L’articolo de Il Giornale (consultabile qui: https://www.ilgiornale.it/news/stanza-feltri/immigrazione-massa-ora-paghiamo-conto-2663084.html) sviluppa una tesi ormai sempre più diffusa nel dibattito europeo: l’Europa starebbe subendo le conseguenze di decenni di immigrazione di massa gestita senza controllo.
È una lettura che intercetta un disagio reale.
Ma il rischio è individuare il problema nella quantità dell’immigrazione anziché nella qualità del sistema che avrebbe dovuto governarla.
Perché il punto centrale non è semplicemente quanti stranieri siano entrati.
Il punto è che l’Europa, per anni, ha affrontato l’immigrazione quasi esclusivamente attraverso due approcci entrambi insufficienti: da un lato il bisogno economico di manodopera, dall’altro una concezione multiculturalista fondata sull’idea che la convivenza si sarebbe prodotta spontaneamente.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
L’integrazione è rimasta spesso un concetto retorico, privo di criteri giuridici chiari e verificabili. In molti casi il sistema si è limitato a consentire la permanenza, senza costruire un vero percorso di appartenenza ordinamentale.
Ed è proprio questo vuoto che oggi produce tensioni sociali e politiche.
L’articolo coglie correttamente il fatto che esiste una crisi del modello europeo. Tuttavia, il rischio di questa impostazione è quello di trasformare l’immigrazione in una categoria indistinta, trattando fenomeni molto diversi come se fossero omogenei.
Non tutta l’immigrazione produce gli stessi effetti.
Esistono percorsi di integrazione riusciti e percorsi falliti. Esistono soggetti pienamente inseriti nel tessuto sociale e altri che restano ai margini. Il problema è che il sistema europeo, salvo rare eccezioni, non ha mai costruito un meccanismo stabile per distinguere realmente tra queste situazioni.
Ed è qui che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Proprio dal rifiuto di due visioni opposte e speculari: – quella multiculturalista, che considera sufficiente la semplice presenza;
– quella puramente identitaria, che riduce il problema all’origine dello straniero.
Il criterio non può essere né economico né etnico.
Deve essere giuridico.
La permanenza sul territorio deve dipendere da elementi verificabili: lavoro reale, conoscenza linguistica, rispetto delle regole, adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
In assenza di questi elementi, il sistema perde legittimazione e produce inevitabilmente conflitto sociale.
Il “conto” di cui parla l’articolo, quindi, esiste davvero.
Ma non è il conto dell’immigrazione.
È il conto di un sistema che per anni ha evitato di affrontare la domanda fondamentale: cosa significa realmente integrarsi in uno Stato europeo?

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