Bologna e le seconde generazioni: quando il quartiere dei genitori diventa il destino dei figli

Il fallimento di una politica locale dell’integrazione non si manifesta necessariamente attraverso conflitti aperti, episodi di violenza o forme immediatamente riconoscibili di separazione tra gruppi sociali. Può emergere in modo più lento e meno visibile, quando le condizioni economiche, abitative e territoriali della prima generazione si trasmettono ai figli, trasformando uno svantaggio inizialmente collegato alla storia migratoria della famiglia in una posizione sociale tendenzialmente permanente. È precisamente su questo terreno che Bologna dovrebbe interrogare con maggiore severità il sistema di politiche costruito negli ultimi anni, perché una città non può dichiararsi integrata limitandosi a garantire servizi, mediazione e assistenza, se poi non verifica se i figli degli immigrati riescano effettivamente a emanciparsi dalla collocazione sociale e territoriale dei propri genitori.

La ricerca di Irene Giunchi, Manuela Maggio e Marco Castrignanò, pubblicata nel 2026 su Urban Research & Practice e fondata su dati amministrativi individuali e analisi geospaziali relativi a Bologna nell’anno scolastico 2021-2022, offre un elemento particolarmente importante per comprendere questo fenomeno. La città presenta complessivamente livelli contenuti di segregazione residenziale, ma la distribuzione disomogenea degli alloggi di edilizia pubblica, combinata con la crescente presenza di minori di origine straniera tra i nuclei assegnatari, determina significative diseguaglianze all’interno del territorio urbano. Nelle aree di pertinenza scolastica caratterizzate da una maggiore concentrazione di edilizia pubblica aumenta, infatti, l’esposizione degli studenti a scuole nelle quali si concentrano condizioni di fragilità sociale e provenienze migratorie.

Il dato deve essere interpretato con prudenza. Non significa che l’edilizia pubblica produca automaticamente segregazione, né consente di attribuire alle famiglie che vi abitano la responsabilità delle difficoltà scolastiche del territorio. L’accesso a un alloggio pubblico costituisce, al contrario, uno strumento fondamentale di protezione sociale e di attuazione sostanziale del diritto all’abitazione. Il problema nasce quando l’assegnazione delle abitazioni, la loro localizzazione, la delimitazione dei bacini scolastici e la distribuzione dei servizi finiscono per concentrare nello stesso spazio povertà economica, origine migratoria, fragilità familiare e minori opportunità educative. In quel momento una politica concepita per ridurre lo svantaggio rischia di contribuire, involontariamente, alla sua riproduzione.

La composizione della scuola non nasce davanti al cancello dell’istituto e non può essere compresa osservando esclusivamente ciò che avviene nelle classi. Essa è il risultato finale di decisioni assunte molto prima: dipende dalla geografia degli alloggi accessibili, dall’organizzazione del trasporto pubblico, dalla distribuzione dei servizi per l’infanzia, dalla struttura dei bacini di utenza, dalle strategie familiari di scelta o di elusione di determinate scuole e dalla capacità delle famiglie economicamente più forti di trasferirsi, scegliere percorsi alternativi oppure sostenere i costi di spostamenti quotidiani. Se questi elementi non vengono considerati congiuntamente, il Comune interviene sugli effetti senza governare le cause.

È in questo passaggio che emerge il limite del modello amministrativo applicato fino a oggi a Bologna. L’amministrazione ha progressivamente ampliato gli strumenti dell’inclusione, della mediazione e dell’assistenza, ma ha continuato a valutare prevalentemente l’azione pubblica attraverso la quantità dei servizi predisposti, delle risorse impiegate, degli sportelli attivati e dei progetti finanziati. Una simile impostazione può dimostrare che il Comune ha svolto determinate attività, ma non permette di stabilire se quelle attività abbiano realmente prodotto integrazione, mobilità sociale e convergenza delle opportunità.

Per verificare l’integrazione delle seconde generazioni non basta conoscere il numero degli alunni con cittadinanza non italiana, né è sufficiente accertare quanti mediatori culturali siano presenti nelle scuole. Occorre misurare se, con il trascorrere degli anni, i figli delle famiglie immigrate presentino probabilità comparabili a quelle dei loro coetanei di accedere ai diversi indirizzi scolastici, di completare gli studi, di iscriversi all’università, di entrare nelle professioni qualificate e di uscire dai quartieri nei quali si erano concentrate le iniziali condizioni di fragilità. L’integrazione sostanziale esiste quando l’origine familiare perde progressivamente la capacità di prevedere il destino sociale della persona; quando, invece, il luogo nel quale vivevano i genitori continua a determinare la scuola frequentata, il percorso formativo, il lavoro e la posizione economica dei figli, la cittadinanza formale non è stata accompagnata da un’effettiva integrazione.

Questo non comporta la cancellazione della responsabilità individuale e familiare. I genitori restano responsabili dell’adempimento dell’obbligo scolastico, della frequenza regolare, della collaborazione con gli insegnanti, dell’educazione dei figli al rispetto delle regole comuni e della valorizzazione dell’apprendimento della lingua italiana. Le istituzioni non possono sostituirsi alla famiglia in tutti gli aspetti del percorso educativo, né possono garantire per decreto il successo scolastico e professionale di ogni minore. Tuttavia, secondo il principio dell’asimmetria della responsabilità, ciascun soggetto deve rispondere delle condizioni che rientrano nella propria effettiva possibilità di controllo. Una famiglia può essere chiamata a rispondere della mancata frequenza scolastica o del rifiuto sistematico di collaborare con la scuola, ma non può essere considerata responsabile della concentrazione degli alloggi popolari, della delimitazione dei bacini scolastici o della distribuzione territoriale dei servizi. Queste ultime condizioni dipendono dalle istituzioni e devono essere verificate come parte integrante della politica dell’integrazione.

