Dalla Columbia al Congresso: Avila Chevalier, il CUAD e la
contestazione della civiltà occidentale
DALLE PROTESTE UNIVERSITARIE ALLA RAPPRESENTANZA POLITICA
Il 3 novembre 2026 Darializa Avila Chevalier, candidata democratica sostenuta dai Democratic Socialists of America, è stata eletta alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti nel tredicesimo distretto di New York, che comprende una parte di Manhattan e del Bronx. La sua vittoria, ottenuta dopo aver sconfitto nelle primarie l’uscente Adriano Espaillat, ha una particolarità: la deputata eletta proviene anche dall’attivismo universitario della Columbia, protagonista delle mobilitazioni sulla questione palestinese.
La vicenda diventa particolarmente significativa quando si incontra il nome di Columbia University Apartheid Divest, noto con l’acronimo CUAD. Nell’agosto 2024 la coalizione pubblicò un messaggio nel quale si definiva composta da occidentali impegnati per la «totale eliminazione della civiltà occidentale». Un’espressione di rottura radicale che merita di essere studiata per il suo contenuto, il contesto nel quale fu formulata e le conseguenze culturali del linguaggio politico utilizzato.
Non è corretto, tuttavia, trasformare tre circostanze diverse — partecipazione a una campagna, dichiarazione di un movimento, successiva elezione parlamentare — in un’unica attribuzione personale. Chevalier non risulta essere l’autrice accertata di quel messaggio; non abbiamo elementi sufficienti per sostenere che lo abbia approvato personalmente. Questa distinzione non indebolisce l’analisi. La rende possibile.
IL CUAD DEL 2016 E LA COALIZIONE RILANCIATA NEL 2023
La storia dell’organizzazione aiuta a comprendere perché non sia sufficiente parlare genericamente di una sua «fondatrice». Nel 2016, quando Chevalier studiava alla Columbia, nacque la campagna Columbia University Apartheid Divest, promossa nell’ambito delle iniziative di boicottaggio e disinvestimento contro le politiche israeliane. Fonti biografiche e ricostruzioni giornalistiche documentano il suo contributo all’avvio di quella campagna.
Dopo un periodo di inattività, il CUAD fu rilanciato nel novembre 2023 come coalizione molto più ampia, con decine di organizzazioni studentesche e un’articolazione interna differente. Nell’anno successivo la sua attività si intrecciò con l’accampamento di protesta sulla questione di Gaza. Anche Chevalier partecipò alle mobilitazioni del 2024, come documentato dalla stampa universitaria e nazionale.
È dunque documentato un collegamento politico e biografico con quella storia. Non ne discende, però, un’identità automatica tra tutte le posizioni assunte nel tempo dalla coalizione e quelle di ciascuna persona coinvolta in una sua fase precedente. Le organizzazioni cambiano composizione, dirigenti, linguaggi e obiettivi. Per attribuire un’opinione individuale occorrono parole e comportamenti riconducibili all’interessato.
QUELLA FRASE DEL 2024 E IL SUO SIGNIFICATO POLITICO
Il messaggio dell’agosto 2024 fu diffuso dal CUAD nel contesto di una presa di posizione sulle proteste in Bangladesh e sulle lotte di liberazione del cosiddetto Sud globale. La coalizione collegava la causa palestinese a un orizzonte internazionale di contrasto al colonialismo e all’imperialismo. La stampa dell’epoca documentò il testo e la sua successiva rimozione dai social.
La formula sulla «totale eliminazione della civiltà occidentale» va quindi letta all’interno di una specifica retorica rivoluzionaria. Sarebbe riduttivo liquidarla come un’espressione folkloristica: non si limita a contestare una decisione del governo statunitense, un finanziamento militare o un orientamento universitario, ma individua un intero sistema di civiltà come bersaglio della propria opposizione.
Sarebbe però altrettanto improprio dedurne automaticamente un progetto operativo di violenza o attribuire a qualunque partecipante alle manifestazioni un’intenzione distruttiva. Una dichiarazione politica radicale è un documento da interpretare; non è, da sola, la prova di un programma criminale condiviso. L’eventuale responsabilità per minacce, istigazioni o condotte violente richiede fatti specifici e le verifiche previste dall’ordinamento.
