ISTAT, un giovane straniero su quattro abbandona precocemente gli studi: l’integrazione non si presume, si misura

ISTAT, un giovane straniero su quattro abbandona precocemente gli studi: l’integrazione non si presume, si misura

IL DATO CHE INTERROGA LE POLITICHE DI INTEGRAZIONE

Nel rapporto «Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – Anno 2025», pubblicato il 3 novembre 2026, l’ISTAT documenta un divario particolarmente significativo nell’abbandono precoce dell’istruzione e della formazione. Fra i giovani stranieri di età compresa tra 18 e 24 anni l’incidenza raggiunge il 26,2%, contro il 6,7% dei coetanei italiani. La differenza è di 19,5 punti percentuali: il valore relativo ai giovani stranieri è quasi quattro volte quello degli italiani.

Il dato, ripreso il 6 novembre dal Portale Integrazione Migranti, merita una lettura che non si esaurisca nella denuncia della disuguaglianza. Se l’integrazione deve essere una finalità effettiva delle politiche pubbliche, occorre chiedersi come venga costruita, quali ostacoli incontri e attraverso quali indicatori sia possibile verificarne i risultati.

Il Paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» parte proprio da questa esigenza: superare l’idea che l’integrazione sia una conseguenza automatica della permanenza sul territorio.

CHE COSA MISURA L’ISTAT

L’indicatore di abbandono precoce riguarda i giovani tra 18 e 24 anni che possiedono al massimo un titolo di istruzione secondaria inferiore e non partecipano ad attività di istruzione o formazione, secondo la definizione statistica utilizzata.

Non coincide necessariamente con l’abbandono di una scuola italiana già frequentata. Una parte delle persone osservate può aver completato il proprio percorso precedente all’estero oppure essere arrivata in Italia in età successiva a quella dell’obbligo scolastico.

È quindi essenziale evitare di trasformare un indicatore di condizione formativa in un giudizio sulle intenzioni individuali. Il dato descrive un risultato, non dimostra un rifiuto della scuola o dell’integrazione.

La differenza per cittadinanza richiede inoltre attenzione alla composizione dei gruppi: età d’arrivo, condizioni familiari, reddito, precedenti opportunità educative e caratteristiche del territorio possono concorrere a spiegare i divari.

L’ETÀ DI ARRIVO CAMBIA IL QUADRO

Il rapporto evidenzia che l’abbandono precoce interessa il 15,3% dei giovani stranieri arrivati entro i nove anni, mentre raggiunge il 44,1% fra quelli entrati in Italia tra i sedici e i ventiquattro anni.

La differenza, pari a 28,8 punti percentuali, suggerisce quanto il momento dell’ingresso nel sistema educativo e sociale possa incidere sulle opportunità di proseguire la formazione.

Non è tuttavia una prova di causalità automatica. Chi arriva durante l’adolescenza o nella prima età adulta può aver già interrotto gli studi nel Paese di origine, incontrare ostacoli al riconoscimento dei titoli, dover lavorare per sostenersi o non trovare un percorso formativo adatto.

La politica pubblica deve quindi distinguere i bisogni di un bambino inserito precocemente nella scuola italiana da quelli di un giovane che arriva quando il proprio percorso educativo è già avanzato o interrotto.

LA LINGUA È NECESSARIA, MA NON SUFFICIENTE

La conoscenza dell’italiano è una condizione fondamentale per comprendere le lezioni, partecipare alla vita scolastica e costruire rapporti autonomi con le istituzioni. Ma sarebbe riduttivo
considerarla l’unico ostacolo da superare.

L’integrazione formativa dipende anche dall’orientamento scolastico, dal sostegno nelle transizioni fra cicli di studio, dalla
disponibilità economica della famiglia, dalle aspettative
occupazionali e dalla possibilità di conciliare formazione e lavoro.

Un giovane che parla italiano può comunque abbandonare gli studi. Viceversa, una persona arrivata da poco può recuperare il proprio percorso attraverso interventi adeguati.

La lingua, dunque, è un indicatore importante ma non una
certificazione automatica di integrazione. La stessa considerazione vale per il lavoro e per la semplice durata della permanenza.

