Le notizie provenienti dal Mali non rappresentano soltanto un nuovo episodio di instabilità africana. Rappresentano, piuttosto, un test politico e concettuale per l’Europa e per il futuro delle politiche migratorie. Gli attacchi coordinati attribuiti a gruppi jihadisti e ribelli nel quadro di un deterioramento della sicurezza interna riaprono infatti una questione che il dibattito europeo ha troppo spesso affrontato solo in termini emergenziali: come governare i flussi quando la pressione migratoria nasce da crisi geopolitiche strutturali e non da fenomeni contingenti.
È qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione mostra la propria attualità.
Per anni il dibattito sull’immigrazione ha oscillato tra due estremi ugualmente insufficienti: da un lato una concezione meramente umanitaria e spesso deresponsabilizzante dell’accoglienza; dall’altro una logica esclusivamente securitaria fondata sul controllo delle frontiere. Entrambe, però, eludono il punto decisivo: il tema non è soltanto entrare o non entrare, ma definire secondo quali criteri si permane legittimamente in una comunità politica.
La crisi del Mali rende questo nodo evidente.
Se il Sahel diventa epicentro di instabilità duratura, l’Europa non può limitarsi a discutere quote, redistribuzioni o gestione emergenziale degli arrivi. Deve interrogarsi sul criterio di permanenza.
Ed è qui che il paradigma dell’integrazione assume una funzione ordinatrice.
Non il tempo trascorso sul territorio come criterio quasi automatico di radicamento.
Non una permanenza sganciata dal comportamento.
Ma una valutazione fondata su elementi oggettivi: inserimento lavorativo, conoscenza linguistica, rispetto delle regole, partecipazione alla vita civile.
L’integrazione non come formula retorica, ma come criterio giuridico.
Chi dimostra integrazione resta.
Chi non si integra, torna.
Questo è il punto.
Ed è precisamente ciò che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone: superare tanto l’immigrazionismo astratto quanto l’espulsivismo ideologico, sostituendoli con una logica selettiva fondata sulla responsabilità reciproca.
Paradossalmente, proprio le crisi geopolitiche come quella maliana rendono questo approccio più necessario.
Perché quando aumentano le pressioni migratorie, diventa ancora più essenziale distinguere tra protezione, permanenza e ritorno.
La discussione si collega anche alla crisi del criterio temporale, che continua a dominare molti modelli di regolarizzazione e accesso alla stabilità del soggiorno. Ma il decorso del tempo, da solo, non misura integrazione. Può fotografare presenza, non appartenenza.
È per questo che l’Accordo di integrazione — come criterio comportamentale — diventa, in prospettiva, molto più razionale di qualsiasi automatismo fondato sugli anni di permanenza.
La crisi del Mali, allora, non conferma soltanto che nuove instabilità possono produrre nuove pressioni migratorie.
Conferma soprattutto che senza un paradigma ordinatore l’Europa resta priva di dottrina.
E una politica migratoria senza dottrina è solo amministrazione dell’emergenza.
Per questo il paradigma Integrazione o ReImmigrazione non è uno slogan.
È una proposta di governo.
Ed è precisamente nelle crisi, non nei tempi ordinari, che si misura il valore di un paradigma.
Avv. Fabio Loscerbo
Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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