Proprio perché la formulazione è forte, occorre prenderla sul serio sul piano delle idee. Che cosa significa «civiltà occidentale» per chi utilizza una simile espressione? Si intendono le strutture di potere ritenute imperialiste, un determinato modello economico, oppure anche le istituzioni del pluralismo, le libertà individuali e le garanzie dello Stato di diritto? Sono significati differenti, che non possono essere considerati equivalenti senza una dimostrazione.
LA DEMOCRAZIA PUÒ ELEGGERE CHI LA CRITICA
L’elezione di Chevalier rende visibile il passaggio di una figura formatasi nell’attivismo alla rappresentanza istituzionale. La sua campagna, secondo le fonti disponibili, ha insistito su casa, sanità, costo della vita, diritti dei lavoratori, opposizione al sostegno militare statunitense a Israele e richiesta di abolizione
dell’Immigration and Customs Enforcement. Sono proposte politiche riconoscibili e discutibili nei normali termini del confronto democratico.
Questo è un passaggio decisivo. L’elettorato non è chiamato a giudicare collettivamente un movimento per una frase del passato, ma a scegliere un rappresentante sulla base delle posizioni, delle esperienze e delle proposte che gli vengono presentate. Allo stesso tempo, il percorso pubblico di una candidata è legittimamente sottoposto a scrutinio giornalistico, soprattutto quando comprende partecipazioni a organizzazioni che hanno utilizzato linguaggi di rottura radicale.
La democrazia costituzionale contempla perfino la possibilità che un suo rappresentante critichi radicalmente la storia, le tradizioni o le scelte del Paese. La libertà di opinione non coincide con il dovere di esprimere consenso verso l’ordine culturale esistente. Il discrimine giuridico riguarda il rispetto delle leggi, dei diritti degli altri e delle regole di funzionamento delle istituzioni, non una dichiarazione obbligatoria di fedeltà ideologica a una particolare interpretazione dell’Occidente.
DECOLONIALISMO, ANTAGONISMO E RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE
ReImmigrazione.com ha già affrontato un problema vicino analizzando gli scritti di Youssef Siher e le possibili intersezioni fra decolonialismo rivoluzionario, antagonismo politico e Islam inteso come soggetto di mobilitazione. Il collegamento non consiste nell’equiparare persone, movimenti o contesti molto differenti. Consiste nel porre una domanda comune: quando la critica a determinate politiche occidentali diventa una contestazione totale della legittimità dell’ordine politico e culturale nel quale essa stessa si esprime?
Non tutte le prospettive decoloniali sono rivoluzionarie; non ogni movimento per la Palestina condivide la posizione del CUAD; e la critica radicale delle istituzioni non equivale alla volontà di usare violenza. Proprio questa pluralità impone di leggere i documenti senza costruire categorie collettive indistinte.
Il caso americano mostra inoltre quanto sia delicato il passaggio fra organizzazione di un movimento e responsabilità politica personale. Un conto è individuare una matrice culturale, un altro attribuire alla deputata eletta ogni dichiarazione pubblicata da una coalizione con cui ha avuto rapporti. L’analisi del pensiero politico ha bisogno di precisione quanto l’analisi giuridica.
LE LIBERTÀ OCCIDENTALI NON SI DIFENDONO NEGANDO IL DISSENSO
Negli Stati Uniti il Primo Emendamento tutela ampiamente la libertà di parola e di associazione. In Europa, l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in Italia, l’articolo 21 della Costituzione proteggono il pluralismo, ferma restando la disciplina delle condotte illecite e delle restrizioni consentite dalla legge. Si tratta di sistemi non sovrapponibili, ma accomunati dal riconoscimento della libertà di criticare il potere e le idee dominanti.
Il punto non è chiedersi se la civiltà occidentale debba essere sottratta alla critica. È interrogarsi sulla coerenza tra la rivendicazione di una trasformazione radicale della società e il riconoscimento delle garanzie che permettono a chiunque di
contestarla. La libertà religiosa, l’eguaglianza davanti alla legge, il pluralismo politico e la tutela delle minoranze non sono semplici slogan: sono regole che valgono anche quando il conflitto pubblico diventa aspro.
Questo interrogativo deve essere rivolto con la stessa misura a qualsiasi movimento, indipendentemente dalla sua collocazione politica. Non esiste una libertà di espressione riservata a chi difende le istituzioni e una libertà ridotta per chi ne critica l’impianto culturale. Esiste però il dovere comune di rispettare le norme, i diritti fondamentali e i limiti previsti dall’ordinamento.
