Una delle obiezioni più superficiali ma al tempo stesso più insidiose che possono essere rivolte al paradigma della ReImmigrazione consiste nel ricondurlo, per assimilazione impropria, alle teorie che concepiscono il ritorno come progetto etnico di espulsione. È una lettura errata, perché ignora il fondamento giuridico della proposta e ne altera radicalmente il significato.
Occorre partire da un dato essenziale: la ReImmigrazione non nasce attorno all’idea dell’espulsione. Nasce attorno all’idea dell’integrazione.
Questo rovescia l’intero impianto interpretativo.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non formula una teoria del rimpatrio come fine politico autonomo. Formula una teoria della permanenza condizionata. E cioè l’idea che il soggiorno non possa essere pensato soltanto come dato temporale o titolo amministrativo, ma come relazione giuridica fondata su un percorso di integrazione effettivo.
È qui il nucleo del paradigma.
Non l’allontanamento.
Il radicamento.
L’integrazione viene assunta come criterio ordinatore del sistema migratorio, non come elemento decorativo del discorso pubblico. Essa si misura nella partecipazione alla comunità politica, nella dimensione lavorativa, nella conoscenza linguistica, nel rispetto delle regole comuni. In altri termini, nei fattori che trasformano la presenza in integrazione.
Da questa impostazione deriva una conseguenza lineare: la permanenza si consolida se l’integrazione si realizza.
Solo in mancanza di essa si pone il tema della ReImmigrazione.
Il ritorno, dunque, non è il principio generatore del paradigma.
È il suo esito eventuale.
Questa è precisamente la ragione per cui la ReImmigrazione non può essere confusa con un progetto etnico di espulsione.
In una logica etnica, il criterio rilevante è l’appartenenza.
Nel paradigma della ReImmigrazione il criterio è il comportamento.
In una logica identitaria, il problema è chi è considerato estraneo.
Nel paradigma dell’integrazione, il problema è se il patto di permanenza si realizza.
La differenza è radicale.
La prima logica ragiona in termini di esclusione.
La seconda in termini di condizionalità.
La prima muove da una visione sostanzialmente pre-politica della comunità.
La seconda si colloca dentro una concezione giuridica dello Stato.
Per questo parlare di ReImmigrazione come se fosse una variante semantica di programmi espulsivi su base etnica significa fraintenderne la struttura.
Anzi, si potrebbe sostenere che il paradigma nasca proprio per evitare tanto l’irrealismo dell’integrazione senza condizioni quanto le degenerazioni identitarie della politica del rimpatrio.
È una proposta di equilibrio.
Non immigrazione come automatismo.
Non ritorno come ideologia.
Ma integrazione come criterio e ReImmigrazione come conseguenza subordinata.
Ed è una costruzione che dialoga con elementi non estranei alla tradizione giuridica europea.
L’idea che il soggiorno si leghi a un rapporto qualificato con la comunità ospitante è già presente, in forme diverse, nella logica degli accordi di integrazione, nelle valutazioni sul radicamento che attraversano il contenzioso in materia di articolo 8 CEDU, e persino nelle riflessioni più avanzate attorno alla protezione complementare, dove integrazione e tutela della permanenza tendono sempre più a intersecarsi.
La ReImmigrazione si colloca dentro questa traiettoria.
Non contro il diritto.
Dentro il diritto.
E questo è il punto che separa una categoria giuridica da una costruzione ideologica.
Quando si parla di progetto etnico di espulsione, il rimpatrio tende a diventare misura identitaria generalizzata.
Nel paradigma della ReImmigrazione non vi è nulla di generalizzato.
Vi è una valutazione individuale.
Non vi è appartenenza come criterio.
Vi è integrazione come parametro.
Non vi è una politica di rimozione.
Vi è una teoria della permanenza responsabile.
Sono cose diverse.
E confonderle significa alterare il dibattito.
La stessa formula “Integrazione o ReImmigrazione” va letta in questa chiave. Non come alternativa tra inclusione ed espulsione, ma come struttura condizionale del sistema migratorio. O integrazione, come fondamento della permanenza. O ritorno, come conseguenza del suo fallimento.
In questo senso la ReImmigrazione non è il contrario dell’integrazione.
Ne è il corollario sistemico.
Ed è probabilmente questo l’elemento meno compreso e al tempo stesso più innovativo del paradigma.
Perché sposta il discorso migratorio da una contrapposizione ideologica a una logica di responsabilità reciproca.
È questo che la rende incompatibile con ogni lettura etnica.
La ReImmigrazione non propone di rimpatriare perché qualcuno è altro.
Propone che la permanenza si fondi sull’integrazione.
È una differenza che cambia tutto.
E che merita di essere ribadita proprio mentre il dibattito pubblico tende a confondere categorie che non coincidono.
Talvolta il primo compito di un paradigma nuovo non è essere accettato.
È essere compreso correttamente.
Questo articolo nasce precisamente per questo.
Per affermare che la ReImmigrazione è un paradigma dell’integrazione.
Non un progetto etnico di espulsione.
E tra le due cose vi è una distanza teorica che non può essere colmata da alcun equivoco semantico.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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