A Bolzano 162 persone con background migratorio vivono ancora in quattro alberghi: 70 adulti e 92 minori,
distribuiti in 56 famiglie. A queste si aggiungono altre 108 persone, appartenenti a 28 nuclei, ospitate nell’ex Inpdap di via Pacinotti. È il dato riportato il 14 settembre dalla stampa locale mentre la Provincia autonoma tenta di accelerare il nuovo modello di
accompagnamento abitativo diffuso. Il fatto è concreto e dice molto più di una polemica sull’accoglienza: mostra quanto sia difficile trasformare una sistemazione emergenziale in una traiettoria ordinata verso l’autonomia.
Il piano provinciale prova a cambiare logica. Secondo i dati ricostruiti da il Dolomiti e dall’Alto Adige, delle 94 famiglie interessate dalla redistribuzione 29 sono già state trasferite fuori dal capoluogo e altre 44 dovrebbero spostarsi a breve. Il progetto prevede una permanenza temporanea, un contributo economico delle famiglie ai costi abitativi e un percorso di inserimento lavorativo. L’obiettivo dichiarato non è soltanto distribuire meglio le presenze, ma condurre i nuclei fuori dal circuito assistenziale.
La Provincia ha inoltre approvato l’11 settembre un accordo integrativo che riconosce ai Comuni partecipanti un contributo forfettario di 1.800 euro per sostenere i costi generali dell’attuazione del progetto. Il comunicato ufficiale della Provincia autonoma di Bolzano chiarisce un punto che nel dibattito pubblico rischia facilmente di essere deformato: il contributo è destinato ai Comuni, non alle famiglie, mentre queste ultime versano le tariffe previste alle Comunità comprensoriali per i servizi fruiti. La distinzione è essenziale perché una politica migratoria seria si giudica sui suoi meccanismi reali, non sulle semplificazioni propagandistiche.
Il passaggio interessante è un altro. Un alloggio non equivale a integrazione, ma senza una condizione abitativa stabile molte forme di integrazione diventano materialmente
impraticabili. La casa consente di organizzare la frequenza scolastica dei figli, mantenere un rapporto di lavoro, utilizzare i servizi territoriali, costruire relazioni di vicinato e sottrarsi alla precarietà permanente dell’hotel. Proprio per questo l’accompagnamento abitativo deve essere considerato uno strumento, non il risultato finale.
Qui emerge il nodo della permanenza. Dopo l’ingresso e la definizione del titolo di soggiorno, lo Stato e gli enti territoriali devono rendere effettivamente disponibili gli strumenti necessari: alloggio, lingua, formazione, lavoro, accesso ai servizi. Ma una volta che questi strumenti siano concretamente accessibili, deve essere osservata anche la traiettoria individuale: partecipazione, autonomia economica, continuità lavorativa, rispetto delle regole, capacità di uscire progressivamente dall’assistenza. È precisamente il punto in cui la disponibilità istituzionale degli strumenti incontra la responsabilità della persona.
Il modello altoatesino diventa quindi interessante se i
ventiquattro mesi annunciati non saranno una semplice scadenza amministrativa, ma un periodo nel quale misurare il percorso. Non basta sapere quante famiglie sono state trasferite da un hotel a un appartamento. Bisogna sapere, alla fine, quante abbiano raggiunto un’autonomia abitativa, quante abbiano mantenuto o trovato un lavoro, quali ostacoli abbiano incontrato, quali servizi fossero realmente disponibili e quali strumenti siano stati effettivamente utilizzati. Misurare soltanto il numero degli alloggi significa contare gli strumenti; misurare la traiettoria significa valutare
l’integrazione.
È anche un caso nel quale l’Asimmetria Relazionale
dell’Integrazione diventa concretamente utile. Se un Comune aderisce al progetto ma non riesce a reperire un solo alloggio sul mercato, non si può imputare automaticamente alla famiglia la mancata uscita dall’hotel. Se invece l’abitazione, i servizi e le opportunità lavorative sono realmente disponibili, il comportamento individuale torna ad avere un peso autonomo. Reciprocità del percorso non significa confusione delle responsabilità. L’istituzione deve rendere accessibile; la persona deve utilizzare le opportunità disponibili e costruire, nel tempo, una traiettoria verificabile.
Bolzano offre dunque un laboratorio utile per una politica nazionale dell’immigrazione che voglia andare oltre l’emergenza. La redistribuzione territoriale può ridurre la concentrazione e il costo dell’accoglienza, ma acquista un vero significato soltanto se è inserita nella sequenza completa: permanenza regolare, strumenti effettivamente accessibili, percorso individuale, verifica dei risultati e uscita dall’assistenza. L’integrazione non consiste nel trasferire una famiglia da una stanza d’albergo a un appartamento: consiste nel fare in modo che, dopo quel trasferimento, quella famiglia possa progressivamente non avere più bisogno dell’accoglienza.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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