BERLINO SOTTO ATTACCO. L’EUROPA DEVE COLPIRE GLI ISLAMISTI E DIFENDERE LA LIBERTÀ

L’attacco compiuto a Berlino durante le celebrazioni del Christopher Street Day impone all’Europa di abbandonare definitivamente ogni ambiguità. Un veicolo ha investito la folla nei pressi del Tiergarten, provocando una vittima e numerosi feriti. Le autorità tedesche hanno identificato come sospettato un soggetto conosciuto negli ambienti islamisti della capitale, mentre sono ancora in corso gli accertamenti necessari per ricostruire il movente, la dinamica completa e le responsabilità individuali. La prudenza giudiziaria è indispensabile; la paralisi politica, invece, non è più accettabile.

Quanto accaduto non autorizza accuse indiscriminate contro i musulmani e non può trasformarsi nel pretesto per colpire una religione. Impone però di pronunciare una verità che per troppo tempo è stata evitata: l’islamismo è incompatibile con la società occidentale quando pretende di subordinare la legge civile, le libertà personali e la sovranità democratica a un progetto politico-religioso totalizzante.

Islam e islamismo non sono la stessa cosa. L’Islam è una religione professata da milioni di persone che vivono, lavorano e crescono i propri figli nel rispetto delle leggi europee. L’islamismo è invece un’ideologia politica che utilizza la religione per costruire un ordine alternativo a quello costituzionale, nel quale la libertà di coscienza, la parità tra uomo e donna, il diritto di cambiare religione, la libertà sessuale e il pluralismo vengono subordinati a precetti religiosi imposti alla collettività.

La distinzione deve essere netta proprio perché la lotta all’islamismo tutela, prima di tutto, i musulmani integrati. Sono loro a pagare uno dei prezzi più elevati dell’indulgenza europea verso gli estremisti: le donne che rifiutano il controllo familiare; i giovani che vogliono scegliere liberamente il proprio stile di vita; gli omosessuali appartenenti a famiglie musulmane; coloro che cambiano religione o decidono di non professarne alcuna; gli imam e le associazioni che riconoscono il primato della Costituzione e vengono accusati di tradimento dagli ambienti radicali.

Quando lo Stato arretra, non cresce la libertà religiosa. Cresce il potere informale delle comunità più organizzate, dei predicatori più aggressivi e di coloro che trasformano l’identità religiosa in uno strumento di controllo sociale. La tolleranza verso l’islamismo non protegge i musulmani: li consegna agli islamisti.

L’Europa deve quindi smettere di confondere il rispetto della fede con la rinuncia a difendere il proprio ordinamento. Una democrazia liberale non è obbligata a restare neutrale davanti a chi vuole abolirne i presupposti. Può e deve essere pluralista nei confronti delle convinzioni religiose, ma non può esserlo rispetto alla violenza, alla propaganda terroristica, all’istigazione all’odio, al reclutamento, al finanziamento delle organizzazioni radicali e alla costruzione di ordinamenti comunitari paralleli.

Dire che l’Europa deve “colpire gli islamisti” non significa invocare persecuzioni, espulsioni collettive o provvedimenti fondati sulla semplice appartenenza religiosa. Significa utilizzare con determinazione gli strumenti dello Stato di diritto: indagini patrimoniali, controllo dei finanziamenti provenienti dall’estero, chiusura delle organizzazioni che sostengono il terrorismo, espulsione degli stranieri pericolosi quando giuridicamente possibile, revoca dei titoli di soggiorno nei casi previsti dalla legge, repressione penale della propaganda e del reclutamento, sorveglianza dei soggetti concretamente pericolosi e cooperazione effettiva tra polizia, intelligence, magistratura, autorità dell’asilo ed Europol.

Il rapporto europeo sul terrorismo pubblicato da Europol nel luglio 2026 conferma che il terrorismo e l’estremismo violento restano una minaccia concreta per l’Unione. La stessa Unione europea ha recentemente ampliato i criteri della propria lista terroristica e gli strumenti sanzionatori destinati a individui e organizzazioni coinvolti nel terrorismo o nell’estremismo violento. Gli strumenti, dunque, esistono. Ciò che spesso manca è la volontà politica di applicarli prima che la minaccia si trasformi in un attentato.

Vi è poi un problema specifico che riguarda il diritto d’asilo. L’Europa deve riconoscere apertamente che non tutti coloro che vengono perseguitati nei Paesi d’origine sono perseguitati perché democratici, liberali o rispettosi dei diritti umani. In alcuni casi, una persona può essere perseguitata da un regime autoritario perché appartenente a un movimento islamista ancora più radicale, perché coinvolta in organizzazioni violente o perché promotrice di un progetto politico incompatibile anche con i valori europei.

La persecuzione subita non trasforma automaticamente il perseguitato in un democratico. E non può essere sufficiente, da sola, per stabilire che quella persona abbia diritto a essere protetta dall’Europa.

Il diritto dell’Unione già contempla clausole di esclusione dalla protezione internazionale per chi abbia commesso determinati crimini gravi, atti contrari ai fini e ai principi delle Nazioni Unite o condotte riconducibili al terrorismo. Il nuovo quadro europeo sulla qualificazione dei beneficiari della protezione, applicabile dal 2026, conserva la necessità di verificare individualmente tanto il bisogno di protezione quanto l’eventuale sussistenza di cause di esclusione.

