L’AfD promette più espulsioni. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione costruisce lo Stato capace di eseguirle

L’Alternative für Deutschland ha trasformato l’aumento dei rimpatri in uno degli elementi centrali della propria proposta politica, promettendo in Sassonia-Anhalt un’«offensiva delle espulsioni» da avviare fin dai primi momenti dell’eventuale azione di governo, attraverso nuovi posti destinati al trattenimento, una struttura operativa dedicata, un maggiore coinvolgimento delle autorità locali, voli organizzati a livello regionale e strumenti economici finalizzati a incentivare la partenza. Dopo il risultato elettorale prossimo al 44 per cento, queste proposte non appartengono più soltanto alla propaganda di una forza di opposizione, ma devono essere esaminate come un possibile programma amministrativo, verificando quali misure siano giuridicamente consentite, quali rientrino nelle competenze del Land e, soprattutto, quali possano realmente produrre un aumento delle partenze.

Il problema posto dall’AfD è concreto e non può essere rimosso. Uno Stato che adotta provvedimenti di allontanamento senza riuscire a eseguirli perde progressivamente credibilità, perché comunica che la conclusione negativa di una procedura può essere neutralizzata dalla durata, dalle inefficienze amministrative o dalla semplice irreperibilità del destinatario. Il mancato rimpatrio non riguarda soltanto il rapporto tra l’amministrazione e lo straniero privo del diritto di soggiorno, ma incide sulla fiducia dei cittadini, sulla sostenibilità delle strutture di accoglienza e sulla posizione di coloro che hanno rispettato le condizioni stabilite per l’ingresso e la permanenza.

Nel 2025 la Germania ha eseguito 22.787 espulsioni, il dato più elevato dal 2018 e superiore alle 20.084 dell’anno precedente. Il numero, tuttavia, deve essere confrontato con quello delle procedure rimaste prive di esecuzione. Nello stesso anno decine di migliaia di tentativi non hanno condotto all’effettivo accompagnamento fuori dal territorio; in una parte considerevole dei casi, le autorità di polizia non hanno trovato la persona all’indirizzo conosciuto, mentre in altri casi la richiesta di esecuzione è stata ritirata o sono emersi impedimenti giuridici e materiali. Nel primo semestre del 2026, inoltre, le espulsioni sono risultate inferiori a quelle realizzate nello stesso periodo dell’anno precedente. Questi elementi, già esaminati su ReImmigrazione nell’articolo “L’AfD promette espulsioni di massa. Ma uno Stato può davvero realizzarle?”, dimostrano che la distanza tra decisione e partenza non può essere spiegata soltanto attraverso una presunta mancanza di volontà politica.

L’espulsione non si esegue mediante la sola adozione del provvedimento. Prima della partenza occorre identificare con certezza la persona, determinarne la cittadinanza, acquisire un passaporto o un lasciapassare consolare, individuare lo Stato obbligato alla riammissione, verificare l’assenza di divieti di respingimento, valutare le condizioni di salute e i legami familiari, assicurare un rimedio effettivo, predisporre il trasporto e, quando necessario, organizzare la scorta. Ognuna di queste fasi coinvolge amministrazioni differenti e può interrompere l’esecuzione.

La difficoltà aumenta quando la persona non possiede documenti, contesta la nazionalità attribuitale oppure il Paese di origine non ne riconosce l’identità. Anche un provvedimento definitivo rimane materialmente ineseguibile se manca uno Stato disposto a ricevere il destinatario. Il governo può esercitare pressione diplomatica, subordinare determinate forme di cooperazione al rilascio dei documenti e concludere accordi di riammissione, ma non può semplicemente collocare una persona su un aereo senza avere individuato un territorio nel quale sia legittimamente ammessa.

Esiste inoltre una questione di competenze che l’annuncio politico tende a semplificare. Il governo di un Land può potenziare i propri uffici, incrementare il coordinamento tra le autorità per gli stranieri e la polizia regionale, predisporre strutture e organizzare meglio le fasi esecutive consentite dal diritto federale. Non può, però, modificare unilateralmente le condizioni del diritto d’asilo, cancellare protezioni riconosciute dalla legge federale o dal diritto dell’Unione europea, concludere autonomamente gli accordi internazionali indispensabili alla riammissione o trasformare in espellibili persone che l’ordinamento considera regolarmente soggiornanti. La distanza tra la promessa elettorale e il potere effettivamente esercitabile dal governo regionale è quindi considerevole.

Questa constatazione non deve diventare una giustificazione dell’inefficienza. Al contrario, impone di individuare correttamente il livello istituzionale responsabile di ciascuna fase. Una politica seria dei rimpatri deve stabilire quali funzioni appartengano allo Stato federale, quali possano essere esercitate dalle autorità regionali, quali richiedano la cooperazione dei Comuni e quali dipendano dai rapporti con i Paesi di origine. Senza questa distribuzione delle responsabilità, ogni amministrazione può attribuire alle altre la causa del fallimento mentre il provvedimento rimane ineseguito.

