Visegrád, quattro Stati e quattro modelli migratori: l’Europa centro-orientale è meno uniforme di quanto appai a?

Visegrád, quattro Stati e quattro modelli migratori: l’Europa centro-orientale è meno uniforme di quanto appaia?

QUATTRO STATI, UNA SOLA ETICHETTA POLITICA?

Quando il dibattito europeo parla del Gruppo di Visegrád, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia vengono spesso rappresentate come un blocco compatto, accomunato dalla diffidenza verso le politiche migratorie di Bruxelles. La storia della cooperazione regionale e le controversie sul sistema europeo d’asilo spiegano questa percezione. Ma basta osservare le politiche concretamente applicate per scoprire che le differenze sono significative.

La questione non riguarda soltanto la retorica dei governi. Riguarda il numero e il tipo di ingressi consentiti, la domanda di lavoro straniero, la protezione accordata alle persone provenienti
dall’Ucraina, la disciplina del soggiorno e la capacità di costruire percorsi di integrazione.

L’analisi di Breizh Info del 24 settembre 2026 ha offerto lo spunto per un confronto che merita di essere condotto attraverso statistiche comparabili e norme nazionali. Non è sufficiente classificare un Paese come favorevole o contrario all’immigrazione: bisogna chiedere a quale immigrazione si riferisca, con quali strumenti e con quali risultati.

IL PRIMO ERRORE: CONSIDERARE TUTTI GLI INGRESSI EQUIVALENTI

La migrazione per lavoro, l’asilo ordinario e la protezione temporanea degli sfollati dall’Ucraina rispondono a presupposti differenti. Un governo può mantenere una posizione restrittiva su una di queste categorie e utilizzare ampiamente un’altra.

Anche i dati devono essere letti con cautela. I primi permessi per motivi di lavoro descrivono nuovi titoli rilasciati in un periodo determinato, non il numero complessivo dei lavoratori stranieri. I beneficiari della protezione temporanea costituiscono un’altra popolazione statistica. Le domande di asilo non coincidono con i riconoscimenti di protezione, mentre le naturalizzazioni riguardano l’accesso alla cittadinanza.

Sommare queste grandezze oppure utilizzarle indistintamente per classificare le politiche nazionali porterebbe a conclusioni poco attendibili.

LA POLONIA: LAVORO STRANIERO E PROTEZIONE DEGLI UCRAINI

La Polonia rappresenta un esempio significativo della distanza fra una linea politica restrittiva in materia di asilo e l’impiego di manodopera straniera.

Le statistiche Eurostat relative ai primi permessi per lavoro nel 2025 mostrano un’incidenza elevata rispetto alla popolazione, superiore a quella degli altri tre Paesi del gruppo nel confronto precedentemente esaminato. La Polonia ha inoltre accolto un numero particolarmente consistente di persone fuggite dall’Ucraina.

Al 31 agosto 2026 Eurostat registrava 939.395 beneficiari della protezione temporanea nel Paese. Si tratta di una presenza che incide sui servizi, sul mercato del lavoro e sulle politiche abitative, ma che non può essere confusa con l’asilo ordinario.

Il Paese mantiene inoltre un confronto politico acceso sulla sicurezza delle frontiere, in particolare su quella bielorussa. La combinazione di questi fenomeni mostra che una politica migratoria può essere selettiva, distinguendo provenienze, condizioni giuridiche e finalità degli ingressi.

L’UNGHERIA: RESTRIZIONI SULL’ASILO E SELEZIONE DEL LAVORO

L’Ungheria è spesso assunta come simbolo delle politiche europee più restrittive in materia d’asilo. Ma anche la sua economia ha utilizzato canali per l’impiego di lavoratori stranieri.

Il dato normativo più recente è particolarmente importante. Con il decreto governativo n. 92/2026, entrato in vigore nel giugno 2026, sono state introdotte restrizioni sulle nuove domande relative allo specifico titolo per guest workers, senza che ciò equivalga
all’abolizione di ogni possibilità di ingresso per lavoro.

Occorre dunque distinguere i permessi già rilasciati, i regimi transitori e gli altri canali occupazionali ancora previsti.

Il caso ungherese mostra un problema politico generale: il controllo degli ingressi può convivere con una domanda economica di personale straniero, ma questa convivenza richiede una disciplina coerente della durata del soggiorno, dei diritti e delle condizioni di lavoro.

LA REPUBBLICA CECA: LA PROTEZIONE TEMPORANEA COME FATTORE STRUTTURALE

La Repubblica Ceca presenta un’esperienza differente. Il Paese ha accolto una quota molto elevata di beneficiari della protezione temporanea rispetto alla popolazione.

Secondo Eurostat, al 31 agosto 2026 i beneficiari erano 398.360, pari a circa 36,5 persone ogni mille abitanti. Il valore è particolarmente significativo rispetto alla media europea indicata dalla stessa fonte.

La presenza di persone ucraine non può essere interpretata soltanto come una misura emergenziale. Quando una protezione si protrae nel tempo, diventano centrali scuola, occupazione, abitazione,
apprendimento linguistico e partecipazione sociale.

Il problema istituzionale consiste nel distinguere il titolo giuridico temporaneo dalla realtà di percorsi personali che possono
consolidarsi. L’amministrazione deve gestire entrambi i livelli senza presumere che la permanenza equivalga automaticamente a integrazione.

LA SLOVACCHIA: DIMENSIONI DIVERSE, RESPONSABILITÀ ANALOGHE

La Slovacchia presenta numeri assoluti inferiori rispetto alla Polonia e alla Repubblica Ceca, ma il rapporto fra beneficiari della protezione temporanea e popolazione rimane significativo.

