Sui social si parla di immigrazione incontrollata. Il vero problema è l’integrazione incontrollata.

Scorrendo i social network è sempre più frequente imbattersi in una convinzione ormai divenuta quasi un luogo comune: l’insicurezza sarebbe la conseguenza di un’immigrazione incontrollata.

È una narrazione che intercetta un sentimento diffuso e che trae forza anche da fatti reali. L’immigrazione irregolare, gli ingressi clandestini e la difficoltà di eseguire molti provvedimenti di espulsione rappresentano problemi che nessuno può seriamente negare e che lo Stato ha il dovere di affrontare.

Tuttavia, proprio perché il tema è troppo importante per essere affrontato con slogan, credo sia necessario interrogarsi se il problema sia stato individuato correttamente.

A mio avviso, il vero problema non è l’immigrazione incontrollata.

Il vero problema è l’integrazione incontrollata.

Può sembrare una differenza soltanto terminologica. In realtà cambia completamente la prospettiva.

Quando si parla di immigrazione incontrollata si trasmette l’idea di uno Stato sostanzialmente assente, incapace di esercitare qualsiasi forma di controllo sul fenomeno migratorio.

Ma è davvero così?

L’immigrazione è probabilmente uno dei fenomeni più regolati e monitorati dell’intero ordinamento.

Esistono controlli consolari per il rilascio dei visti, controlli alle frontiere, identificazioni, fotosegnalamenti, banche dati nazionali ed europee, procedure amministrative, verifiche delle Questure, controlli di polizia, procedimenti davanti alle Commissioni territoriali, ricorsi giurisdizionali, trattenimenti nei CPR, espulsioni, rimpatri e un articolato sistema di cooperazione tra autorità italiane ed europee.

Si può discutere dell’efficacia di questi strumenti.

Si può sostenere che siano insufficienti.

Ma non si può affermare che l’immigrazione sia un fenomeno privo di controlli.

Il vero vuoto del sistema si manifesta dopo.

Una volta che una persona entra e soggiorna nel territorio nazionale, chi verifica realmente il suo percorso di integrazione?

Chi accerta periodicamente se abbia imparato la lingua italiana?

Chi verifica il suo inserimento lavorativo?

Chi misura il rispetto delle regole della convivenza civile?

Chi valuta l’effettiva adesione ai principi fondamentali della nostra Costituzione?

Chi controlla se il percorso di integrazione stia procedendo oppure sia completamente fallito?

La risposta, purtroppo, è semplice.

Questi controlli, nella forma sistematica e continuativa che caratterizza molti altri settori dell’azione amministrativa, oggi sostanzialmente non esistono.

Ed è proprio da questo vuoto che possono nascere marginalità, isolamento sociale, radicalizzazione, devianza e, nei casi più gravi, fenomeni di criminalità e di insicurezza.

Non è l’immigrazione, in quanto tale, a produrre automaticamente insicurezza.

Sarebbe una generalizzazione tanto ingiusta quanto incompatibile con i principi dello Stato di diritto.

L’insicurezza nasce quando lo Stato rinuncia a governare il percorso di integrazione e perde la capacità di distinguere chi sta diventando parte della comunità nazionale da chi, invece, rifiuta sistematicamente quel percorso.

Il sistema attuale commette un errore di fondo.

Dedica enormi energie al controllo dell’ingresso.

Dedica pochissime energie al controllo dell’integrazione.

Eppure è proprio l’integrazione a determinare, nel lungo periodo, la qualità della convivenza civile.

Da questa riflessione nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

L’idea è tanto semplice quanto innovativa.

Lo Stato dovrebbe dotarsi di strumenti giuridici capaci di verificare periodicamente il livello di integrazione raggiunto da ogni straniero attraverso criteri oggettivi, trasparenti e predeterminati: il rispetto delle leggi, l’inserimento lavorativo, la conoscenza della lingua italiana, l’adesione ai principi costituzionali, l’autonomia economica, la stabilità delle relazioni familiari e sociali, l’assenza di comportamenti incompatibili con la permanenza nella comunità nazionale.

Solo una valutazione individuale consente di distinguere chi ha costruito un autentico percorso di integrazione da chi lo ha deliberatamente rifiutato.

Ed è soltanto all’esito di questa valutazione che può eventualmente trovare applicazione la ReImmigrazione, non come misura collettiva o automatica, ma come conseguenza di un procedimento amministrativo fondato sul rispetto della Costituzione, del diritto dell’Unione europea e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Per anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere.

È una discussione legittima.

Ma è anche una discussione incompleta.

Il vero salto di qualità sarà possibile soltanto quando inizieremo a parlare del controllo dell’integrazione con la stessa attenzione con cui oggi discutiamo del controllo degli ingressi.

Perché la sicurezza non dipende soltanto da chi entra.

Dipende, soprattutto, da ciò che accade dopo.


Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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