Gli attentati che hanno colpito la Francia nel 2015 rappresentano uno degli eventi più drammatici della storia europea contemporanea. Tra il massacro nella redazione di Charlie Hebdo e la strage del Bataclan, 149 persone persero la vita in attacchi terroristici che sconvolsero l’opinione pubblica internazionale e modificarono profondamente le politiche di sicurezza del continente.
A distanza di anni, tuttavia, la lezione più importante di quegli eventi continua ad essere spesso ignorata.
Molti degli attentatori non erano immigrati appena arrivati in Europa. Non erano persone sbarcate da poche settimane sulle coste del Mediterraneo. Non provenivano direttamente da zone di guerra per colpire il cuore dell’Europa.
Erano cittadini europei oppure persone cresciute fin dall’infanzia in Francia e in Belgio. Frequentavano le scuole europee, parlavano francese, conoscevano perfettamente il contesto sociale in cui vivevano e si muovevano all’interno delle nostre città senza destare particolari sospetti.
In altre parole, non venivano da lontano. Abitavano qui.
Questo dato dovrebbe imporre una riflessione seria e priva di pregiudizi ideologici. Per molti anni il dibattito pubblico europeo si è concentrato quasi esclusivamente sul numero degli ingressi, trascurando una questione altrettanto fondamentale: cosa accade dopo l’arrivo?
L’esperienza francese dimostra che la mera presenza sul territorio non produce automaticamente integrazione. Vivere in Europa non significa necessariamente sentirsi parte dell’Europa. Ottenere documenti, frequentare una scuola o svolgere un’attività lavorativa non garantisce di per sé l’adesione ai principi fondamentali della convivenza democratica.
Le indagini successive agli attentati hanno evidenziato come molti dei responsabili fossero passati attraverso percorsi di marginalità sociale, criminalità comune, radicalizzazione religiosa e propaganda jihadista online. In numerosi casi si trattava di soggetti che avevano sviluppato una profonda ostilità verso le società nelle quali erano cresciuti.
Ciò non significa attribuire responsabilità collettive a intere comunità. Milioni di cittadini europei di origine straniera vivono, lavorano, studiano e contribuiscono ogni giorno allo sviluppo delle nostre società. Molte delle vittime del terrorismo jihadista sono state esse stesse musulmane.
Significa però riconoscere che il tema dell’integrazione non può essere considerato secondario.
Dal punto di vista del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, gli attentati di Parigi rappresentano la manifestazione più estrema del fallimento dell’integrazione. Quando una persona rifiuta i valori fondamentali della società in cui vive, respinge le regole della convivenza civile e aderisce a ideologie incompatibili con la democrazia, il problema non riguarda più soltanto la sicurezza pubblica. Riguarda il rapporto stesso tra individuo e comunità nazionale.
Per questo motivo l’integrazione non può essere ridotta ad uno slogan o ad una semplice aspirazione politica. Deve diventare un percorso concreto fondato su elementi verificabili: conoscenza della lingua, partecipazione alla vita sociale, rispetto delle leggi e adesione ai principi costituzionali.
L’Europa ha investito enormi risorse nel controllo delle frontiere e nel contrasto al terrorismo internazionale. Molto meno è stato fatto per affrontare le cause profonde della radicalizzazione che si sviluppa all’interno delle società europee.
La lezione di Parigi è dunque semplice ma scomoda: il problema non nasce soltanto fuori dall’Europa. Talvolta nasce dentro l’Europa stessa.
Ignorare questa realtà significa esporsi al rischio di ripetere gli errori del passato.
L’integrazione non è un risultato automatico dell’immigrazione. È una responsabilità reciproca che richiede impegno da parte dello Stato e da parte di chi sceglie di vivere stabilmente all’interno della comunità nazionale.
Quando questo processo funziona, produce coesione sociale, sicurezza e sviluppo. Quando fallisce, le conseguenze possono essere drammatiche.
La storia della Francia nel 2015 dovrebbe ricordarcelo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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