Neppure sarebbe corretto attribuire all’attuale amministrazione comunale la responsabilità esclusiva di assetti urbanistici e sociali formatisi nel corso di decenni. La responsabilità politica sorge, però, quando gli effetti di quegli assetti diventano conoscibili e misurabili e, nonostante ciò, l’amministrazione continua a presentare Bologna come un sistema complessivamente riuscito senza predisporre strumenti adeguati per correggere le diseguaglianze interne. Non essere responsabili dell’origine storica di un problema non esonera dalla responsabilità di affrontarlo quando esso viene documentato.

Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione consente di superare questa insufficienza perché non considera l’integrazione come una dichiarazione di intenti, una generica apertura culturale o la semplice disponibilità di prestazioni sociali. La considera un processo verificabile, nel quale devono essere distinti la predisposizione formale dello strumento, la sua concreta accessibilità, il comportamento della persona destinataria, il risultato conseguito e l’evoluzione di quel risultato nel tempo. Applicato alle seconde generazioni, questo metodo imporrebbe al Comune di costruire un Indice comunale di integrazione capace di mettere in relazione almeno la collocazione dell’edilizia pubblica, la distribuzione territoriale dei cittadini stranieri e dei minori con background migratorio, i bacini scolastici, gli indirizzi scelti alle scuole superiori, la dispersione, l’accesso all’università, l’inserimento lavorativo e la mobilità abitativa.

Un simile Indice non dovrebbe servire a classificare etnicamente i quartieri né a trasformare l’origine delle famiglie in un marchio amministrativo. Dovrebbe, al contrario, permettere di individuare tempestivamente i territori nei quali più fattori di svantaggio si stanno sovrapponendo, affinché l’amministrazione possa intervenire prima che la concentrazione diventi strutturale. L’Allerta comunale di fragilità prevista dal Paradigma dovrebbe attivarsi proprio quando povertà, edilizia pubblica, difficoltà linguistiche, dispersione scolastica e bassa mobilità sociale cominciano a coincidere stabilmente nello stesso spazio urbano.

Da questa conoscenza dovrebbero derivare decisioni concrete: una diversa programmazione dell’edilizia sociale, una revisione ragionata dei bacini scolastici, il rafforzamento dei trasporti verso istituti differenti, l’equilibrata distribuzione dei servizi educativi, forme di orientamento scolastico capaci di contrastare l’automatismo che indirizza gli studenti più fragili verso i percorsi considerati meno prestigiosi e una valutazione periodica dei risultati. Non si tratta di redistribuire artificialmente gli alunni per ottenere una fotografia statisticamente rassicurante, ma di impedire che l’amministrazione pubblica consolidi, attraverso decisioni separate e apparentemente neutrali, le condizioni dalle quali nasce la segregazione.

Il tema assume un rilievo ancora maggiore quando riguarda ragazzi nati o cresciuti in Italia, molti dei quali possiedono o acquisiranno la cittadinanza italiana. Continuare a leggerli esclusivamente attraverso la categoria dell’immigrazione significa non comprendere che il problema non riguarda più soltanto il rapporto tra lo straniero e lo Stato, ma la futura composizione della comunità nazionale e locale. Se un giovane cittadino italiano eredita stabilmente la marginalità economica, abitativa e scolastica associata alla storia migratoria della propria famiglia, non si è prodotto un semplice insuccesso individuale: si è formata una frattura interna alla cittadinanza, destinata a incidere sulla coesione sociale della città.

Bologna dispone di istituzioni, università, dati amministrativi e competenze tecniche che le consentirebbero di affrontare questo problema con maggiore serietà rispetto a molte altre realtà italiane. Proprio per questa ragione non può accontentarsi di una rappresentazione celebrativa della propria tradizione inclusiva. La tradizione amministrativa bolognese merita di essere valorizzata attraverso la capacità di correggersi, non mediante la difesa automatica delle politiche esistenti. Un sistema pubblico dimostra la propria solidità quando accetta di misurare gli effetti delle proprie decisioni e di modificarle se non producono i risultati attesi.

Il vero banco di prova non consiste, dunque, nel numero dei progetti destinati agli immigrati, ma nella traiettoria dei loro figli. Se il quartiere assegnato ai genitori continua a definire la scuola frequentata dai minori e, attraverso la scuola, le possibilità professionali e sociali dell’età adulta, il percorso di integrazione si è arrestato. Bologna potrà sostenere di avere superato il proprio attuale modello soltanto quando l’origine migratoria e la collocazione abitativa della prima generazione avranno progressivamente smesso di determinare il destino della seconda. Il Paradigma propone precisamente questo cambio di prospettiva: passare dall’inclusione proclamata all’integrazione verificata, attribuendo responsabilità a ciascun soggetto in relazione alle condizioni che può realmente controllare e giudicando le politiche comunali non dalle intenzioni che dichiarano, ma dai risultati che producono nel tempo.

Fonte scientifica: Irene Giunchi, Manuela Maggio e Marco Castrignanò, “Public housing and school segregation: evidence from a Southern European city”, Urban Research & Practice, 2026, DOI 10.1080/17535069.2026.2695827.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE numero 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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