Il 15 settembre 2026 One Nation ha formalizzato il proprio piano per ridurre di oltre 750.000 unità la popolazione titolare di visti temporanei nell’arco di tre anni. La proposta, anticipata il giorno precedente dalla leader Pauline Hanson, punta a produrre un saldo migratorio negativo nel triennio iniziale e, successivamente, a fissare un tetto di 130.000 persone l’anno alla migrazione netta. Non è una legge né una decisione del Governo australiano: è il programma di un partito, ma la sua portata numerica e il peso assunto dall’immigrazione nel confronto politico nazionale ne fanno un passaggio concreto. Fonte primaria: piano pubblicato da One Nation.
La riduzione colpirebbe soprattutto studenti internazionali, titolari di permessi post-studio, lavoratori temporanei e persone con visti ponte. Secondo la ricostruzione di ABC News Australia, i posti per studenti stranieri scenderebbero da circa 590.000 a 350.000 e i permessi temporanei per laureati da 270.000 a 40.000. Sarebbe inoltre istituita una categoria per studenti di “alto valore”, privilegiando dottorati e discipline scientifiche, tecnologiche e mediche.
La contraddizione centrale emerge sul lavoro qualificato. One Nation afferma di voler conservare ingressi determinati dalla domanda delle imprese e di non imporre un tetto ai lavoratori realmente necessari, ma propone nello stesso tempo di azzerare in via generale i visti per i familiari dei lavoratori temporanei e degli studenti, salvo eccezioni collegate ai percorsi ritenuti prioritari. Il sistema vorrebbe quindi attrarre competenze senza accogliere la vita familiare che spesso rende possibile la permanenza del lavoratore.
Il piano interviene, inoltre, mentre i dati ufficiali descrivono già una forte correzione. Il Department of Home Affairs ha comunicato che la migrazione netta annuale era scesa a 301.000 persone alla fine del 2025, oltre il 45% in meno rispetto al picco post-pandemico del 2023; nello stesso periodo, la componente riconducibile agli studenti internazionali era diminuita del 10%. La scelta politica non è dunque tra crescita senza limiti e immobilità: l’Australia sta già riducendo i flussi attraverso misure selettive.
Anche il quadro giuridico impone distinzioni. Il Governo dispone di ampi poteri nel definire requisiti e contingenti dei visti temporanei, ma non tutte le categorie familiari possono essere trattate nello stesso modo. Il 15 settembre un esponente di One Nation ha lasciato aperta la possibilità di ridurre anche i visti per partner e figli di cittadini australiani; un ex vicesegretario del Dipartimento dell’Immigrazione ha ricordato ad ABC News che la sezione 87 del Migration Act non consente di contingentare partner e figli a carico di cittadini e residenti permanenti. Prima dei numeri vengono quindi lo status della persona e la base legale dell’intervento.
La parte dedicata all’irregolarità promette divieti di reingresso di tre anni per chi supera di oltre un mese la scadenza del visto e interdizioni permanenti oltre i sei mesi, insieme a più controlli sui datori di lavoro e al finanziamento dei viaggi di ritorno. Ma l’esecuzione avrebbe costi elevati: un ex dirigente dell’immigrazione ha stimato per Guardian Australia “molti miliardi” tra verifiche, detenzione, contenzioso, personale, trasporto e accordi con i Paesi di destinazione. Annunciare il ritorno è più semplice che renderlo legalmente ed economicamente eseguibile.
Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, ridurre lo stock dei visti non equivale ancora a governare l’immigrazione. Occorre stabilire chi deve entrare, quali condizioni deve rispettare, come si misura l’integrazione e quale percorso conduce alla stabilizzazione oppure al ritorno. Un lavoratore accolto perché indispensabile ma separato strutturalmente dalla famiglia può soddisfare un bisogno produttivo immediato; difficilmente, però, costruisce una relazione stabile e responsabile con la società ospitante.
Il piano di One Nation ha il merito di rendere esplicito l’obiettivo numerico, ma lascia irrisolto il rapporto tra lavoro, famiglia, legalità e capacità amministrativa. Un numero può essere un obiettivo di programmazione; non è ancora una politica migratoria. Senza criteri individuali, costi verificati e procedure di ritorno realmente praticabili, la promessa di controllo rischia di trasformarsi in selezione sommaria all’ingresso e congestione all’uscita.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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