Negli ultimi anni il dibattito europeo sull’immigrazione si è concentrato quasi esclusivamente su ingressi, rimpatri e controllo delle frontiere. Molto meno spazio è stato dedicato a una domanda fondamentale: come si misura l’integrazione?
Gli articoli pubblicati da La Verità il 29 giugno 2026 riportano un tema che sta emergendo in Germania e in Francia: il rischio di radicalizzazione all’interno delle Forze armate e la conseguente adozione di protocolli di sicurezza sempre più rigorosi per individuare possibili segnali di estremismo.
Si tratta di un dato che merita una riflessione, indipendentemente dalle diverse sensibilità politiche.
Se uno Stato ritiene necessario valutare il rischio di radicalizzazione prima di affidare a una persona un’arma, perché non dovrebbe interrogarsi anche sul livello di integrazione di chi chiede di vivere stabilmente sul proprio territorio?
Naturalmente integrazione e radicalizzazione non sono concetti sovrapponibili. La stragrande maggioranza degli immigrati non è coinvolta in fenomeni estremisti e sarebbe un grave errore confondere un’intera comunità con le azioni di una minoranza. Tuttavia, proprio questa distinzione rende ancora più importante disporre di strumenti oggettivi capaci di individuare precocemente situazioni di mancata integrazione o di progressiva radicalizzazione.
Oggi l’Europa misura gli sbarchi, le domande di protezione internazionale, i rimpatri e i permessi di soggiorno. In alcuni ambiti misura persino il rischio di radicalizzazione. Continua però a non misurare in modo sistematico il livello di integrazione delle persone straniere già presenti sul territorio.
È questo il vuoto che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende colmare. Una politica migratoria moderna non può limitarsi a decidere chi entra e chi esce. Deve anche essere in grado di verificare, attraverso indicatori oggettivi, se il percorso di integrazione stia realmente producendo i risultati attesi.
Misurare l’integrazione non significa diffidare degli immigrati. Significa dotare lo Stato di strumenti conoscitivi per premiare chi si integra pienamente, individuare tempestivamente le situazioni problematiche e costruire politiche pubbliche fondate su dati concreti anziché su percezioni o slogan.
L’allarme che arriva dalla Germania dovrebbe quindi essere letto non soltanto come una questione di sicurezza, ma come l’occasione per aprire finalmente un dibattito che l’Europa ha rinviato troppo a lungo: è possibile governare l’immigrazione senza misurare l’integrazione?
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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