Il problema è che questa verifica richiede informazioni attendibili, personale specializzato e collaborazione tra apparati che troppo spesso operano separatamente. L’autorità chiamata a esaminare la domanda d’asilo deve conoscere non soltanto il rischio che il richiedente correrebbe nel Paese di origine, ma anche le ragioni della persecuzione, le organizzazioni alle quali abbia eventualmente aderito, il ruolo svolto, i collegamenti internazionali e la sua condotta successiva all’ingresso in Europa.

Non è sufficiente sapere che una persona è ricercata o condannata da un regime straniero. Occorre stabilire perché lo sia. Un oppositore democratico, un giornalista, una donna che rifiuta un matrimonio forzato e un militante di un’organizzazione jihadista possono essere tutti perseguitati, ma evidentemente non pongono la stessa questione giuridica e politica.

L’asilo deve continuare a proteggere chi fugge dalla tortura, dalla guerra e dalla persecuzione. Ma non può diventare lo strumento mediante il quale l’Europa offre sicurezza e libertà operativa a chi intende utilizzare quella stessa libertà per combattere la società che lo ha accolto.

Naturalmente le clausole di esclusione non possono essere applicate sulla base di sospetti generici, dell’origine nazionale o della fede religiosa. Servono seri motivi, fatti individuali, informazioni verificabili e una decisione sottoposta al controllo del giudice. È precisamente questa la differenza tra uno Stato di diritto e un sistema fondato sulla vendetta collettiva.

Ma le garanzie non possono diventare alibi per non decidere. Il garantismo esige prove e proporzionalità; non impone di ignorare le prove quando esistono.

Occorre inoltre affrontare il tema delle seconde generazioni e della radicalizzazione interna. Non tutti gli estremisti arrivano dall’estero. Alcuni sono nati, cresciuti o formati nelle città europee. Ciò dimostra che il controllo delle frontiere, pur necessario, non è sufficiente. L’Europa deve verificare che l’integrazione non sia ridotta alla semplice presenza sul territorio, alla frequenza scolastica o al possesso di un lavoro.

Una persona può parlare perfettamente la lingua, possedere la cittadinanza e, nello stesso tempo, rifiutare radicalmente i principi della società nella quale vive. È per questo che l’integrazione deve essere considerata anche come adesione sostanziale al patto costituzionale: rispetto della legge civile, riconoscimento della parità tra i sessi, accettazione del pluralismo, libertà di orientamento sessuale, libertà religiosa e rifiuto della violenza politica.

Il Pride di Berlino rappresenta, sotto questo profilo, un bersaglio simbolico. Colpire una manifestazione dedicata alla libertà sessuale significa colpire uno degli aspetti che maggiormente distinguono una società liberale da un ordinamento teocratico. Ma la risposta europea non può limitarsi a illuminare i monumenti con i colori dell’arcobaleno, organizzare commemorazioni e pronunciare dichiarazioni solenni.

La libertà deve essere difesa anche quando difenderla impone decisioni difficili.

Significa dichiarare incompatibili con la presenza legittima nello spazio europeo non le persone in quanto musulmane, ma le condotte e le organizzazioni che promuovono il terrorismo, la violenza religiosa e l’abbattimento dell’ordine democratico. Significa impedire che associazioni apparentemente culturali o assistenziali diventino strumenti di finanziamento, propaganda o controllo ideologico. Significa pretendere trasparenza sui fondi provenienti da Stati e organizzazioni straniere. Significa sostenere concretamente le componenti musulmane liberali e integrate, anziché abbandonarle alla pressione degli estremisti.

Significa, infine, riconoscere che il diritto di soggiornare in Europa non può trasformarsi in un’immunità permanente rispetto a ogni successiva valutazione della pericolosità. Quando emergano adesioni a organizzazioni terroristiche, condotte violente o minacce concrete alla sicurezza, gli Stati devono riesaminare i titoli di soggiorno e gli status di protezione nei limiti consentiti dal diritto europeo, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dal principio di non-refoulement.

Vi sono casi nei quali, nonostante la pericolosità, il rimpatrio non può essere eseguito perché la persona rischierebbe la tortura o trattamenti inumani. Questa è una difficoltà reale e non deve essere nascosta. Ma il divieto di rimpatrio verso la tortura non equivale al diritto di essere lasciati incontrollati. In tali situazioni devono operare gli strumenti penali, preventivi e amministrativi consentiti dall’ordinamento, con controlli giurisdizionali effettivi.

L’Europa è arrivata a un bivio. Può continuare a reagire dopo ogni attentato con le stesse formule rituali, oppure può comprendere che la difesa della libertà richiede una politica preventiva, selettiva e rigorosa.

Non serve accusare milioni di musulmani. Serve isolare gli islamisti.

Non serve sospendere lo Stato di diritto. Serve applicarlo fino in fondo.

Non serve scegliere tra la sicurezza e l’integrazione. La sicurezza è la condizione dell’integrazione, mentre la lotta all’islamismo è anche una forma di protezione dei musulmani che hanno scelto l’Europa, ne rispettano le leggi e ne condividono le libertà.

Berlino deve segnare la fine dell’ambiguità. Una società libera ha il dovere di accogliere chi cerca protezione, ma possiede anche il diritto di difendersi da chi utilizza quella protezione contro di essa.

L’Europa deve colpire gli islamisti con la forza della legge, della prevenzione e della democrazia. Perché una civiltà che non difende i propri principi finisce inevitabilmente per consegnarli ai propri nemici.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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