La Russia recluta stranieri per la guerra, ma espelle i figli degli immigrati: la permanenza non è un diritto automatico

La Russia è impegnata da anni in una guerra di logoramento contro l’Ucraina, sostiene costi umani elevatissimi e continua a cercare nuovi uomini da impiegare direttamente o indirettamente nello sforzo bellico. In un simile contesto, si potrebbe pensare che Mosca abbia interesse a trattenere sul proprio territorio il maggior numero possibile di giovani stranieri, soprattutto quando si tratta dei figli dei lavoratori immigrati che sono cresciuti nel Paese, ne conoscono la lingua e hanno già sviluppato relazioni sociali e scolastiche.

La nuova disciplina approvata dalla Duma va invece nella direzione opposta.

I figli dei lavoratori stranieri possono soggiornare in Russia come familiari a carico soltanto durante la minore età e per la durata del titolo lavorativo dei genitori. Una volta compiuti diciotto anni, devono acquisire un autonomo fondamento giuridico per restare, per esempio ottenendo il proprio titolo lavorativo. In mancanza, sono tenuti a lasciare il territorio russo entro trenta giorni. Non si tratta quindi di un’espulsione automatica di ogni figlio maggiorenne, ma della cessazione della possibilità di continuare a soggiornare esclusivamente in forza della posizione del genitore.

La misura è particolarmente significativa perché interviene mentre la Russia utilizza contemporaneamente la cittadinanza, il permesso di soggiorno e il servizio militare come strumenti strettamente collegati.

Già nel gennaio 2024, Vladimir Putin aveva accelerato l’accesso alla cittadinanza per gli stranieri che sottoscrivono un contratto con le Forze armate russe. La procedura semplificata consente ai militari stranieri e, in determinate condizioni, ai loro familiari di ottenere lo status russo senza dover rispettare tutti i requisiti ordinariamente previsti. La finalità è evidente: ampliare la platea dei reclutabili e rendere l’arruolamento più attrattivo attraverso la promessa della cittadinanza.

Nel novembre 2025, il Cremlino ha inoltre approvato una nuova procedura temporanea relativa alla cittadinanza degli stranieri partecipanti alla cosiddetta “operazione militare speciale”. Secondo le ricostruzioni disponibili, per molti uomini stranieri che chiedono la residenza permanente o la cittadinanza, la sottoscrizione di un contratto con l’esercito o con strutture statali assimilate è diventata una via privilegiata, e in alcuni casi una condizione sostanziale, per ottenere il titolo richiesto.

A prima vista, le due politiche sembrano contraddirsi.

Da una parte, la Russia offre la cittadinanza allo straniero disposto a combattere; dall’altra, nega che il figlio maggiorenne di un lavoratore possa continuare a soggiornare soltanto perché è cresciuto nel Paese e appartiene a un nucleo familiare stabilmente presente. Da una parte, Mosca ha bisogno di soldati, lavoratori e popolazione attiva; dall’altra, impone ai giovani stranieri di ottenere rapidamente un autonomo titolo o di partire.

In realtà, non vi è una vera incoerenza. Esiste un preciso modello politico.

La Russia non considera l’immigrazione come un processo destinato a trasformarsi automaticamente in permanenza definitiva. Non ritiene che il semplice trascorrere del tempo, la presenza familiare o la crescita sul territorio producano necessariamente un diritto a restare. Al compimento della maggiore età, il giovane straniero deve dimostrare una propria funzione autonoma agli occhi dello Stato.

Può essere una funzione lavorativa. Può essere economica. Può essere militare.

È la logica della permanenza condizionata all’utilità.

Lo straniero che sottoscrive un contratto con l’esercito può essere ammesso rapidamente alla cittadinanza perché assume un rischio immediatamente utile allo Stato. Il figlio del lavoratore immigrato, invece, non viene considerato automaticamente parte della comunità nazionale soltanto perché vi ha trascorso l’infanzia. Deve trasformare la propria presenza familiare in una posizione giuridica autonoma.

Si tratta di un modello autoritario, nel quale lo Stato attribuisce valore alla persona principalmente in ragione della funzione che essa può svolgere. La cittadinanza non rappresenta necessariamente il riconoscimento finale di una piena integrazione civile e sociale, ma può diventare una forma di compensazione per il servizio prestato all’apparato militare.

Da questo punto di vista, il sistema russo non deve essere assunto come modello giuridico dall’Europa.

