Il caso Ridha dimostra il fallimento dello Stato: nega il permesso, dispone il rimpatrio e poi lascia nascere un “invisibile”

Il caso di Ridha Rahmouni, il cittadino tunisino di 26 anni indicato dagli investigatori come presunto responsabile dell’omicidio del giornalista salernitano Luigi “Luca” Esposito, non può essere letto soltanto come un grave fatto di cronaca. Le responsabilità penali personali dovranno essere accertate nelle sedi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza, ma la ricostruzione della sua presenza in Italia pone già oggi una questione politica e amministrativa alla quale lo Stato non può sottrarsi.

Rahmouni non era uno sconosciuto alle autorità italiane. Secondo quanto emerso, era stato sottoposto a fotosegnalamento a Lampedusa il 13 agosto 2023 e nuovamente identificato dalla Questura di Savona il 16 ottobre dello stesso anno. Gli accertamenti avrebbero inoltre evidenziato l’utilizzo di un diverso alias e una denuncia per occupazione abusiva di un’abitazione. Nel dicembre 2024 la Questura di Salerno aveva respinto la sua richiesta di permesso di soggiorno e nei suoi confronti risultava un obbligo di rimpatrio che non sarebbe stato concretamente eseguito.

Questi elementi dimostrano che definire Rahmouni un “invisibile” è corretto soltanto fino a un certo punto. Egli non era invisibile per le banche dati, non era invisibile per gli uffici di polizia e non era invisibile per l’amministrazione che aveva esaminato e respinto la sua domanda di soggiorno. Lo Stato conosceva la sua esistenza, ne aveva rilevato le impronte, ne aveva registrato la presenza e aveva formalmente stabilito che non sussistevano le condizioni per la permanenza regolare in Italia.

È diventato invisibile nel momento successivo, quello nel quale l’amministrazione avrebbe dovuto trasformare le proprie decisioni in azioni concrete.

Il vero fallimento, dunque, non consiste nella mancanza di informazioni, ma nell’incapacità di utilizzare le informazioni disponibili per governare effettivamente la presenza dello straniero sul territorio. Lo Stato identifica, registra, fotosegnala, respinge una domanda di permesso e dispone il rimpatrio, ma poi lascia che la persona continui a vivere in Italia senza documenti, senza un percorso di integrazione, senza una posizione lavorativa regolare e senza che il provvedimento di allontanamento venga eseguito.

È in questo spazio, aperto tra il provvedimento amministrativo e la sua mancata attuazione, che nasce l’invisibilità.

Una persona irregolare non scompare fisicamente dal territorio nazionale soltanto perché un ufficio ha adottato un diniego o perché un’autorità ha disposto il rimpatrio. Continua a vivere, a spostarsi, a cercare un alloggio e fonti di sostentamento. Quando lo Stato non è in grado né di regolarizzarne la posizione né di eseguire l’allontanamento, quella persona viene progressivamente consegnata al lavoro nero, all’occupazione abusiva, alle reti informali e, nei casi più gravi, ai circuiti della marginalità e della criminalità.

Un decreto di rimpatrio rimasto sulla carta non rappresenta una politica migratoria. Rappresenta soltanto un atto amministrativo privo di conseguenze reali.

Da anni il dibattito italiano sull’immigrazione oscilla tra due posizioni altrettanto insufficienti. Da una parte vi è chi ritiene che sia sufficiente accogliere e concedere opportunità, senza verificare concretamente gli esiti dei percorsi di integrazione. Dall’altra vi è chi invoca espulsioni e rimpatri come se fosse sufficiente pronunciare quelle parole per rendere effettivo l’allontanamento.

Il caso Ridha dimostra che entrambe le impostazioni sono incapaci di governare la realtà.

L’integrazione non può ridursi a una dichiarazione di principio, né può essere presunta per il solo fatto che una persona si trovi da alcuni anni in Italia. Deve diventare un percorso concreto, sottoposto a verifiche periodiche e fondato su elementi misurabili: conoscenza della lingua italiana, disponibilità di un’abitazione lecita, partecipazione al mercato del lavoro regolare, rispetto delle norme, assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile e costruzione di relazioni sociali effettive con la comunità ospitante.

Allo stesso modo, quando la permanenza non può essere autorizzata e non sussistono ostacoli giuridici all’allontanamento, il rimpatrio deve essere eseguito. Non può esistere una terza condizione permanente nella quale lo straniero riceve un diniego, viene formalmente destinatario di un provvedimento di rimpatrio e, nello stesso tempo, rimane indefinitamente sul territorio senza che nessuna autorità sia realmente responsabile della sua situazione.

