può essere liquidato come un fatto di cronaca isolato. La notizia, riportata da BolognaToday
    https://www.bolognatoday.it/cronaca/rissa-centro-bologna-via-rizzoli-indipendenza-arresto.html
    assume rilievo istituzionale proprio perché coinvolge un soggetto che, almeno sul piano formale, risulta già inserito nel sistema giuridico italiano.
    È questo il punto che merita attenzione. Non siamo di fronte a una persona irregolare, né a un soggetto appena giunto sul territorio, ma a un giovane che rientra pienamente nell’area delle cosiddette “seconde generazioni” o, comunque, di una presenza stabile e regolare. Il dato giuridico è semplice: la regolarità del soggiorno non coincide automaticamente con l’integrazione sostanziale. Confondere i due piani è uno degli errori strutturali che hanno accompagnato il dibattito pubblico degli ultimi decenni.
    Il tema dell’integrazione non può essere ridotto a una condizione amministrativa, né a un generico richiamo culturale. Integrazione significa adesione concreta alle regole della convivenza civile, rispetto dell’ordine pubblico, accettazione dei limiti posti dall’ordinamento giuridico. Quando un soggetto regolare, già destinatario di precedenti penali o di segnalazioni di polizia, manifesta una condotta reiteratamente incompatibile con questi presupposti, il problema non è più sociale o educativo, ma giuridico e istituzionale.
    Nel caso di Bologna, la rilevanza non risiede tanto nel singolo episodio di violenza, quanto nel fatto che esso si inserisce in un percorso già segnato da precedenti. Questo elemento sposta il baricentro della riflessione: non si tratta di fallimento dell’accoglienza, ma di fallimento dell’integrazione come processo obbligatorio. Ed è proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” mostra la propria funzione ordinaria, non ideologica.
    Le seconde generazioni rappresentano il banco di prova più delicato delle politiche migratorie. Sono il punto in cui lo Stato non può più rifugiarsi nell’alibi del tempo o della transitorietà. Se l’integrazione non si realizza neppure in presenza di stabilità, accesso ai diritti e permanenza regolare, allora è necessario prendere atto che la permanenza sul territorio non può essere incondizionata. Il diritto di rimanere non è un diritto assoluto, ma una posizione giuridica che presuppone comportamento conforme all’ordinamento.
    In questo quadro, la ReImmigrazione non è una misura punitiva né una risposta emergenziale. È uno strumento di governo del fenomeno, che interviene quando l’integrazione fallisce in modo strutturale e accertato. La sua funzione è ristabilire la coerenza del sistema, riaffermando che la permanenza nello Stato ospitante non è automatica, ma conseguenziale al rispetto delle regole fondamentali.
    Il caso di Bologna pone dunque una questione che le istituzioni non possono più eludere: fino a che punto è sostenibile una concezione dell’integrazione priva di obblighi effettivi? Continuare a considerare episodi come questo esclusivamente sul piano penale significa rinunciare a una visione sistemica. Il diritto penale interviene sul fatto, ma non governa il percorso. È il diritto dell’immigrazione che deve assumersi la responsabilità delle scelte di lungo periodo.
    In assenza di un nesso chiaro tra integrazione riuscita e diritto alla permanenza, il rischio è quello di trasformare la regolarità amministrativa in una sorta di scudo permanente, anche a fronte di comportamenti incompatibili con l’ordine pubblico. Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio per evitare questa deriva, riportando il tema migratorio entro una logica di responsabilità reciproca.
    Il dato che emerge da Bologna non è eccezionale, ma emblematico. Ed è per questo che merita di essere letto non come cronaca locale, ma come segnale di una questione nazionale ed europea, che riguarda direttamente le seconde generazioni e il futuro delle politiche

    Avv. Fabio Loscerbo
    Avvocato del Foro di Bologna
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    (ID 280782895721-36)

  • Immigrazione 2026: scenari normativi e politici in Italia, Europa e contesto globale

    Il 2026 rappresenta un passaggio rilevante per le politiche migratorie non perché segni l’avvio di una nuova stagione riformatrice, ma perché coincide con la piena operatività di scelte normative e politiche già compiute negli anni precedenti. In Italia, nell’Unione europea e nei principali ordinamenti occidentali, il dibattito sull’immigrazione si sposta progressivamente dal piano delle enunciazioni di principio a quello dell’attuazione concreta, della tenuta amministrativa e della capacità degli Stati di governare fenomeni complessi in modo ordinato e prevedibile.

    L’orizzonte del 2026 va dunque letto come un momento di verifica dei sistemi esistenti, più che come l’annuncio di nuovi modelli. È su questo terreno che emergono le tensioni tra integrazione, controllo dei flussi, permanenza regolare e gestione delle uscite dal territorio.

