La notte di Capodanno a Roma, segnata da bottiglie lanciate contro le ambulanze, petardi esplosi ad altezza d’uomo, borseggi e violenze diffuse, non è una semplice pagina di cronaca nera. È un fatto documentato, ricostruito dalla stampa nazionale e visibile anche attraverso numerosi filmati circolati sui social. Il Giornale ha descritto quanto accaduto parlando apertamente di caos, aggressioni e attacchi ai mezzi di soccorso
(https://www.ilgiornale.it/news/nazionale/bottiglie-sulle-ambulanze-petardi-ad-altezza-uomo-e-borseggi-2589870.html).
Alle parole si affiancano le immagini. Un video diffuso sulla piattaforma X mostra chiaramente scene di disordine e violenza nello spazio pubblico durante i festeggiamenti
(https://x.com/cicalonesimone/status/2006514811367039228).
Non si tratta di percezioni o interpretazioni: lo Stato arretra, e l’arretramento diventa visibile quando persino un’ambulanza, simbolo massimo della tutela della vita, viene presa di mira.
Questo episodio non arriva dal nulla. È l’ennesima conferma di dinamiche già analizzate in precedenza su reimmigrazione.com. Già in occasione dei disordini verificatisi a Bologna, avevo evidenziato come il fenomeno dei cosiddetti maranza non potesse essere liquidato come devianza episodica, ma dovesse essere letto come espressione di un’integrazione strutturalmente fallita
(https://reimmigrazione.com/2025/10/03/dai-disordini-di-bologna-al-fallimento-dellintegrazione-il-caso-dei-maranza-e-la-necessita-di-un-nuovo-paradigma/).
Ancora prima, avevo ricostruito il fenomeno maranza come denuncia di un sistema incapace di pretendere il rispetto delle regole, sottolineando come l’assenza di conseguenze concrete producesse una normalizzazione del disordine e della violenza di gruppo
(https://reimmigrazione.com/2025/06/08/il-fenomeno-maranza-denuncia-di-un-sistema-allo-sbando-e-necessita-di-un-nuovo-paradigma/).
Il punto centrale, che il Capodanno romano rende impossibile continuare a ignorare, è che i protagonisti di queste dinamiche non sono migranti appena arrivati, ma giovani cresciuti in Italia, spesso appartenenti alle cosiddette seconde generazioni. La narrazione dominante continua a sostenere che nascere o crescere sul territorio nazionale equivalga automaticamente a essere integrati. I fatti dimostrano il contrario.
Il termine “maranza”, al netto delle semplificazioni mediatiche, non identifica un’etnia o una provenienza nazionale. È una categoria comportamentale, una sottocultura fondata sulla logica del branco, sull’occupazione aggressiva dello spazio pubblico e sul rifiuto dell’autorità. Come ho già evidenziato analizzando il caso della moschea di Bologna e dell’imam diventato virale su TikTok, l’integrazione fallisce quando non viene interiorizzato il primato delle regole comuni
(https://reimmigrazione.com/2025/06/22/la-moschea-di-bologna-e-limam-di-tiktok-il-caso-che-svela-lintegrazione-fallita/).
Le seconde generazioni rappresentano oggi il grande tabù europeo. Per anni si è preferito raccontarle come una storia di integrazione automatica, evitando di riconoscere che l’integrazione non è un fatto anagrafico, ma un processo giuridico e culturale che può fallire. E quando fallisce, il fallimento è più grave, perché coinvolge lo Stato nel suo complesso: famiglia, scuola, istituzioni.
L’integrazione non è un sentimento, né una concessione incondizionata. È un obbligo, fatto di regole, limiti e responsabilità. Senza obblighi e senza sanzioni, l’integrazione diventa una parola vuota. Ed è qui che si inserisce, in modo coerente e non ideologico, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione.
La ReImmigrazione non è una punizione collettiva, né una risposta emotiva alla cronaca. È uno strumento ordinario di governo, fondato su un principio elementare: chi rifiuta stabilmente il patto sociale non può pretendere di beneficiarne senza limiti. Questo vale anche per le seconde generazioni, quando il rifiuto delle regole diventa strutturale, reiterato e identitario.
Il Capodanno di Roma non è un’eccezione. È l’ennesimo segnale di una linea che è già stata superata. Continuare a negarlo significa accettare che lo spazio pubblico venga progressivamente sottratto allo Stato. E quando lo Stato rinuncia a governare, non è più integrazione fallita: è rinuncia alla sovranità.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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