Il fallimento del modello Lepore: Bologna finanzia l’immigrazione, ma non misura l’integrazione

Il Comune di Bologna ha scelto da tempo di presentarsi come uno dei principali laboratori italiani dell’accoglienza diffusa. Con l’amministrazione del sindaco Matteo Lepore questa impostazione è diventata una vera e propria identità politica: più servizi, più progetti, più collaborazione con il Terzo settore, maggiore accessibilità alle prestazioni e una crescente sovrapposizione tra politiche migratorie, inclusione sociale e antidiscriminazione.

Il problema non è che Bologna investa nell’accoglienza. Il problema è che un’amministrazione pubblica non può valutare il successo delle proprie politiche contando soltanto i servizi attivati, i posti disponibili e le persone prese in carico. Deve misurare anche i risultati ottenuti.

Al 31 dicembre 2024, nel Comune di Bologna risultavano residenti 61.601 cittadini stranieri, pari al 15,7% della popolazione complessiva. Quasi un residente ogni sei ha quindi cittadinanza straniera. La comunità più numerosa è quella romena, con 9.657 residenti, seguita da quella bengalese, con 4.894 persone, e da quella filippina, con 4.602 residenti. Gli stessi dati comunali indicano, per il 2024, un tasso di occupazione degli stranieri pari al 58,8%, oltre 5.800 imprese straniere attive e una quota di laureati vicina al 13%.

Questi numeri dimostrano che l’immigrazione è ormai una componente strutturale della città e che una parte significativa della popolazione straniera lavora, produce reddito e partecipa alla vita economica. Proprio per questo non è più sufficiente celebrare genericamente l’inclusione. Occorre verificare chi raggiunge davvero l’autonomia, chi rimane dipendente dai servizi pubblici, quali percorsi producono lavoro stabile e quali si esauriscono senza risultati duraturi.

Bologna dispone inoltre di uno dei più grandi sistemi SAI d’Italia. Nel 2024 il Comune indicava 2.110 posti di accoglienza destinati ad adulti, minori e persone vulnerabili. Il report relativo al 2025 ha poi registrato 1.797 persone accolte nella categoria ordinari, 139 nei percorsi destinati al disagio sanitario o mentale e 515 minori stranieri non accompagnati. Complessivamente, il sistema ha coinvolto 2.451 persone nell’arco dell’anno.

Sono dati importanti, ma descrivono la quantità dell’intervento, non la sua efficacia.

Il Comune rende noto quante persone entrano nel sistema, la loro età, la composizione familiare e i Paesi di provenienza. Molto meno chiaro è ciò che accade quando il percorso termina.

Quante persone conservano un lavoro regolare dopo dodici o ventiquattro mesi? Quante raggiungono una reale autonomia abitativa? Quante continuano a dipendere dai servizi sociali? Quante acquisiscono una conoscenza adeguata della lingua italiana? Quanti minori completano regolarmente il percorso scolastico? Qual è il costo medio necessario per accompagnare un beneficiario dall’accoglienza all’autonomia?

Queste sono le domande che permettono di misurare l’integrazione.

Il limite del modello Lepore consiste proprio nell’equivoco tra accesso ai servizi e integrazione. Facilitare l’orientamento, semplificare le procedure e costruire percorsi individualizzati è certamente utile. Ma i servizi sono strumenti, non risultati. Una persona può essere correttamente presa in carico e frequentare corsi senza riuscire, al termine del progetto, a trovare un lavoro stabile o un’abitazione. Può uscire dall’accoglienza e rientrare poco dopo nel circuito della fragilità sociale.

L’integrazione, inoltre, non può essere concepita come un rapporto unilaterale. La comunità pubblica deve garantire diritti, opportunità e strumenti, ma alla persona devono essere richiesti impegni concreti: apprendere la lingua italiana, partecipare ai percorsi formativi, rispettare l’obbligo scolastico dei figli, cercare attivamente un lavoro, osservare le regole della convivenza e riconoscere i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.

Senza reciprocità, l’integrazione rischia di trasformarsi in assistenza permanente.

Affermare che il modello Lepore abbia fallito non significa sostenere che gli stranieri presenti a Bologna non siano integrati. I dati sul lavoro, sull’impresa e sull’istruzione dimostrano che molti lo sono. Il fallimento riguarda il metodo politico e amministrativo: il Comune investe, amplia i servizi e rivendica il carattere inclusivo della città, ma non accompagna questa politica con una misurazione pubblica, sistematica e indipendente degli esiti.

Non basta sapere quante persone vengono accolte. Bisogna sapere quante diventano autonome.

Non basta contare i corsi. Bisogna verificare quanti partecipanti raggiungono realmente un livello linguistico adeguato.

Non basta registrare gli inserimenti lavorativi. Bisogna verificare quanti rapporti durano nel tempo e consentono di uscire dall’assistenza.

Bologna dovrebbe pubblicare ogni anno un rapporto sull’integrazione distinto dalla semplice rendicontazione dell’accoglienza, indicando le risorse impiegate, la durata media dei progetti, la condizione occupazionale e abitativa a sei, dodici e ventiquattro mesi, il livello linguistico raggiunto e l’eventuale permanenza nei servizi sociali.

È questa la differenza tra il modello Lepore e il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione.

Il primo tende a considerare l’ampliamento dei servizi come prova del successo della politica comunale. Il secondo pretende che ogni percorso venga giudicato sulla base dell’autonomia raggiunta, della reciprocità, del rispetto delle regole e della sostenibilità per la comunità residente.

Bologna non ha bisogno di finanziare indefinitamente l’immigrazione.

Ha bisogno di governarla.

E governarla significa misurare finalmente l’integrazione.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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