Il 4 giugno scorso, sulle pagine di ReImmigrazione, mi ponevo una domanda apparentemente semplice: come può una Questura stampare permessi di soggiorno e organizzare rimpatri nello stesso momento?
L’articolo, pubblicato al seguente indirizzo:
https://reimmigrazione.com/2026/06/04/come-puo-una-questura-stampare-permessi-e-fare-rimpatri-nello-stesso-momento/
partiva da una riflessione che ritengo ancora attuale.
Lo Stato italiano continua infatti ad affidare alle medesime strutture amministrative una quantità crescente di funzioni profondamente diverse tra loro, pretendendo che gli stessi uffici gestiscano contemporaneamente il rilascio dei permessi di soggiorno, le procedure di protezione internazionale, i rapporti con le Commissioni territoriali, le attività di controllo amministrativo, l’esecuzione delle espulsioni, i rimpatri e numerose altre incombenze connesse alla gestione del fenomeno migratorio.
A distanza di pochi giorni, tuttavia, il quadro appare ulteriormente cambiato.
L’entrata in vigore del nuovo Patto europeo Migrazione e Asilo impone infatti una riflessione ancora più profonda sul futuro dell’organizzazione amministrativa italiana.
Al di là del giudizio politico che ciascuno può formulare sui nuovi regolamenti europei, esiste un dato difficilmente contestabile: il sistema amministrativo chiamato ad applicare le nuove norme sarà sottoposto a un carico di lavoro significativamente superiore rispetto al passato.
Le nuove procedure europee richiedono attività di identificazione, registrazione, raccolta dati, verifiche documentali, aggiornamento delle banche dati, coordinamento con le autorità europee, monitoraggio delle procedure, gestione delle diverse categorie di stranieri e una molteplicità di ulteriori adempimenti burocratici che inevitabilmente ricadranno sugli uffici immigrazione delle Questure.
Si tratta di un fenomeno che rischia di produrre un effetto paradossale.
Da un lato l’Europa chiede procedure sempre più articolate, standardizzate e complesse. Dall’altro lato continua ad affidarne l’attuazione a strutture che già oggi operano in condizioni di forte pressione organizzativa.
La conseguenza è che il dibattito sull’immigrazione continua a concentrarsi sul contenuto delle norme, mentre si discute molto meno della capacità concreta delle amministrazioni di applicarle.
Eppure ogni giurista sa che una norma è efficace soltanto nella misura in cui esiste un apparato amministrativo in grado di renderla operativa.
È proprio per questa ragione che ritengo necessario aprire una riflessione sulla creazione di una vera Polizia dell’Immigrazione.
Non si tratta di una proposta ispirata a logiche repressive. Al contrario, si tratta di una proposta che nasce dall’esigenza di razionalizzare e specializzare l’azione amministrativa dello Stato.
L’immigrazione è ormai una materia che coinvolge aspetti giuridici, amministrativi, internazionali, sociali e organizzativi di straordinaria complessità. Continuare a gestirla attraverso strutture nate in un contesto storico completamente diverso significa ignorare la trasformazione che il fenomeno migratorio ha subito negli ultimi decenni.
Nessuno metterebbe in discussione l’esistenza di corpi specializzati in materia tributaria, ambientale, penitenziaria o ferroviaria. La specializzazione rappresenta una caratteristica tipica degli Stati moderni e risponde all’esigenza di concentrare competenze, formazione ed esperienza in settori particolarmente complessi.
Non si comprende allora perché proprio l’immigrazione, che costituisce una delle principali sfide politiche e amministrative del XXI secolo, debba continuare ad essere trattata come una competenza accessoria affidata a strutture chiamate contemporaneamente a svolgere numerose altre funzioni.
La questione diventa ancora più evidente se si osserva il fenomeno migratorio attraverso il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Se si accetta l’idea che la politica migratoria non debba limitarsi a controllare gli ingressi e a gestire le espulsioni, ma debba anche monitorare e valutare i percorsi di integrazione, allora appare evidente la necessità di una struttura specializzata capace di seguire l’intero percorso migratorio.
Una Polizia dell’Immigrazione non dovrebbe limitarsi ad accertare la regolarità del soggiorno o ad eseguire provvedimenti amministrativi. Dovrebbe rappresentare il soggetto incaricato di accompagnare, monitorare e verificare l’intero percorso dello straniero all’interno del sistema migratorio nazionale, collaborando con il futuro Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione e contribuendo alla raccolta degli indicatori necessari per valutare il livello di integrazione raggiunto.
In questa prospettiva, il controllo amministrativo e l’integrazione cessano di essere concetti contrapposti e diventano invece parti di un medesimo sistema.
Il vero interrogativo che il Patto europeo pone oggi all’Italia non riguarda soltanto le nuove procedure o i nuovi obblighi imposti agli Stati membri.
La domanda è più profonda.
Le strutture amministrative attualmente esistenti sono davvero adeguate a sostenere il livello di complessità che caratterizzerà la gestione dell’immigrazione nei prossimi decenni?
A mio avviso la risposta è sempre meno scontata.
Ed è proprio per questo che la proposta di una Polizia dell’Immigrazione merita di essere discussa non come una provocazione politica, ma come una possibile risposta organizzativa alle trasformazioni che stanno investendo l’intero sistema migratorio europeo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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