L’articolo pubblicato su HuffPost Italia (
https://www.huffingtonpost.it/politica/2026/04/05/news/albania_migranti-21614240/ ) si inserisce nel filone ormai ricorrente di una narrazione critica rispetto alle politiche di esternalizzazione delle procedure migratorie e, in particolare, al modello degli hub in Albania. Si tratta di una lettura che individua con una certa puntualità le criticità operative – tempi, costi, inefficienze, difficoltà nei rimpatri – ma che si arresta esattamente dove dovrebbe iniziare: nella proposta di una soluzione.
Ed è proprio qui che emerge il vero limite strutturale di questo tipo di analisi: la denuncia senza paradigma.
L’articolo descrive il malfunzionamento dei rimpatri come se fosse un’anomalia contingente, una distorsione tecnica del sistema. In realtà, il problema è molto più radicale: il sistema dei rimpatri, così come oggi concepito, non funziona perché è costruito su un presupposto sbagliato.
Non esiste, nell’attuale assetto normativo e amministrativo, un criterio chiaro, stabile e giuridicamente operativo che distingua chi deve restare da chi deve essere allontanato. Il risultato è inevitabile: i CPR diventano luoghi di stallo, i rimpatri restano episodici, l’intero sistema si regge su una finzione di controllo che non trova attuazione concreta.
Non è un problema di strumenti. È un problema di paradigma.
I CPR non funzionano non perché siano inadeguati in sé, ma perché vengono utilizzati in assenza di un criterio selettivo a monte. Senza una logica giuridica che fondi l’allontanamento su presupposti chiari e verificabili, il trattenimento amministrativo diventa una misura svuotata, destinata a produrre inefficienza e contenzioso.
In questo contesto, la proposta degli hub in Albania rischia di replicare lo stesso errore su scala esterna: spostare il problema senza risolverlo.
Portare i migranti fuori dal territorio nazionale non risolve il nodo centrale, perché il problema non è dove si trovano le persone, ma secondo quale criterio vengono valutate.
Se non si introduce un meccanismo giuridico di selezione fondato sull’integrazione, qualsiasi struttura – CPR in Italia o hub all’estero – è destinata a fallire.
È qui che si colloca la necessità di adottare immediatamente un paradigma diverso: Integrazione o ReImmigrazione.
Questo paradigma non introduce una logica ideologica, ma una struttura giuridica operativa. Il diritto a restare non è più una conseguenza automatica della presenza sul territorio né un effetto casuale delle disfunzioni amministrative, ma diventa il risultato di un percorso verificabile.
L’integrazione – lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole – assume una funzione selettiva. Non come criterio discrezionale, ma come parametro oggettivo di valutazione.
Chi si integra resta.
Chi non si integra deve essere allontanato.
Solo in questo modo il rimpatrio diventa effettivo. Non perché si rafforzano i CPR o si moltiplicano gli accordi internazionali, ma perché si crea una base giuridica solida che legittima e rende concretamente eseguibile l’allontanamento.
Il punto è semplice, ma sistemico: senza selezione a monte, non esiste esecuzione a valle.
L’articolo di HuffPost coglie le criticità ma non arriva a questa conclusione. Rimane dentro una logica emergenziale, nella quale ogni soluzione è destinata a essere temporanea e ogni riforma incompleta.
Continuare a discutere di rimpatri senza ridefinire il criterio giuridico della permanenza significa perpetuare l’inefficienza attuale.
Al contrario, l’adozione del paradigma Integrazione o ReImmigrazione consentirebbe di ricondurre l’intero sistema migratorio a una logica ordinata: la protezione per chi costruisce un percorso reale di integrazione, il rimpatrio per chi non lo fa.
Non si tratta di una scelta politica nel senso tradizionale del termine. Si tratta di una necessità sistemica.
Senza questa svolta, ogni analisi continuerà a descrivere il problema senza mai risolverlo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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