L’Emilia-Romagna ha pubblicato la prima mappatura regionale dei corsi di lingua madre promossi sul territorio. La rilevazione, presentata il 21 settembre 2026 e rilanciata dal Portale Integrazione Migranti, è stata costruita attraverso la rete dei Centri interculturali e altre fonti istituzionali. Il dossier regionale elenca circa settanta corsi, rivolti in prevalenza ai minori e organizzati soprattutto da associazioni delle comunità migranti. Il quadro nasce in una regione nella quale, nell’anno scolastico 2023-2024, gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentavano il 18,9 per cento del totale: un dato che rende la pluralità linguistica una realtà educativa ordinaria, non un fenomeno marginale.
La lingua più rappresentata è l’arabo, seguita dal russo e da corsi di albanese, ucraino, wolof, bengalese, cinese, tamil, rumeno, polacco, tigrino e altre lingue. Le attività si svolgono prevalentemente presso sedi associative, Centri interculturali e istituti scolastici utilizzati in orario extrascolastico. Gran parte dell’insegnamento è affidata a volontari; in alcuni casi intervengono i Consolati dei Paesi di origine. La mappatura serve agli operatori per conoscere l’offerta, orientare le famiglie e aggiornare una rete che il documento stesso dichiara non esaustiva e aperta a nuove segnalazioni.
Il punto giuridico e politico è distinguere l’integrazione dall’assimilazione. La conoscenza dell’italiano resta uno strumento essenziale per comprendere le regole, accedere ai servizi, studiare, lavorare e partecipare alla vita pubblica. Il dovere di integrazione non può quindi prescindere da una lingua comune. Ma da questa esigenza non discende l’obbligo di abbandonare la lingua familiare, né la perdita del patrimonio culturale può essere assunta come prova di appartenenza alla comunità nazionale. Imparare l’italiano e conservare la lingua d’origine sono percorsi compatibili, purché il primo sia effettivamente accessibile e responsabilmente seguito.
Il sesto pilastro del Paradigma Integrazione o ReImmigrazione attribuisce al dovere di integrazione una rilevanza costituzionale, collegandolo ai principi di solidarietà, uguaglianza sostanziale e partecipazione. Un dovere di questo tipo riguarda comportamenti verificabili: apprendimento linguistico, rispetto delle regole, istruzione dei figli, partecipazione civica e assunzione delle responsabilità individuali. Non riguarda l’origine etnica, la fede religiosa o la lingua parlata in famiglia. L’ordinamento può esigere la capacità di comunicare nella sfera pubblica; non può trasformare l’identità privata in un criterio di conformità culturale.
La mappatura regionale può allora diventare uno strumento utile anche per leggere la traiettoria delle seconde generazioni. La competenza nella lingua familiare può facilitare il rapporto con genitori e nonni, sostenere la continuità affettiva e aggiungere una capacità spendibile nello studio e nel lavoro. Al tempo stesso, nessun corso extrascolastico deve sostituire l’apprendimento pieno dell’italiano o sottrarre i minori agli obblighi del sistema educativo nazionale. La valutazione deve riguardare i risultati individuali: frequenza scolastica, competenza linguistica italiana, progressi formativi, relazioni sociali e partecipazione, non la scelta della famiglia di mantenere un bilinguismo.
Il censimento dei corsi è soltanto il primo passaggio; ora occorrono indicatori di qualità. Per ciascuna iniziativa dovrebbero essere conoscibili continuità, qualificazione dei docenti, numero e fascia d’età degli iscritti, contenuti didattici, modalità di tutela dei minori e rapporto con scuole e servizi territoriali. Non basta sapere che un corso esiste. È necessario verificare se amplia le competenze senza creare isolamento, se dialoga con le istituzioni e se consente alle famiglie di ricevere informazioni corrette anche sui doveri scolastici e civici. La valorizzazione del plurilinguismo richiede trasparenza, non delega indiscriminata.
La responsabilità pubblica consiste inoltre nel garantire un equilibrio. Le associazioni delle comunità possono offrire prossimità, fiducia e competenze che l’amministrazione da sola non possiede; la Regione e i Comuni devono però conservare funzioni di indirizzo, verifica e coordinamento. I corsi sostenuti o ospitati in spazi pubblici dovrebbero rispettare standard comuni e rimanere aperti al confronto con la scuola. Parallelamente, l’offerta di italiano come seconda lingua deve essere sufficiente, gratuita o economicamente accessibile e compatibile con gli orari delle famiglie. Il dovere individuale è valutabile soltanto quando lo strumento pubblico è realmente disponibile.
La prima mappa dell’Emilia-Romagna mostra dunque che una società integrata non deve diventare culturalmente uniforme. La lingua italiana è il codice comune della cittadinanza sostanziale; le lingue d’origine possono essere una competenza aggiuntiva e una parte legittima della storia personale. Il Paradigma giudica la traiettoria della persona attraverso responsabilità, strumenti offerti e risultati verificabili, mai attraverso appartenenze collettive. È questa distinzione che separa il dovere di integrazione dall’assimilazione: chiedere partecipazione piena alla vita comune senza pretendere la cancellazione dell’origine.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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