    Italia: programmazione degli ingressi e consolidamento della gestione amministrativa

    Nel contesto italiano, il riferimento centrale per il 2026 è costituito dalla programmazione triennale dei flussi di ingresso per lavoro adottata con il D.P.C.M. del 2 ottobre 2025. Con oltre centosessantamila ingressi autorizzati per il solo 2026, il sistema si muove lungo una traiettoria ormai consolidata, che punta a ricondurre l’ingresso degli stranieri entro canali regolari, programmati e funzionali alle esigenze del mercato del lavoro.

    Ciò che rileva, tuttavia, non è tanto il numero delle quote quanto il passaggio a una fase di piena applicazione del modello. Nel 2026 l’amministrazione è chiamata a gestire un volume significativo di procedure, verifiche e controlli, in un contesto caratterizzato da crescente digitalizzazione e da un coordinamento sempre più stretto tra prefetture, questure e altri soggetti istituzionali coinvolti.

    Questo processo comporta inevitabilmente una maggiore selettività amministrativa e una maggiore attenzione alla coerenza documentale, con effetti diretti sui tempi dei procedimenti e, verosimilmente, sull’aumento del contenzioso. Il sistema italiano, nel 2026, appare dunque impegnato soprattutto nella stabilizzazione delle regole esistenti e nella loro applicazione effettiva, più che nella sperimentazione di nuovi strumenti.

    Unione europea: il 2026 come anno di applicazione del Patto su migrazione e asilo

    A livello europeo, il 2026 assume un significato ancora più netto sotto il profilo giuridico. Le norme che compongono il Patto su migrazione e asilo, entrate in vigore nel giugno 2024, prevedono un periodo transitorio di due anni, al termine del quale diventano pienamente applicabili. Ciò colloca il giugno 2026 come data di avvio effettivo del nuovo assetto europeo in materia di gestione dei flussi, asilo e responsabilità tra Stati membri.

    Nel corso del 2026 gli Stati saranno quindi chiamati a dimostrare la propria capacità di attuare procedure di screening alle frontiere, meccanismi accelerati di esame delle domande di protezione, sistemi di registrazione e identificazione rafforzati, nonché il nuovo modello di solidarietà europea. Non si tratta più di una discussione politica astratta, ma di una verifica operativa che inciderà direttamente sulle prassi nazionali.

    Il focus dell’Unione, nel 2026, non sarà tanto sulla produzione normativa quanto sul monitoraggio dell’attuazione, attraverso cicli annuali di gestione della migrazione e valutazioni periodiche della pressione sui sistemi nazionali. È in questa fase che emergono le differenze strutturali tra gli Stati membri e le difficoltà di armonizzare modelli amministrativi profondamente diversi.

    Stati Uniti: continuità regolatoria e ruolo strutturale del giudice

    Negli Stati Uniti, il quadro per il 2026 appare segnato da una sostanziale continuità dell’approccio regolatorio. L’assenza di una riforma legislativa organica fa sì che la politica migratoria continui a essere costruita attraverso atti esecutivi, regolamenti delle agenzie federali e misure amministrative puntuali.

    Un elemento caratterizzante del sistema statunitense è il ruolo centrale del contenzioso giudiziario. Le decisioni delle corti federali incidono in modo diretto sulla durata e sull’efficacia delle misure adottate in materia di asilo, protezioni temporanee e criteri di ammissione. Nel 2026, questa dinamica appare destinata a consolidarsi, rendendo il sistema fortemente dipendente dall’interazione tra potere esecutivo e potere giudiziario.

    Il risultato è un quadro nel quale la stabilità delle politiche migratorie è spesso subordinata all’esito dei ricorsi, con effetti rilevanti sulla prevedibilità del sistema e sulla posizione giuridica dei singoli.

    Contesto globale: mobilità forzata come dato strutturale

    Sul piano globale, le proiezioni per il 2026 si inseriscono in una tendenza già evidente negli ultimi anni. Le stime degli organismi internazionali indicano un numero di persone forzatamente sfollate che supera stabilmente i centoventi milioni, a causa di conflitti armati, instabilità politiche, crisi economiche e fattori ambientali.

    La mobilità forzata non si presenta più come una sequenza di emergenze isolate, ma come un fenomeno strutturale destinato a incidere in modo permanente sui sistemi di asilo e sulle politiche di gestione dei flussi. Nel 2026, questa pressione continuerà a riflettersi sulle capacità di accoglienza degli Stati e sulla necessità di cooperazione con i Paesi di origine e di transito.

    Considerazioni di sintesi

    Nel suo complesso, il 2026 non appare come un anno di svolta improvvisa, ma come un momento di consolidamento e di prova per i sistemi migratori esistenti. Le regole sono già state scritte, i modelli sono stati definiti, e ciò che resta da verificare è la loro effettiva applicabilità.

