In una recente intervista, il Commissario europeo Magnus Brunner ha definito il nuovo Patto Migrazione e Asilo come il primo vero approccio europeo alla gestione dell’immigrazione ( https://www.eunews.it/2026/06/12/entra-in-vigore-patto-migrazione-e-asilo-brunner-per-la-prima-volta-approccio-europeo-completo/).
Si tratta di un’affermazione che, sotto alcuni profili, può certamente essere condivisa. Per la prima volta, infatti, l’Unione Europea ha cercato di costruire un quadro normativo unitario capace di disciplinare in modo coordinato il controllo delle frontiere esterne, le procedure di asilo, la redistribuzione delle responsabilità tra gli Stati membri e il sistema dei rimpatri, superando almeno in parte quella frammentazione che per anni ha caratterizzato le politiche migratorie europee.
Tuttavia, proprio perché il Patto rappresenta un passaggio storico nel processo di costruzione di una politica migratoria comune, ritengo sia necessario evidenziarne anche il principale limite strutturale, che a mio avviso impedisce di considerarlo un approccio realmente completo al fenomeno migratorio.
L’intero impianto del Patto continua infatti a svilupparsi attorno a tre grandi questioni: chi può entrare nel territorio dell’Unione Europea, chi ha diritto alla protezione internazionale e chi deve essere allontanato attraverso procedure di rimpatrio. Si tratta di questioni certamente fondamentali, ma che non esauriscono affatto la complessità del fenomeno migratorio contemporaneo.
Tra l’ingresso e il rimpatrio esiste infatti una fase intermedia che può durare anni o addirittura decenni e che riguarda milioni di persone presenti stabilmente sul territorio europeo. È la fase dell’integrazione. Ed è proprio su questo terreno che il nuovo Patto mostra la propria maggiore debolezza.
Leggendo i regolamenti europei emerge chiaramente come l’attenzione delle istituzioni sia concentrata quasi esclusivamente sugli aspetti amministrativi e procedurali della migrazione: registrazione degli stranieri, screening alle frontiere, determinazione dello Stato competente, procedure accelerate, trattenimento, redistribuzione e rimpatri. Tutti temi importanti, ma che riguardano prevalentemente la gestione dei flussi e non il modo in cui le persone si inseriscono all’interno delle società europee una volta terminate le procedure amministrative.
In altre parole, l’Europa sembra essersi finalmente dotata di una politica comune dell’ingresso, dell’asilo e del rimpatrio, ma continua a non possedere una vera politica comune dell’integrazione.
Questa assenza non è casuale. Essa riflette una concezione dell’immigrazione che continua ad essere largamente influenzata da una visione economicista del fenomeno migratorio. Il dibattito europeo si concentra infatti soprattutto sul fabbisogno di manodopera, sugli equilibri demografici, sulle esigenze del mercato del lavoro, sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali e sulla gestione amministrativa dei flussi. Tutte questioni legittime e rilevanti, che tuttavia rischiano di ridurre l’immigrazione a una semplice variabile economica.
L’esperienza degli ultimi anni dimostra invece che la vera sfida non consiste soltanto nel decidere quante persone possano entrare nel territorio europeo o quali procedure applicare alle domande di asilo. La vera sfida consiste nel comprendere se le persone che vivono stabilmente all’interno delle nostre comunità stiano effettivamente sviluppando un percorso di integrazione fondato sulla conoscenza della lingua, sulla partecipazione alla vita sociale, sul rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile e sull’adesione ai valori costituzionali degli Stati membri.
È significativo che il Patto Migrazione e Asilo dedichi centinaia di pagine alle procedure amministrative e non costruisca invece alcun sistema europeo di valutazione dell’integrazione. Non esistono indicatori comuni. Non esistono parametri condivisi. Non esiste una riflessione europea sul rapporto tra permanenza stabile e percorso di integrazione. È come se l’Unione Europea avesse deciso di disciplinare l’inizio e la fine del fenomeno migratorio, lasciando però completamente scoperta la parte centrale del percorso.
Eppure è proprio in quella fase che si giocano le questioni più importanti per il futuro delle società europee. Le tensioni sociali che emergono in molte città del continente, le difficoltà di integrazione di alcune comunità, i fenomeni di radicalizzazione, le problematiche legate alle seconde generazioni e le crescenti preoccupazioni dell’opinione pubblica dimostrano che il successo di una politica migratoria non può essere misurato esclusivamente dal numero degli ingressi autorizzati o dei rimpatri effettuati.
Per questa ragione continuo a ritenere che il prossimo grande passo dell’Europa non debba essere rappresentato soltanto da una politica comune dell’immigrazione, ma dalla costruzione di una politica comune dell’integrazione.
È in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il quale parte da una considerazione molto semplice: la permanenza nel territorio non può essere valutata esclusivamente sulla base di criteri economici o amministrativi, ma deve essere collegata alla capacità della persona di sviluppare un reale percorso di integrazione all’interno della comunità che la ospita.
Finché l’Unione Europea continuerà a considerare l’integrazione come un tema secondario rispetto alla gestione dei flussi, il Patto Migrazione e Asilo resterà inevitabilmente incompleto. Potrà forse rappresentare il primo approccio europeo alla gestione dell’immigrazione, come sostiene Brunner, ma difficilmente potrà essere considerato il primo approccio europeo al fenomeno migratorio nel suo complesso.
Per raggiungere questo obiettivo manca ancora il tassello più importante. Manca una politica europea dell’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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