IL COLLEGAMENTO CON «INTEGRAZIONE O REIMMIGRAZIONE»
Il Paradigma propone che, nel rapporto migratorio, l’integrazione possa essere verificata attraverso condotte individuali, conoscenza della lingua, autonomia e rispetto delle regole. Propone anche un dovere costituzionale di integrazione. Ma il contenuto di quel dovere non può consistere nell’imposizione di un’opinione politica o nell’obbligo di approvare la civiltà occidentale come categoria culturale astratta.
La vicenda Chevalier non è un caso di disciplina del soggiorno: riguarda una cittadina americana eletta al Congresso. Richiamarla non serve quindi a discutere di ReImmigrazione come allontanamento, ma a chiarire il confine che il Paradigma deve rispettare fra pensiero e comportamento. La partecipazione alla comunità democratica non richiede uniformità delle convinzioni; richiede il riconoscimento pratico delle regole comuni. Il dissenso può essere anche radicale, mentre le eventuali violazioni devono essere accertate
individualmente.
In questo senso, il passaggio dalla Columbia al Congresso non dimostra che un programma di eliminazione della civiltà occidentale sia entrato nelle istituzioni. Dimostra un fatto più circoscritto, e per questo interessante: una protagonista dell’attivismo universitario è diventata rappresentante eletta mentre il dibattito sulle parole e sui metodi di alcuni movimenti ai quali è stata collegata rimane aperto.
La risposta di uno Stato costituzionale non consiste nel pretendere un’adesione culturale obbligatoria, ma nel mantenere fermo il confine fra libertà del pensiero e responsabilità delle condotte. È su quel confine che si misura la tenuta delle istituzioni democratiche.
FONTI E RIFERIMENTI
Columbia Daily Spectator, 4 novembre 2026, «Darializa Avila Chevalier, CC ’16, ‘Gaza Solidarity Encampment’ organizer, to represent Columbia
in Congress»: https://www.columbiaspectator.com/city-news/2026/11/03/darializa-avila-chevalier-cc-16-gaza-solidarity-encampment-organizer-to-represent-columbia-in-congress/ CBS News New York, 3 novembre 2026, notizia sull’elezione:
https://www.cbsnews.com/newyork/news/mamdani-dsa-candidates-darializa-avila-chevalier-claire-valdez/ New York Jewish Week, 29 maggio 2026, «Mamdani endorses former Columbia encampment organizer Darializa Avila Chevalier»:
https://www.jta.org/2026/05/29/ny/mamdani-endorses-former-columbia-encampment-organizer-darializa-avila-chevalier Columbia Daily Spectator, 29 novembre 2023, ricostruzione della formazione e riattivazione del CUAD:
https://www.columbiaspectator.com/news/2023/11/29/over-80-student-groups-form-coalition-following-suspension-of-sjp-jvp/ New York Jewish Week, 12 agosto 2024, dichiarazione pubblicata dal
CUAD: https://www.jta.org/2024/08/12/ny/columbia-restricts-access-to-campus-following-reports-of-potential-disruptions CUAD, presentazione e finalità dichiarate della coalizione:
https://cuapartheiddivest.org/
New York Jewish Week, 8 ottobre 2024, dichiarazioni e posizioni successive della coalizione:
https://www.jta.org/2024/10/08/ny/columbia-pro-palestinian-group-endorses-violence-and-walks-back-apology-for-student-who-said-zionists-dont-deserve-to-live ReImmigrazione.com, 25 ottobre 2026, «Movimento 17 ottobre, dagli scritti di Youssef Siher emerge il nodo politico: decolonialismo rivoluzionario e Islam politico»:
https://reimmigrazione.com/2026/10/25/movimento-17-ottobre-dagli-scritti-di-youssef-siher-emerge-il-nodo-politico-decolonialismo-rivoluzionario-e-islam-politico/ ReImmigrazione.com, 4 novembre 2026, «Francia, la sostituzione etnica si può contestare, non vietare»:
https://reimmigrazione.com/2026/11/04/francia-la-sostituzione-etnica-si-puo-contestare-non-vietare-la-liberta-di-pensiero-vale-anche-per-le-idee-che-non-condividiamo/ Costituzione degli Stati Uniti, Primo Emendamento. Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo 10. Costituzione italiana, articoli 2, 3 e 21.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista presso il Registro per la trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo, n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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