Oltre Ceuta: perché l’Europa continuerà ad attrarre e cosa può realmente cambiare

Quanto accaduto a Ceuta nelle ultime settimane dovrebbe indurre l’Europa a interrogarsi su un dato che spesso rimane sullo sfondo del dibattito politico: la pressione migratoria proveniente dall’Africa non può più essere interpretata come una successione di emergenze. È un fenomeno strutturale, alimentato da differenziali economici, demografici e sociali che nessuna legge sull’immigrazione, per quanto restrittiva, può eliminare.

Ceuta rende questa realtà particolarmente evidente perché trasforma una distanza economica e sociale in una distanza fisica di pochi metri. Da una parte il continente africano; dall’altra il territorio dell’Unione europea. Una barriera separa due realtà nelle quali redditi, opportunità lavorative, servizi pubblici, protezione sociale e aspettative individuali rimangono profondamente differenti.

È da questo dato che occorre partire.

La domanda fondamentale non è perché tanti giovani africani desiderino raggiungere l’Europa. Da un punto di vista individuale, la risposta è persino prevedibile. Un giovane che ritiene di poter ottenere in Europa un salario significativamente superiore, maggiori possibilità occupazionali, migliori servizi sanitari e scolastici e una prospettiva di mobilità sociale difficilmente disponibile nel proprio Paese compie una valutazione che, dal suo punto di vista, può essere perfettamente razionale.

Le indagini condotte nei Paesi africani confermano da tempo il peso delle motivazioni economiche. Lavoro, reddito e migliori condizioni di vita ricorrono sistematicamente tra le principali ragioni indicate da coloro che prendono in considerazione l’emigrazione. È inoltre significativo che l’aspirazione migratoria non riguardi esclusivamente le fasce più povere della popolazione. In numerosi contesti è elevata tra giovani, popolazione urbana e persone relativamente istruite.

Questo dato permette di superare uno degli equivoci più persistenti del dibattito europeo: non si emigra soltanto per sfuggire alla miseria assoluta. Si emigra anche, e probabilmente sempre di più, perché si confronta la propria possibile traiettoria di vita con quella disponibile altrove.

La rivoluzione digitale ha reso questo confronto quotidiano.

Un giovane che vive in Marocco, Senegal, Gambia, Guinea o Costa d’Avorio dispone oggi attraverso uno smartphone di una rappresentazione continua della vita europea. Può comunicare immediatamente con parenti e conoscenti già emigrati, confrontare salari, vedere abitazioni e automobili, conoscere opportunità lavorative, ricevere informazioni sulle rotte e osservare le esperienze di chi è riuscito ad arrivare.

La distanza geografica rimane. Quella informativa è quasi scomparsa.

A tutto questo si aggiunge la demografia. L’Africa possiede una popolazione straordinariamente giovane e continuerà a registrare nei prossimi decenni una forte crescita della popolazione in età lavorativa. L’Europa segue la traiettoria opposta: invecchiamento, bassa natalità e progressiva riduzione della popolazione attiva in numerosi Stati.

Pensare che questa pressione possa essere cancellata semplicemente aumentando le sanzioni o innalzando le barriere significa attribuire al diritto dell’immigrazione una capacità che esso non possiede.

Le frontiere devono essere controllate. Uno Stato conserva il diritto e il dovere di stabilire le condizioni di ingresso e soggiorno, contrastare le organizzazioni criminali, eseguire i provvedimenti di rimpatrio e impedire che l’ingresso irregolare divenga un metodo ordinario di accesso al territorio. Ma il controllo della frontiera interviene sull’effetto finale di forze che nascono molto prima della frontiera stessa.

Occorre allora distinguere ciò che l’Europa non può realisticamente modificare da ciò che invece dipende dalle sue scelte.

L’Europa non può smettere di essere più ricca dell’Africa allo scopo di scoraggiare l’immigrazione. Sarebbe evidentemente assurdo immaginare di ridurre salari, qualità dei servizi, infrastrutture o condizioni di vita degli europei affinché il continente diventi meno desiderabile.

Può però evitare di aggiungere al differenziale economico naturale un differenziale normativo che renda l’ingresso irregolare razionalmente conveniente.

È probabilmente questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi una parte molto maggiore della riflessione europea.

La decisione di partire può essere rappresentata, con tutte le inevitabili semplificazioni, come una valutazione tra costi, rischi e benefici attesi. Il costo economico del viaggio, il rischio personale, la probabilità di raggiungere il territorio europeo e quella di essere rimpatriati devono essere confrontati con il reddito futuro atteso, le opportunità lavorative, la possibilità di stabilizzarsi e il sistema di protezione sociale disponibile nella società di destinazione.

Se il migrante percepisce che, una volta raggiunto il territorio europeo, la probabilità di rimanervi è comunque elevata anche in assenza dei requisiti originariamente necessari per l’ingresso, il valore atteso dell’operazione aumenta.

Qui emerge quello che potremmo definire il rendimento dell’irregolarità.

Procedure amministrative e giudiziarie molto lunghe, difficoltà nell’identificazione, limitata cooperazione consolare dei Paesi di origine, percentuali insufficienti di esecuzione dei rimpatri, possibilità di inserirsi nel mercato del lavoro informale e periodiche aspettative di regolarizzazione possono concorrere a creare la convinzione che il vero ostacolo sia riuscire ad arrivare.

