Il rapporto 2025 dell’Organisation for Economic Co-operation and Development sull’integrazione dei migranti in Italia offre elementi empirici che meritano una lettura non meramente sociologica, ma propriamente ordinamentale. I dati relativi alla concentrazione della popolazione straniera in segmenti occupazionali scarsamente qualificati, nonché quelli concernenti il divario nell’accesso effettivo a prestazioni sanitarie essenziali, consentono infatti di mettere in discussione un presupposto implicito che attraversa larga parte del diritto dell’immigrazione contemporaneo: l’equazione tra durata della permanenza e integrazione.
Tale presupposto costituisce, da tempo, uno dei fondamenti silenziosi del sistema. Numerosi istituti — dalla stabilizzazione del soggiorno ai meccanismi di lungo periodo, sino a molte logiche sottese alle discipline di regolarizzazione — assumono che il decorso temporale sia indice, o quantomeno presunzione, di radicamento. Il tempo viene assunto come criterio surrogatorio dell’integrazione.
Il materiale OCSE mostra tuttavia come tale presunzione sia sempre meno sostenibile.
Se una quota significativa di migranti regolarmente soggiornanti permane in condizioni di segregazione occupazionale, bassa mobilità sociale e vulnerabilità nell’accesso ai diritti sociali fondamentali, emerge una divergenza sistemica tra integrazione giuridicamente presunta e integrazione effettivamente realizzata.
In termini teorico-giuridici, si manifesta una frattura tra integrazione de iure e integrazione de facto.
La prima è costruzione normativa.
La seconda è condizione sostanziale verificabile.
Ed è proprio questa dissociazione a evidenziare la crisi del modello migratorio fondato sulla mera permanenza.
La criticità non risiede semplicemente nell’inefficienza amministrativa del sistema, ma nella debolezza del criterio ordinatore utilizzato. Il soggiorno protratto viene spesso trattato come fattore quasi autosufficiente di inclusione, mentre i dati empirici mostrano che esso non assicura, di per sé, né inserimento strutturale né integrazione funzionale.
Sotto questo profilo, il problema non riguarda solo la politica migratoria, ma il modo stesso in cui il diritto seleziona i criteri di legittimazione della permanenza.
Un sistema fondato prevalentemente sul dato cronologico rischia di attribuire rilevanza a un elemento formalmente misurabile ma sostanzialmente inidoneo a rappresentare il reale grado di integrazione.
È qui che il rapporto OCSE assume rilievo paradigmatico.
Esso consente di sostenere che il criterio temporale, assunto come parametro principale di radicamento, presenti limiti strutturali.
Cinque anni di permanenza non costituiscono necessariamente integrazione.
Possono rappresentare soltanto durata.
Ed è concettualmente altro.
Da ciò discende la necessità di spostare l’asse del sistema dal soggiorno come mera continuità temporale alla permanenza come esito di integrazione verificabile.
In questa prospettiva assume consistenza la proposta — che nel dibattito recente ha iniziato a emergere anche rispetto all’Accordo di integrazione — di sostituire logiche presuntive fondate sul tempo con criteri sostanziali fondati su indicatori comportamentali e funzionali: inserimento lavorativo reale, competenza linguistica, osservanza delle regole dell’ordinamento, partecipazione effettiva al contesto sociale.
Non si tratterebbe di introdurre criteri estranei alla tradizione giuridica europea, ma di rendere esplicita una conditionality già presente, seppur in forma frammentaria, in molte discipline dell’Unione.
In tale quadro, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può essere letto non come costruzione ideologica, ma come tentativo di ricondurre a coerenza sistemica ciò che i dati empirici mostrano come irrisolto: la permanenza non può essere criterio autosufficiente quando non sia correlata a un effettivo processo di integrazione.
L’interesse teorico del rapporto OCSE sta proprio qui.
Esso non dimostra semplicemente difficoltà di inclusione.
Dimostra la crisi di un modello giuridico che continua a presumere integrazione dove i dati mostrano, spesso, soltanto presenza.
E questa non è una criticità marginale del sistema.
È una questione di architettura del sistema.
Da questo punto di vista, il rapporto OCSE fornisce un supporto empirico rilevante alla tesi secondo cui l’integrazione debba essere elevata da obiettivo politico a criterio ordinatore della disciplina del soggiorno, e che l’assenza persistente di integrazione non possa rimanere priva di conseguenze nella costruzione del sistema.
In questa prospettiva, la crisi certificata dai dati non riguarda solo le politiche di integrazione.
Riguarda il fondamento stesso del modello migratorio attuale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista accreditato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea, ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428b

- Gli Stati Uniti incentivano l’auto-rimpatrio: la ReImmigrazione costa meno dell’espulsione forzata
- Uwe Boll, islamismo e diritti LGBTQ: dietro la provocazione c’è una contraddizione europea
- Immigrazione e asilo: tre eventi formativi organizzati dall’Avv. Fabio Loscerbo e accreditati dall’Ordine degli Avvocati di Bologna
- Il voto gay si sposta a destra? Immigrazione e sicurezza mettono in crisi la sinistra europea
- Bologna accoglie, ma rifiuta i rimpatri: la contraddizione del modello Lepore
- LIVE – Doppia cittadinanza: è davvero compatibile con una piena integrazione?