Il limite della proposta dell’AfD consiste, dunque, non nell’obiettivo di aumentare le espulsioni legittime, ma nel rischio di confondere l’intensificazione degli annunci, dei controlli e del trattenimento con l’effettiva capacità dello Stato di realizzare i ritorni. Moltiplicare gli ordini di allontanamento senza potenziare l’identificazione, la cooperazione consolare, il personale, i collegamenti e la capacità di rintracciare i destinatari può produrre soprattutto un aumento dei fascicoli, del contenzioso e dei costi amministrativi. La severità formale non coincide necessariamente con l’efficacia.

Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione muove da un’impostazione differente. La ReImmigrazione non è uno slogan attraverso il quale manifestare una maggiore ostilità nei confronti della presenza straniera, ma una funzione ordinaria dello Stato che deve essere progettata in modo da risultare giuridicamente sostenibile e materialmente eseguibile. Il risultato non si misura dal numero dei provvedimenti adottati, dai posti di trattenimento annunciati o dalle dichiarazioni politiche, ma dal rapporto tra decisioni definitive, partenze effettivamente realizzate, tempi necessari, costi sostenuti e cause dei fallimenti.

Per costruire questa capacità, il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone innanzitutto l’istituzione di una Polizia dell’Immigrazione specializzata. Non si tratterebbe di un corpo ideologico destinato a considerare lo straniero come un nemico, né di una struttura sottratta ai normali limiti dell’azione amministrativa, ma di un apparato civile dello Stato dotato di competenze specifiche in materia di ingresso, soggiorno, identificazione, contrasto alla documentazione falsa, esecuzione degli allontanamenti e cooperazione con le autorità consolari.

Attualmente le competenze in materia migratoria risultano distribuite tra uffici, forze di polizia e articolazioni amministrative chiamate a svolgere numerose altre funzioni. La specializzazione permetterebbe di accumulare conoscenze operative, garantire continuità nelle procedure, ridurre le sovrapposizioni e costruire un sistema informativo unitario. La Polizia dell’Immigrazione dovrebbe seguire la posizione dalla fase dell’ingresso fino all’eventuale stabilizzazione o al ritorno, evitando che la persona scompaia amministrativamente tra un ufficio e l’altro.

Un simile corpo dovrebbe operare secondo la legge, sotto il controllo dell’autorità giudiziaria e nel rispetto delle competenze delle altre amministrazioni. La specializzazione non può significare concentrazione incontrollata del potere. Ogni attività incidente sulla libertà personale deve conservare una base normativa precisa, essere motivata, necessaria e proporzionata; ogni provvedimento deve rimanere impugnabile; ogni uso della forza deve rispondere ai criteri ordinari applicabili all’attività di polizia. L’efficienza amministrativa non richiede l’indebolimento delle garanzie, ma la loro applicazione tempestiva da parte di strutture capaci di assumere decisioni corrette.

Il secondo elemento riguarda i centri destinati al trattenimento. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione prevede che i CPR siano gestiti direttamente dallo Stato e non affidati a soggetti privati o cooperative alle quali venga trasferita una funzione strettamente collegata all’esercizio della coercizione pubblica. Il trattenimento amministrativo incide sulla libertà personale e deve essere organizzato secondo criteri di responsabilità istituzionale, trasparenza, controllo e uniformità. Lo Stato non può disporre la privazione della libertà e, contemporaneamente, allontanarsi dalla gestione quotidiana delle strutture nelle quali essa viene eseguita.

L’aumento dei posti, tuttavia, non costituisce da solo una politica dei rimpatri. Il trattenimento è legittimo soltanto quando previsto dalla legge, convalidato dall’autorità giudiziaria, necessario rispetto a un rischio concreto di fuga o di ostacolo all’esecuzione e collegato a una prospettiva ragionevole di allontanamento. Non può essere utilizzato per custodire indefinitamente persone che lo Stato non è in grado di identificare o che nessun Paese accetta di riammettere. Se manca una possibilità effettiva di rimpatrio, la privazione della libertà perde la propria funzione strumentale e rischia di diventare una misura meramente afflittiva.

La programmazione delle strutture deve quindi partire dall’analisi delle procedure concretamente eseguibili. Occorre conoscere quante persone possano essere identificate, quali consolati rilascino regolarmente i documenti, quali collegamenti siano disponibili, quanti accompagnamenti possano essere effettuati e quali siano i tempi medi delle diverse fasi. Costruire nuovi posti senza disporre di queste informazioni significa aumentare la capacità di trattenere senza aumentare necessariamente la capacità di rimpatriare.

