Le elezioni comunali del 2026 nei contesti di Venezia e Vigevano offrono un’interessante occasione per analizzare una dinamica che, pur emergendo in contesti territoriali e politici differenti, presenta una comune matrice interpretativa: il ritorno della comunità come categoria attraverso cui viene letta la partecipazione politica di candidati di origine straniera.
Non è il dato elettorale in sé a risultare decisivo, né la legittimità delle candidature, che si colloca pacificamente all’interno delle regole democratiche. Ciò che assume rilievo è il modo in cui tali candidature vengono percepite e discusse nello spazio pubblico. In entrambi i casi, infatti, il dibattito si è sviluppato facendo ricorso a categorie come “voto di comunità” o “liste etniche”, segnalando uno spostamento del baricentro dall’individuo alla collettività di appartenenza.
È in questo slittamento che si colloca il nodo problematico.
In una prospettiva giuridico-istituzionale, il vero dato da interrogare non è l’eventuale esistenza di dinamiche di voto aggregate, fenomeno noto e studiato anche in altri ordinamenti, ma il motivo per cui il sistema continui a leggere la rappresentanza attraverso il prisma della comunità anziché attraverso la piena individualizzazione civica. Quando la partecipazione politica viene interpretata in chiave comunitaria, ciò può essere sintomo di un’integrazione che non ha ancora compiuto il proprio percorso.
Il caso veneziano, con la discussione sulle candidature riconducibili alla comunità bangladese, e quello di Vigevano, caratterizzato da dinamiche analoghe emerse anche a seguito della diffusione di materiale elettorale e del dibattito mediatico, mostrano una convergenza significativa. In contesti differenti, il fenomeno si manifesta attraverso una medesima struttura interpretativa: il candidato non viene percepito primariamente come individuo, ma come espressione di un’appartenenza collettiva.
Questo dato, lungi dall’essere neutro, richiama i limiti del modello di integrazione.
Il ritorno della comunità non deve essere inteso necessariamente come una scelta identitaria in senso forte, né come una deviazione rispetto alla fisiologia democratica. Può essere letto, piuttosto, come un effetto sistemico. Quando i percorsi di integrazione non riescono a produrre una piena individualizzazione civica, la comunità tende a riemergere come struttura di riferimento, anche nella partecipazione politica.
In questo senso, la comunità non è la causa del problema, ma uno dei suoi indicatori.
L’ordinamento italiano ha costruito nel tempo un sistema in grado di regolare la presenza dello straniero, ma meno efficace nel trasformare tale presenza in integrazione sostanziale. L’Accordo di integrazione, pur fondato su parametri quali lingua, lavoro e rispetto delle regole, non si è consolidato come strumento effettivo di verifica. Ne deriva una integrazione formalmente prevista, ma non pienamente misurata.
In assenza di un’integrazione verificabile, il sistema tende a lasciare spazio a forme di mediazione comunitaria che, pur non essendo di per sé patologiche, diventano rilevanti quando assumono un ruolo centrale nella percezione pubblica della partecipazione politica.
È in questa prospettiva che i casi di Venezia e Vigevano devono essere letti congiuntamente. Non come episodi isolati, ma come manifestazioni di una medesima criticità strutturale. Il fatto che il dibattito elettorale si sviluppi in termini di comunità indica che il processo di integrazione non ha ancora prodotto, in modo uniforme, cittadini pienamente integrati.
Da qui la rilevanza del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che propone una lettura alternativa. L’integrazione non può essere ridotta a una condizione dichiarata o presunta, ma deve essere assunta come criterio giuridico sostanziale, fondato su parametri verificabili. Solo in questo modo è possibile spostare il baricentro dalla comunità all’individuo.
Quando tale passaggio non si realizza in modo stabile, il ritorno della comunità diventa inevitabile. Non come progetto politico, ma come effetto di un’integrazione debole.
Le elezioni comunali del 2026 a Venezia e Vigevano mostrano dunque che il problema non risiede nella presenza di candidati di origine straniera, né nelle modalità della loro partecipazione. Il problema, se così può essere definito, emerge quando il sistema continua a interpretare quella partecipazione attraverso categorie collettive.
Ed è in questo punto che la questione diventa sistemica. Perché quando la comunità torna a essere la lente principale attraverso cui si legge la rappresentanza, ciò non segnala una trasformazione della democrazia locale, ma un limite del modello di integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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