Dopo Khartoum, la Somalia dei Dervisci: vent’anni di guerra per un nuovo potere politico-religioso

Quando nel 1899 il movimento dei Dervisci cominciò a imporsi nella Somalia settentrionale, erano trascorsi quattordici anni dalla caduta di Khartoum. Sarebbe arbitrario vedere in questa successione una trasmissione diretta del progetto mahdista sudanese. Le due esperienze nacquero in condizioni differenti, con dirigenti, società e tradizioni religiose proprie. Eppure presentano una questione comparabile: che cosa accade quando una mobilitazione religiosa, alimentata dalla resistenza al dominio esterno, si dota della forza necessaria a esercitare un’autorità politica su un territorio? Il caso somalo è particolarmente istruttivo perché non terminò con una rivolta: fra il 1899 e il 1920 diede vita a un’organizzazione armata durevole, capace di negoziare, amministrare risorse e contendere il potere ai governanti coloniali e ai loro alleati locali.

La regione non costituiva allora uno Stato unitario nel senso moderno. L’Impero britannico controllava un protettorato lungo la costa settentrionale; l’Italia manteneva rapporti di protettorato con alcuni sultanati e possedimenti più a sud; l’Etiopia estendeva la propria influenza nell’entroterra. Fra queste autorità continuavano a vivere società pastorali organizzate attraverso legami familiari, alleanze e istituzioni consuetudinarie. Robert L. Hess, in uno studio pubblicato nel Journal of African History , ricostruisce proprio l’intreccio fra la pressione britannica, quella italiana e le ambizioni etiopiche. La resistenza derviscio non può essere separata da questa frammentazione geopolitica. Al tempo stesso, la presenza di più poteri concorrenti rende improprio il racconto di un popolo compatto che avrebbe consegnato senza contrasti la propria sovranità a un solo capo religioso.

Il protagonista del movimento, Sayyid Muhammad Abdullah Hassan, non nacque come comandante di un esercito regolare. Dopo la formazione religiosa e il pellegrinaggio alla Mecca, aderì alla Salihiyya, una confraternita sufi riformatrice. Il suo insegnamento si scontrò con pratiche di altre correnti religiose e, progressivamente, con l’amministrazione britannica e con i somali che la sostenevano. La storica Lidwien Kapteijns, nell’ Oxford Dictionary of National Biography , ricorda che il Sayyid considerava inaccettabile la collaborazione dei musulmani con il dominio cristiano straniero. È un dato decisivo: il conflitto non oppose semplicemente musulmani e non musulmani, ma attraversò anche le comunità musulmane. La scelta di aderire al movimento, rifiutarlo o collaborare con altri poteri ebbe così conseguenze concrete sulla sicurezza e sulla libertà delle persone.

La predicazione divenne organizzazione militare. I Dervisci
reclutarono combattenti, raccolsero armi e costruirono una struttura di fedeltà che trasformava una posizione dottrinale in disciplina collettiva. Secondo Markus V. Hoehne, autore della voce Dervish State (Somali) per The Encyclopedia of Empire , tra il 1899 e il 1920 essi riuscirono a stabilire temporaneamente un «proto-Stato» relativamente efficace. Lo storico ne individua tre basi: il carisma del Sayyid, la forza della convinzione religiosa e il rifiuto del dominio straniero da parte di settori delle popolazioni pastorali. La parola
«proto-Stato» va presa sul serio: identifica capacità effettive di comando senza suggerire che fossero presenti tutti gli elementi giuridici, amministrativi e istituzionali dello Stato costituzionale contemporaneo.

La forza del movimento non derivava però da un’adesione somala unanime. Le reti di parentela e le appartenenze claniche facilitarono alcune alleanze, ma alimentarono anche dissensi e schieramenti opposti. Le potenze coloniali cercarono sostegno presso gruppi somali contrari al Sayyid; il movimento, a sua volta, considerò avversari anche coloro che collaboravano con le amministrazioni straniere. Hess osserva che, oltre la base prevalente di reclutamento, Hassan poteva apparire a una parte delle popolazioni come simbolo di rivolta, mentre ad altre come promotore di un orientamento religioso non condiviso. È un passaggio centrale per l’indagine: parlare di autorità
politico-religiosa non significa attribuire a un’intera confessione o a un intero popolo le decisioni di chi pretende di rappresentarli. Significa chiedersi quali condotte furono richieste e come venne trattato il dissenso.

Nel corso dei due decenni di guerra il movimento costruì insediamenti fortificati e cercò di dare continuità alla propria capacità di comando. La roccaforte di Taleh, nel territorio oggi generalmente indicato come Sool, divenne il simbolo materiale di questo potere. Le fortificazioni non erano soltanto ripari per i combattenti:
consentivano di proteggere persone e risorse, sorvegliare vie di comunicazione e sostenere una direzione militare nel tempo. Il potere derviscio ebbe inoltre rapporti mutevoli con gli altri attori della regione. Hess ricorda, fra l’altro, un accomodamento temporaneo con l’Italia relativo al territorio del Nugaal. La circostanza contraddice l’immagine di un movimento incapace di agire politicamente: anche una leadership che presenta la propria autorità in termini religiosi può negoziare pragmaticamente, senza per questo rinunciare alla pretesa di disciplinare la propria comunità.

