Nel giro di pochi giorni il dibattito italiano sulla crisi demografica ha offerto due rappresentazioni apparentemente contrapposte dello stesso problema. Da una parte Renato Brunetta, intervenendo al Forum di Cernobbio, ha parlato di una vera e propria «glaciazione demografica», contestando apertamente l’idea che l’immigrazione possa rappresentarne la soluzione. Dall’altra Elsa Fornero ha richiamato la necessità di donne, giovani e immigrati per evitare che l’invecchiamento e la riduzione della popolazione attiva conducano l’Italia verso un progressivo declino economico e sociale.
Sarebbe facile trasformare queste due posizioni nell’ennesima contrapposizione tra favorevoli e contrari all’immigrazione. Sarebbe anche poco utile, perché entrambe contengono una parte della realtà e, soprattutto, entrambe consentono di mettere a fuoco il limite della domanda che da anni domina il dibattito pubblico: quanti immigrati servono all’Italia per compensare gli italiani che non nascono più?
È probabilmente la domanda sbagliata.
La crisi demografica italiana è innanzitutto un problema interno alla società italiana. Riguarda il numero sempre minore di figli, il progressivo innalzamento dell’età media, l’uscita dal mercato del lavoro delle generazioni numericamente più consistenti, la difficoltà dei giovani nel raggiungere una stabilità economica e abitativa, la trasformazione della famiglia e l’insufficienza delle politiche che dovrebbero rendere concretamente possibile avere figli.
L’immigrazione interviene su questo quadro, ma non ne elimina le cause.
Un lavoratore straniero che entra nel mercato del lavoro italiano aumenta la popolazione attiva, produce reddito, versa contributi e può contribuire alla sostenibilità del sistema previdenziale. Sotto questo profilo, l’argomento richiamato da Fornero ha una propria consistenza economica. Negarlo significherebbe ignorare la struttura demografica del Paese e la presenza ormai strutturale dei lavoratori stranieri in numerosi settori produttivi.
Ma Brunetta pone un’obiezione altrettanto importante: compensare gli effetti della denatalità attraverso nuovi ingressi non significa avere risolto la denatalità.
Se ogni riduzione della popolazione italiana viene compensata attraverso l’aumento della popolazione straniera, il numero complessivo degli abitanti può diminuire più lentamente e la popolazione in età lavorativa può essere parzialmente sostenuta. Tuttavia, nel medio e lungo periodo, cambia inevitabilmente la composizione della società.
Ed è precisamente su questo passaggio che il dibattito italiano diventa sorprendentemente povero.
Si calcola quanti lavoratori mancheranno, quanti pensionati dovranno essere sostenuti, quanti stranieri potrebbero essere necessari alle imprese, ma molto meno frequentemente ci si interroga sulla società che nascerà da questa trasformazione demografica.
Una nazione non è semplicemente la somma dei contribuenti che vi risiedono.
È un sistema di relazioni, una lingua comune, un ordinamento giuridico, una memoria collettiva, istituzioni, comportamenti sociali e un patrimonio di principi attraverso i quali persone differenti riescono a riconoscersi come appartenenti alla medesima comunità politica.
Per questo il vero problema non è stabilire se abbia ragione Brunetta oppure Fornero. Il problema è comprendere che demografia, immigrazione e integrazione sono tre questioni diverse che devono essere governate contemporaneamente.
La natalità richiede una politica della natalità.
L’immigrazione richiede una politica degli ingressi.
La trasformazione della popolazione richiede una politica dell’integrazione.
Confondere questi tre livelli significa inevitabilmente produrre soluzioni parziali.
È qui che la contrapposizione tra Brunetta e Fornero incontra uno dei principi centrali del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: il migrante deve essere considerato come soggetto giuridico e non come oggetto della politica.
L’economicismo migratorio tende invece a compiere esattamente l’operazione opposta. Lo straniero diventa una risposta funzionale a un problema della società ospitante: mancano lavoratori, dunque servono immigrati; diminuiscono i contribuenti, dunque servono immigrati; alcuni territori si spopolano, dunque servono immigrati.
