Il dibattito italiano sull’immigrazione vive spesso di percezioni, emergenze e slogan. I dati ufficiali, però, raccontano una realtà più complessa: l’immigrazione in Italia non è più soltanto una questione di arrivi, sbarchi o respingimenti, ma un fenomeno strutturale, demografico, lavorativo e amministrativo.
Secondo ISTAT, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5 milioni e 560 mila, pari al 9,4% della popolazione complessiva. Il dato è in crescita di 188 mila unità rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo la popolazione italiana di cittadinanza italiana diminuisce di 189 mila unità. In altri termini, la stabilità demografica del Paese dipende ormai anche dalla componente straniera residente.
Questo primo numero va letto senza retorica. Non significa che l’immigrazione sia automaticamente una soluzione ai problemi dell’Italia. Significa, però, che non può più essere trattata come un fenomeno marginale, transitorio o puramente emergenziale. Quando quasi un residente su dieci è straniero, la vera domanda non è più soltanto chi entra, ma chi rimane, come vive, se lavora, se rispetta le regole, se partecipa alla comunità nazionale e se sviluppa un percorso effettivo di integrazione.
Anche i dati sui cittadini non comunitari confermano questa trasformazione. Al 31 dicembre 2024 risultano oltre 3 milioni e 800 mila cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia, con un aumento del 5,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 sono stati rilasciati 290.119 nuovi permessi di soggiorno: un dato in calo del 12,3% rispetto al 2023, ma con una crescita dei nuovi permessi per lavoro, aumentati del 3,8%.
Questo passaggio è decisivo: l’immigrazione non è composta solo da richiedenti asilo o da arrivi via mare. Esiste una quota rilevante di immigrazione amministrativa, familiare, lavorativa, stabile. Ridurre tutto al tema degli sbarchi significa guardare solo una parte del fenomeno. Il Ministero dell’Interno pubblica quotidianamente i dati su sbarchi e accoglienza attraverso il proprio cruscotto statistico, ma proprio questa centralità comunicativa del dato sugli arrivi rischia di deformare la percezione pubblica.
Nel 2024 gli arrivi via mare sono stati 66.317, in forte diminuzione rispetto al 2023. Nello stesso anno, però, l’Italia ha registrato 158.605 domande di asilo e 78.565 decisioni in prima istanza, di cui 28.185 positive. Il tasso di riconoscimento in prima istanza è stato pari al 35,9%, inferiore alla media europea indicata al 51,4%.
Il dato sull’asilo dimostra un’altra cosa: non basta contare le domande, occorre valutare gli esiti, i tempi, le forme di protezione riconosciute, i rigetti, i ricorsi e soprattutto il percorso successivo della persona. Una decisione amministrativa o giudiziaria non chiude il problema politico e sociale della permanenza. Lo apre.
Sul piano lavorativo, il quadro è altrettanto rilevante. Il XV Rapporto del Ministero del Lavoro sugli stranieri nel mercato del lavoro indica 2 milioni e 514 mila occupati stranieri, pari al 10,5% del totale degli occupati in Italia. L’INPS, nel proprio Osservatorio 2024, registra 4.611.267 cittadini stranieri presenti nelle proprie banche dati, di cui 3.980.609 lavoratori, 378.645 pensionati e 252.013 percettori di prestazioni a sostegno del reddito.
Anche qui il dato va letto con equilibrio. La presenza lavorativa straniera è reale e significativa, ma non esaurisce il giudizio sull’integrazione. Lavorare è un indice fondamentale, ma non basta da solo. L’integrazione richiede anche stabilità abitativa, conoscenza linguistica, rispetto dell’ordinamento, autonomia economica, assenza di condotte incompatibili con la convivenza civile, partecipazione alla vita sociale e adesione sostanziale ai doveri della comunità.
Ed è proprio qui che emerge il limite principale dei dati ufficiali. Lo Stato misura quanti stranieri risiedono, quanti arrivano, quanti chiedono asilo, quanti ottengono un permesso, quanti lavorano e quanti sono presenti negli archivi previdenziali. Ma non misura in modo sistematico il livello individuale di integrazione.
Questo è il grande vuoto statistico italiano ed europeo.
Abbiamo statistiche sugli ingressi, ma non sulla permanenza qualificata. Abbiamo dati sui permessi, ma non sulla traiettoria individuale. Abbiamo numeri sul lavoro, ma non una valutazione complessiva del percorso di inserimento. Abbiamo il dato amministrativo della regolarità, ma non il dato sostanziale dell’integrazione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce esattamente da questa lacuna. Non dalla negazione dei dati, ma dalla loro lettura critica. Se l’immigrazione è ormai una componente strutturale della società italiana, allora lo Stato non può limitarsi a registrare presenze. Deve misurare percorsi. Deve distinguere chi si integra da chi non si integra. Deve fondare la permanenza su criteri individuali, verificabili e giuridicamente sostenibili.
I numeri ufficiali raccontano dunque una verità semplice: l’Italia non può più permettersi una politica migratoria costruita solo sugli arrivi e sui rimpatri. Serve una politica della permanenza. E una politica della permanenza, per essere seria, deve partire da un dato che oggi ancora manca: la misurazione effettiva dell’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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