IL PARADIGMA «INTEGRAZIONE O REIMMIGRAZIONE» E I TRE INDICATORI

Il secondo pilastro del Paradigma individua tre indicatori
fondamentali: lavoro, lingua e rispetto delle regole. Essi devono essere considerati congiuntamente e osservati nel tempo, non trasformati in requisiti isolati e assoluti.

La scuola contribuisce alla formazione linguistica, all’autonomia personale e alla conoscenza delle istituzioni. Per questo i risultati educativi rappresentano una dimensione importante della valutazione delle politiche di integrazione.

Il terzo pilastro, tuttavia, ricorda che il migrante è un soggetto giuridico, non il componente indistinto di una categoria statistica. Nessun giovane può essere considerato non integrato soltanto perché appartiene a un gruppo nel quale l’abbandono scolastico è più frequente.

I dati collettivi devono servire a progettare interventi e valutare le amministrazioni. Le eventuali conseguenze giuridiche individuali richiedono invece presupposti specifici, proporzionalità e garanzie.

IL FALLIMENTO NON È IL RIFIUTO DELL’INTEGRAZIONE

La Teoria dell’Asimmetria Relazionale dell’Integrazione distingue due situazioni che non possono essere confuse.

Il fallimento dell’integrazione descrive un risultato: un percorso che non ha raggiunto gli obiettivi attesi. Può dipendere da ostacoli economici, carenze organizzative, difficoltà familiari, problemi di accesso alla formazione o da altre condizioni non imputabili alla persona.

Il rifiuto dell’integrazione descrive invece una condotta volontaria rispetto a obblighi legittimi, conoscibili e concretamente esigibili.

Lo Stato può predisporre corsi di lingua e opportunità formative, ma deve verificare che siano effettivamente accessibili. Soltanto dopo può valutare il comportamento della persona rispetto alle opportunità offerte.

Nel caso dei minori assumono particolare importanza le responsabilità educative delle istituzioni e delle famiglie. Non sarebbe
giuridicamente sostenibile dedurre dal dato ISTAT conseguenze automatiche sul titolo di soggiorno di uno studente.

LE SECONDE GENERAZIONI NON SI INTEGRANO PER IL SOLO TRASCORRERE DEL TEMPO

Nelle conferenze dell’11 settembre e del 10 ottobre 2026 dedicate al Paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» è stato evidenziato che nascere o crescere in Italia, frequentare la scuola e parlare italiano sono elementi rilevanti, ma non bastano isolatamente a dimostrare l’avvenuta integrazione civica.

Il problema non riguarda l’origine familiare, che non può costituire una presunzione di mancata integrazione. Riguarda la qualità del rapporto costruito con la comunità, le istituzioni e le regole comuni.

La cittadinanza italiana, quando acquisita, resta uno status giuridico pieno: non può essere trattata come un permesso di soggiorno condizionato. Per tutti i giovani, indipendentemente dall’origine, la risposta alle difficoltà formative deve comprendere scuola, politiche sociali, prevenzione e opportunità di partecipazione.

I dati ISTAT rendono quindi necessario interrogarsi sull’efficacia delle politiche scolastiche, non costruire giudizi collettivi sui giovani stranieri.

L’ACCORDO DI INTEGRAZIONE E LA VERIFICA DEI RISULTATI

Il quarto pilastro del Paradigma propone di trasformare l’Accordo di integrazione in uno strumento continuativo di documentazione della traiettoria individuale.

L’Accordo, già disciplinato dall’articolo 4-bis del decreto
legislativo n. 286/1998 e dal D.P.R. n. 179/2011, dovrebbe evolvere in un sistema che registri non soltanto gli impegni della persona, ma anche i servizi e le opportunità messi a disposizione dallo Stato.

Questa impostazione permetterebbe di distinguere chi non ha avuto accesso a un corso da chi non vi ha partecipato senza giustificazione, e di valutare le difficoltà formative alla luce del contesto individuale.