La persona viene valutata per ciò che serve al sistema e non per la traiettoria che costruisce all’interno della comunità.
È una prospettiva che, paradossalmente, presenta un limite simile a quello delle concezioni identitarie più radicali della remigrazione. Queste ultime tendono a classificare lo straniero attraverso la sua appartenenza originaria; l’economicismo lo classifica attraverso la sua utilità produttiva. Nel primo caso l’individuo rischia di scomparire dietro la propria provenienza, nel secondo dietro la propria funzione economica.
Il paradigma propone una strada differente.
La persona straniera che entra e soggiorna in Italia deve essere considerata individualmente, attraverso il rapporto concreto che costruisce con il Paese: il lavoro certamente, ma anche la conoscenza della lingua e il rispetto delle regole. Sono precisamente i tre indicatori verificabili dell’integrazione individuati nel secondo pilastro del paradigma.
Questo passaggio diventa ancora più importante se l’immigrazione viene considerata necessaria per affrontare gli squilibri demografici. Quanto più una società decide di utilizzare l’immigrazione come componente strutturale della propria popolazione futura, tanto maggiore dovrebbe essere l’investimento politico e istituzionale sull’integrazione.
E invece accade spesso il contrario.
Si discute approfonditamente di quanti lavoratori stranieri fare entrare, ma molto meno di come accompagnarne la permanenza. Si programmano quote di ingresso sulla base delle esigenze delle imprese, mentre rimane debole la costruzione di un percorso successivo attraverso il quale la persona debba progressivamente inserirsi nella comunità nazionale.
Il rischio è quello di produrre ciò che potremmo definire una sostituzione statistica senza integrazione sociale.
Il numero degli abitanti viene mantenuto, almeno parzialmente; quello dei lavoratori viene sostenuto; alcuni vuoti produttivi vengono riempiti. Ma contemporaneamente può crescere una società composta da gruppi che vivono nello stesso territorio senza sviluppare una sufficiente appartenenza comune.
È questo il problema che diventerà centrale nei prossimi decenni.
Le seconde generazioni ne costituiscono già un’anticipazione. I figli degli immigrati frequentano le scuole italiane, parlano italiano, costruiscono qui una parte fondamentale della propria identità, ma non necessariamente sviluppano automaticamente un’identificazione con la comunità nazionale. L’integrazione non può essere semplicemente presunta sulla base del luogo di nascita o del numero di anni trascorsi nel territorio.
Deve essere costruita.
Per questa ragione la crisi demografica non dovrebbe indurre l’Italia a scegliere tra Brunetta e Fornero, ma a superare entrambe le impostazioni quando vengono assunte isolatamente.
Brunetta ha ragione nel ricordare che l’immigrazione non può sostituire una politica della natalità. Fornero ha ragione nel ricordare che un Paese che perde popolazione attiva non può ignorare il contributo dell’immigrazione.
Ma da queste due premesse deve derivare una terza conclusione.
Se l’immigrazione contribuirà alla popolazione italiana del futuro, l’integrazione deve diventare una delle principali politiche strutturali dello Stato.
Non un insieme di progetti occasionali, non un auspicio affidato alla buona volontà individuale e nemmeno un processo che si presume realizzato semplicemente perché sono trascorsi dieci o vent’anni.
Una politica pubblica vera, fondata su parametri verificabili, responsabilità reciproche e una chiara idea della comunità nella quale si vuole integrare.
La domanda, quindi, non è se l’immigrazione possa salvare l’Italia dalla crisi demografica.
La domanda decisiva è quale Italia vogliamo costruire mentre la sua popolazione cambia.
Perché si può sostituire un lavoratore con un altro lavoratore e un contribuente con un altro contribuente.
Ma una comunità non si ricostruisce attraverso una semplice compensazione statistica.
Si costruisce attraverso l’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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