    È in questa fase che le politiche migratorie mostrano la loro reale fisionomia, rivelando la capacità degli Stati di coniugare integrazione, controllo e gestione delle permanenze nel rispetto del quadro normativo. Il 2026 si configura così come un anno di responsabilità istituzionale, nel quale la distanza tra principi dichiarati e prassi operative diventa inevitabilmente visibile.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    (ID 280782895721-36)

    Articoli

  • Capodanno a Roma, ambulanze sotto attacco: maranza, seconde generazioni e integrazione fallita

    La notte di Capodanno a Roma, segnata da bottiglie lanciate contro le ambulanze, petardi esplosi ad altezza d’uomo, borseggi e violenze diffuse, non è una semplice pagina di cronaca nera. È un fatto documentato, ricostruito dalla stampa nazionale e visibile anche attraverso numerosi filmati circolati sui social. Il Giornale ha descritto quanto accaduto parlando apertamente di caos, aggressioni e attacchi ai mezzi di soccorso
    (https://www.ilgiornale.it/news/nazionale/bottiglie-sulle-ambulanze-petardi-ad-altezza-uomo-e-borseggi-2589870.html).

    Alle parole si affiancano le immagini. Un video diffuso sulla piattaforma X mostra chiaramente scene di disordine e violenza nello spazio pubblico durante i festeggiamenti


    (https://x.com/cicalonesimone/status/2006514811367039228).
    Non si tratta di percezioni o interpretazioni: lo Stato arretra, e l’arretramento diventa visibile quando persino un’ambulanza, simbolo massimo della tutela della vita, viene presa di mira.

    Questo episodio non arriva dal nulla. È l’ennesima conferma di dinamiche già analizzate in precedenza su reimmigrazione.com. Già in occasione dei disordini verificatisi a Bologna, avevo evidenziato come il fenomeno dei cosiddetti maranza non potesse essere liquidato come devianza episodica, ma dovesse essere letto come espressione di un’integrazione strutturalmente fallita
    (https://reimmigrazione.com/2025/10/03/dai-disordini-di-bologna-al-fallimento-dellintegrazione-il-caso-dei-maranza-e-la-necessita-di-un-nuovo-paradigma/).

    Ancora prima, avevo ricostruito il fenomeno maranza come denuncia di un sistema incapace di pretendere il rispetto delle regole, sottolineando come l’assenza di conseguenze concrete producesse una normalizzazione del disordine e della violenza di gruppo
    (https://reimmigrazione.com/2025/06/08/il-fenomeno-maranza-denuncia-di-un-sistema-allo-sbando-e-necessita-di-un-nuovo-paradigma/).

    Il punto centrale, che il Capodanno romano rende impossibile continuare a ignorare, è che i protagonisti di queste dinamiche non sono migranti appena arrivati, ma giovani cresciuti in Italia, spesso appartenenti alle cosiddette seconde generazioni. La narrazione dominante continua a sostenere che nascere o crescere sul territorio nazionale equivalga automaticamente a essere integrati. I fatti dimostrano il contrario.

    Il termine “maranza”, al netto delle semplificazioni mediatiche, non identifica un’etnia o una provenienza nazionale. È una categoria comportamentale, una sottocultura fondata sulla logica del branco, sull’occupazione aggressiva dello spazio pubblico e sul rifiuto dell’autorità. Come ho già evidenziato analizzando il caso della moschea di Bologna e dell’imam diventato virale su TikTok, l’integrazione fallisce quando non viene interiorizzato il primato delle regole comuni
    (https://reimmigrazione.com/2025/06/22/la-moschea-di-bologna-e-limam-di-tiktok-il-caso-che-svela-lintegrazione-fallita/).

    Le seconde generazioni rappresentano oggi il grande tabù europeo. Per anni si è preferito raccontarle come una storia di integrazione automatica, evitando di riconoscere che l’integrazione non è un fatto anagrafico, ma un processo giuridico e culturale che può fallire. E quando fallisce, il fallimento è più grave, perché coinvolge lo Stato nel suo complesso: famiglia, scuola, istituzioni.

    L’integrazione non è un sentimento, né una concessione incondizionata. È un obbligo, fatto di regole, limiti e responsabilità. Senza obblighi e senza sanzioni, l’integrazione diventa una parola vuota. Ed è qui che si inserisce, in modo coerente e non ideologico, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione.

    La ReImmigrazione non è una punizione collettiva, né una risposta emotiva alla cronaca. È uno strumento ordinario di governo, fondato su un principio elementare: chi rifiuta stabilmente il patto sociale non può pretendere di beneficiarne senza limiti. Questo vale anche per le seconde generazioni, quando il rifiuto delle regole diventa strutturale, reiterato e identitario.

    Il Capodanno di Roma non è un’eccezione. È l’ennesimo segnale di una linea che è già stata superata. Continuare a negarlo significa accettare che lo spazio pubblico venga progressivamente sottratto allo Stato. E quando lo Stato rinuncia a governare, non è più integrazione fallita: è rinuncia alla sovranità.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

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