- Parigi, tre donne accoltellate: perché l’Europa deve studiare il rapporto tra marginalità, migrazione e disagio psichico
- L’immigrazione non è soltanto manodopera: il limite della strategia industriale italiana
- Polizia dell’Immigrazione: il modello argentino di Milei e la proposta italiana a confronto
- Dall’ingresso al rimpatrio: perché l’Italia ha bisogno di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione
- Il caso Ridha dimostra che l’Italia ha bisogno di una Polizia dell’Immigrazione
- Il caso Ridha dimostra il fallimento dello Stato: nega il permesso, dispone il rimpatrio e poi lascia nascere un “invisibile”
- LIVE – Cittadinanza e integrazione non sono la stessa cosa
- BERLINO SOTTO ATTACCO. L’EUROPA DEVE COLPIRE GLI ISLAMISTI E DIFENDERE LA LIBERTÀ
- Berlino, il terrorismo colpisce il Pride: il fallimento dell’integrazione non può più essere nascosto
- LIVE – La protezione complementare dimostra che l’integrazione è già una categoria giuridica
- Perché il diritto italiano è oggi il più avanzato in materia di integrazione?
- LIVE – L’integrazione deve diventare il presupposto della permanenza
- Can U.S. Immigration Law Learn from the Italian Model?
- Decreto anti-maranza: lo Stato punisce il fallimento dell’integrazione, ma non lo previene
- “Immigrazione, i dati che raccontano la condizione degli stranieri in Italia” – conoscere i numeri è indispensabile, ma non basta se continuiamo a non misurare l’integrazione
- “Stefano Feltri: ‘In Italia non c’è un problema sicurezza, il governo fa misure a caso’ – la sicurezza non si misura solo con i reati, ma anche con la qualità dell’integrazione
- LIVE – La ReImmigrazione non è il punto di partenza. È il punto di arrivo.
- Le droit français peut-il s’inspirer du modèle italien ?
- Il fallimento del modello Lepore: Bologna finanzia l’immigrazione, ma non misura l’integrazione
- LIVE – Più integrazione significa meno spesa per il welfare?
- Kann das deutsche Aufenthaltsrecht vom italienischen Modell lernen?
- LIVE – Perché propongo un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione
- ¿Puede el Derecho español inspirarse en el modelo italiano?
- Il costo dell’immigrazione cambia nel tempo: per questo l’integrazione va verificata periodicamente
- Gli Stati Uniti arrestano 478 immigrati in una settimana. Il vero insegnamento è che il controllo non può iniziare solo dopo il fallimento dell’integrazione
- Immigrazione e asilo: tre eventi formativi organizzati dall’Avv. Fabio Loscerbo e accreditati dall’Ordine degli Avvocati di Bologna
- LIVE – Perché serve una Polizia dell’Immigrazione
- Could the United Kingdom Learn from the Italian Model?
- “Bonaccini: la remigrazione non risolve i problemi dell’Italia” – la vera domanda è quale modello li risolve
- “Remigrazione, Iacchetti contro Salvini e Vannacci” – il dibattito sull’immigrazione merita argomenti, non derisione
- Gli immigrati versano 12,6 miliardi di Irpef. Ma pagare le tasse non basta a dimostrare l’integrazione
- Al Nordest servono immigrati. Ma il bisogno delle imprese non basta a garantire l’integrazione
- Quanto costa davvero l’immigrazione? Il problema che nessuno misura è il fallimento dell’integrazione
- Carlo Fidanza apre all’integrazione. Ma senza un requisito giuridico il vero problema dell’immigrazione resta irrisolto
- LIVE – Una cauzione per entrare in Italia? Ecco perché l’ho proposta
- “Bus gratis ai migranti, la polemica di Bologna” – il problema non è il beneficio, ma l’assenza di un progetto di integrazione
- “Migranti, il no ai Centri per il rimpatrio unisce l’Italia da Nord a Sud” – opporsi ai CPR non basta, serve un’alternativa giuridica credibile
- LIVE – Perché propongo il deposito del passaporto durante il percorso di integrazione
- Perché il diritto italiano è oggi il più avanzato in materia di integrazione?
- “Bus gratis ai migranti? Il vero problema è che continuiamo a finanziare l’integrazione senza pretendere l’integrazione”
- Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” entra nel dibattito pubblico
- La 17enne radicalizzata e il fallimento dell’integrazione: il nodo delle seconde generazioni
- LIVE – L’integrazione deve essere verificata nel tempo, non una sola volta
- Can U.S. Immigration Law Learn from the Italian Model?
- Magnus Brunner sbaglia: il Patto UE sull’immigrazione ignora il vero problema dell’integrazione
Lascia un commento