Il terzo elemento è costituito dalla cooperazione internazionale. Nessuna politica nazionale può realizzare un numero significativo di ritorni senza la collaborazione dei Paesi di origine. Gli accordi di riammissione devono prevedere procedure certe per l’identificazione, termini per il rilascio dei lasciapassare, referenti consolari, modalità di trasferimento e forme di verifica. La cooperazione economica e gli aiuti allo sviluppo possono essere collegati, entro limiti trasparenti e proporzionati, alla disponibilità degli Stati a riaccogliere i propri cittadini, perché la riammissione appartiene alle responsabilità fondamentali connesse alla cittadinanza.

Tale collegamento non dovrebbe però degenerare in una logica esclusivamente punitiva. I rapporti con i Paesi di origine riguardano anche la formazione prima della partenza, la mobilità lavorativa regolare, il contrasto ai trafficanti e il reinserimento di chi ritorna. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione deve costruire una cooperazione capace di agire sull’intero ciclo migratorio, non soltanto sulla fase finale. Un Paese che collabora alla preparazione dei lavoratori destinati a entrare regolarmente, al controllo dei documenti e alla riammissione dei propri cittadini diventa parte di un sistema ordinato, nel quale ingresso e ritorno non sono funzioni separate.

Il quarto elemento riguarda il ritorno volontario assistito. Presentarlo come un’alternativa indulgente all’espulsione forzata significa non comprenderne la funzione. Nell’Unione europea una quota considerevole dei ritorni effettivi avviene volontariamente, perché la disponibilità della persona riduce i costi della ricerca, del trattenimento, della scorta e del contenzioso. Un programma serio deve definire i destinatari, le risorse, l’assistenza documentale, le condizioni del viaggio e le misure di reinserimento nel Paese di origine, verificando anche la stabilità del ritorno.

L’incentivo non deve essere confuso con la pressione economica generalizzata. Ridurre indiscriminatamente le prestazioni o rendere deliberatamente intollerabili le condizioni di vita di chi si trova sul territorio non sostituisce una decisione giuridica e può colpire anche persone che otterranno il diritto di rimanere. Il ritorno volontario deve essere proposto a chi si trova in una posizione chiaramente definita, offrendo una prospettiva concreta e credibile; quando la persona rifiuti e il provvedimento sia definitivo, lo Stato deve essere capace di procedere all’esecuzione coattiva.

Il quinto elemento riguarda la conoscenza della persona e la continuità della sua posizione amministrativa. Una parte rilevante dei tentativi di rimpatrio fallisce perché il destinatario non viene trovato all’indirizzo conosciuto. Questo dato dimostra che l’amministrazione interviene troppo tardi oppure non dispone di informazioni aggiornate. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone un sistema nel quale ingresso, soggiorno, valutazione dell’integrazione e possibile ritorno siano fasi collegate, evitando che l’amministrazione scopra la necessità di rintracciare la persona soltanto quando deve eseguire l’allontanamento.

La conoscenza amministrativa non può trasformarsi in sorveglianza generalizzata degli stranieri regolarmente soggiornanti. Deve però esistere un obbligo effettivo di comunicare il domicilio, presentarsi alle convocazioni, collaborare all’identificazione e rispettare le prescrizioni legittimamente imposte. Quando emergano un rischio concreto di fuga o comportamenti diretti a ostacolare la procedura, possono essere applicate misure graduate, dalle presentazioni periodiche alla consegna dei documenti, fino al trattenimento nei casi previsti dalla legge. La proporzionalità richiede di utilizzare la misura meno invasiva adeguata allo scopo, non di rinunciare a qualsiasi controllo.

Il sesto elemento è la tempestività. Quanto più lungo è il periodo che separa l’ingresso dalla decisione definitiva, tanto più complesso diventa il ritorno. Nel frattempo la persona può costruire rapporti lavorativi, familiari e sociali che devono essere considerati dall’ordinamento; può nascere un figlio, intervenire una malattia, cambiare la situazione nel Paese di origine oppure consolidarsi una condizione meritevole di tutela. La lentezza non è neutrale: modifica la realtà sulla quale l’amministrazione dovrà successivamente decidere.

Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione richiede pertanto procedure rapide, ma non sommarie. La velocità deve derivare da personale sufficiente, istruttorie organizzate, interoperabilità delle informazioni e decisioni tempestive, non dalla riduzione irragionevole delle garanzie. Una decisione rapida ma giuridicamente fragile viene sospesa o annullata, aumentando i tempi complessivi; una decisione accurata ma adottata dopo molti anni arriva quando la situazione originaria è ormai completamente cambiata. L’efficienza consiste nel coniugare qualità e tempestività.