Se il messaggio percepito nei Paesi di origine diventa «entrare è difficile, ma una volta entrati è molto difficile essere rimandati indietro», il sistema produce inevitabilmente un incentivo.

Non occorre che questa rappresentazione corrisponda perfettamente alla realtà giuridica. È sufficiente che venga considerata credibile da chi deve decidere se partire.

Anche il welfare deve essere inserito in questa riflessione, evitando però semplificazioni.

Sostenere che la migrazione africana sia determinata principalmente dalla possibilità di ricevere prestazioni assistenziali in Europa non trova un solido riscontro empirico. Il lavoro, il reddito e le aspettative di miglioramento economico sembrano avere un peso molto maggiore.

Ciò non significa che il sistema europeo di protezione sociale sia irrilevante. Sanità, istruzione, sostegno alla famiglia, assistenza sociale e sicurezza economica costituiscono nel loro insieme una parte del differenziale tra società di origine e società di destinazione.

La questione politicamente più seria non è pertanto se l’Europa debba demolire il proprio welfare per scoraggiare l’immigrazione. Sarebbe un singolare risultato impoverire la popolazione europea nel tentativo di rendere il continente meno attrattivo.

La domanda dovrebbe essere piuttosto quale rapporto debba esistere tra immigrazione e accesso alla solidarietà sociale.

La tradizione europea dello Stato sociale si è sviluppata storicamente intorno al lavoro, alla contribuzione, alla cittadinanza e successivamente a una concezione progressivamente universalistica di alcuni diritti. In Italia, ad esempio, una parte significativa della protezione sociale del Novecento era originariamente collegata alla posizione lavorativa e contributiva; la stessa assistenza sanitaria, prima dell’istituzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978, era largamente organizzata attraverso il sistema mutualistico.

È quindi legittimo interrogarsi, nel rispetto della Costituzione, del diritto dell’Unione e degli obblighi internazionali, sull’opportunità di distinguere maggiormente tra prestazioni fondamentali, diritti derivanti dalla contribuzione e prestazioni assistenziali non contributive, valutando per queste ultime il rilievo della durata del soggiorno, della stabilità della presenza e del grado di integrazione nella comunità.

Non come strumento punitivo, ma come riaffermazione di un principio: la piena partecipazione alla solidarietà organizzata di una comunità può accompagnarsi al progressivo consolidamento del rapporto dell’individuo con quella comunità.

Tuttavia neppure una radicale revisione del welfare sarebbe sufficiente a eliminare la pressione migratoria. Finché il differenziale salariale e occupazionale rimarrà così elevato, l’Europa continuerà ad essere attrattiva.

Per questo la questione decisiva rimane la credibilità delle regole.

Un sistema nel quale esistono canali legali di ingresso per chi possiede i requisiti richiesti, protezione effettiva per chi ne ha diritto e, contemporaneamente, una concreta capacità di rimpatrio nei confronti di chi non possiede alcun titolo per rimanere produce incentivi profondamente differenti rispetto a un sistema nel quale ingresso regolare e ingresso irregolare finiscono nel tempo per condurre a risultati sostanzialmente analoghi.

Non significa immaginare una fortezza impermeabile. Significa ristabilire una differenza percepibile tra immigrazione regolare e immigrazione irregolare.

E significa anche riconoscere una realtà che l’Europa talvolta sembra riluttante ad ammettere: nei prossimi decenni avrà probabilmente bisogno di una certa quantità di immigrazione per ragioni economiche e demografiche. Proprio per questo dovrebbe essere ancora più interessata a governarne composizione, quantità e modalità.

La vera alternativa non è dunque tra frontiere aperte e frontiere chiuse. È tra migrazione governata e migrazione subita.

Ceuta dovrebbe servire soprattutto a comprendere questo.

Si possono innalzare barriere, aumentare le pattuglie, modificare le procedure, introdurre nuovi reati e concludere accordi con i Paesi di transito. Alcune di queste misure possono essere necessarie e possono anche produrre risultati significativi. Ma dall’altra parte della barriera continueranno ad esserci milioni di giovani che osservano una società più ricca, più vecchia e bisognosa di lavoro.

Nessuna norma può cancellare questa realtà.

La politica può però intervenire sul calcolo che trasforma l’aspirazione migratoria in una decisione concreta di partire.

L’Europa non può realisticamente smettere di essere più ricca dell’Africa per scoraggiare l’immigrazione; può però evitare di aggiungere al differenziale economico naturale un differenziale normativo che renda l’ingresso irregolare razionalmente conveniente.

È probabilmente da qui che dovrebbe ripartire una politica europea dell’immigrazione capace di guardare oltre la prossima emergenza. Perché Ceuta passerà dalle prime pagine. La pressione migratoria, nelle condizioni demografiche ed economiche prevedibili per i prossimi decenni, resterà.

Continuare a trattarla come un’emergenza significa continuare a intervenire sulle conseguenze. Considerarla finalmente un fenomeno strutturale significa cominciare a governarne le cause, gli incentivi e gli effetti.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista presso il Registro per la trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo, n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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