I dati aggregati sull’abbandono scolastico dovrebbero a loro volta diventare strumenti di verifica delle politiche pubbliche: non basta finanziare iniziative, occorre conoscere quali risultati producano.

IL DOVERE COSTITUZIONALE DI INTEGRAZIONE

Il sesto pilastro del Paradigma propone di attribuire al dovere di integrazione una rilevanza costituzionale espressa, sviluppando il rapporto fra diritti e doveri già presente nell’articolo 2 della Costituzione.

Non si tratta di introdurre un obbligo di assimilazione culturale o religiosa. Si tratta di costruire un rapporto giuridico nel quale la persona sia chiamata a partecipare a percorsi legittimamente definiti e lo Stato debba garantire gli strumenti per realizzarli.

Nel settore educativo questa reciprocità assume un significato concreto: obblighi e responsabilità possono essere valutati soltanto considerando età, posizione giuridica, accessibilità dei servizi e tutela dei diritti fondamentali, con particolare riguardo ai minori.

Il dovere di integrazione non può diventare una formula con cui attribuire automaticamente allo straniero le inefficienze delle istituzioni.

DALLE STATISTICHE ALLA RESPONSABILITÀ ISTITUZIONALE

Il Paradigma propone un Ministero dell’Integrazione e della
ReImmigrazione capace di coordinare ingresso, formazione, permanenza, verifica dei percorsi e ritorni individuali nei casi consentiti dalla legge.

La sua funzione sarebbe anche quella di misurare i risultati delle politiche migratorie, superando la frammentazione dei dati fra scuola, lavoro, servizi territoriali e amministrazioni dell’immigrazione.

I numeri ISTAT dovrebbero essere letti in questa prospettiva. Quali territori riescono a ridurre l’abbandono precoce? Quali percorsi funzionano per gli studenti arrivati tardi? Quali strumenti aiutano a completare la formazione o a rientrarvi dopo un’interruzione?

Sono domande che richiedono analisi longitudinali, dati comparabili e valutazioni pubbliche trasparenti. Non basta conoscere quanti giovani interrompono la formazione; occorre capire quali interventi consentono di evitarlo.

CONCLUSIONI

Nel 2025 oltre un giovane straniero su quattro, fra i 18 e i 24 anni, risulta in condizione di abbandono precoce dell’istruzione e della formazione, contro il 6,7% dei coetanei italiani. Il divario cresce sensibilmente fra coloro che sono arrivati in Italia in età più avanzata.

Questi dati non autorizzano a concludere che i giovani stranieri rifiutino l’integrazione. Mostrano però che la permanenza sul territorio e la semplice disponibilità formale della scuola non garantiscono risultati uniformi.

Il Paradigma «Integrazione o ReImmigrazione» propone una soluzione istituzionale fondata sulla misurazione dell’integrazione effettiva, sulla responsabilità reciproca e sulla valutazione della traiettoria individuale.

L’integrazione non si presume perché una persona è presente da tempo, né si nega perché appartiene a una determinata categoria statistica. Deve essere costruita, accompagnata e misurata, distinguendo sempre i risultati dalle responsabilità.

FONTI E RIFERIMENTI

ISTAT, «Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – Anno 2025», pubblicazione del 3 novembre 2026.
Portale Integrazione Migranti, 6 novembre 2026, «Abbandono scolastico e NEET: crescono i divari tra giovani stranieri e italiani»:
https://www.integrazionemigranti.gov.it/it-it/Ricerca-news/Dettaglio-news/id/5009/Abbandono-scolastico-e-NEET-crescono-i-divari-tra-giovani-stranieri-e-italiani- Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, articolo 4-bis.
D.P.R. 14 settembre 2011, n. 179.
Costituzione italiana, articoli 2, 3 e 34.
Avv. Fabio Loscerbo, «Integrazione o ReImmigrazione: governare l’immigrazione oltre l’emergenza», conferenze dell’11 settembre e del 10 ottobre 2026.
ReImmigrazione.com, approfondimenti sui dieci pilastri del Paradigma e sulla Teoria dell’Asimmetria Relazionale dell’Integrazione.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista presso il Registro per la trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo, n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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