Secondo i più recenti dati dell’ISTAT, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione. È un dato che, al di là delle diverse sensibilità politiche, dovrebbe indurre a una riflessione di fondo: possiamo ancora affrontare l’immigrazione come un’emergenza oppure siamo ormai di fronte a un fenomeno strutturale che richiede strumenti di governo completamente diversi?
Per oltre trent’anni il dibattito pubblico italiano si è concentrato prevalentemente sugli ingressi. Gli sbarchi, i flussi irregolari, i rimpatri e la gestione dell’accoglienza hanno occupato il centro della discussione politica e mediatica. Tutti temi importanti, ma inevitabilmente orientati alla fase iniziale del fenomeno migratorio.
Il dato del 9,4%, però, racconta un’altra storia.
Quando quasi un residente su dieci è cittadino straniero, il problema principale non è più soltanto chi entra nel territorio nazionale. Diventa altrettanto importante comprendere come vivono le persone che già risiedono stabilmente in Italia e quali strumenti abbia lo Stato per accompagnare, verificare e valutare il loro percorso di integrazione.
Una politica costruita esclusivamente sull’emergenza rischia infatti di essere sempre in ritardo rispetto alla realtà. L’emergenza presuppone un evento eccezionale e temporaneo. La presenza stabile di oltre cinque milioni e mezzo di cittadini stranieri descrive invece una componente ormai strutturale della società italiana.
Ed è proprio nei fenomeni strutturali che lo Stato è chiamato a esercitare la propria funzione di governo.
Oggi conosciamo con precisione il numero dei residenti stranieri, dei permessi di soggiorno rilasciati, delle domande di protezione internazionale, dei ricongiungimenti familiari e dei rimpatri eseguiti. Disponiamo di statistiche sempre più dettagliate sulla presenza amministrativa degli stranieri.
Manca però il dato più importante.
Non esiste un sistema pubblico che consenta di misurare il livello effettivo di integrazione delle persone che vivono nel nostro Paese. Non sappiamo quanti abbiano raggiunto una piena autonomia economica, quanti abbiano acquisito una stabile conoscenza della lingua italiana, quanti partecipino alla vita della comunità, quanti abbiano consolidato un percorso lavorativo duraturo o quanti abbiano rispettato nel tempo gli impegni derivanti dall’Accordo di integrazione.
Questa assenza di indicatori produce un effetto paradossale.
Nel dibattito pubblico si tende spesso a considerare gli stranieri come un insieme indistinto, mentre una moderna politica migratoria dovrebbe distinguere le situazioni individuali. Chi dimostra, nel tempo, un’effettiva integrazione rappresenta una realtà profondamente diversa da chi, invece, non costruisce alcun percorso di inserimento sociale e di rispetto delle regole della convivenza.
Senza questa distinzione, ogni discussione rischia di oscillare tra due estremi: da un lato chi ritiene che ogni permanenza debba essere comunque favorita; dall’altro chi propone soluzioni generalizzate fondate esclusivamente sull’allontanamento. Entrambe le impostazioni finiscono per trascurare l’elemento decisivo: la valutazione concreta del percorso individuale.
Il dato del 9,4% impone dunque un cambio di prospettiva. Non basta più amministrare gli ingressi. Occorre governare la permanenza.
Ciò significa dotarsi di strumenti capaci di misurare l’integrazione attraverso criteri oggettivi, verificabili e trasparenti, affinché le politiche migratorie non siano guidate soltanto dalla gestione delle emergenze, ma da una conoscenza effettiva della realtà.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca proprio in questa prospettiva. L’obiettivo non è sostituire il diritto con gli slogan, ma superare un limite conoscitivo delle politiche attuali: lo Stato sa quanti cittadini stranieri vivono in Italia, ma non dispone ancora di un sistema organico per misurarne il percorso di integrazione.
Se quasi il 10% della popolazione è costituito da cittadini stranieri, continuare a ragionare esclusivamente in termini emergenziali significa guardare solo all’inizio del fenomeno migratorio. La sfida dei prossimi anni sarà invece quella di costruire una politica della permanenza, fondata sulla responsabilità individuale, sulla verifica dell’integrazione e sulla capacità delle istituzioni di governare un fenomeno che, ormai, fa parte stabilmente della società italiana.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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