Il limite teorico della Remigrazione: l’integrazione continua a mancare

La crescente diffusione del concetto di Remigrazione rappresenta uno dei fenomeni più interessanti del dibattito europeo contemporaneo in materia di immigrazione. Per molti anni il confronto politico si è sviluppato quasi esclusivamente attorno alle questioni dell’accoglienza, dei flussi migratori e delle esigenze del mercato del lavoro. Oggi, invece, una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica pone una domanda diversa: che cosa accade quando il processo di integrazione fallisce?

È proprio da questa domanda che trae origine il successo della Remigrazione.

La Remigrazione si presenta infatti come una critica alla convinzione secondo cui la semplice presenza sul territorio nazionale sarebbe sufficiente a produrre integrazione. Essa evidenzia come possano esistere situazioni nelle quali lo straniero, pur vivendo per anni all’interno dello Stato ospitante, non sviluppi alcun reale rapporto con la comunità nazionale, mantenendo una condizione di separatezza sociale, culturale o comportamentale.

Sotto questo profilo, la Remigrazione individua un problema reale.

Il punto critico emerge però nel momento in cui si passa dall’individuazione del problema alla costruzione di una teoria politica e giuridica capace di affrontarlo.

È qui che compare quella che appare la principale debolezza teorica della Remigrazione: l’assenza di una elaborazione compiuta del concetto di integrazione.

Paradossalmente, il movimento politico e culturale che più di ogni altro denuncia il fallimento dell’integrazione è anche quello che dedica meno attenzione alla definizione dei criteri attraverso i quali l’integrazione dovrebbe essere valutata.

Il risultato è una evidente asimmetria concettuale.

La Remigrazione sviluppa una riflessione approfondita sulle condizioni che dovrebbero giustificare l’allontanamento di una persona dal territorio nazionale, ma dedica uno spazio assai più limitato alle condizioni che dovrebbero giustificare la sua permanenza.

Si tratta di una lacuna teorica tutt’altro che marginale.

Ogni sistema giuridico fondato sulla distinzione tra chi può rimanere e chi deve partire necessita infatti di un criterio di selezione. Senza tale criterio, il rischio è quello di trasformare la valutazione della permanenza in un giudizio inevitabilmente discrezionale, fondato su elementi difficilmente verificabili o suscettibili di interpretazioni contrastanti.

In altri termini, prima ancora di stabilire chi debba essere sottoposto a un percorso di ReImmigrazione, occorre stabilire che cosa significhi essere integrati.

Ed è proprio questa la domanda alla quale la Remigrazione, almeno fino ad oggi, non sembra avere fornito una risposta pienamente soddisfacente.

La questione assume particolare rilevanza perché il concetto di integrazione non può essere ridotto a una formula generica o a una semplice dichiarazione di principio. Se l’integrazione deve costituire il criterio in base al quale valutare la permanenza dello straniero nel territorio nazionale, essa deve necessariamente essere trasformata in una categoria suscettibile di misurazione.

Occorre quindi individuare indicatori concreti, verificabili e possibilmente oggettivi.

Il lavoro rappresenta certamente uno di questi indicatori, ma non può essere l’unico. Una persona potrebbe infatti essere perfettamente inserita nel mercato del lavoro e, al tempo stesso, risultare completamente estranea ai valori fondamentali della società ospitante. Analogamente, potrebbero esistere situazioni nelle quali una temporanea difficoltà occupazionale non esclude l’esistenza di un percorso di integrazione effettivo.

La conoscenza della lingua, il rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile, l’assenza di comportamenti antisociali, la partecipazione alla vita della comunità e la capacità di instaurare relazioni stabili con il contesto territoriale costituiscono ulteriori elementi che devono necessariamente entrare nella valutazione.

Solo attraverso l’elaborazione di parametri di questo tipo è possibile superare la dimensione puramente ideologica del dibattito migratorio e costruire una teoria della permanenza fondata su criteri verificabili.

Da questo punto di vista, appare significativo che il diritto italiano abbia già iniziato a sviluppare strumenti concettuali che si muovono in questa direzione.

La protezione complementare costituisce oggi il principale laboratorio giuridico nel quale il tema dell’integrazione viene progressivamente trasformato da concetto politico a parametro di valutazione giuridica. La giurisprudenza maturata negli ultimi anni attribuisce infatti un rilievo crescente agli elementi che testimoniano il radicamento dello straniero nel territorio italiano, valorizzando il percorso concretamente realizzato dalla persona durante la propria permanenza nel Paese.

Non si tratta ancora di un sistema compiutamente strutturato, ma si tratta probabilmente del settore nel quale emerge con maggiore chiarezza la ricerca di criteri capaci di misurare il rapporto tra individuo e comunità nazionale.

È proprio in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Tale paradigma non nasce per negare il problema evidenziato dalla Remigrazione. Al contrario, esso muove dalla medesima constatazione: la permanenza nel territorio nazionale non può essere considerata un diritto incondizionato. Tuttavia, prima di affrontare il tema della ReImmigrazione, è necessario costruire una teoria dell’integrazione.

In assenza di tale passaggio, la Remigrazione rischia di rimanere una teoria delle conseguenze priva di una teoria delle cause.

E una teoria delle conseguenze, per quanto efficace sul piano della comunicazione politica, difficilmente può trasformarsi in una dottrina capace di offrire una soluzione stabile e coerente alle sfide poste dall’immigrazione contemporanea.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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