Il settimo elemento riguarda la misurazione pubblica dei risultati. Un’amministrazione dovrebbe rendere noto quanti ordini di allontanamento siano stati adottati, quanti siano diventati definitivi, quanti ritorni volontari e forzati siano stati eseguiti, quanto tempo sia stato necessario e per quali ragioni le altre procedure siano fallite. Dovrebbero essere distinti gli impedimenti giuridici, la mancata identificazione, l’assenza di documenti, la mancata cooperazione consolare, l’irreperibilità, le condizioni di salute e la sopravvenienza di un diverso titolo di soggiorno.

Senza questa disaggregazione, il numero complessivo dei rimpatri dice poco sulla capacità dello Stato. Una diminuzione può derivare da inefficienza amministrativa, ma anche dalla riduzione delle decisioni negative, dall’impossibilità giuridica di allontanare determinati destinatari o dalla maggiore efficacia dei percorsi di regolarizzazione e integrazione. Nello stesso modo, un aumento quantitativo non dimostra automaticamente una politica migliore se ottenuto attraverso decisioni fragili, costi sproporzionati o allontanamenti successivamente dichiarati illegittimi.

La distinzione rispetto all’AfD emerge quindi con chiarezza. Il partito tedesco ha correttamente riportato l’effettività del ritorno al centro del confronto politico, ma tende a misurare la determinazione dello Stato attraverso il linguaggio dell’offensiva, l’aumento dei controlli e la promessa di un numero maggiore di espulsioni. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione misura invece la capacità dello Stato attraverso la qualità dell’intero apparato: decisioni individuali corrette, strutture pubbliche, personale specializzato, cooperazione internazionale, ritorno volontario, esecuzione coattiva, controllo giudiziario e trasparenza dei risultati.

Esiste poi una differenza preliminare relativa ai destinatari. Uno Stato efficiente non è uno Stato che allontana il maggior numero possibile di persone, ma quello che distingue correttamente chi deve partire da chi ha diritto di restare. Lavoratori regolari, titolari di protezione, soggiornanti di lungo periodo e cittadini non possono essere ricondotti a una categoria indistinta costruita intorno all’origine straniera. Ogni provvedimento deve fondarsi sullo status individuale, considerare i legami familiari e rispettare il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto a un ricorso effettivo.

La capacità di impedire un’espulsione illegittima costituisce parte della stessa efficienza istituzionale necessaria a eseguire quella legittima. Un’amministrazione che adotta decisioni destinate a essere annullate non dimostra fermezza, ma insufficiente preparazione; una politica che considera il giudice un ostacolo non rafforza lo Stato, ma indebolisce la legalità dalla quale deriva il suo potere. Il controllo giurisdizionale non sostituisce la responsabilità dell’esecutivo, ma garantisce che la coercizione venga esercitata nei confronti dei destinatari corretti e secondo procedure compatibili con l’ordinamento.

Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione non propone quindi meno rimpatri dell’AfD per apparire più moderato. Propone rimpatri diversi: individualmente fondati, tempestivi, misurabili ed effettivamente eseguibili. Al tempo stesso, costruisce ciò che deve precederli, perché chi possiede il diritto di restare deve essere inserito in un percorso verificabile di lingua, lavoro, educazione civica e rispetto delle regole; chi partecipa e si integra deve poter consolidare la propria posizione; chi non possiede più un titolo deve accedere al ritorno volontario e, quando lo rifiuti, essere destinatario dell’esecuzione coattiva nei casi consentiti dalla legge.

La vera alternativa non è tra uno Stato indulgente, che non esegue alcuna decisione, e uno Stato che annuncia «offensive» contro una presenza collettiva. È tra un’amministrazione che produce provvedimenti cartacei e una struttura pubblica capace di governare l’intero ciclo migratorio. L’AfD ha indicato correttamente il problema dell’ineffettività; il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione deve fornire la risposta istituzionale, impedendo che la frustrazione per i rimpatri mancati venga trasformata in una politica identitaria.

Uno Stato autorevole non ha bisogno di militarizzare il linguaggio del ritorno, perché dispone di norme chiare, uffici funzionanti, personale formato e decisioni eseguibili. Non promette partenze che non è in grado di realizzare, non trattiene persone che non possono essere rimpatriate e non confonde il cittadino o il soggiornante regolare con lo straniero destinatario di un ordine definitivo. Riconosce chi ha diritto di restare, pretende l’integrazione da chi permane ed esegue il ritorno di chi deve partire.

È in questa capacità amministrativa, più che nell’intensità delle parole, che si misura la sovranità. L’AfD promette più espulsioni; il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone di costruire lo Stato capace di decidere correttamente quali siano legittime, impedirle quando violano i diritti fondamentali ed eseguirle quando risultano conformi alla legge. Senza questo apparato, la remigrazione rimane propaganda; con questo apparato, la ReImmigrazione diventa una componente ordinaria, controllabile e responsabile del governo dell’immigrazione.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE numero 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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