Gli ordinamenti europei sono fondati sulla tutela della vita privata e familiare, sul principio di proporzionalità e sulla necessità di valutare individualmente la posizione dello straniero. Un giovane nato o cresciuto nel territorio non può essere trattato come se, al compimento dei diciotto anni, la sua storia personale venisse improvvisamente cancellata.

La durata della permanenza, la scolarizzazione, la conoscenza della lingua, i rapporti familiari, l’inserimento sociale e l’assenza di legami effettivi con il Paese di origine sono elementi che devono essere considerati prima di disporre un allontanamento.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare la scelta russa senza coglierne il significato politico.

Persino uno Stato impegnato in una guerra, bisognoso di uomini e alle prese con un evidente problema demografico, non ritiene che ogni immigrazione debba trasformarsi automaticamente in stabilizzazione definitiva. Mosca distingue tra ingresso, soggiorno, permanenza e cittadinanza. Pretende che, raggiunta la maggiore età, la posizione dello straniero venga ridefinita.

L’Europa, al contrario, ha spesso seguito una logica diversa. L’ingresso temporaneo tende progressivamente a trasformarsi in permanenza; la permanenza diventa radicamento; il radicamento viene poi invocato come ostacolo all’allontanamento. Il trascorrere del tempo finisce così per produrre effetti giuridici sempre più difficilmente reversibili, anche quando l’integrazione non è mai stata effettivamente verificata.

È proprio questo il problema che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione intende affrontare.

La permanenza non dovrebbe essere né automaticamente negata al compimento dei diciotto anni, come rischia di accadere nel modello russo, né automaticamente consolidata per il solo decorso del tempo, come troppo spesso avviene nel dibattito europeo.

Dovrebbe dipendere da una valutazione individuale, periodica e verificabile.

Un giovane cresciuto nel Paese, che conosce la lingua, studia, lavora, rispetta le regole e partecipa alla vita della comunità, deve poter consolidare il proprio soggiorno. Sarebbe irragionevole e contrario ai principi di proporzionalità interrompere un percorso di integrazione riuscito soltanto perché è terminata la dipendenza formale dal titolo del genitore.

Al tempo stesso, la presenza familiare non può diventare uno strumento attraverso cui ogni verifica viene definitivamente esclusa. La maggiore età segna l’acquisizione della piena responsabilità individuale e può legittimamente rappresentare il momento nel quale lo Stato valuta la posizione autonoma della persona.

La differenza fondamentale riguarda i criteri utilizzati.

La Russia sembra chiedere al giovane straniero soprattutto di dimostrare la propria utilità economica o istituzionale. Il paradigma europeo dovrebbe invece chiedere di dimostrare l’integrazione, intesa come rispetto delle leggi, autonomia, conoscenza linguistica, adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento e partecipazione effettiva alla società.

La guerra rende ancora più evidente questa distinzione.

Mosca è disponibile ad accelerare la cittadinanza quando lo straniero è disposto a combattere, ma non riconosce automaticamente la permanenza a chi è semplicemente cresciuto nel Paese. Il messaggio è netto: l’appartenenza non deriva dalla sola presenza, ma da una prestazione resa allo Stato.

L’Europa non può adottare questa visione militarizzata e utilitaristica della cittadinanza. Può però comprendere una lezione più generale: nessun titolo migratorio dovrebbe essere considerato, sin dall’origine, come il primo passaggio inevitabile verso una permanenza irreversibile.

Ingresso, soggiorno, integrazione e cittadinanza sono fasi diverse. Devono essere collegate, ma non confuse.

La Russia utilizza il servizio militare come strumento di selezione e regolarizzazione. L’Europa deve utilizzare criteri civili, costituzionali e sociali. Ma deve comunque selezionare, verificare e decidere.

La permanenza non può essere concessa perché una persona è semplicemente presente. Deve essere riconosciuta quando il percorso di integrazione dimostra che quella persona è divenuta parte effettiva della comunità.

Quando questo percorso riesce, lo Stato deve consolidarlo.

Quando non viene intrapreso o fallisce gravemente, la temporaneità del soggiorno deve poter produrre conseguenze reali, nel rispetto delle garanzie fondamentali.

La nuova legge russa è dunque troppo rigida se pretende di interrompere automaticamente il soggiorno di giovani realmente radicati. Ma pone una domanda che l’Europa continua a evitare: perché il compimento della maggiore età, la fine della dipendenza familiare o il mutamento delle condizioni originarie non dovrebbero mai determinare una nuova verifica della permanenza?

La risposta non può essere l’espulsione automatica. Ma non può essere nemmeno la permanenza automatica.

La risposta deve essere l’integrazione misurata.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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