Il programma Donne Migranti FSE+ mette a disposizione 10 milioni di euro per interventi nelle sette Regioni meno sviluppate: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. L’Avviso pubblico n. 1/2026, adottato con decreto direttoriale n. 57 del 17 aprile 2026 nell’ambito del Programma nazionale Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027, finanzia progetti di inclusione socio-lavorativa ed empowerment con una durata massima ordinaria di ventiquattro mesi. La misura è un banco di prova concreto: le risorse acquistano significato soltanto se producono traiettorie individuali documentabili, non se si esauriscono nel conteggio delle attività realizzate.
L’intervento individua tre linee: inserimento socio-lavorativo delle vittime di tratta, grave sfruttamento lavorativo o violenza di genere; qualificazione del lavoro domestico e di cura; inclusione delle donne migranti disoccupate, inattive o occupate in condizioni precarie. È una distinzione necessaria, perché bisogni diversi non possono essere governati con un’unica prestazione standard. La persona che deve uscire da una rete di sfruttamento, la lavoratrice domestica che necessita di competenze certificate e la donna rimasta lontana dal mercato del lavoro richiedono strumenti, tempi e garanzie differenti.
Il punto decisivo è passare dalla categoria amministrativa alla traiettoria individuale. Essere donna e migrante descrive una condizione generale, ma non misura né la capacità iniziale né gli ostacoli effettivi né i progressi compiuti. Ogni percorso dovrebbe partire da una valutazione documentata di competenze, titolo di soggiorno, conoscenza linguistica, carichi di cura, autonomia abitativa, condizioni di salute, esposizione alla violenza e distanza dal lavoro regolare. Solo questa base consente di assegnare strumenti proporzionati e di verificare i risultati senza generalizzazioni collettive.
L’accessibilità degli strumenti viene prima della valutazione della responsabilità individuale. Formazione e orientamento restano nominali se mancano servizi di conciliazione, mediazione linguistica, trasporti, riconoscimento delle competenze, assistenza legale e collegamento con imprese disposte a offrire rapporti regolari. Per le vittime di tratta o violenza occorrono inoltre protezione, riservatezza e coordinamento con i servizi territoriali. Un percorso può essere esigente verso la persona soltanto quando l’amministrazione dimostra che le opportunità previste erano concretamente raggiungibili.
La misurazione non può fermarsi al numero di colloqui, corsi o tirocini. Gli indicatori più utili riguardano la regolarità e la durata del contratto, la coerenza tra mansione e competenze, la crescita del reddito disponibile, la stabilità abitativa, l’accesso autonomo ai servizi, il conseguimento di qualifiche spendibili e l’uscita da condizioni di sfruttamento. Devono essere osservati anche gli esiti a distanza di tempo, perché un inserimento breve seguito da nuova precarietà non equivale a un’autonomia consolidata.
La presenza di sette Regioni rende indispensabile una griglia comune di dati e risultati. Senza definizioni omogenee, ogni territorio rischia di chiamare “successo” fenomeni differenti e non comparabili. Una regia pubblica dovrebbe assicurare fascicoli individuali interoperabili nel rispetto della protezione dei dati, criteri condivisi di presa in carico e verifiche periodiche sulla qualità degli esiti. Il finanziamento europeo diventerebbe così parte di un sistema unitario della permanenza, anziché una sequenza di progetti isolati.
L’inclusione lavorativa non coincide né con assistenza indefinita né con assimilazione. Richiede la possibilità reale di partecipare e, insieme, la disponibilità della persona a utilizzare gli strumenti, rispettare le regole del lavoro e costruire progressivamente autonomia. Origine, lingua o appartenenza culturale non possono diventare criteri di giudizio collettivo; ciò che rileva è il percorso concreto, valutato sulla base di opportunità rese effettive e comportamenti individuali verificabili.
Il programma Donne Migranti FSE+ può quindi produrre un risultato più ampio del singolo inserimento se trasforma ogni progetto in conoscenza amministrativa: quali strumenti funzionano, per chi, in quali tempi e con quali condizioni. La sequenza corretta resta disponibilità effettiva delle opportunità, percorso individuale, misurazione della traiettoria e autonomia. È su questa catena, non sulla sola spesa dei 10 milioni, che dovrà essere valutata la capacità pubblica di governare l’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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