La Giamaica ha completato questa settimana le regole operative per ricevere persone espulse dagli Stati Uniti che non sono cittadine giamaicane. L’accordo, firmato il 10 giugno 2026, prevede che l’isola funzioni da luogo di transito verso il Paese d’origine o un’altra destinazione. Il dato più concreto è anche quello che rende il caso politicamente sensibile: fino a 25 persone ogni due settimane, secondo la ricostruzione pubblicata il 18 settembre dall’Associated Press da Kingston.
La contraddizione è netta. Il Governo giamaicano ha definito garanzie su costi, controlli e sicurezza, ma il memorandum che attribuisce allo Stato questo nuovo ruolo non è stato reso pubblico. La ministra degli Esteri Kamina Johnson Smith ha spiegato che Washington non ha accettato la divulgazione dei dettagli. Così i cittadini conoscono alcuni limiti dell’operazione, ma non il testo che dovrebbe renderli verificabili.
La Jamaica Information Service aveva comunicato il 18 giugno che il memorandum era stato approvato dal Consiglio dei ministri e firmato otto giorni prima. Il Governo conserva il diritto di rifiutare ogni proposta di trasferimento e di interrompere l’intesa; prima dell’accettazione sono previsti controlli sanitari, identificativi, giudiziari e di intelligence. Gli Stati Uniti sosterranno il costo iniziale della permanenza e, secondo le nuove regole riferite da AP, non potranno inviare persone con precedenti penali.
Il quadro istituzionale distingue il transito dalla permanenza. Il ministro della Sicurezza nazionale Horace Chang ha chiarito che gli interessati non vengono accolti come immigrati permanenti. Chi chiederà di restare dovrà rivolgersi ai giudici per ottenere asilo; se la protezione sarà riconosciuta, la Giamaica dovrà farsene carico, altrimenti la persona sarà avviata al rimpatrio. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni dovrebbe provvedere alle necessità materiali durante il soggiorno.
Proprio questa distinzione mostra perché il documento non può essere trattato come un semplice accordo logistico. Tra l’arrivo e la partenza esistono decisioni su libertà personale, accesso alla difesa, condizioni di accoglienza, valutazione del rischio e destinazione finale. L’opposizione del People’s National Party sostiene che l’intesa debba passare dal Parlamento; organizzazioni civiche, comunità religiose e diaspora chiedono trasparenza per valutare effetti sui servizi pubblici, sulla sicurezza e sui diritti delle persone trasferite.
Le garanzie annunciate sono necessarie, ma il risultato deve ancora essere provato. Non basta fissare un tetto numerico: serviranno dati pubblici su persone proposte e rifiutate, durata media del transito, domande di asilo, partenze effettive, costi sostenuti dagli Stati Uniti e casi rimasti senza destinazione. Senza indicatori verificabili, il limite di 25 può diventare una promessa amministrativa invece di un vincolo controllabile.
Il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione qui nasce dai fatti. Se una persona ottiene protezione in Giamaica, la permanenza deve tradursi in un percorso reale di integrazione. Se non ne ha diritto, il ritorno deve essere organizzato, tempestivo e rispettoso delle garanzie. Il transito non può diventare una terza condizione indefinita, nella quale nessuno Stato assume fino in fondo la responsabilità della persona.
La cooperazione internazionale sui rimpatri può essere legittima e persino necessaria. Ma quando un Paese accetta sul proprio territorio persone espulse da un altro, la riservatezza diplomatica non può sostituire il controllo democratico. Le regole operative riducono alcuni rischi; la pubblicazione dell’accordo stabilirebbe chi risponde se quelle regole falliscono.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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