Il welfare locale ha un costo preciso, mentre il risultato dell’integrazione è molto meno visibile nei conti pubblici. Nel rapporto ISTAT pubblicato il 24 settembre 2025, riferito al 2022, i Comuni italiani hanno destinato 452 milioni di euro all’area statistica degli interventi per immigrati, Rom, Sinti e Caminanti, pari al 5,1 per cento della loro spesa sociale complessiva. Rispetto al 2021 l’aumento è di 102 milioni, ossia del 29,3 per cento. Non è una fotografia dei bilanci del novembre 2026, né la prova che 452 milioni siano stati impiegati per persone “non integrate”: è il dato ufficiale di una funzione pubblica, con destinatari e finalità differenti. Eppure è sufficiente a porre una questione politica non eludibile. Quando le amministrazioni spendono centinaia di milioni per accoglienza e inclusione, quale parte dei risultati è restituita alla collettività sotto forma di autonomia economica, competenza linguistica, partecipazione alla vita comune e riduzione del bisogno assistenziale evitabile?
Il dettaglio dei servizi rende la questione più concreta. Nel rapporto integrale ISTAT si legge che 276 milioni dei 452 milioni dell’area sono stati destinati alle strutture residenziali, per poco più di 34.000 utenti: circa il 61 per cento della spesa dedicata. Nel 2021 erano stati 189 milioni per circa 22.400 beneficiari. I servizi residenziali comportano costi effettivi di organizzazione, assistenza e personale; non sarebbe corretto dividere semplicemente la spesa per gli utenti e presentare il quoziente come una retta annua, perché durata e intensità degli interventi variano. Ma la concentrazione delle risorse in questa funzione fa emergere il problema di fondo: i sistemi territoriali sono attrezzati a contabilizzare posti, presenze e interventi; devono essere altrettanto capaci di mostrare come cambia, nel tempo, la condizione delle persone che possono e devono partecipare a un percorso di integrazione.
Non siamo davanti alla scoperta di un costo nascosto né a una dimostrazione dell’inutilità dell’assistenza. Lo Stato sociale garantisce prestazioni anche quando il destinatario non sarà mai in grado di raggiungere un’autonomia lavorativa, per ragioni di minore età, disabilità, malattia o protezione dovuta. I finanziamenti dell’area statistica comprendono, inoltre, risorse di provenienza comunale, regionale, statale ed europea: la cifra non equivale a un prelievo integralmente sostenuto dai singoli bilanci municipali. La distinzione è decisiva anche perché una parte delle prestazioni fruite da persone di cittadinanza straniera ricade in altre aree del welfare, come famiglie, minori e povertà, e non può essere ricostruita sommando arbitrariamente importi. La domanda seria non è dunque attribuire una fattura collettiva agli stranieri, ma separare con metodi trasparenti la spesa necessaria alla tutela dalla spesa che dovrebbe accompagnare un passaggio verificabile verso l’autonomia, senza trasformare una condizione di bisogno in una colpa.
La pressione sui Comuni è tutt’altro che astratta. Il 17 ottobre 2025 la Regione Emilia-Romagna ha segnalato, attraverso una richiesta dell’assessora al Welfare ai ministeri competenti, una stima di circa 16 milioni di euro di rimborsi mancanti per le spese dei Comuni destinate ai minori stranieri non accompagnati. Era una contestazione politica e contabile riferita a quella data, non una certificazione che l’ammanco persista identico oggi. Riguarda inoltre minori tutelati dalla legge, non persone cui si possa imputare un rifiuto di integrazione. Il suo rilievo è diverso: una politica migratoria decisa e finanziata attraverso livelli di governo differenti produce obblighi concreti sui territori, anche dove la capacità di accoglienza è sotto pressione. Se la contabilità pubblica si limita a registrare l’emergenza e a inseguire rimborsi, resta marginale la discussione su che cosa accada dopo la prima presa in carico.