L’aspetto più interessante non è, dunque, la semplice presenza di forti o fucili, ma il passaggio dalla persuasione alla potestà. Un’autorità politica esiste nella misura in cui pretende obbedienza, organizza l’impiego della forza e sanziona i comportamenti giudicati incompatibili con l’ordine che vuole instaurare. Nella Somalia derviscio questa dinamica si manifestò in una guerra prolungata che investì anche avversari somali e musulmani. Sarebbe metodologicamente sbagliato ricostruirne il funzionamento quotidiano con l’immagine di uno Stato moderno dotato di codici, ministeri e procedure uniformi; sarebbe altrettanto sbagliato negare ogni esercizio di governo perché le sue forme non corrispondono a quelle occidentali. La domanda giuridicamente significativa riguarda il carattere vincolante degli ordini e la possibilità reale dei destinatari di opporvisi.

Il Sayyid impiegò anche la parola come strumento di comando. Nella società somala la poesia orale possedeva un rilievo pubblico che non può essere ridotto a ornamento culturale. Lo storico Said S. Samatar, studiando l’oratoria poetica del movimento derviscio , mostra come le composizioni veicolassero polemiche, richiami alla lealtà e messaggi politici. Le testimonianze da lui esaminate collocano molte poesie del Sayyid negli anni successivi al 1904 e documentano un vero confronto propagandistico, nel quale anche gli avversari utilizzavano la stessa forma espressiva. La lezione è più generale: per diventare duratura, l’autorità deve essere riconosciuta, raccontata e difesa
pubblicamente. Il consenso non nasce soltanto dalle armi; la forza, tuttavia, cambia natura quando alla propaganda segue l’imposizione delle decisioni a chi non partecipa o non aderisce.

Questa vicenda ha prodotto memorie contrapposte. Nella letteratura coloniale britannica Hassan fu spesso descritto con l’epiteto denigratorio di «Mad Mullah»; nella costruzione successiva della memoria nazionale somala è stato rappresentato come un precursore dell’indipendenza. Samatar, nel capitolo Myth and the Mullah , invita a sottrarsi tanto alla demonizzazione coloniale quanto alla
celebrazione senza riserve. Un contributo italiano è il volume di Pellegrino Gerardo Nicolosi, Imperialismo e resistenza in Corno d’Africa (2002) , fondato soprattutto su materiali d’archivio italiani e britannici. Leggere queste fonti significa accettare due fatti insieme: la resistenza all’espansione imperiale possedeva ragioni storiche reali; la legittimità di tali ragioni non esclude l’esame critico delle forme di potere costruite dai resistenti e del trattamento dei dissidenti.

Nel 1920 l’esperienza derviscio giunse al suo epilogo militare. La campagna britannica combinò bombardamenti aerei, ricognizione, reparti terrestri e alleati locali; la caduta dei capisaldi privò il movimento delle sue basi. Non fu semplicemente il trionfo di una nuova tecnologia. Lo studio di Andrew Roe pubblicato nella rivista storica della Royal Air Force contesta proprio la versione secondo cui il solo impiego dell’aviazione avrebbe risolto la campagna: sottolinea il contributo delle operazioni terrestri e delle informazioni raccolte nel tempo. Hassan sfuggì alla cattura e morì nel dicembre 1920. La fine dell’organizzazione non cancellò però il valore simbolico attribuito alla sua resistenza, né il problema storico del potere che aveva esercitato nei territori controllati.

Il confronto con Khartoum conduce così a una conclusione circoscritta, non a una teoria di continuità organizzativa. Il Mahdi sudanese rivendicava una missione messianica; il Sayyid somalo proveniva da una specifica tradizione riformatrice sufi, in una società e in una contesa geopolitica differenti. In entrambi i casi, però, una rivendicazione religiosa contribuì a legittimare l’esercizio della forza e la costruzione di un’autorità concorrente. Per lo Stato di diritto contemporaneo la lezione non consiste nel considerare sospetta una religione, bensì nel distinguere rigorosamente il credo personale dalle condotte con cui qualcuno vuole imporre obblighi agli altri. Il Paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» può dialogare con questa riflessione soltanto sul piano delle responsabilità individuali, della verifica di comportamenti concreti e delle conseguenze consentite dalla legge, mai trasformando un precedente storico nella presunzione di colpa di intere comunità.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista presso il Registro per la trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo, n. 280782895721-36

ORCID 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

FONTI PRINCIPALI
Markus V. Hoehne, Dervish State (Somali), The Encyclopedia of Empire, 2016: https://doi.org/10.1002/9781118455074.wbeoe069
Lidwien Kapteijns, Muhammad ‘Abdallah Hasan, Oxford Dictionary of National Biography: https://doi.org/10.1093/ref:odnb/53765
Robert L. Hess, The ‘Mad Mullah’ and Northern Somalia, The Journal of African History, 1964: https://doi.org/10.1017/S0021853700005107 Said S. Samatar, Oral Poetry and Somali Nationalism, Cambridge University Press: https://doi.org/10.1017/CBO9780511735370.007 Said S. Samatar, Myth and the Mullah, Cambridge University Press: https://doi.org/10.1017/CBO9780511735370.008
Pellegrino Gerardo Nicolosi, Imperialismo e resistenza in Corno d’Africa, Rubbettino, 2002:
https://usiena-air.unisi.it/handle/11365/26379
Andrew Roe, Air Power in British Somaliland, 1920, Air Power Review:
https://www.raf.mod.uk/what-we-do/centre-for-air-and-space-power-studies/air-and-space-power-review/aspr-index/air-power-in-british-somaliland-1920-the-arrival-of-gordons-bird-men-independent-operations-and-unearthly-retributions/

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