Dal Sudafrica una lezione per l’Europa: ignorare l’integrazione alimenta il conflitto sociale

Le recenti proteste contro gli immigrati registrate in Sudafrica stanno attirando l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. In diverse aree del Paese gruppi organizzati hanno chiesto l’espulsione degli immigrati irregolari, mentre episodi di violenza hanno costretto centinaia di persone provenienti da Mozambico, Malawi e altri Paesi africani ad abbandonare le proprie abitazioni o addirittura a rientrare nei Paesi d’origine.

Come spesso accade, il dibattito si è immediatamente polarizzato.

Da una parte vi sono coloro che interpretano questi eventi esclusivamente come fenomeni di xenofobia. Dall’altra vi sono coloro che li considerano la conseguenza inevitabile di un’immigrazione eccessiva e fuori controllo.

Entrambe le letture colgono soltanto una parte del problema.

Per comprendere quanto sta accadendo occorre partire da alcuni dati.

Il Sudafrica conta circa 63 milioni di abitanti. Secondo il censimento del 2022, gli immigrati nati all’estero sono circa 2,4 milioni, pari al 3,9% della popolazione. Si tratta di una percentuale molto inferiore a quella registrata in numerosi Paesi europei.

La maggior parte degli immigrati proviene dai Paesi confinanti dell’Africa australe. Circa l’84% dei migranti presenti in Sudafrica proviene infatti dall’area SADC, con una forte prevalenza di cittadini dello Zimbabwe, del Mozambico, del Lesotho e del Malawi.

Il problema, quindi, non può essere spiegato semplicemente con il numero degli immigrati.

Molto più rilevante appare il contesto economico e sociale.

Nel primo trimestre del 2025 il tasso ufficiale di disoccupazione sudafricano ha raggiunto il 32,9%, mentre il tasso di disoccupazione estesa, che comprende anche coloro che hanno smesso di cercare lavoro, ha raggiunto il 43,1%, uno dei livelli più elevati al mondo. Oltre otto milioni di persone risultano ufficialmente disoccupate.

In una situazione simile è inevitabile che una parte della popolazione cerchi responsabili ai propri problemi economici.

Molti movimenti anti-immigrazione, come Operation Dudula e altri gruppi sorti negli ultimi anni, sostengono che gli immigrati sarebbero responsabili della criminalità, della pressione sui servizi pubblici e della mancanza di opportunità lavorative. Numerosi studi contestano questa ricostruzione e sottolineano come le cause reali siano molto più complesse, ma ciò non impedisce che tale percezione continui a diffondersi.

Un dato particolarmente significativo riguarda l’opinione pubblica.

Secondo le rilevazioni dell’Human Sciences Research Council, la quota di cittadini sudafricani favorevoli ad accogliere immigrati è diminuita sensibilmente negli ultimi anni, mentre la percentuale di coloro che non vorrebbero alcuna immigrazione è cresciuta dal 28% del 2020 al 42% del 2025.

Si tratta di numeri che dovrebbero far riflettere anche l’Europa.

Per anni il dibattito europeo si è concentrato prevalentemente sugli ingressi, sulle quote, sui rimpatri e sull’impatto economico dell’immigrazione. Molto meno si è discusso dell’integrazione come elemento centrale delle politiche migratorie.

Eppure il caso sudafricano dimostra che il conflitto sociale raramente nasce dal semplice dato numerico.

Nasce piuttosto quando una parte crescente della popolazione percepisce che lo Stato non sia in grado di governare il fenomeno migratorio e che i percorsi di integrazione non stiano producendo risultati soddisfacenti.

Da questo punto di vista il Sudafrica offre una lezione importante.

Il problema non è soltanto quanti immigrati entrano in un Paese.

Il problema è cosa accade dopo.

L’ordinamento italiano dispone già di uno strumento che meriterebbe maggiore attenzione: l’Accordo di Integrazione introdotto dal Governo Berlusconi attraverso l’art. 4-bis del Testo Unico Immigrazione.

L’idea che ispira questo istituto è semplice: l’accoglienza deve essere accompagnata da un percorso di integrazione fondato sulla conoscenza della lingua italiana, sull’educazione civica e sul rispetto delle regole.

È una visione che appare oggi più attuale che mai.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte proprio da questa considerazione. La vera alternativa non è tra immigrazione e chiusura delle frontiere. La vera alternativa è tra integrazione e mancata integrazione.

Quando l’integrazione funziona, essa deve essere sostenuta e valorizzata.

Quando fallisce in modo stabile e persistente, lo Stato deve avere il coraggio di prenderne atto e di individuare soluzioni alternative.

Il Sudafrica dimostra che ignorare il tema dell’integrazione non elimina i problemi.

Al contrario, rischia di trasformarli in tensione permanente e conflitto sociale.


Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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