I dati più recenti disponibili per il Sistema di Accoglienza e Integrazione dimostrano, però, che alcuni risultati vengono già misurati. Secondo il Rapporto SAI 2025, presentato nel giugno 2026, la rete ha accolto 55.779 persone in 1.991 Comuni; dei 19.307 beneficiari usciti nell’anno, il 61,6 per cento risulta avere concluso il percorso di accoglienza e inserimento socio-economico. Questa informazione smentisce l’idea che tutto il welfare migratorio si traduca in dipendenza senza uscita. Ma è necessario leggere correttamente i due insiemi di dati: il rapporto ISTAT sul 2022 e il rapporto SAI sul 2025 coprono periodi e perimetri differenti; il 61,6 per cento non è il rendimento dei 452 milioni. Né la conclusione di un progetto dimostra, da sola, che dopo due o cinque anni non sia più necessario un sostegno pubblico. Il dato di uscita dal programma è un indicatore utile, non la misura definitiva dell’integrazione nella società.
È qui che il Paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» introduce un criterio politico diverso dalla mera gestione della domanda assistenziale. La permanenza non dovrebbe ridursi al trascorrere del tempo né l’integrazione alla disponibilità di un servizio. La persona va considerata soggetto di decisioni e responsabilità: chi è in grado di lavorare deve essere accompagnato verso un’occupazione autentica e chiamato a parteciparvi; chi può apprendere la lingua deve avere opportunità adeguate, ma anche assumersi l’impegno di utilizzarle; il rispetto delle regole comuni riguarda condotte individuali verificabili e non appartenenze collettive. Nelle conferenze dell’11 settembre e del 10 ottobre 2026 questa prospettiva è stata tradotta nella proposta di un percorso di ingresso e permanenza con verifiche periodiche, distinguendo sempre l’ostacolo oggettivo dal rifiuto consapevole. Non si tratta di un meccanismo legislativo già vigente, né di un’automatica esclusione da prestazioni essenziali o di un’espulsione per povertà: la responsabilità individuale diventa rilevante soltanto nei limiti in cui l’ordinamento consente obblighi e conseguenze specifici.
Una politica comunale che voglia conoscere davvero il costo della mancata integrazione dovrebbe dunque costruire un bilancio degli esiti, non una graduatoria delle origini. Occorre distinguere ciò che è stato speso per proteggere persone non autosufficienti da ciò che è stato investito in percorsi orientati all’autonomia; registrare, in forma aggregata e con garanzie di riservatezza, quanti beneficiari abbiano avuto accesso a formazione linguistica e professionale, quanti abbiano raggiunto un reddito stabile, quanti continuino a richiedere aiuti abitativi o economici e per quali ragioni. Andrebbero osservati anche gli esiti a distanza dalla conclusione dei progetti, evitando che un’uscita amministrativa sia scambiata per successo definitivo. La proposta non consiste nel punire chi ha necessità di sostegno, ma nel rendere trasparente il rapporto fra risorse impiegate, obiettivi dichiarati e condotte concretamente esigibili. Sarebbe ugualmente scorretto finanziare un sistema solo in base alla percentuale di uscite: gli operatori sarebbero incentivati a selezionare i casi più semplici e a scoraggiare l’accoglienza dei vulnerabili.
Un precedente articolo di ReImmigrazione.com del 21 ottobre 2026 aveva analizzato una stima giornalistica relativa a Venezia e alla popolazione bangladese, chiedendo di distinguere il dato di spesa dai risultati dell’integrazione. Qui il problema si amplia dalla controversia locale alla struttura nazionale dei conti: 452 milioni di spesa dedicata, oltre sei euro su dieci impegnati nelle strutture residenziali, risultati dei percorsi presenti ma rilevati su sistemi e tempi diversi. È precisamente in questa distanza tra bilancio finanziario e traiettoria delle persone che una riforma può farsi giudicare. La collettività ha diritto di sapere quanto costa la tutela e quale autonomia viene effettivamente costruita; chi sceglie di stabilirsi nel Paese, quando ne ha le condizioni, deve poter essere valutato anche per gli impegni assunti. Senza questo doppio livello, continueremo a misurare la gestione dell’immigrazione soprattutto con le fatture, non con i suoi effetti sulla convivenza.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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