Nel 2015 Bernie Sanders, figura storicamente identificata con la sinistra americana, affermò che un’immigrazione poco qualificata e di grandi dimensioni poteva contribuire a comprimere i salari dei lavoratori meno qualificati. Quelle dichiarazioni suscitarono un acceso dibattito, perché mettevano in discussione una narrazione allora largamente dominante.
A distanza di anni, il confronto pubblico continua a ruotare attorno alla stessa domanda: l’immigrazione fa bene o fa male all’economia?
È una domanda legittima.
Ma credo sia anche la domanda sbagliata.
Sia chi considera l’immigrazione una risorsa indispensabile per sostenere il sistema produttivo, sia chi la ritiene la causa della riduzione dei salari, condivide lo stesso presupposto: ridurre il fenomeno migratorio a una variabile economica.
In entrambi i casi lo straniero viene osservato principalmente come lavoratore, contribuente o costo sociale.
È una visione economicista dell’immigrazione che, pur partendo da conclusioni opposte, finisce per attribuire alla persona un valore quasi esclusivamente in funzione della sua utilità economica.
Una politica migratoria, invece, non può esaurirsi nel mercato del lavoro.
L’immigrazione è prima di tutto un fenomeno giuridico, costituzionale e sociale.
Riguarda la costruzione di una comunità nazionale fondata non soltanto sulla partecipazione al sistema produttivo, ma anche sulla condivisione dei principi fondamentali della Repubblica, sull’adempimento dei doveri civici, sul rispetto della legalità e sulla volontà di partecipare alla vita della collettività.
È proprio da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’obiettivo dello Stato non deve essere semplicemente reperire manodopera né limitarsi a contenere i flussi migratori.
L’obiettivo deve essere costruire un percorso di integrazione effettivo, verificabile e fondato sulla responsabilità reciproca.
Lo Stato ha il dovere di offrire strumenti adeguati per favorire l’integrazione.
Lo straniero, a sua volta, ha il dovere di dimostrare, attraverso la propria traiettoria individuale, la volontà di condividere i valori costituzionali, rispettare le regole della convivenza civile e partecipare pienamente alla comunità nazionale.
È questa traiettoria individuale, e non l’origine etnica, la religione, la nazionalità o la mera utilità economica, a costituire il criterio di valutazione.
Quando il percorso di integrazione raggiunge il suo obiettivo, la permanenza dello straniero rappresenta un valore per l’intera comunità.
Quando invece, nonostante gli strumenti messi a disposizione dallo Stato, il processo di integrazione fallisce in modo stabile e oggettivamente verificabile, il paradigma prevede la ReImmigrazione come istituto giuridico individuale, applicato nel rispetto della Costituzione, del diritto dell’Unione europea e degli obblighi internazionali.
Per questo motivo ritengo che il dibattito debba compiere un salto di qualità.
Bernie Sanders ha contribuito a porre una questione economica.
Oggi, però, è necessario affrontare una questione ancora più profonda.
Non dobbiamo chiederci soltanto se l’immigrazione aumenti o diminuisca i salari.
Dobbiamo chiederci quale modello di integrazione vogliamo costruire e quali strumenti giuridici siano necessari per garantire una società fondata su diritti, doveri e responsabilità reciproca.
Solo uscendo dalla visione economicista dell’immigrazione sarà possibile costruire una politica migratoria realmente coerente con i principi costituzionali e con le esigenze di una moderna democrazia.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo
ID Registro: 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0005-9506-0411

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