Pacifico, oltre l’80% torna dopo il lavoro ma cala la scuola dei figli

L’11 settembre 2026 il Fondo monetario internazionale ha pubblicato il working paper From Departure to Development, dedicato agli effetti dell’emigrazione sul capitale umano e sulla crescita dei piccoli Stati insulari del Pacifico. Il documento, redatto da Ruifeng Zhang e Yue Zhou, non esprime formalmente la posizione del Consiglio esecutivo o della direzione del FMI, ma mette a confronto due percorsi profondamente diversi: l’emigrazione permanente dei lavoratori qualificati e la mobilità temporanea organizzata verso Australia e Nuova Zelanda. Il risultato più rilevante è che il ritorno programmato riduce la perdita definitiva di competenze, ma non elimina i costi sociali prodotti dall’assenza.

La migrazione tradizionale ha portato rimesse e riduzione della povertà, ma ha inciso su Paesi nei quali la base demografica e professionale è già molto limitata. Secondo lo studio, la popolazione samoana e tongana residente all’estero supera ormai la metà di quella rimasta nel Paese; oltre l’80 per cento degli emigrati del Pacifico è in età lavorativa e la maggioranza resta nello Stato di destinazione per più di cinque anni. I salari australiani considerati nell’analisi risultano da sette a quattordici volte superiori al prodotto interno lordo pro capite di alcuni Paesi d’origine, mentre le rimesse arrivano a rappresentare tra il 20 e il 40 per cento del PIL di Tonga, Vanuatu e Samoa.

Il vantaggio monetario convive con una doppia sottrazione di capitale umano. In Papua Nuova Guinea, Nauru e Vanuatu il numero dei cittadini altamente istruiti che vive all’estero supera quello dei qualificati rimasti nel Paese; nello stesso tempo, sulla base dei dati comparabili del 2015, più della metà degli emigrati con istruzione elevata provenienti da Palau, Tuvalu, Isole Salomone e Isole Marshall lavorava in occupazioni inferiori alle proprie qualifiche. Il Paese d’origine perde una competenza che il Paese di destinazione non utilizza pienamente: non soltanto fuga dei cervelli, dunque, ma anche spreco delle competenze trasferite.

Gli accordi di mobilità lavorativa hanno modificato questo schema. La Nuova Zelanda avviò nel 2006 il Recognised Seasonal Employer scheme; l’Australia seguì con il Seasonal Worker Programme e il Pacific Labour Scheme, poi riuniti nel 2022 nel Pacific Australia Labour Mobility scheme. La disciplina ufficiale australiana consente oggi alle imprese autorizzate di assumere lavoratori di nove Paesi del Pacifico e di Timor-Leste per impieghi brevi fino a nove mesi oppure per rapporti da uno a quattro anni. I dati storici utilizzati dal working paper registrano complessivamente oltre 88.000 partecipazioni nei tre programmi esaminati.

Questa mobilità riguarda soprattutto persone tra i venti e i trentaquattro anni e, diversamente dall’emigrazione permanente, seleziona in prevalenza lavoratori con qualificazioni basse o intermedie. Meno del 20 per cento dei partecipanti rimane nel Paese di destinazione dopo la conclusione del contratto; a Vanuatu e Kiribati la grande maggioranza rientra. Il ritorno non è quindi una sanzione, ma una componente originaria del progetto migratorio: converte disoccupazione giovanile in reddito temporaneo, amplia le rimesse e limita la perdita permanente dei pochi lavoratori qualificati disponibili.

La contraddizione riappare dentro le famiglie. Nell’indagine condotta in Tonga, Vanuatu e Kiribati, la soddisfazione media dei nuclei partecipanti supera quattro punti su cinque e più del 90 per cento dichiara che i figli ricevono un’istruzione migliore. L’impiego concreto delle rimesse racconta però una realtà meno lineare: oltre il 90 per cento delle famiglie le usa per le spese quotidiane, circa un quarto per l’istruzione dei figli e meno del 2 per cento per avviare una piccola impresa. Il denaro protegge il consumo e riduce la vulnerabilità immediata, ma raramente diventa investimento produttivo.

Dopo avere confrontato famiglie con caratteristiche osservabili simili, gli autori rilevano che la partecipazione ai programmi è associata a una diminuzione media dell’iscrizione scolastica di circa tre punti percentuali. Per i figli dei lavoratori meno istruiti il divario supera cinque punti in Tonga e Kiribati; nel confronto descrittivo, l’iscrizione alla scuola secondaria dei figli dei migranti risulta inferiore di oltre dieci punti in Tonga e Vanuatu. Lo studio indica tra i possibili meccanismi la modifica delle cure familiari e la percezione che sia possibile guadagnare all’estero senza completare gli studi, ma presenta correttamente questi elementi come associazioni econometriche, non come una causalità definitivamente provata.

La preoccupazione non è soltanto accademica. Pacific Media Network aveva già documentato l’allarme delle autorità delle Figi per la scarsità di personale nella sanità, nei servizi sociali, nei mestieri tecnici e nelle attività digitali, insieme all’invito rivolto agli studenti all’estero a rientrare dopo la laurea. Le simulazioni del nuovo studio mostrano che un divario scolastico persistente può erodere circa il 10 per cento della futura forza lavoro qualificata nell’arco di vent’anni; se invece l’istruzione dei figli viene protetta e le competenze acquisite all’estero sono riconosciute al ritorno, il guadagno cumulato di prodotto può superare il 10 per cento del PIL nello scenario considerato.

Nel Paradigma Integrazione o ReImmigrazione, il Pacifico dimostra che la temporaneità può essere una politica e non una precarietà soltanto quando l’intero ciclo è governato. Servono formazione prima della partenza, tutela effettiva durante il lavoro, sorveglianza della frequenza scolastica dei figli, certificazione delle competenze e collocamento professionale dopo il rientro. Il contratto che termina e il lavoratore che ritorna costituiscono un risultato amministrativo; la ReImmigrazione comincia davvero quando reddito, esperienza e disciplina acquisiti all’estero diventano sviluppo nel Paese d’origine. Senza questa seconda fase, la migrazione circolare riporta a casa le persone ma rischia di lasciare indietro la generazione successiva.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Commenti

Lascia un commento

Altri articoli