Naturalmente, l’esecuzione dei rimpatri incontra difficoltà reali. Sono necessari l’identificazione certa della persona, la collaborazione del Paese di origine, il rilascio dei documenti di viaggio, la disponibilità dei collegamenti e il rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione, dal diritto dell’Unione europea e dalle convenzioni internazionali. Questi ostacoli non possono essere negati.

Proprio per questo, però, la politica deve smettere di limitarsi agli annunci e costruire strumenti amministrativi in grado di affrontarli. Servono accordi bilaterali effettivi con i Paesi di origine, procedure rapide di identificazione, un coordinamento stabile tra Questure, prefetture, autorità consolari e amministrazioni centrali, nonché un sistema capace di seguire la persona dal momento dell’ingresso fino alla definizione della sua posizione.

Il punto non è chiedere meno garanzie. Il punto è pretendere più Stato.

Più Stato significa esaminare rapidamente le domande di soggiorno e di protezione, riconoscere tempestivamente i diritti di chi possiede i requisiti, accompagnare l’integrazione di chi può rimanere e intervenire concretamente quando la permanenza non è più giuridicamente consentita. Significa evitare che migliaia di persone rimangano per anni sospese tra un’espulsione non eseguita e una regolarizzazione che non arriverà mai.

Questa zona grigia danneggia tutti. Danneggia i cittadini, che percepiscono l’incapacità delle istituzioni di controllare il territorio. Danneggia gli stranieri regolarmente soggiornanti e realmente integrati, che finiscono per essere associati alle conseguenze prodotte da un sistema inefficiente. Danneggia infine le stesse persone irregolari, abbandonate in una condizione che favorisce sfruttamento, precarietà e marginalità.

Occorre inoltre evitare una pericolosa confusione. Affermare che lo Stato avrebbe dovuto eseguire un provvedimento di rimpatrio non significa attribuire automaticamente all’amministrazione la responsabilità penale per ciò che sarebbe successivamente avvenuto. La responsabilità di un eventuale reato rimane personale. Significa, però, riconoscere che le politiche pubbliche hanno il compito di ridurre le condizioni nelle quali illegalità, marginalità e assenza di controllo possono svilupparsi.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente da questa consapevolezza. Non propone espulsioni collettive, automatismi fondati sull’origine nazionale o compressioni indiscriminate dei diritti fondamentali. Propone che ogni presenza migratoria venga governata attraverso una decisione individuale, verificabile e coerente.

Chi rispetta le regole, lavora, costruisce una famiglia, partecipa alla vita sociale e dimostra un’effettiva integrazione deve poter trovare stabilità e prospettive nel nostro Paese. Chi non possiede più un titolo per rimanere, dopo che siano state rispettate tutte le garanzie previste dalla legge, deve essere accompagnato verso un percorso di ritorno effettivo, dignitoso e legalmente organizzato.

Quello che non può più essere accettato è il sistema attuale, nel quale lo Stato produce documenti ma non governa le persone, emette provvedimenti ma non li esegue, conosce formalmente la presenza dello straniero ma non sa dove viva e in quali condizioni.

Ridha non sarebbe diventato invisibile perché privo di un fascicolo amministrativo. Al contrario, il suo fascicolo esisteva ed era alimentato da identificazioni, controlli, alias, dinieghi e provvedimenti di rimpatrio.

È diventato invisibile perché nessuna di quelle informazioni si è trasformata in una politica pubblica effettiva.

La vicenda di Salerno dovrebbe quindi imporre una riflessione seria, lontana sia dalle strumentalizzazioni sia dalle rimozioni ideologiche. Non basta proclamare l’accoglienza e non basta ordinare il rimpatrio. Bisogna costruire un’amministrazione capace di seguire ogni percorso migratorio fino alla sua conclusione giuridica e sostanziale.

Lo Stato deve scegliere e deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni: integrare realmente chi possiede le condizioni per restare oppure eseguire il rimpatrio di chi non ha più diritto alla permanenza.

Continuare a lasciare migliaia di persone in mezzo a queste due alternative significa produrre nuovi invisibili. E ogni invisibile rappresenta la prova concreta di uno Stato che ha rinunciato a governare il proprio territorio.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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