Eurostat indicava nell’agosto 2026 circa 27,7 beneficiari per mille abitanti, valore superiore alla media europea. Il confronto dimostra perché i dati assoluti non siano sufficienti: una presenza
numericamente inferiore può rappresentare un impegno rilevante per un Paese con una popolazione più piccola.

Anche il mercato del lavoro e la capacità dei servizi territoriali devono essere esaminati rispetto alle caratteristiche dell’economia nazionale. La Slovacchia non è una versione ridotta del modello polacco o di quello ungherese.

L’IDENTITÀ POLITICA REGIONALE NON CANCELLA LE DIFFERENZE

Il Gruppo di Visegrád è una piattaforma di cooperazione politica, non un ordinamento migratorio unitario. I quattro Stati appartengono all’Unione europea e sono soggetti a obblighi comuni, ma conservano competenze amministrative e normative importanti.

Le divergenze riguardano la composizione dei flussi, la domanda di lavoratori, la protezione temporanea e le scelte nazionali sulla permanenza. Posizioni comuni assunte in un determinato negoziato europeo non dimostrano l’esistenza di identiche politiche interne.

Anche il contesto politico muta nel tempo. Non è corretto dedurre l’orientamento permanente di un Paese da una singola dichiarazione di governo o da una stagione elettorale.

IL LAVORO NON RISOLVE DA SOLO LA QUESTIONE DELL’INTEGRAZIONE

Il confronto fra i quattro Stati porta a una domanda che
ReImmigrazione.com affronta da tempo: l’ammissione di lavoratori stranieri per soddisfare un fabbisogno produttivo è sufficiente a costruire una politica migratoria coerente?

La risposta richiede di distinguere il contratto di lavoro dall’intero percorso di vita della persona. Un lavoratore può contribuire all’economia senza avere accesso a strumenti adeguati di apprendimento linguistico o di partecipazione civica. Può vivere in condizioni abitative precarie o dipendere da un rapporto occupazionale
particolarmente fragile.

D’altra parte, la presenza di difficoltà economiche non dimostra automaticamente una mancata integrazione individuale. Le condizioni offerte dal mercato e dalle istituzioni devono essere considerate insieme alle responsabilità personali.

Le politiche di ingresso, quindi, non possono essere valutate soltanto attraverso il numero dei permessi rilasciati o negati.

IL PARADIGMA «INTEGRAZIONE O REIMMIGRAZIONE»

Il Paradigma propone di considerare l’integrazione come un percorso individuale verificabile, nel quale lingua, lavoro, conoscenza delle istituzioni e rispetto delle regole assumono rilievo attraverso valutazioni proporzionate.

La teoria dell’asimmetria relazionale richiede che lo Stato renda concretamente disponibili le opportunità necessarie prima di pretendere risultati. Non basta autorizzare un ingresso per lavoro: occorre interrogarsi sulle condizioni che consentano alla persona di costruire un rapporto stabile e responsabile con la società.

La proposta di introdurre il dovere di integrazione nella Costituzione italiana, insieme all’istituzione del Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione e di una Polizia dell’Immigrazione, risponde all’esigenza di coordinare competenze, verifiche e responsabilità.

La ReImmigrazione rimane distinta dalla remigrazione identitaria: riguarda eventuali ritorni individuali nei casi consentiti dalla legge e nel rispetto delle garanzie applicabili, non allontanamenti collettivi fondati su origine o religione.

Il confronto Visegrád non dimostra automaticamente la validità di questo modello. Permette però di individuare una questione comune ai quattro Paesi: selezionare gli ingressi non equivale a governare l’integrazione delle persone ammesse.

QUATTRO MODELLI, UNA DOMANDA EUROPEA

Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia condividono una storia di cooperazione e hanno espresso in più occasioni posizioni critiche verso determinate scelte migratorie dell’Unione. Ma l’esame dei dati e delle norme mostra esperienze differenti.

La Polonia combina una forte dimensione lavorativa con un’ampia protezione temporanea. L’Ungheria ha modificato in senso restrittivo specifici canali occupazionali. La Repubblica Ceca presenta una presenza particolarmente elevata di beneficiari della protezione temporanea in rapporto alla popolazione. La Slovacchia affronta esigenze analoghe su scala diversa.

L’Europa centro-orientale non può quindi essere ridotta a un unico modello migratorio.

La questione decisiva non è soltanto quante persone entrino, ma quali percorsi vengano organizzati dopo l’ingresso, quali responsabilità assumano le istituzioni e come siano valutati i risultati.

È qui che il confronto internazionale può contribuire al Paradigma «Integrazione o ReImmigrazione»: spostare l’attenzione dalla contrapposizione fra apertura e chiusura alla capacità concreta degli Stati di governare ingresso, permanenza, integrazione e ritorno nei casi previsti dalla legge.

FONTI E RIFERIMENTI

Breizh Info, 24 settembre 2026, approfondimento sulle politiche migratorie dei quattro Stati del Gruppo di Visegrád, fonte dello spunto editoriale.
Eurostat, statistiche sui primi permessi di soggiorno per motivi di lavoro, serie migr_resfirst, dati 2025: https://ec.europa.eu/eurostat/ Eurostat, dati sulla protezione temporanea al 31 agosto 2026: https://ec.europa.eu/eurostat/
Eurostat, popolazione residente, serie demo_pjan.
Ungheria, decreto governativo n. 92/2026, disposizioni relative ai permessi per guest workers.
Commissione europea, informazioni sulla protezione temporanea per le persone sfollate dall’Ucraina: https://home-affairs.ec.europa.eu/ OECD, International Migration Outlook e analisi comparate sulle politiche migratorie: https://www.oecd.org/
ReImmigrazione.com, precedenti approfondimenti sul rapporto fra lavoro straniero, politiche migratorie e Paradigma «Integrazione o
ReImmigrazione».

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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