Il Foglio e il governo dell’immigrazione: la legalità basta davvero?

L’articolo pubblicato da Il Foglio con il titolo “L’immigrazione si governa rendendo conveniente la legalità” affronta una questione centrale del dibattito migratorio contemporaneo. L’idea di fondo è semplice: se l’accesso ai canali regolari risulta più conveniente, più rapido e più efficace rispetto all’irregolarità, una parte significativa dei fenomeni migratori può essere governata in modo più ordinato e razionale.

Si tratta di una riflessione che contiene certamente elementi condivisibili. Nessun sistema migratorio può funzionare se la legalità appare più difficile, più costosa o più incerta dell’illegalità. Uno Stato serio deve essere in grado di costruire procedure chiare, tempi ragionevoli e regole comprensibili, perché la credibilità delle istituzioni passa anche dalla loro capacità di rendere concretamente praticabile il rispetto delle norme.

Tuttavia, proprio partendo da questa considerazione, emerge una domanda ulteriore: la legalità è davvero sufficiente per governare l’immigrazione?

A ben vedere, la risposta non può che essere negativa.

La legalità rappresenta una condizione necessaria, ma non costituisce l’obiettivo finale di una politica migratoria. Un soggetto può essere perfettamente regolare sotto il profilo amministrativo e, nello stesso tempo, non aver sviluppato alcun percorso di integrazione nel contesto sociale che lo ospita. Può possedere un permesso di soggiorno valido, ma non conoscere la lingua italiana, non partecipare alla vita della comunità, non condividere i principi fondamentali dell’ordinamento o non avere alcun reale legame con il territorio.

Allo stesso modo, l’esperienza giudiziaria dimostra come possano esistere situazioni nelle quali il livello di integrazione raggiunto da una persona risulti particolarmente elevato anche in presenza di problematiche amministrative o procedurali che incidono sulla regolarità del soggiorno.

La vera questione, quindi, non riguarda soltanto la distinzione tra regolarità e irregolarità. Riguarda soprattutto la capacità di uno Stato di misurare l’integrazione.

Il dibattito politico europeo continua ad oscillare tra due poli opposti. Da un lato vi è chi propone canali di ingresso più ampi e procedure di regolarizzazione più efficaci. Dall’altro vi è chi concentra l’attenzione prevalentemente sui rimpatri e sul rafforzamento degli strumenti di controllo. Entrambe le posizioni affrontano aspetti importanti del fenomeno, ma entrambe trascurano un elemento decisivo: la verifica del livello di integrazione effettivamente raggiunto dalla persona straniera.

È proprio in questo spazio che si colloca il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione.

Secondo questa impostazione, la legalità rappresenta il punto di partenza, non il punto di arrivo. L’obiettivo deve essere la costruzione di un percorso di integrazione fondato su parametri verificabili e misurabili. Il lavoro costituisce certamente uno degli elementi rilevanti, ma non può essere l’unico. Occorre considerare anche la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, l’assenza di condotte antisociali, la partecipazione alla vita della comunità e, più in generale, la capacità di inserirsi stabilmente nel tessuto sociale del Paese ospitante.

In questa prospettiva, la ReImmigrazione non rappresenta una misura punitiva, ma la conseguenza logica dell’assenza di integrazione. Se l’ordinamento riconosce allo straniero la possibilità di costruire il proprio futuro nel Paese di accoglienza, è ragionevole che pretenda anche un impegno concreto verso l’integrazione. Quando tale percorso non viene realizzato, nonostante la presenza di opportunità e strumenti adeguati, diventa inevitabile interrogarsi sulla permanenza del titolo che giustifica la presenza sul territorio.

L’articolo del Foglio ha dunque il merito di riaprire una discussione importante sulla funzione della legalità nelle politiche migratorie. Ma la vera sfida del futuro non sarà soltanto rendere conveniente la legalità. Sarà soprattutto costruire un sistema capace di distinguere tra chi si sta realmente integrando e chi, pur essendo formalmente regolare, rimane estraneo al contesto sociale nel quale vive.

La legalità è il mezzo.

L’integrazione è il fine.

Ed è proprio l’assenza di questa distinzione che continua a rappresentare uno dei principali limiti del dibattito migratorio europeo.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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